Mar 30 2014

Italia: verso la svolta autoritaria

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Appello

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Verso la svolta autoritaria

.27 marzo 2014

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Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Salvatore Settis, Rosetta Loy, Corrado Stajano, Giovanna Borgese, Alberto Vannucci, Elisabetta Rubini, Gaetano Azzariti, Costanza Firrao, Alessandro Bruni, Simona Peverelli, Sergio Materia, Nando dalla Chiesa, Adriano Prosperi, Fabio Evangelisti Barbara Spinelli, Paul Ginsborg, Maurizio Landini, Marco Revell
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Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti)  a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.
Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.
Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.
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Primi firmatari:
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Nadia Urbinati
Gustavo Zagrebelsky
Sandra Bonsanti
Stefano Rodotà
Lorenza Carlassare
Alessandro Pace
Roberta De Monticelli
Salvatore Settis
Rosetta Loy
Corrado Stajano
Giovanna Borgese
Alberto Vannucci
Elisabetta Rubini
Gaetano Azzariti
Costanza Firrao
Alessandro Bruni
Simona Peverelli
Sergio Materia
Nando dalla Chiesa
Adriano Prosperi
Fabio Evangelisti
Barbara Spinelli
Paul Ginsborg
Maurizio Landini
Marco Revelli
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Gen 22 2014

Legge elettorale: “Anche Mussolini nel 1924 voleva la governabilità”

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CONSIDERAZIONI INATTUALI N.55
20 gennaio 2014
L’ombra di Giacomo Acerbo sul patto elettorale Renzi-Berlusconi.

ANCHE MUSSOLINI NEL 1924
VOLEVA LA GOVERNABILITA’

 

Esagerò con il premio di maggioranza ma non impose soglie di sbarramento e ammise il voto di preferenza. Il “bimbo” di Firenze non è Acerbo ma produce con un pregiudicato un super-porcellum che azzera le rappresentanze minoritarie.

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di Lucio Manisco
Correva l’anno 1924 e il cav. Benito Mussolini era ossessionato come molti al giorno d’oggi dal problema della governabilità. Affidò pertanto all’On. Giacomo Acerbo il compito di modificare la legge elettorale del 1919 basata sul proporzionale: a differenza del “bimbo” di Firenze l’Acerbo nominò una commissione di 18 insigni personaggi in gran parte liberali, socialisti e democratici (Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi, Filippo Turati, Alcide De Gasperi ed altri dello stesso calibro) che sfornò una nuova legge elettorale che prevedeva un premio di maggioranza entro un collegio nazionale suddiviso in sedici circoscrizioni: in ogni circoscrizione le liste potevano presentare da tre a più candidati per un totale nazionale di 356 seggi sui 535 in lizza; il cosiddetto diritto di tribuna veniva garantito dall’assegnazione, quale che che fosse l’esito elettorale, dei rimanenti 179 seggi ai partiti minori. Infine oltre al voto di lista era ammesso il voto di preferenza. L’aberrazione fascistica e antidemocratica era evidenziata dal premio di maggioranza che assegnava due terzi dei seggi, e cioè i 356 di cui sopra, al partito che avesse ottenuto il 25% dei voti.

Il Cavalier B. Mussolini ovviamente stravinse con un listone nazionale che con le liste civetta ottenne poco meno di 5 milioni di suffragi su 7 milioni di votanti. Al Partito Comunista d’Italia andarono 268.000 voti (19 seggi), ai due partiti socialisti 46 seggi, al Partito Popolare 39, ai liberali 15, ai repubblicani 7. Secondo il patto elettorale Renzi-Berlusconi nessuno di questi partiti di allora avrebbe ottenuto un solo seggio alla Camera e al Senato.

