Mag 8 2016

Migranti – “Oggi a me, domani a te”

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  Nelle braccia del padre: sopravvissuti a un naufragio davanti a Lesbo il 24 settembre 2015 (Foto Lapresse/Reuters)

Nelle braccia del padre: sopravvissuti a un naufragio davanti a Lesbo il 24 settembre 2015 (Foto Lapresse/Reuters)

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di Pio Russo Krauss

Immaginate che in Italia da anni ci sia un Governo dispotico e che una buona parte della popolazione, non potendone più, scenda in piazza. Immaginate che la repressione sia particolarmente dura, con centinaia di morti e migliaia di arresti e di persone torturate e che chi è sospettato di essere un oppositore rischia il posto, il carcere, discriminazioni e violenze. Immaginate che alcuni gruppi rispondano con le armi alla repressione e riescano anche a conquistare alcune cittadine. Immaginate che i gruppi armati velocemente si moltiplichino, ognuno finanziato da una diversa potenza straniera che ha mire sull’Italia. Queste potenze (insieme a idioti e furbi, che non mancano mai) riescono a rinfocolare divisioni come quelle tra abitanti del Nord e del Sud, tra credenti e non credenti, tra cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, tra conservatori e progressisti, tra chi ha un dialetto e chi un altro. Immaginate che Napoli sia prima controllata da fanatici nordisti che stuprano le donne, ammazzano i resistenti, vi privano della libertà di circolare liberamente, riunirvi con amici, parlare in dialetto (e che ogni infrazione a questi divieti può significare diventare prigioniero o peggio). Immaginate che il Governo, per cacciare questi fanatici, bombardi la città, distruggendo case, scuole, uffici, ospedali e facendo centinaia di morti e migliaia di feriti. Immaginate che i generi di prima necessità inizino a scarseggiare e a costare sempre di più, che scuole e Università funzionino a singhiozzo, che molte attività produttive chiudano, che l’assistenza sanitaria entri in crisi, che l’ordine pubblico non sia più garantito. Immaginate che gruppi di fanatici islamici di efferata violenza, abbiano preso il controllo di Salerno e che si è sparsa voce che presto arriveranno a Napoli, e che è molto probabile che l’aviazione governativa o di qualche potenza straniera, per fiaccare questi fanatici, lancerà missili e bombe sulla nostra città.

Riuscite a immaginare lo stato d’animo vostro e dei vostri cari? Riuscite ad immaginare la paura, il terrore, la disperazione, la rabbia per essere piombati in questo incubo senza via d’uscita? Di fronte ad una tale situazione non decidereste di andare via voi e i vostri cari, costi quel che costi?

E’ quello che hanno fatto 11 milioni di siriani (più della metà dell’intera popolazione della Siria) e 3 milioni di cittadini di Paesi sub-sahariani (Sud Sudan, Sudan, Repubblica Centrafricana, Eritrea, Somalia ecc.).

6,5 milioni di siriani sono fuggiti in altre zone del Paese, 4,8 milioni fuori dai confini nazionali. Di questi quasi 2 milioni sono in Turchia (1 rifugiato ogni 35 cittadini turchi), 1.100.000 in Libano (un rifugiato ogni 4 Libanesi), 650.000 in Giordania (un rifugiato ogni 10 Giordani), 130.000 in Egitto (1 ogni 630 egiziani), 100.000 in Germania (1 ogni 800 Tedeschi), 65.000 in Svezia (1 ogni 147 Svedesi), 50 in Serbia (1 ogni 143 Serbi), 18.000 in Austria (1 ogni 467 austriaci), 6.000 in Francia (1 ogni 11.000 Francesi), 2.000 in Italia (1 ogni 3.000 Italiani) [1].

I trattati internazionali stabiliscono che bisogna accogliere e dare protezione a chi fugge da guerre o persecuzioni. E’ la concretizzazione di un principio etico basilare e antico: bisogna aiutare chi è in pericolo. Principio che si basa sulla semplice considerazione che tutti possiamo trovarci in pericolo, che “oggi a te, domani a me”. Nelle legislazioni questo principio di fraternità e buon senso si è concretizzato in un reato, l’omissione di soccorso, che è punito anche con 3 anni di carcere. E a nulla valgono davanti al giudice giustificazioni tipo “Eravamo in 5 in auto, per cui non abbiamo potuto portarlo al pronto soccorso” o “Se lo aiutavamo ci perdevamo buona parte del film o della partita” o ancora “Dedicando il mio tempo ad aiutare quel disgraziato sarei arrivato tardi al lavoro avendo un danno economico o perdendo un buon affare”. Insomma, davanti ad una persona che è in pericolo ogni altra istanza passa in secondo piano: la priorità è aiutarla e fare in modo che esca da quella situazione critica.

Purtroppo i Paesi europei (Italia compresa) non si stanno comportando così. La loro priorità è impedire ai profughi di raggiungere il proprio territorio.

La dimostrazione sono i 6 miliardi di euro dati alla Turchia (un Paese che è al primo posto per le violazioni del trattato sui diritti umani firmato da 47 Paesi dell’area europea) perché fermi i profughi, gestisca l’accoglienza (sic!) e i rimpatri, e limiti l’ingresso nei Paesi UE solo a 72.000 rifugiati e solo dopo che si troverà un accordo su come devono essere distribuiti tra i Paesi dell’Unione. Un accordo fortemente criticato da tutte le organizzazioni che difendono i diritti umani (“Un colpo di proporzioni storiche ai diritti umani” secondo Amnesty International) e che, malgrado questo, secondo le intenzioni del nostro presidente del Consiglio, deve essere un modello da replicare anche con la Libia (sic!). Ma possibile che non si chiedano come possono questi Paesi offrire una protezione umanitaria adeguata ai rifugiati stranieri quando non riescono a offrirla ai propri cittadini?

