Dic 30 2013

Nel 2013 morti sul lavoro 70 giornalisti

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Settanta giornalisti uccisi nel 2013

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Nel 2013 la Siria è stato il posto più pericoloso al mondo per i giornalisti, mentre in Iraq e in Egitto la situazione per i giornalisti è peggiorata notevolmente. Nel 2013 due terzi dei giornalisti morti mentre svolgevano il loro lavoro si trovavano in Medio Oriente, lo denuncia il Commitee to protect journalists, un’organizzazione con sede a New York che si occupa di monitorare la libertà di stampa nel mondo.

Nel 2012 i giornalisti morti sul lavoro erano stati 74, quindi il numero di giornalisti uccisi quest’anno è inferiore a quelli dell’anno precedente, ma il Cpj si sta occupando della morte sospetta di altri 25 giornalisti per cercare di capire se è collegata al loro lavoro.

Pakistan, Somalia, India, Brasile, Filippine, Mali e Russia sono i paesi più pericolosi per la stampa nel 2013, anche se in Pakistan e Somalia sono diminuiti gli omicidi di giornalisti. Anche in Messico, che è un paese molto pericoloso per la stampa, la situazione è migliorata e quest’anno nessun giornalista è morto sul campo.

Il 44 per cento delle vittime è stata assassinata. Il 35 per cento dei giornalisti è morto durante un combattimento o uno scontro a fuoco.

Il fronte siriano. In Siria nel 2013 sono morti 29 giornalisti, da quando è cominciata la guerra i giornalisti morti nel paese sono 63. Anche il numero di giornalisti rapiti nel paese è stato molto alto quest’anno: nel 2013 in Siria sono stati rapiti 60 reporter. Trenta sono ancora nelle mani dei rapitori e di molti di loro non si hanno notizie. La maggior parte dei giornalisti rapiti sono nelle mani di gruppi di ribelli, ma almeno un giornalista è morto mentre era in prigione a Damasco. “Abdul Raheem Kour Hassan, il direttore della radio d’opposizione Watan FM, è stato arrestato a gennaio e le autorità hanno informato la sua famiglia della sua morte solo ad aprile, senza dare nessun dettaglio. Si teme che sia stato torturato e ucciso dall’intelligence siriana in un carcere di Damasco”, spiega il rapporto di Cpj.

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Fonte: Internazionale

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Dic 26 2013

Autorità Garante : procedura contro Groupon

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AGCM: Groupon sotto sorveglianza

di Claudio Tamburrino

Il garante ha avviato una procedura contro la piattaforma di coupon online, dopo le segnalazioni dei consumatori. Nella lente dell’authority, informazioni commerciali ingannevoli e procedure di rimborso inadeguate

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha aperto un procedimento nei confronti di Groupon che porterà l’antitrust italiano a vigilare sui suoi comportamenti.

AGCM si è attivata in risposta alle denunce inviate da Altroconsumo, Cittadinanzattiva, AdiconsumVeneto, Sportello Europeo Consumatori – Trento, Associazione Consumatori Utenti (ACU) Piemonte, Nero su Bianco e da oltre 600 singoli cittadini.

Cittadinanzattiva, da parte sua, nei mesi scorsi ha tracciato un quadro ben preciso del problema e sulla base di dati relativi al 2012 ha evidenziato come vi sia una denuncia al giorno dei consumatori per disservizi legati a prestazioni sanitarie o dedicate al benessere comprate online. Il problema, sottolinea l’associazione, è che non ci sono regole chiare sull’e-couponing: il mercato è in grande espansione, ma manca una normativa specifica, per assicurare tutte le garanzie del caso a chi per utilizza il servizio.

Secondo AGCM alcune società del gruppo internazionale Groupon (Groupon s.r.l., Groupon International GmbH, Groupon International Travel GmbH, Groupon Goods Global GmbH) potrebbero aver adottato due tipologie di pratiche commerciali scorrette.

Innanzitutto, nello sponsorizzare le offerte pubblicizzate attraverso la propria piattaforma, questi siti avrebbero divulgato “informazioni commerciali ingannevoli, omissive e in grado di creare confusione nel consumatore, in relazione ai prezzi e alle caratteristiche delle offerte”.