Si tratta di assonanze e non di analogie vere e proprie, ma vanno menzionate almeno come singolari curiosità storiche: il duce licenziò su due piedi tre fascisti dissidenti, Renzi ha provocato le dimissioni di Fassina e Cuperlo. Quattro mesi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti Mussolini minacciò di portare i suoi manipoli nell’aula “sorda e grigia” di Montecitorio: Matteo Renzi non ha assassinato nessuno e non dispone di manipoli ma con l’imposizione del prendere o lasciare, così com’è, il patto con il Cav. Berlusconi fa il bullo nella direzione del suo partito e poi con i parlamentari del PD. Naturalmente non accenna ad altri imbarazzanti contenuti della chiacchierata con Letta zio e con il Cavaliere di Arcore, contenuti peraltro sicuramente registrati dai centri d’ascolto sallustiani della N.S.A americana a Roma. E con l’esclusione dal parlamento dei piccoli partiti di opposizione che anche messi insieme non raggiungeranno mai le soglie di sbarramento, a tutti gli effetti pratici va al di là di quanto osato dall’altro cavaliere di ottanta anni fa. E per carità di patria fermiamoci qui.

Lucio Manisco

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Fonte: luciomanisco.eu

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Dic 5 2013

Urgente! 48 ore per fermare l’assalto di Berlusconi a Internet

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Se non agiamo nelle prossime 48 ore, Berlusconi potrebbe conquistare un controllo spaventoso sui media. Cacciato dal Parlamento, questo è il suo disperato tentativo di rimanere attaccato al potere, ma la nostra comunità ha contribuito a bloccare questa enorme minaccia in passato e possiamo farcela di nuovo.

In questo momento, lontana dai titoli dei giornali, l’autorità che regola i media sta per adottare nuove regole che darebbero a Berlusconi e Mediaset poteri senza precedenti di censurare qualsiasi video, articolo o post su Facebook: di fatto verrebbe imposto un bavaglio anche a siti come Repubblica e perfino Avaaz. Ma quelli che si candidano ad essere i nuovi leader del PD possono fermare questo assalto se ci mettiamo subito in moto per convincerli che le loro azioni avranno un impatto sui risultati alle primarie di domenica.

Facciamo partire subito una mobilitazione-flash chiedendo a Renzi, Cuperlo e Civati di prendere posizione contro questa enorme minaccia di censura: facciamogli sapere che ci aspettiamo che difendano la nostra libertà di espressione. Firma questa petizione urgente per fermare il nuovo regolamento-censura su Internet e condividila con tutti: non appena raggiungeremo 100mila firme Avaaz occuperà con enormi striscioni i comizi finali dei candidati finché li costringeremo ad agire:

http://www.avaaz.org/it/italy_internet_censorship_c/?bfZSvab&v=32159

La cosa incredibile è che la scusa che stanno usando per questo giro di vite è la tutela del diritto d’autore. Una questione importantissima ma che non c’entra niente con questo regolamento-censura che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) sta per approvare in tutta fretta tra pochi giorni. Gli autori e la cultura si difendono colpendo i grossi pirati che fanno lucro e soprattutto nei tribunali, non con una censura incontrollata di ogni contenuto, anche solo per un link di troppo, e per di più privatizzata e affidata a imperi mediatici come Mediaset, la lobby RAI o i mega-colossi di Hollywood.

Berlusconi sta giocando sporchissimo, cercando di far approvare il regolamento pochi giorni prima che nell’autorità si insedi il nuovo commissario del PD. Quest’ultimo ha già chiesto di rimandare la decisione per poter dire la sua, ma come risposta gli altri commissari, nominati da Berlusconi e Monti, hanno addirittura accelerato!

È lunghissima la lista di personalità che si è già schierata contro il regolamento, dalla Presidente della Camera Boldrini, al costituzionalista Rodotà, dal responsabile ONU per la libertà d’espressione La Rue fino al Ministro degli Esteri Bonino. Ma gli attivisti in prima linea ci dicono che forse solo la comunità di Avaaz, arrivata a oltre un milione e mezzo di membri in Italia, può arrivare agli unici che possono convincere Agcom a fermarsi, per non creare uno scontro con la maggioranza PD: i candidati alla segreteria Renzi, Cuperlo e Civati.