La politica dell’Europa sui migranti non solo è una palese violazione dei diritti umani e di basilari principi morali, è anche una violazione del trattato di Ginevra e di altri impegni internazionali solennemente sottoscritti. Non arresterà questo flusso di disperati, renderà solo la loro fuga più pericolosa. Secondo uno studio coordinato dall’Università di Birmingham, infatti, le politiche messe in atto dai Paesi europei hanno aumentato il rischio di morte per chi fugge dalla Siria: era di 1 ogni 1.000 persone, ora è diventato di 1 ogni 400 persone[1].

E’ anche una politica miope, perché la maggioranza dei profughi di guerra ritornano nella loro patria quando la situazione si calma e migliora, e si ricordano di come sono stati trattati dai Paesi dove sono fuggiti. Questo mare di soldi poteva, quindi, essere speso per creare corridoi umanitari, sostenere le famiglie e le comunità che sono disposte ad accogliere questi nostri fratelli, favorire una distribuzione che non determini problemi e conflitti e creare così le premesse per futuri buoni rapporti con Paesi importanti dal punto di vista geopolitico.

Per fortuna ci sono le tante associazioni di volontari che si spendono per assistere profughi e migranti, ci sono amministrazioni di piccoli comuni (per esempio Satriano, Santorso, Sant’Alessio in Aspromonte, Chiesanuova, Santa Marina ecc.) che dimostrano più intelligenza e umanità dei leader europei, accogliendo molti migranti e facendone uno strumento di sviluppo culturale ed economico, ci sono le popolazioni di Lesbo, Lampedusa, Chios, che, avendo visto con gli occhi, ascoltato con le orecchie e toccato con mano la tragedia di queste persone, li hanno sentiti fratelli e come tali li hanno accolti.

Vogliamo invitarvi a guardare con attenzione il piccolo album di foto presente a questo link www.avvenire.it/Mondo/Pagine/foto-reuters-migranti-premio-pulitzer.aspx.

Fatelo circolare tra i vostri contatti, perché spesso un’immagine è più eloquente di tanti discorsi e perché tra quei volti, poteva esserci il nostro.

Note:

1) dati UNCHR relativi a giugno 2015;

2) www.compas.ox.ac.uk/media/PB-2016-MEDMIGUnpacking_Changing_Scenario.pdf

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Fonte: Associazione Marco Mascagna

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Nov 9 2015

Yanis Varoufakis: democraticizzare l’Europa con un movimento transnazionale

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Yanis Varoufakis (AP Photo/Petros Giannakouris)

Yanis Varoufakis (AP Photo/Petros Giannakouris)

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Un’idea molto semplice, ma radicale: democraticizzare l’Europa

Alex Sakalis: Sono molto interessato a questo movimento transnazionale, pan-europeo che ti stai preparando a lanciare, sui cui dettagli ci hai ingolosito …

Yanis Varoufakis: Non vi sto ingolosendo. E’ solo che vuole tempo per crearlo.

AS: Quali forze speri di unire in questo movimento pan-europeo?

YV: E’ cominciato con un’idea dopo la repressione di quella che chiamo la primavera di Atene, avvenuta in estate. E’ divenuto abbondantemente chiaro che al livello di stato nazione non si possono neppure mettere sul tavolo proposte che riguardano il proprio paese, per non parlare di proposte per l’eurozona nel suo complesso. Ho fatto esperienza dell’eurozona molto da vicino ed è stato evidente che non si trattava di una sede in cui discutere come stabilizzare l’economia sociale europea, o come democraticizzarla. Questo è semplicemente impossibile; non si può fare.

Così, sai, quando il nostro governo in effetti si è auto-rovesciato, poiché è questo che abbiamo fatto, ci siamo auto-rovesciati, il nostro programma …

AS: Un auto-colpo di stato?

YV: Sì, ma naturalmente quella era precisamente l’intenzione della troika. E’ questo che amano davvero fare. Non solo farci rinnegare tutto quello che avevamo detto, ma anche costringerci a essere quelli che devono mettere in atto proprio il programma che respingevamo e che eravamo stati eletti che contrastare.

Così una volta successo questo la sola domanda è rimasta: valeva la pena di avviare qualcosa da capo in Grecia? Avere una ripartenza? Ricercare una seconda opportunità? E la mia conclusione è stata che la risposta a questo era no. Che vantaggio ci sarebbe stato ad avviare una nuova campagna per due anni – è il tempo che ci sarebbe voluto – solo per tornare dove eravamo, dove io ero, uno contro diciotto?

Se la mia diagnosi è corretta, ciò che sta succedendo in Grecia è semplicemente un riflesso, un’eco, di una crisi molto più profonda in tutta l’eurozona, che non può essere risolta a nessun livello di stato membro nazionale. L’ovvia conclusione che si deve ricavare da questo è che o si sostiene lo scioglimento dell’unione monetaria, e poi si può riparlare molto sensatamente di politica nazionale, o si deve parlare di un movimento pan-europeo per il cambiamento nell’intera eurozona. O una cosa o l’altra.