L’altro aspetto della questione è quello legato al servizio di assistenza clienti dei siti in questione, che non sembra in grado di rispondere ai reclami efficacemente, in particolare a causa di “comportamenti dilatori del call center”, e appare incapace di offrire soluzioni nelle situazioni in cui si è impossibilitati ad utilizzare il coupon acquistato, soprattutto se a cause addebitabili a Groupon o ai suoi partner, come accade in caso di overbooking. In questo secondo caso, tra le pratiche commerciali scorrette potrebbe rientrare anche quella di offrire come rimborso dei buoni acquisto anziché la restituzione dei soldi, nonché alcune clausole contrattuali che permettono al sito di mantenere la massima discrezionalità nello stabilire le condizioni nelle quali l’utente ha diritto ad un rimborso. Per questo tipo di pratica, peraltro, Groupalia è già stata spinta dall’Antitrust a modificare i suoi contratti, che adesso prevedono il diritto al rimborso nei casi di disservizio notificati entro 5 giorni lavorativi dal verificarsi dello stesso.

Oltre a questo, come sottolinea Adiconsum, chi usufruisce di offerte attraverso e-couponing si sente spesso trattato come un cliente di serie B: “La quantità delle porzioni è diversa dagli altri clienti, la stanza del l’hotel è la peggiore, il taglio di capelli è affrettato o realizzato dal personale meno esperto”.
Si tratta certamente di un atteggiamento miope da parte dei commercianti italiani che dovrebbero sfruttare il mezzo come una forma di pubblicità, ciò non toglie che l’utente dovrebbe essere comunque tutelato sia dall’autorità che dall’intermediario che sottopone l’offerta e che potrebbe effettuare, come sottolinea Altroconsumo Veneto, un minimo controllo di qualità.

Per quanto riguarda Altroconsumo, già a marzo aveva iniziato a raccogliere le lamentele dei clienti di servizi che offrono coupon digitali localizzati come Groupon, Groupalia o Letsbonus ed ha predisposto un form apposito per raccoglierle.

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Fonte: PuntoInformatico

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Dic 24 2013

Pressione per un testo di legge che contrasti REALMENTE l’omofobia e la transfobia. Firma la Petizione!

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Alle Senatrici e ai Senatori della Commissione Giustizia 2

Approvate un testo di legge che contrasti REALMENTE l’omofobia e la transfobia, senza se e senza ma.

Alcuni ritengono che non vi sia una emergenza omofobia in Italia, nonostante l’Italia sia superata persino da Albania, Lituania e Polonia nella classifica del riconoscimento dei diritti civili lgbt in Europa, nonostante la
 European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) individui nell’Italia uno dei paesi a più alto rischio omofobo, nonostante il Parlamento europeo e la CEDU abbiano più e più volte richiamato l’Italia. Non bastano i richiami e non bastano i morti (si ricordi che l’Italia è il secondo stato in europa per omicidi di persone transessuali). Non bastano i pestaggi delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT). Non bastano le parole d’odio puntualmente vomitate anche sui mass media, oltre che nella quotidianità della vita sociale, come se fosse cosa normale. Non bastano i gesti estremi di chi non ce la fa a rispondere all’odio con l’autoaccettazione e l’autoaffermazione di sé (almeno il doppio delle probabilità di aver pensato al suicidio, rispetto alle persone eterosessuali, secondo gli studi).

 

Mentre l’Europa da diversi anni ha adottato politiche ben precise e determinate per tutelare i cittadini LGBT con reali misure di inclusione sociale (pensiamo solamente ai Paesi Bassi che hanno predisposto un piano triennale con ben quaranta progetti in materia LGBT ed hanno una percentuale imbarazzante di accoglimento sociale… ben l’87% delle persone si sono dette favorevoli a una assoluta equiparazione tra persone eterosessuali e omosessuali sul piano normativo) l’Italia è riuscita a far sistematicamente naufragare tutti i progetti di legge, ad oggi anche il testo sull’omo-transfobia.

 

Quel che è peggio, proprio sull’estensione della Legge Reale-Mancino oggi assistiamo ad un offensivo e imbarazzante balletto attorno ad una non meglio identificata libertà di opinione, con emendamenti e subemendamenti decisamente peggiorativi. La legge Reale-Mancino c’è dal ‘75, è stata modificata e ampliata nel tempo, fino ad includere i fenomeni di intolleranza e di violenza nei confronti degli appartenenti alle minoranze linguistiche. Nessuno che sia mai stato messo in carcere per la semplice espressione di opinioni, perché il sistema giuridico ha i suoi anticorpi per contemperare i diritti, quello ad esprimere opinioni e quello a non essere oggetto di violenza motivata da odio. E infatti nessuno che abbia mai posto la questione della libertà di opinione. Perché proprio oggi?

