Dic 4 2015

“Siamo violenti, è la natura umana… Queste asserzioni sono basate sul nulla.”

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Kalahari - Famiglia boscimane (Gruppo etnico più antico dell'Africa)

Kalahari – Famiglia boscimane (Gruppo etnico più antico dell’Africa)

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La violenza non sarebbe sempre esistita

Scienziati e fautori dell’empatia si sono uniti in un progetto semplice e ambizioso: dimostrare che la brutalità non è inerente all’animale umano, e che possiamo cambiare.

Di Marylène Patou-Mathis, storica della preistoria

No, la violenza non è sempre esistita.

Ci fu un tempo nel quale non c’era nessuna violenza. Non si tratta di un sogno, di una favola da speculazione filosofica ma lo scenario che sempre più spesso viene delineato dalla scienza, alla confluenza tra archeologia, antropologia, biologia evolutiva, discipline che studiano il cervello e la psiche. All’immagine di una natura umana impastata di violenza e competizione il pensiero contemporaneo ne sostituisce un’altra, fatta di empatia e cooperazione. Le attuali conoscenze circa la natura umana rendono quindi possibile immaginare un mondo senza massacri, senza guerre, senza brutalità: niente di tutto questo sarebbe infatti inevitabile, dato ciò che siamo…

Medico, psicoterapeuta e regista, il francese Michel Meignant esplora questo territorio in un documentario in preparazione, per il quale è in corso una campagna di raccolta fondi partecipativa (leggi qui sotto). Abbiamo intervistato due delle partecipanti.

Una preistoria pacifica

La morte violenta inflitta da un essere umano a un altro compare tardi rispetto alla comparsa dell’umanità stessa e resta a lungo un fenomeno molto limitato. Questo è quanto emerge dalle testimonianze archeologiche. Nel 2013 Marylène Patou-Mathis, storica della preistoria e direttrice del centro di ricerca presso il CNRS, ha dedicato un libro al tema, Préhistoire de la violence et de la guerre (edizioni Odile Jacob). “Sono partita dal senso di fastidio che mi derivava dal sentir ripetere sempre la stessa cosa: siamo violenti, è la natura umana, queste cose sono sempre esistite, quando queste dichiarazioni sono basate sul nulla. Come scienziata, ho pensato: interroghiamo i dati”

Risultato? Se la violenza è molto rara nel Paleolitico, esiste in circostanze particolari. “Le prime tracce sono relative al cannibalismo, che può essere un rito funebre, ma anche un rituale connesso con il sacrificio di un individuo, che viene poi mangiato per unire il gruppo: ognuno prende parte della colpa, per così dire, durante il pasto cannibalesco”. Il sacrificio, perché, esattamente? “Per cercare di rispondere a un problema, ad una grave crisi come un’epidemia o una carestia, si sacrifica qualcosa di molto prezioso: un membro del gruppo”.

Un fatto in contrasto con i preconcetti secondo i quali la violenza primitiva sarebbe attivata dalla competizione per le risorse o dallo scontro tra gli appetiti. “Secondo un immaginario ampiamente condiviso, la violenza sarebbe iniziata aggredendo l’altro per prendergli qualcosa. Sono molti i miti di questo tipo, non basati su alcuna considerazione archeologica o antropologica: quello del rapimento di donne, ad esempio, che è una proiezione della società del XIX secolo”.

Nessun ingenuo buonismo, tuttavia: non siamo nel giardino dell’Eden, teniamo i piedi per terra. “Non bisogna confondere violenza e aggressività. Quest’ultima è un riflesso, un istinto animale, che ci permette di sopravvivere”. Meccanismo di difesa, l’aggressività naturale è legata al nostro status di predatori. “I cacciatori-raccoglitori uccidono gli animali per cibarsene. Ma anche qui ci sono dei riti, sia prima che durante e dopo la caccia. Non si conosce un solo popolo di cacciatori che non abbia tali rituali. Ne hanno bisogno per essere in grado di uccidere questo prossimo, questo quasi-simile, questo quasi-fratello che per loro è l’animale.”