Oggi la prima conclusione attrae molti. E questo è un dibattito in corso anche in Gran Bretagna, fuori dall’unione monetaria, ma all’interno dell’Unione Europea. A me non piace. Non perché io coltivi una qualsiasi illusione riguardo a Bruxelles, a Francoforte e all’Unione Europea. Ho scritto ampiamente e parlato chiaro estesamente contro il DNA stesso dell’Unione Europea. Tuttavia una cosa è criticare un insieme di istituzioni come l’Unione Europea, criticare il modo in cui è stata messa insieme e il modo in cui funziona. Tutt’altra cosa è sostenere che andrebbe smantellata. E’ ciò che in matematica chiamiamo isteresi. Il percorso che si è scelto per arrivare da qualche parte, una volta arrivati non esiste più. Non possiamo semplicemente tornare al percorso originale e ritrovarci fuori al punto di partenza. Dunque dobbiamo percorrere questa via verso una particolare unione, per quanto tossica possa essere, e se cerchiamo di far marcia indietro, finiremo giù in un burrone.

Questa è la mia idea. E’ esattamente ciò che accadde negli anni ’20. C’era un’unione all’epoca. Non era formalizzata ma era molto forte. Era il tallone aureo. La sua frammentazione portò a perdite umane apocalittiche e io temo moltissimo che avremmo la stessa cosa oggi.

Perciò ho proseguito la mia riflessione a fondo, nella misura che mi riesce, logicamente e sono giunto alla conclusione che la sola soluzione è un movimento pan-europeo. Suona utopica, ma questa idea mi si è cementata nella mente in agosto, quando ho cominciato a girare per l’Europa e mi sono reso conto che c’era una gran quantità di fame e set di tale idea, dovunque andassi.

Venivano ad ascoltarmi a migliaia e non perché volessero particolarmente manifestare solidarietà alla Grecia, o a me, bensì perché semplicemente l’esperienza di questo negoziato tra Grecia e troika aveva toccato un nervo sensibile dovunque. E le persone che vengono ad ascoltarmi e a discutere con me e con i miei colleghi sono preoccupate per sé stesse, per i loro paesi, per l’Europa. Così ho fatto due più due e sono finito col concludere, almeno per me personalmente, che la sola cosa per cui val la pena di battersi è questa aggregazione a livello europeo attorno a un’idea molto semplice, ma radicale: democraticizzare l’Europa.

C’è chi potrebbe dire: “Puah! L’Europa è democratica”. No, non lo è. Non è per nulla democratica. Perciò democraticizzarla è in realtà un’idea molto radicale che va contro ogni fibra del corpo e dell’anima di quelli a Bruxelles.

AS: Dicci un po’ di più su con chi hai parlato sinora nei tuoi viaggi e che speri di far aderire a questa piattaforma.

YV: Questo è un motivo, secondo me, per cui questo dovrebbe essere un movimento, e non un partito né una élite. Non si tratta di presentare una lista, un elenco di politici notevoli. Se è un movimento deve essere un movimento di base. Così sono appena di ritorno da Coimbra in Portogallo. Prima ero a Barcellona con il nuovo magnifico sindaco, Ada Colau, che collabora con me su questo. In Francia c’è un mucchio di persone, una vasta gamma di persone interessate: accademici, attivisti, sindacalisti, politici. Arnaud Montebourg è una persona che è decisamente con noi. Abbiamo persone della Die Linke, del Partito Socialdemocratico in Germania e persone molto in gamba, veramente in gamba del Kreisky Forum in Austria. Così, come ho detto prima, non sto ingolosendo: ci vuole tempo prima che lanciamo questo.

AS: Alcune di queste persone sarebbero a favore di uscire dalla UE? Includeresti nel tuo movimento persone che sono arrivate a tale conclusione diversa?

YV: Beh, io non credo in un partito di tipo leninista, in cui si decidono in anticipo i parametri e poi si accolgono le persone affinché si mettano al loro servizio. Non penso che chi vuole uscire dalla UE sarebbe attratto da questo, perché questo sarebbe un movimento per la democraticizzazione dell’Europa. Può esserci, e ci sarà, un mucchio di dibattito sulla moneta, su che cosa succede quanto abbiamo una ripetizione dell’esperienza che ho avuto io, sentendomi dire che o si accetta l’ordine stabilito delle cose oppure là c’è la porta. Dunque non ci sarà alcuna posizione precostituita sulla moneta, salvo che non ci sarà neppure alcuna posizione precostituita a favore dell’uscita dall’eurozona.

La mia idea personale, e continuo a ripeterla, è che è politicamente un errore e finanziariamente un errore cominciare a pianificare lo scioglimento dell’eurozona come qualcosa che si vuol conseguire. Non dovremmo essere spaventati da minacce di essere cacciati dall’eurozona. Ma questa è un’altra storia.

AS: Dunque Jeremy Corbyn sarebbe il benvenuto nel vostro movimento?