Se li convinceremo a chiedere e ottenere un rinvio, un ampio fronte di parlamentari di M5S e PD e SEL è pronto ad approvare una legge anti-censura già nelle prossime settimane, ma dobbiamo muoverci subito, perché senza mobilitazioni il regolamento sarà approvato tra pochi giorni, e poi sarà troppo tardi. Firma e poi condividi con tutti la petizione a Renzi, Cuperlo e Civati:

http://www.avaaz.org/it/italy_internet_censorship_c/?bfZSvab&v=32159

Poco più di un anno fa la comunità di Avaaz è stata fondamentale per impedire che fosse approvato un altro regolamento bavaglio. Ci hanno prima ignorato, poi attaccato, ma alla fine con centinaia di migliaia di firme, una valanga di esperti e decine di parlamentari al nostro fianco abbiamo vinto! Facciamolo di nuovo.

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Fonte: Avaaz

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ULTERIORI INFORMAZIONI:

AgCom, delibera il 12 dicembre (Webnews)
http://www.webnews.it/2013/12/02/agcom-delibera-12-dicembe/

Regolamento anti-pirateria, l’inviato Onu frena l’Agcom (La Repubblica)
http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/11/18/news/agcom_futuro-71290405/

Regolamento Agcom sul copyright: verso la resa dei conti (Wired)
http://daily.wired.it/news/politica/2013/11/15/agcom-boldrini-nicita-327849.html

Emma Bonino, una spallata all’AGCOM (Webnews)
http://www.webnews.it/2013/11/18/emma-bonino-agcom/

VKontakte bloccato per aver piratato Zalone? Presto sarà la regola (Wired)
http://www.wired.it/internet/social-network/2013/11/20/vkontakte-bloccato-piratato-zalone/

Nicita nuovo commissario dell’Agcom. Boldrini: “Ma sul copyright decida il Parlamento” (La Repubblica)
http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/11/14/news/nicita_nuovo_commissario_agcom-71003977/

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Nov 27 2013

Diffondete: Non vogliamo il condannato per frode fiscale sulle reti Rai

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di Vincenzo Pisciscelli

La televisione ha un’enorme influenza sui telespettatori pertanto l’uso positivo o negativo che se ne fa, determina o quanto meno influenza le decisioni della vita quotidiana, la cultura e le nostre scelte anche in chiave elettorale. Pubblicizzare e consentire ai condannati in via definitiva con sentenza della Corte di Cassazione di poter fare comizi elettorali è diseducativo.

I condannati con sentenza in via definitiva con sentenza della Corte di Cassazione devono solo rispettare la legge, le sentenze, il popolo e pagare il proprio conto con la Giustizia.

In questo contesto riteniamo che la presenza del Silvio Berlusconi condannato in via definitiva con sentenza della Corte di Cassazione per frode fiscale: Silvio Berlusconi fu ”ideatore del meccanismo del giro dei diritti che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo”. – Silvio Berlusconi: le motivazioni della sentenza di condanna inerente i diritti Mediaset. alla trasmissione Porta a Porta trasmessa da RAIUNO in prima serata e condotta da Bruno Vespa è diseducativa, offensiva ed umiliante per i cittadini onesti che pagano il canone RAI.

mploriamo, pertanto, l’intervento delle Istituzioni competenti che prendano atto di dette gravi anomalie del servizio pubblico ed impediscano la pubblicità gratuita e la partecipazione sulle reti pubbliche al condannato per frode fiscale con sentenza della Corte di Cassazione.

Ricordiamo il precedente episodio che ancora aspetta giustizia: Grave, che RAINEWS24 abbia trasmesso la diretta del comizio elettorale di un condannato per frode fiscale.

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Fonte:  donnemanagerdinapoli.com

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Nov 11 2013

Matteo Renzi: “Prender voti in tutte le direzioni”

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Il partito piglia-tutto

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di Piero Bevilacqua

Dal lessico politico-pubblicitario di Matteo Renzi, esibito con dovizia nelle sue recenti rappresentazioni pubbliche, è utile selezionare una espressione che suona come la sintesi del suo programma: «Prender voti in tutte le direzioni ». È un imperativo strategico che riassume, per così dire, tutto il suo pensiero politico. Ma al tempo stesso costituisce una delle spie più evidenti e definitive del percorso storico compiuto dai partiti politici nell’età post-contemporanea. Presentato come una smagliante novità, non è che il punto terminale di una parabola di declino. La categoria del «partito pigliatutto», (catch all party) era stata già elaborata nel lontano 1966 da Otto Kirchheimer, politologo tedesco, collaboratore della Scuola di Francoforte e poi docente in importanti Università americane. Kirchheimer individuava una linea di tendenza, già allora visibile in alcuni partiti di massa, di allontanamento dalle proprie origini classiste o di annacquamento dei legami con i gruppi originari di riferimento, al fine di allargare il raggio della propria influenza ai più diversi ceti sociali.
Tale tendenza ha percorso un lungo cammino e ora ha bloccato il sistema politico in gran parte degli stati occidentali.