 

Semplice: perché si parla di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. E perché omofobia e transfobia, nella loro violenza pratica o verbale, difendono un’idea di società che ritiene le persone LGBT fondamentalmente inferiori. Un’idea di società che è dura a morire.

 

Noi non ci arrendiamo all’odio e diciamo no a questa idea di società. Vogliamo una legge che senza se e senza ma, senza salvacondotti e annacquamenti, stabilisca anche per i crimini d’odio omofobico e transfobico quello che stabilisce da decenni anche per diverse altre fattispecie.

Possiamo farcela. Firma e condividi anche tu questa petizione indirizzata ai senatori della Commissione Giustizia del Senato.

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FIRMA LA PETIZIONE!!

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Fonte: change.org

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Dic 23 2013

Documentario: “What is left?”. Tragicommedia politica

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What is Left? La recensione del documentario di Luca e Gustav

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Meno male che ci sono Luca e Gustav a chiedersi, con quella che potrebbe essere la nostra voce, cosa sta succedendo a questo paese e ai suoi rappresentanti, alle idee o alle ideologie con cui siamo cresciuti, e a interrogarsi su dove andremo a finire. What is Left? giunge a completare una trilogia tutta italiana, con un altro documentario anomalo e il consueto stile tagliente e autoironico dei due autori – i poliedrici giornalisti Luca Ragazzi e Gustav Hofer – colleghi nel lavoro e compagni nella vita. La forza dei loro film sta proprio nel gioco di mettersi in scena in prima persona: cinefili ben consapevoli del rischio della noia quando si parla di faccende serie, sanno mettere in scena la tragicommedia di questi anni senza timore di esporsi e – anzi – orgogliosi di far conoscere il proprio vissuto, con leggerezza ma mai con superficialtà.

Ecco così che prima hanno affrontato nell’ottimo e premiatissimo Improvvisamente, l’inverno scorso, l’arretratezza del nostro paese in fatto di parità dei diritti delle coppie omosessuali e non solo (e già in quel film la sinistra non ne usciva tanto bene). Poi, nel più interlocutorio Italy: Love It Or Leave It, si ponevano la domanda che si fanno in tanti, se sia giusto dare ancora fiducia a questo paese o abbandonarlo al suo destino: per verificare la loro ipotesi partivano per un viaggio in Cinquecento alla ricerca delle realtà virtuose che ancora vi esistono. Alla fine decidevano d restarei e stavolta dunque si interrogano – con l’azzeccatissimo calembour del titolo – su cosa sia rimasto/cosa sia la sinistra oggi.

Luca e Gustav rappresentano alla perfezione il tipo ideale del giovane intellettuale impegnato, dell’elettore consapevole di sinistra con le sue idiosincrasie, i suoi piccoli peccati, la sua esasperazione nei confronti della perdita – assieme alle ideologie – dei valori e delle idee che caratterizzavano, da sempre, quella parte politica. Nel 1980, in Maledetti vi amerò, Marco Tullio Giordana faceva dire a Flavio Bucci  –  già con autoironia – che il tè, il riso integrale, il Marocco, la doccia, i preliminari erotici sono di sinistra, mentre il caffè, la vasca da bagno, Venezia, Praga e la penetrazione sono di destra. Lontani ormai quei tempi così ideologizzati ed estremi, oggi con l’acqua del bagno si è finito per buttare via anche il bambino, perdendo per strada i concetti basilari, come si vede nel passaggio esemplare in cui Luca e Gustav ricostruiscono il progressivo cambiamento del nome e del simbolo di un partito un tempo importantissimo fino alla cancellazione e alla sua trasformazone in un grande calderone, di cui tutti fanno parte ma in cui nessuno si ritrova.

Partendo dall’elezione epocale di Obama in America, cui corrispondono mutatis mutandis le primarie del partito democratico, Luca e Gustav parlano coi vecchi e i nuovi protagonisti della crisi della politica italiana, sinceramente desiderosi di capire cosa stia succedendo, seguono le ultime elezioni, speranzosi e preoccupati dello tsunami Grillo e dell’invasione dei cittadini nei palazzi della politica (“I cittadini ce li abbiamo già nel condominio e in due anni non sono neanche stati capaci di cambiare il citofono”, si lamenta accorato Luca). Tra un’intervista e un documento, tra un dialogo arguto e un commento intelligente, c’è spazio per un finto quiz televisivo, What is Left? In cui una signorina con tanto di colbacco e divisa “regolamentare”, interroga i nostri con domande provocatorie per scoprire quanto siano di sinistra.