YV: Assolutamente. Ma, vedi, è importante fissare questo punto. Questa non sarà una coalizione di partiti. Dovrebbe essere una coalizione di cittadini. Possono appartenere a qualsiasi partito vogliano. Non saranno ammessi partiti. Non è un partito né un’alleanza di partiti. L’idea è di creare un movimento di base in tutta Europa di cittadini europei interessati a democraticizzare l’Europa. Possono appartenere a qualsiasi partito. Ovviamente saranno coinvolti in altre campagne nelle loro comunità locali, nei loro stati membri, nelle loro nazioni. Forse avremo persone di partiti diversi dello stesso paese. Posso facilmente immaginare questo, e in realtà mi piacerebbe. Perché se l’idea è di non replicare politiche nazionali, perché dovremmo avercele? Ma personalmente conto molto sui seguaci di Corbyn.

AS: State stilando un manifesto?

YV: Sì, ci stiamo lavorando.

AS: Chi lo sta scrivendo?

YV: Non ti farò nomi e non lo firmeremo quando lo lanceremo. Sarà un testo fluttuante.

AS: Puoi darci una data stimata di pubblicazione?

YV: Sarà prima di Natale.

AS: Nel Regno Unito stiamo affrontando questo referendum su se andarcene o restare. OpenDemocracy ha discusso come questo sarà inquadrato nei media e pensiamo che potrà ridursi a qualcosa del tipo: “Ci piacciono gli affari più di quanto odiamo gli immigrati, o odiamo gli immigrati più di quanto amiamo gli affari?”

YV: E’ un modo interessante di presentare la cosa.

AS: Ma non è questo il dibattito che dovremmo avere sull’Europa. Si tratta di una scelta incredibile, epocale che il Regno Unito ha di fronte. Come ti piacerebbe vedere inquadrato il dibattito sul nostro rapporto con l’Europa e che cosa dovremmo pretendere dall’Europa?

YV: “Vogliamo un’Europa democratica o no?” Torniamo a quanto ho detto in precedenza. L’Europa e l’Unione Europea non sono la stessa cosa. Il problema con la UE è che ha tutta la regalità di uno stato sovranazionale, senza esserlo. Non è solo che formalmente non è uno stato. Il suo DNA, la sua storia, il modo in cui è stata assemblata sono completamente diversi da come emerge uno stato. Uno stato emerge come risultato della necessità politica di un meccanismo, un meccanismo collettivo d’azione, che migliori i conflitti di classe e i conflitti di gruppo.

Così, prendiamo gli Stati Uniti o il Regno Unito. Lo stato inglese è cominciato con la necessità di trovare un qualche genere di equilibrio tra differenti signori e baroni. La Magna Charta fu uno scontro tra l’autorità centrale del re e i baroni, e successivamente si ebbe lo scontro tra l’aristocrazia terriera e i mercanti. Arrivano gli industriali e arriva la classe operaia. Gruppi diversi si scontrano ferocemente per il controllo. E lo stato emerge attraverso questo scontro di placche tettoniche tra loro e lo stato diviene l’insieme di istituzioni che hanno legittimità, o cercano di basare la loro legittimità su un mandato della popolazione nel suo complesso, al fine di creare un qualche genere di equilibrio di potere, di equilibrare questi conflitti, di stabilizzarli.

Dunque è così che si forma lo stato. Per definizione lo stato, anche se non è democratico, come ad esempio la Cina, ciò nonostante è un processo puramente politico con lo scopo di stabilizzare i conflitti sociali. Ora l’Europa, Bruxelles, non è emersa così. L’Europa è emersa come un cartello dell’industria pesante. E’ cominciata con il carbone e con l’acciaio, e poi ha cooptato i coltivatori, poi ha cooptato i banchieri, poi l’industria automobilistica e alla fine le industrie dei servizi, e via di seguito. E’ stato un tentativo di creare prezzi stabili, di limitare la concorrenza, l’opposto della ragion d’essere dello stato britannico e ovviamente dello stato statunitense. Così l’idea era di stabilizzare i prezzi e di fermare lo scontro tra l’industria tedesca, l’industria francese, l’industria dell’Italia settentrionale, l’industria olandese … quel genere di cosa.

C’è un’enorme differenza tra uno stato che emerge come mezzo politico per stabilizzare i conflitti di classe e il personale amministrativo di un cartello. L’industria britannica non ha mai fatto parte del cartello ed è per questo che la Gran Bretagna è arrivata così tardi nel Mercato Comune Europeo. La Gran Bretagna vi è, in effetti, entrata per sostituire un impero perduto avendo accesso a questi mercati. Ma i mercati erano già monopolizzati dal cartello dell’Europa centrale. Dunque il motivo per cui l’establishment britannico non è mai stato innamorato dell’Unione Europea è perché non ha mai fatto parte del processo di creazione del cartello che ha fatto ascendere Bruxelles. Non è una cattiva cosa. Ma sto cercando di spiegare perché in Germania, Olanda, Belgio, l’establishment, le élite, non mettono mai in discussione l’Unione Europea, mentre in Gran Bretagna è messa in discussione.

Dunque qui, in Gran Bretagna, finite in una situazione in cui non piace a nessuno. Non piace alla classe lavoratrice, perché la UE non ha in mente gli interessi della classe lavoratrice britannica. Ma al tempo stesso l’industria britannica non ha lo stesso interesse in essa. La City vi ha interesse, e alcune società, anche un piccolo gruppo di società ce l’ha. Tutto consegue da questo. L’Unione Monetaria ha dovuto sviluppare una moneta comune perché se stai costruendo un cartello devi avere prezzi stabili. Per i primi vent’anni la stabilità dei prezzi era garantita da Bretton Woods. Dopo il 1971 l’Europa cerca di creare il proprio sistema da tallone aureo alla Bretton Woods, che è divenuto l’Euro. Dunque la Gran Bretagna è in una situazione precaria nei confronti della UE. La Gran Bretagna continua a dire al mondo che vuole il mercato unico ma non vuole Bruxelles. Ma non può ottenerlo.