L’assenza di violenza non significa che non esiste alcun conflitto: “Le testimonianze etnografiche raccolte presso i popoli detti tradizionali, come per esempio i Boscimani o i San dell’Africa meridionale, pressi i quali ho avuto la possibilità di vivere per un periodo, ci mostrano come tra di loro ci sia poca violenza. Quando sorge un litigio, tutti si riuniscono. Se non si giunge ad una soluzione, si ha una scissione: una parte va con uno dei protagonisti nel conflitto”.

L’archeologia permette di tracciare la preistoria dell’empatia? “Sì. La si vede nel ritrovamento di scheletri che presentano lesioni invalidanti o difetti di nascita. Ci sono molti casi, ad esempio un uomo di Neanderthal trovato a Shanidar, in Iraq, privo di un avambraccio e che aveva vissuto più di 40 anni: ciò significa che era stato preso in carico dal gruppo, che non era stato rifiutato e lasciato morire”. Cosa sappiamo degli atteggiamenti preistorici nei confronti dei bambini? “Non esiste alcun mezzo archeologico per sapere in che modo venissero educati i bambini paleolitici. Ma se si guarda alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori contemporanee, vediamo che nella loro società non esiste nessuna violenza educativa. Lo schiaffo o la sculacciata sono sconosciuti”.

In che modo l’umanità pacifica degli inizi diventa brutale? “Non appena i gruppi diventano stanziali, c’è una crescita demografica. Ciò comporta un cambiamento economico, la domesticazione di piante e animali. Cominciano a comparire l’ammasso di scorte e il possesso di beni. È a questo punto che, nelle pitture rupestri, si vedono apparire alcuni personaggi più grandi degli altri: le élite. Non voglio tirare in ballo Rousseau, ma questi sono i fatti”. Ci sono popoli stanziali senza violenza? “Qualche società orticoltrice di piccole dimensioni. La questione dei numeri è fondamentale”.

La brutalità “soft” dell’educazione

Ci sono due categorie di violenza sui bambini: entrambe vengono trasmesse tra le generazioni e rappresentano il collegamento tra singole violazioni e i danni sociali. Cornelia Gauthier,ginevrina, medico, psicoterapeuta, autrice di vari libri sul tema, ( Sommes-nous tous des abusés? edizioni Georg, Victime? Non merci!  edizioni Jouvence), collaboratrice per una serie in vari volumi, ha studiato queste due forme di violenza, e in particolare la più banale: “L’abuso è tipico di chi in precedenza ha subito maltrattamenti. La violenza educativa ordinaria è commessa, praticamente da tutti e più o meno a propria insaputa, credendo di fare bene, con l’idea che il bambino ne abbia bisogno per diventare una persona perbene”.

Fatta di minacce, grida, lacrime ignorate e qualche schiaffo o sculacciata, sembra benigna, addirittura benefica, mentre sarebbe ‘il terreno di coltura della violenza’: minando la capacità di empatia del bambino, porterebbe, in ultima analisi, allo sviluppo delle nostre violenze da adulti. Conterrebbe quindi in sé il meccanismo della propria perpetuazione. “È un linguaggio che si acquisisce sin da piccoli: poiché il bambino impara per imitazione, il modello educativo che viene impostato determina cosa sarà percepito come normale e giusto ai suoi occhi”.

E tuttavia, rimuovendo qualsiasi forma di violenza soft dall’arsenale educativo non rischiamo di creare dei piccoli tiranni? “Dimenticate questo preconcetto! Permetteremo forse al bambino di fare qualsiasi cosa? Certo che no. Ha bisogno di avere dei limiti. In realtà, li cerca. È uno dei più grandi malintesi tra l’adulto e il bambino”. Esaminiamo le cose da vicino. “L’adulto mette un limite. È rassicurante per il bambino, che verificherà quindi se il limite esiste. Quando gli si dice: “Non devi fare questo”, è quindi ovvio, è previsto in anticipo, che il bambino lo farà”. E a quel punto, l’adulto s’innervosisce, si offende, perché interpreta come disobbedienza qualcosa che per il bambino è in realtà una verifica”. Che fare? “Ripetere: “No, non si fa”, senza minacce, con calma e con fermezza. Ciò avrà un effetto calmante sul bambino, anche se si sente frustrato, e gli permetterà di crescere bene senza i blocchi emozionali derivanti dalla violenza educativa”.