I grandi partiti che un tempo incarnavano il bipartitismo, più o meno perfetto e davano vita alla cosiddetta democrazia dell’alternanza, ormai da tempo pescano negli stessi ambiti sociali, elaborano lo stesso programma politico e tendono a spartirsi equamente i consensi elettorali, dando vita a maggioranze di governo sempre più risicate e instabili. Allontanandosi dai ceti popolari e dai loro conflitti, anche i partiti di sinistra, si sono trasformati in agenzie di marketing elettorale: vendono lo stesso prodotto pubblicitario a una platea di consumatori sempre più stanca e sempre più disillusa. Tale tendenza è oggi entrata in una morsa micidiale con l’esplodere della crisi economico-finanziaria. La perdita di sovranità di stati e governi a favore del potere finanziario internazionale ha tolto ai partiti il potere residuale di ripartire quote della ricchezza nazionale nel welfare , favorendo la formazione di una vasta e crescente area di diserzione elettorale e l’esplodere di movimenti di protesta e di populismi di varia natura.

Da qui la spasmodica ricerca da parte delle forze politiche di trovare soluzioni abborracciate di governo (le grandi coalizioni) e il ricorso crescente a dispositivi di ingegneria istituzionale: premierato forte, presidenzialismo, modifica dei sistemi elettorali, ecc. Il potere politico tende insomma ad acquistare parte della forza sottrattigli (per sua scelta e responsabilità) dal potere finanziario, rafforzando la centralità del comando, restringendo gli spazi della democrazia, estendendo i dispositivi autoritari del controllo sociale. Sicché mentre il potere capitalistico-finanziario muove la sua guerra di classe contro le masse operaie e i ceti medi, partiti e governi, che non intendono rappresentare, con finalità redistributive, questi interessi colpiti, si infilano nel vicolo stretto di una “mediazione repressiva” per la difesa del sistema. Essi sperano di resistere fino a che la ripresa dell’economia non ridia loro lo spazio per una mediazione socialmente sopportabile ed elettoralmente premiante.

La posizione di Renzi è dunque doppiamente rivelatrice. Appare come l’ultimo tratto di definitiva dissoluzione della identità dei partiti e al tempo stesso viene a coincidere con il populismo di Berlusconi in un punto fondamentale: il privilegiamento della vittoria elettorale come scopo supremo dell’azione politica. Il fine è interamente assorbito e cancellato dal mezzo. Si partecipa alla lotta politica come al campionato mondiale di calcio: per vincere. Quel che si fa poi con la vittoria è poco importante. Perché il ceto politico gioca essenzialmente per sé stesso, per rafforzare le condizioni della sua sopravvivenza e del suo successo. E quel che accade nel paese che ospita il campionato è poco importante, ed è comunque sempre subordinato allo scopo supremo della riproduzione delle élites . Tale linea, tuttavia, ha successo per almeno una ragione: raccoglie e distorce un bisogno diffuso dei cittadini, quello di una rappresentanza politica liberata dalla opacità degli apparati, non dilaniata dai micro-interessi di gruppi e fazioni.