AS: Beh, solitamente fanno l’esempio di Norvegia o Svizzera.

YV: Beh, Norvegia e Svizzera si sono già rimesse a Bruxelles. Volete questo?

AS: Solitamente il dibattito non arriva fin lì.

YV: Sì, beh dovrebbe arrivarci. Dunque la domanda è, anche se si esce dall’Unione, gli standard del lavoro, dell’ambiente saranno alla fine dettati a livello dell’Europa.

AS: Perché le nostre economie sono semplicemente troppo globalizzate e troppo interconnesse?

YV: Guarda il TPP, il TTIP e tutte quelle cose. Non si tratta più di dazi e di quote; si tratta di standard. Si tratta di standard industriali, di standard ambientali, di standard del lavoro e di brevetti. Dunque chi scrive queste regole? Non sarà un negoziato tra Gran Bretagna e UE a scrivere queste regole. Sarà a Bruxelles che queste regole saranno scritte. E la Gran Bretagna non avrà altra scelta che prendere o lasciare, lasciare la UE.

Dunque la mia idea è che i problemi con la UE abbiano a che fare innanzitutto con il modo in cui è stata costruita come zona priva di democrazia. E’ una zona completamente priva di democrazia per progetto. La Gran Bretagna non lo è, a causa della differenza di Bruxelles rispetto a Londra in termini di DNA. Dal mio punto di vista i progressisti britannici non hanno altra scelta che rimanere nella UE e unirsi a noi nel tentare di democraticizzarla. Se non riusciamo da democraticizzare la UE non fa davvero grande differenza se siamo dentro o fuori. A meno che, naturalmente, la Gran Bretagna non trovi un modo per sostituire il 60% dei suoi scambi oggi con la UE con qualcun altro. Non sarà in grado di farlo.

AS: Owen Jones sta sollecitando quella che chiama la Lexit, un’uscita della sinistra [Left] dall’Europa. Che cosa diresti a chi appoggiasse tutto quello che dici a proposito dell’Europa e della democrazia ma che tuttavia vuole lasciare la UE?

YV: Beh, mi trovo ad affrontare questo genere di argomento nel mio paese con i miei ex compagni di governo che hanno lasciato e hanno creato il Partito di Unità Popolare, che dicono esattamente la stessa cosa. Non possiamo avere un vero dialogo con l’Eurogruppo, perciò l’uscita è l’unica soluzione.

La mia tesi è che non ci sono soluzioni facili. Mi piacerebbe che potessimo creare un universo alternativo in cui fosse possibile avere un certo grado di autonomia, di autarchia, che consenta di ripulire le stalle di Augia. Non è possibile. L’idea di tornare a una vita agricola pastorale è assurda. Oggi persino le mietitrebbie sono governate da elettroniche che i nostri paesi non necessariamente producono.

Non ci si può ritirare dal mercato globalizzato e specialmente dal mercato europeizzato. Dunque se si esce senza avere alcuna capacità di partecipare alla democraticizzazione di tale mercato allora si sarebbe sempre soggetti a un mercato amministrato da tecnocrati e si avrà un grado di libertà minore di quello che si ha ora.

Penso sia importante non cadere nella trappola nazionalista di pensare che si possa ritornare nel bozzolo dello stato nazione. Ciò non significa che dovremmo assecondare Bruxelles. Io sono favorevole a restare nella UE e giocare la nostra partita. Penso di aver provato questo oltre ogni ragionevole dubbio. Credo nel rimanere per rovesciare le regole. Anche passare a una campagna di disobbedienza civile all’interno. Questa per me è la strategia della sinistra, non la “Lexit”.

AS: Quanto potere hanno i governi nazionali sulla politica economica? Quando eri ministro delle finanze, ti sentivi davvero al comando del destino del tuo paese?

YV: No. Beh, dipende. La Gran Bretagna è molto diversa dalla Grecia. Non sono perché è un’economia più vasta e considerevole, ma anche perché non è nell’eurozona. Se non si è nell’eurozona si ha un certo grado di libertà, non ci sono dubbi al riguardo. E vorrei che non fossimo mai entrati nell’eurozona, che non è la stessa cosa che io dica che dovremmo uscirne. C’è una grande differenza.

Così, quando si è dentro l’eurozona, il proprio grado di libertà è minimo, se non addirittura zero. La sola cosa che abbiamo potuto fare è stata rinegoziare l’intero pacchetto, per ottenere un certo grado di libertà. Dunque una delle cose che questo movimento proporrà sono modi in cui possiamo combinare una maggior europeizzazione di particolari settori, come la gestione del debito, come il settore bancario, gli investimenti aggregati, la lotta alla povertà, per trovare soluzioni europee per essi al fine di creare maggior decentramento, di dare maggiori gradi di libertà alle politiche sociali ed economiche al livello delle regioni, delle città e, ovviamente, della nazione. Io credo che questo sia possibile. Suona come una contraddizione, ma io credo che sia possibile guadagnare questi gradi di libertà se europeizziamo alcuni grandi problemi.