Non manca niente in poco più di un’ora, e tutto è chiaro: Renzi, Bersani, l’elezione del capo dello stato, il volto tradizionale e superato e quello potenzialmente nuovo della sinistra, i giovani eletti che si scontrano con le dinamiche del gioco (sporco) politico. Colorato, vivace, vivo e concluso su una nota di speranza come è tipico di due caratteri positivi e ottimisti, What Is Left? è un film imperdibile per tutti coloro che non hanno mai smesso di interrogarsi. Non è necessario essere di sinistra per apprezzarlo, anzi. In una realtà così ondivaga e confusa siamo sicuri che molti, qualunque idea professino, ci si riconosceranno.

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TRAILER

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GENERE: Documentario

ANNO: 2013

REGIA: Gustav Hofer, Luca Ragazzi

NAZIONALITA’: Italia

CAST: Gustav Hofer, Luca Ragazzi, Lucia Mascino

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Fonte: Comingsoon

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Dic 22 2013

5000 accademici statunitensi si schierano con i palestinesi boicottando Israele

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‘Evento storico’: accademici statunitensi si schierano con i palestinesi nel boicottaggio di Israele

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di Sarah Lazare

Un’associazione di 5.000 accademici è diventata lunedì la più vasta organizzazione di studiosi statunitensi che abbia mai aderito al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

L’American Studies Association (ASA) che si autodefinisce “la più antica e più vasta associazione della nazione dedita allo studio interdisciplinare della cultura e della storia americana”, ha annunciato lunedì che i suoi membri hanno approvato una risoluzione che stabilisce che l’organizzazione “sottoscrive e onorerà l’appello della società civile palestinese a un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane ”.  

La risoluzione, che era stata proposta l’anno scorso ed è stata approvata all’unanimità dal consiglio nazionale dell’ASA il 4 novembre, ha attirato un numero di votanti senza precedenti, con il 66,05% a favore della risoluzione, il 30,5% contrario e il 3,43% astenuto, secondo la dichiarazione dell’ASA.

“La schiacciante maggioranza che ha votato a favore della risoluzione mostra che ci rifiutiamo di essere complici dell’aggressione israeliana”, ha dichiarato a Common Dreams Steven Salaita, docente associato d’inglese alla Virginia Tech e membro del polo attivista dell’ASA. “Questa posizione di solidarietà con la libertà dei palestinesi è un evento storico e segnala una nuova era di impegno nei confronti delle popolazioni colonizzate”.

La risoluzione è stata approvata con una profusione di sostegno dei membri dell’ASA, tra cui la famosa attivista, scrittrice e studiosa Angela Davis. “Le analogie tra le pratiche storiche in stile Jim Crow e il regime contemporaneo di segregazione nella Palestina occupata fanno di questa risoluzione un imperativo etico per l’ASA”, ha scritto quest’ultima. “Se abbiamo appreso la lezione più importante impartita dal dottor Martin Luther King – che la giustizia è sempre indivisibile – dovrebbe essere chiaro che un movimento di massa di solidarietà con la libertà dei palestinesi è qualcosa di dovuto da molto tempo.”

L’ASA ha affrontato una bufera di critiche e attacchi da parte delle forze filoisraeliane, tra cui appelli dell’ex rettore di Harvard e attualmente dirigente dell’amministrazione Obama, Larry Summers, a boicottare l’ASA sulla base della tesi che la risoluzione viola la libertà accademica e perpetua l’antisemitismo.

Tuttavia Alex Lubin, Direttore del Centro Studi e Ricerche sugli Stati Uniti presso l’American University di Beirut ha stroncato tali accuse scrivendo, il mese scorso, su The Nation:

“La libertà accademica significa ben poco quando ha luogo in un contesto di segregazione e apartheid. Il cambiamento è arrivato nel Sud di Jim Crow non dal dialogo accademico, bensì dalle proteste e, in alcuni casi, da boicottaggio di istituzioni che incoraggiavano la segregazione. Il cambiamento del sistema dell’apartheid sudafricano non è venuto dal dialogo accademico, bensì da proteste, resistenza e da un boicottaggio internazionale. Quelli tra noi che valorizzano la libertà accademica devono sempre lottare per garantire che il mondo che circonda l’accademia assicuri i diritti umani fondamentali che rendono possibile la vita accademica.”