Di fronte al disagio sociale, alla incertezza montante della vita quotidiana, all’impotenza della politica tradizionale nell’arginare poteri sovranazionali sempre più intrusivi, diventa naturale la richiesta dell’unicità del comando, della prontezza dell’iniziativa e dell’azione. I cittadini italiani chiedono una politica forte e capace, ma che assomigli il meno possibile alla politica dei partiti politici. L’odore delle segreterie è diventato un tanfo insopportabile. È questa una delle ragioni importanti del successo di Renzi, anch’egli un “pollo di batteria”, salvo presentarsi da subito come un anti-partito. Naturalmente confidiamo assai poco in tale successo. Intanto, non è dato sapere – in caso di probabile vittoria di Renzi alle primarie del Pd – se alla sua maestria nel vincere battaglie elettorali corrisponderà una pari capacità di governare il suo partito. Quel che appare oggi certo è che sul piano dell’azione di governo – sia in campagna elettorale che nell’indirizzo di un eventuale esecutivo, uscito da una competizione vittoriosa – Renzi cercherà di promuovere una politica delle “larghe intese” senza Pdl. Vale a dire la politica tipica di un partito piglia-tutto, che deve rispondere agli interessi molteplici, e soprattutto a quelli più forti, in cui si frantuma oggi la vita italiana.

Dunque, è evidente che senza mutamenti di rilievo sulla scena politica, senza uno spostamento dell’asse strategico nel campo della sinistra, il disastro per il nostro paese diventa una prospettiva certa. Non si tratta di profezie artatamente fosche. È la scena presente, l’azione dell’attuale governo, che mostra l’inanità di una strategia in cui si debbono comporre interessi inconciliabili, surrogato fallimentare di quel che sarebbe necessario: una grande manovra di trasferimento di ricchezza ai ceti popolari e ai settori produttivi. E non è certo il caso di ricordare quel che è noto: il bollettino di guerra sulle statistiche della disoccupazione, dei fallimenti delle imprese, della caduta costante dei consumi. Benché un dato clamoroso occorre qui rammentarlo, perché i media, con una carità pelosa forse comprensibile, sono scivolati rapidamente sulla notizia: il debito pubblico è salito ancora, è arrivato al 133,3% del Pil.

La ragione per la quale i governi degli ultimi anni stanno distruggendo l’economia nazionale e trascinando nella miseria masse crescenti di cittadini italiani, è ancora tutta lì: anzi è diventata più grave. E il ministro Saccomanni non sente il dovere di scusarsi, di spiegare al paese, di dichiarare la propria incapacità e di andarsene? Dunque, se gli scenari dei prossimi mesi e anni confermeranno questo quadro, è evidente quale grande spazio potrebbe schiudersi alle forze di sinistra dotate di progetto, oggi segmentate e disperse in vari ambiti e territori. Ci sono in prospettiva scadenze importanti come le elezioni europee (su cui hanno insistito utilmente, sul manifesto , Tonino Perna con Alfonso Gianni e Guido Viale): occasione imperdibile per mettere in discussione le politiche di austerità e rilanciare su nuove basi le prospettive dell’Unione Europea. E prima o poi ci saranno anche le elezioni politiche. Il Pd si presenterà a queste scadenze con addosso la corresponsabilità, insieme al Pdl, di aver aggravato le condizioni materiali degli italiani.

Lo sventolio della bandierina di una “ripresa che verrà” sarà solo uno straccio al vento e non incanterà gli elettori. E allora, chi si fa avanti, chi si candida a rappresentare il vasto popolo della sinistra? Sappiamo bene che la politica non si esaurisce nei partiti e neppure nelle rappresentanze e nei governi. Ma oggi queste rappresentanze al potere stanno demolendo mezzo secolo di conquiste in tutti i settori della vita nazionale. Le lasceremo fare? Lo scenario presente non offre molte alternative. Ma i punti di partenza potenziali esistono. Perché Sel non si muove? E la “Via maestra”, il movimento di Rodotà, Landini e altri? Nessuno si illuda che esso possa evolvere rapidamente in un partito politico. È giusto prendere in parola le dichiarazione dei fondatori. E tuttavia, questo movimento raccoglie una vasta platea di forze e di raggruppamenti, gode di un prestigio e di un consenso, sia politico che morale, incommensurabilmente distante dal discredito gravante sui partiti politici.

Dunque, con la cautela necessaria, non si pensa di spenderla in qualche modo nello scontro elettorale che verrà? Si tratta, crediamo, di un nodo rilevante su cui ragionare al più presto, evitando di restare bloccati nell’impotente testimonianza di una alterità inascoltata, o di cadere, sotto l’urgere della fretta e delle ambizioni personali, nei pasticci elettoralistici delle passate stagioni.

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Fonte: il Manifesto

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