AS: Questa opposizione economica di sinistra all’ordoliberalismo dovrebbe allora andare oltre Keynes?

YV: Oltre il Keynes dei manuali, senz’altro. Ma questa sarebbe una nuova varietà di Keynes adattata alle situazioni dell’Europa. Da anni ormai con i miei amici James Galbraith e Stuart Holland, ex parlamentare laburista del Vauxhall, siamo andati assemblando quella che chiamiamo “una modesta proposta”, appropriandoci del titolo di Jonathan Swift, che è un’idea keynesiana di che cosa fare con l’eurozona che si applica al livello dell’eurozona e non al livello degli stati nazione.

Così in essa abbiamo spiegato come le istituzioni esistenti – la banca centrale, il meccanismo europeo di stabilità, la banca europea per gli investimenti – possono essere utilizzate al fine di creare un nuovo patto europeo. Un nuovo patto verde per l’Europa guidato da investimenti, con la banca per gli investimenti che svolga il ruolo che sotto il New Deal di Roosevelt svolse il tesoro federale, emettendo buoni del tesoro con il fine di raccogliere risparmio in eccesso per canalizzarlo verso gli investimenti. Penso che possiamo far questo con la nuova banca europea per gli investimenti, sostenuta dalla banca centrale europea, anziché mediante alleggerimenti quantitativi di acquisto di debito governativo. Potrebbe acquistare titoli della banca per gli investimenti, in tal modo assicurando che qualsiasi nuovo alleggerimento quantitativo abbia luogo vada direttamente agli investimenti, specialmente in tecnologie verdi. Ci sono modi che si possono immaginare per intervenire immediatamente oggi nella crisi per stabilizzare il capitalismo europeo al fine di essere in grado di cominciare a discutere di progetti politici per democraticizzarlo. La scelta è tra questo e la barbarie.

AS: O lo status quo?

YV: Lo status quo non è più una scelta, perché si sta sbriciolando. Non credo che lo status quo sia sostenibile, e penso che tutti lo sappiano. Prendiamo l’Italia. L’Italia è un paese che ha un avanzo di parte corrente. E’ debitrice di sé stessa quanto alla maggior parte del debito pubblico, in che è un bene. Ma non è sostenibile. Ha avuto un avanzo primario tra il 2 e il 2,3 per cento negli ultimi anni e tuttavia il suo rapporto debito/PIL sta aumentando esponenzialmente. Ora, ciò ci dice che qualcosa è profondamente sbagliato, quando si ha un paese come l’Italia, sofisticato, che produce di tutto, da Armani a Ferrari a Fiat, e ha un avanzo di parte corrente; ha due avanzi, un avanzo commerciale e un avanzo nel settore dei servizi e poi ha un avanzo nei conti principali del governo. E tuttavia sta affondando nel debito. Questo dice qualcosa.

Renzi l’altro giorno è venuto fuori a dire qualcosa di particolarmente notevole. Ha detto che se Bruxelles respingerà il suo bilancio, lui glielo risottoporrà tale e quale. E’ una sfida aperta al patto fiscale dell’Unione Europea. Perché lo sta facendo? E’ un rivoluzionario? No. Perché sa che se segue le regole il suo paese finirà in un buco nero o lo rifiuterà. Troviamo la stessa cosa in Francia, in Spagna che pubblicizzata, mentre parliamo, come una grande storia di successo: sono insostenibili. E anche Schaeuble sa questo. Sa che l’eurozona non è in grado di subire e assorbire un’altra onda d’urto nell’economia internazionale, il tipo di onda d’urto che si sta formando ora. Dunque non penso che lo status quo sia un’opzione.

AS: Puoi spiegare in linguaggio per profani che cosa implicava il tuo Piano B?

YV: In realtà lo chiamavo Piano X – giusto per essere precisi – ed era composto da due parti. Di fatto erano due piani separati. Uno riguardava come gestire la situazione se fossimo stati cacciati dall’euro. Perché c’erano queste minacce e anche se io non le ritenevo credibili e pensavo che non l’avrebbero mai fatto, anche se volevano farlo, e pensavo fosse illegale da parte loro farlo che avrebbero avuto seri problemi se lo avessero fatto, ciò nonostante io, da ministro delle finanze, avevo l’obbligo di redigere piani d’emergenza nel caso riuscissero a farci uscire.

E dunque questo è, era, principalmente il Piano X. Quando cominciavi a far mente locale su come avrebbe avuto luogo questa ridenominazione di ogni cosa in una diversa moneta, quanto più ci pensavi tanto più la cosa sembrava complicata. Ogni volta che pensavi di aver risolto un problema ne avevi creati altri dieci. Così la mia squadra che lavorava a questo stava lavorando giorno e notte per cercare di immaginare tutti gli scenari. E naturalmente la difficoltà con questo era che doveva essere una squadra piccola, altrimenti sarebbe stata una profezia auto-avverante. Dunque questo era il Piano X.

Ma c’era un altro piano, non un piano d’emergenza bensì un insieme di reazioni che stavo preparando da parecchio, da almeno un anno, per restare nell’euro dopo che ci avessero chiuso le banche. Sapevo che ci avrebbero minacciato con le banche e lo sapevo da molto prima che fossimo eletti. E i tre passi che raccomandavo come ritorsione erano, innanzitutto annunciare la creazione di un sistema parallelo di pagamenti, un sistema elettronico denominato in euro; in secondo luogo un taglio o una dilazione di 30 anni del rimborso dei titoli del debito governativo greco detenuti dalla BCE a livello di 27 miliardi. Sarebbe stata una grossa arma da usare, per l’intero programma QE della BCE avrebbe avuto grosse difficoltà se avessimo fatto questo. E, terzo, cambiare la legge che regola in funzionamento della banca centrale greca. Dunque questo era al fine di restare nell’euro con le banche chiuse, dopo una mossa aggressiva della BCE.