“La risoluzione sul boicottaggio è intesa ad affrontare un caso grave di discriminazione contro il palestinesi ed è coerente con la precedente adesione dell’ASA a posizioni antirazziste in altre aree,” ha affermato Lubin nel sottoscrivere la risoluzione. “La risoluzione non prende di mira gli israeliani, gli ebrei o singole persone; in realtà il sostegno dell’ASA al boicottaggio afferma la sua opposizione a ogni forma di discriminazione razziale, tra cui, ma non limitatamente ad essi, l’antisemitismo e l’islamofobia”.

La chiamata al boicottaggio, ai disinvestimenti e alle sanzioni [BDS] contro Israele è venuta da organizzazioni della società civile palestinese nel 2005 con un invito a rivendicare i diritti umani, l’autodeterminazione e la libertà dall’occupazione per i palestinesi utilizzando tattiche simili a quelle attivate per trasformare il Sudafrica dell’apartheid.

L’attivista palestinese Omar Barghouti scrive su The Nation che il 2013 ha visto grandi progressi di questo movimento per i BDS nel settore accademico:  

“Giorni fa, in una lettera di appoggio all’ASA, la facoltà di studi etnici dell’Università delle Hawaii è stata la prima facoltà accademica dell’occidente ad appoggiare il boicottaggio accademico di Israele. In aprile, l’Association for Asian-American Studies ha sottoscritto il boicottaggio accademico, la prima associazione accademica professionale degli Stati Uniti a farlo. Circa nello stesso periodo il Sindacato Insegnanti dell’Irlanda ha sollecitato all’unanimità i propri membri a “cessare ogni collaborazione accademica e culturale”  con “lo stato israeliano dell’apartheid” e la Federazione degli Studenti Belgi di Lingua Francese (FEF), che rappresenta 100.000 membri, ha adottato “un congelamento di ogni collaborazione accademica con istituzioni accademiche israeliane”. Sempre quest’anno, comitati studenteschi di numerose università nordamericane, tra cui l’Università della California Berkeley, hanno sollecitato disinvestimenti da imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana.”

Quello che segue è il testo completo della risoluzione dell’ASA:

Considerato che l’American Studies Association è impegnata nel perseguimento della giustizia sociale, nella lotta contro ogni forma di razzismo, compresi l’antisemitismo, la discriminazione e la xenofobia e nella solidarietà con chi ne è leso negli Stati Uniti e nel mondo;

Considerato che gli Stati Uniti svolgono un ruolo considerevole nel rendere possibile l’occupazione israeliana della Palestina e l’espansione degli insediamenti illegali e del Muro, in violazione della legge internazionale, nonché nell’appoggiare la discriminazione sistematica contro i palestinesi, che ha avuto un impatto devastante documentato sul benessere generale, l’esercizio dei diritti politici e umani, la libertà di movimento e le opportunità di istruzione dei palestinesi;

Considerato che non esiste un’effettiva o sostanziale libertà accademica per gli studenti e gli studiosi palestinesi nelle condizioni dell’occupazione israeliana e che istituzioni israeliane di istruzione superiore sono partecipi delle politici statali israeliane che violano diritti umani e che hanno un impatto negativo sulle condizioni di lavoro degli studiosi e degli studenti palestinesi;

Considerato che l’American Studies Association è a conoscenza di studiosi e studenti israeliani critici delle politiche statali di Israele e che appoggiano il movimento internazionale per il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni (BDS) in condizioni di isolamento e di minaccia di sanzioni;

Considerato che l’American Studies Association è impegnata per il diritto degli studenti e degli studiosi a perseguire l’istruzione e la ricerca senza indebita interferenza, repressione e violenza militare dello stato e che, coerentemente con lo spirito di dichiarazioni precedenti, appoggia il diritto degli studenti e degli studiosi alla libertà intellettuale e al dissenso politico da cittadini e da studiosi;

Si delibera che l’American Studies Association (ASA) sottoscrive e onorerà l’appello della società civile palestinese a un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. Si delibera altresì che l’ASA appoggia i diritti protetti degli studenti e degli studiosi di tutto il mondo a impegnarsi in ricerche e dichiarazioni pubbliche riguardo al rapporto Israele-Palestina e a sostegno del movimento per il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni (BDS).

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Fonte: www.znetitaly.org

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