Un altro classico malinteso: “Si dice ad un bambino di 2 anni: “No, non devi toccare il telecomando”. Il bambino sente “telecomando”, assimila l’informazione con il suo piccolo lobo frontale, ma non è ancora maturo dal punto di vista neurologico per annullare allo stesso tempo questa immagine nella sua mente in modo da poter seguire l’interdizione. Allora toccherà l’oggetto, compiendo il gesto molto lentamente e allo stesso tempo guardandoci dritto negli occhi: non sta disobbedendo, sta effettuando una verifica”.

Come Olivier Maurel, Cornelia Gauthier crede che la violenza educativa appaia nella storia dell’umanità sulla scia della sedentarizzazione. “Il numero delle nascite essendo aumentato rispetto alle società di cacciatori-raccoglitori, i figli maggiori dovevano essere svezzati in modo che i nuovi nati potessero essere allattati. Questo deve aver creato aggressività nei fratelli maggiori, che hanno iniziato a picchiare i cadetti. La madre, che gli ormoni legati all’allattamento rendono iper-aggressiva se le si tocca il piccolo, deve aver a quel punto iniziato a picchiare il maggiore. È un’ipotesi plausibile per spiegare la comparsa del ciclo della violenza nel cerchio familiare”.

Traduzione dal francese di Giuseppina Vecchia per Pressenza

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Fonte: Pressenza

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Dic 1 2015

Anonymous – #OpParis NEXT

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opparis

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Pubblicato il 30 nov 2015

#OpParis unites the world.
For help us, join: https://webchat.anonops.com/?channels=OpParis%2COperationita

“Dopo il brutale attacco terroristico che ha colpito Parigi, ‪#‎OpParis‬ è nata per oscurare in rete quel cancro che i governi diffidano dal voler estirpare per l’evidente movimento di denaro che gira attorno all’‪#‎ISIS‬.
Anonymous non si ferma davanti agli attacchi informatici in risposta ai nostri 12.000, e oltre, profili jihadisti oscurati negli ultimi 15 giorni.
Ci hanno insultati, ci hanno minacciati di morte, ci hanno persino copiati nel tentativo di renderci impotenti, ma Anonymous è una legione solida, risoluta e resiliente che in tutto il mondo agisce per il bene dei propri fratelli offesi nei loro diritti umani calpestati da vigliacchi, assassini e criminali.
#ISIS, stiamo arrivando sempre più vicini ai tuoi padroni, sappiamo che ci temete, sappiamo che vi nascondete come topi in trappola.
Ricordate: #OpParis non si fermerà.

Noi siamo Anonymous.
Noi siamo legione.
Non perdoniamo.
Non dimentichiamo.
Aspettateci!”

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Videocomunicato

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Nov 15 2015

Anonymous – #OpParis

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parigi-anonymous

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Pubblicato il 14 nov 2015

“Saluti cittadini del mondo,
Noi siamo Anonymous.

All’indomani di Venerdì 13 Novembre 2015, la Francia si è risvegliata scioccata per gli eventi terroristici che hanno colpito la capitale.
Per prima cosa vogliamo esprimere il nostro cordoglio e la nostra solidarietà alle vittime, ai feriti e ai loro familiari.

Per difendere i nostri valori e la nostra libertà, noi smaschereremo i membri dei gruppi terroristici responsabili di questo attacco, noi non ci arrenderemo, noi non perdoneremo e faremo tutto ciò che è necessario per mettere fine alle loro azioni. Durante gli attacchi di Charlie Hebdo, abbiamo già espresso la nostra volontà di neutralizzare chiunque attaccasse le nostre libertà.
Al seguito dell’ennesima tragedia, ribadiamo la ferma volontà nel mantenere la nostra ferrea linea.

Facciamo dunque appello a voi, riunitevi, mobilitatevi e difendete queste idee. Aspettatevi una mobilitazione totale da parte nostra. Questa violenza non ci deve indebolire, essa deve al contrario darci la forza di riunirci e di lottare insieme, contro la tirannia e l’oscurantismo.

Noi siamo Anonymous.
Noi siamo Legione.
Noi non perdoniamo.
Noi non dimentichiamo.
Aspettateci.”

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VIDEOCOMUNICATO

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Fonte: anon-news

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