Era questo il piano che io ritenevo cruciale, non il Piano X. Il Piano X era nel caso fossimo spinti fuori dall’euro. Non pensavo che ciò fosse credibile ma dovevo averlo, proprio come il Ministero della Difesa deve avere piani d’emergenza nel caso la Turchia ci invada, anche se non crede che la Turchia ci invaderà.

Ma quelle tre politiche con cui reagire alla chiusura delle banche, quelle erano la partita vera per me. Era un piano per restare nell’euro e riuscire a sopravvivere al suo interno, con le banche chiuse, mentre i negoziati producevano l’esito appropriato. Avevo sempre saputo che a meno che avessimo dimostrato la capacità di non arrenderci dopo che le banche fossero state chiuse per una settimana o due, saremmo stati ridotti sul lastrico.

AS: E tu pensi che un paese piccolo, alla bancarotta, senza alleati nell’eurozona avrebbe potuto fare ciò?

YV: Sì, assolutamente. Guarda a come Mario Draghi tiene insieme l’euro. Senza QE non ci sarebbe euro. Il QE è in un equilibrio molto precario da un punto di vista legale perché Draghi affronta molte contestazioni da parte della Bundesbank e la contestazione maggiore è che i suoi acquisti di attivi potrebbero subire un taglio di valore e la risposta consueta della Banca Centrale è che essa non tollererà un taglio del valore. Se io annuncio un taglio in reazione a una mossa molto aggressiva di chiusura delle nostre banche, allora l’interno programma di alleggerimento quantitativo (QE) ne sarebbe compromesso. Weidmann e la Bundesbank direbbero: “Vedete, state acquistando titoli che adesso sono sottoposti a un taglio”. Dunque avevamo un’arma, ma mi è stato impedito di usarla.

AS: A openDemocracy siamo ossessionato dal TTIP. Un ministro di Syriza con cui ho parlato recentemente ha detto di ritenere che un governo di Syriza non dovrebbe mai approvare il TTIP. Ci sono mai state discussioni sul TTIP mentre tu eri al governo?

YV: No, mai. Sono sicuro che questo sia un sentimento genuino. Ma allora, di nuovo, lascia che ti ricordi, Alex, che abbiamo continuato a dire per anni e durante i mesi del negoziato, ogni giorno, che non avremmo mai firmato un terzo memorandum.

AS: Dunque .. pensi che la pressione sarebbe troppo forte se si arrivasse a quel punto?

YV: Ti ho già risposto.

AS: La mia ultima domanda riguarda i media e come reagirai. Come gestirai i media in rapporto con il tuo nuovo movimento? Può non essere molto …

YV: Oh, non preoccuparti. Ho avuto un sacco di addestramento.

AS: Dunque hai appreso lezioni …

YV: La singola lezione più importante che ho appreso è che non contano. Perché se il messaggio è forte, considerata la necessità di un movimento che esprima questa brama di un minimo di controllo democratico sulle fonti del potere in Europa, io credo che sarà l’onda della gente, come ha fatto in Grecia, a trasportarci. Abbiamo conquistato il 61,3% dei voti contro ogni singola televisione, stazione radiofonica e contro ogni giornale. Tutti facevano campagna per il sì. Abbiamo potuto farlo in Grecia, potremmo farlo in Europa.

E, in ultima analisi, è come ci ha insegnato Omero. Non è tanto il viaggio che conta, quanto la destinazione. E’ una buona lotta e dobbiamo combatterla.

Yanis Varoufakis è l’ex ministro delle finanze della Grecia, professore di economia all’università di Atene e docente ospiti alla Scuola di Specializzazione Lyndon B. Johnson in Affari Pubblici, Università del Texas, Austin. E’ autore di ‘Il Minotauro globale’ [Edito in Italia da Asterios]. Il suo blog è qui.

Alex Sakalis è condirettore di openDemocracy. Revisiona il dibattito “Can Europe Make It?” [L’Europa può farcela?].

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Fonte: ZNet Italy .

Originale:  openDemocracy

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Gen 25 2015

Syriza: “Vogliamo ridare al popolo ciò di cui ha bisogno…”

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Main preelection rally of SYRIZA in Thessaloniki

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Che cosa è in gioco nelle elezioni greche?

di Chris Spannos

E’ difficile esagerare l’importanza delle elezioni greche del 25 gennaio. Un’austerità economica fuori controllo ha lasciato tre milioni di greci privi di copertura sanitaria, una mortalità infantile alle stelle e un aumento dei suicidi. In gioco ci sono nientemeno che i mezzi di sussistenza del popolo greco. Al tempo stesso la Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea – noti insieme come Troika – stanno imponendo condizioni di rimborso del debito che comprendono una privatizzazione generale del patrimonio pubblico del paese. Se i greci daranno la maggioranza al partito di sinistra Syriza il risultato potrebbe trasformare il carattere della Repubblica Ellenica e della stessa Unione Europea.

1. Popolo greco: sussistenza e salute

La Grecia ha vissuto una crisi umanitaria negli ultimi cinque anni. Secondo Costas Isychos, capo del Settore Politica Estera e Difesa di Syriza, l’austerità economica ha condannato a morte la Grecia nel futuro prevedibile.

“Vogliamo ridare al popolo ciò di cui ha bisogno. Il che significa elettricità e case. Ci sono 300.000 case in Grecia prive di elettricità perché la gente non è in grado di pagare. Abbiamo quattro milioni e mezzo di greci che vivono sotto la soglia della povertà. E’ una crisi umanitaria enorme” ha dichiarato Isychos a TeleSUR.

L’austerità economica imposta alla Grecia ha prodotto gravi conseguenze negative per la salute e il benessere dei greci. La Troika ha preteso nel 2012 che la Grecia tagliasse la spesa ospedaliera e quella farmaceutica. L’ex ministro della salute, Andreas Loverdos, ha spiegato l’orientamento al taglio della spesa per la sanità: “L’amministrazione pubblica greca … usa coltelli da macellaio”.

Studi sugli effetti negativi dei tagli sono già apparsi. Nel febbraio del 2014 la rivista medica The Lancet ha pubblicato l’articolo “Crisi sanitaria greca: dall’austerità al negazionismo” [Greece’s Health Crisis: From Austerity to Denialism]. Lo studio ha esposto come la crisi economica si sia aggravata dall’inizio del salvataggio nel 2010, ha valutato come le misure d’austerità abbiano colpito la salute della popolazione greca e il suo accesso alla sanità pubblica e ha esaminato la reazione politica alle prove crescenti della “tragedia della sanità pubblica greca”.

Nel primo anno di austerità, ha scritto lo studio di The Lancet, il taglio dei programmi di intervento in strada ha coinciso con l’aumento dell’uso dell’eroina. La riduzione dei servizi si è tradotta anche in un aumento delle infezioni da HIV. Mente lo studio di The Lancet ha riferito che nuovi casi di infezioni di HIV sono cresciuti dai soli 15 del 2009 ai 484 del 2012, il Centro Greco per il Controllo e la Prevenzione della Malattie ha riferito a Novembre 2014 che l’anno 2012 ha toccato il picco con 1.188 nuove infezioni e c’è poi stato un calo a 920 nel 2013.

Inoltre il diritto dei greci a ricevere copertura sanitaria pubblica è attualmente collegato alla loro condizione occupazionale. Come segnala lo studio di The Lancet “la disoccupazione in rapido aumento dal 2009 sta accrescendo il numero delle persone non assicurate”. L’austerità ha lasciato disoccupato quasi un terzo della forza lavoro e di esso quasi il 75 per cento è considerato disoccupato a lungo termine. Quasi tre milioni di greci sono privi di assicurazione sanitaria. Sono sorti ambulatori sociali gratuiti per contribuire a gestire la crisi. I greci hanno oggi accesso anche ad ambulatori gratuiti che in precedenza servivano prevalentemente immigrati illegali.

Tra le altre conseguenze negative per il benessere dei greci indotte dall’austerità i servizi di salute mentale hanno ridotto le prestazioni affrontando contemporaneamente un aumento del 120 per cento dell’uso dei servizi negli ultimi tre anni. Lo studio di The Lancet ha riferito che la prevalenza delle depressioni maggiori è più che raddoppiata in anni recenti, con le difficoltà economiche citate come fattore importante. Le morti per suicidio sono aumentare del 45 per cento tra il 2007 e il 2011.

Infine, riducendo i redditi delle famiglie e aumentando la disoccupazione dei genitori, le misure d’austerità in Grecia hanno colpito gravemente anche la salute dei bambini. A ottobre 2014 l’UNICEF ha riferito che dal 2008 il tasso di povertà infantile è aumentato di più del 50 per cento. Un numero crescente di questi bambini riceve una nutrizione inadeguata. Lo studio di The Lancet ha riferito che tra il 2008 e il 2011 il numero dei bambini nati morti è cresciuto del 21 per cento. “La caduta della mortalità infantile a lungo termine si è invertita, crescendo del 43 per cento tra il 2008 e il 2010, con aumenti sia delle morti neonatali sia post-neonatali”.

La portata dei problemi sociali è schiacciante. Al fine di affrontarne alcuni il leader del partito Syriza, Alexis Tsipras, ha presentato un piano di reazione immediata alla crisi umanitaria nell’assemblea nazionale del partito agli inizi di questo mese. Il piano include buoni alimentari per le 300.000 famiglie più povere, assistenza sanitaria gratuita, un programma di alloggio per i senzatetto e molto altro.

2. Società greca: svendita totale

Il debito greco è il peggiore dell’eurozona a 319 miliardi di euro (368 miliardi di dollari). Facendo eco a molti governi tendenti a sinistra in America Latina che avevano anch’essi affrontato debiti astronomici, il rappresentante di Syriza, Costas Isychos, ha spiegato a TeleSUR che a suo avviso l’enorme debito greco non è il debito del popolo. E’ stato accumulato da un sistema politico corrotto e da “finanziatori che hanno colto l’occasione per prestarci queste enormi somme di denaro …” Come parte del suo pacchetto di “salvataggio” la Troika ha imposto una privatizzazione a tutto campo della Grecia. “Abbiamo perso la nostra energia, abbiamo perso le nostre comunicazioni, abbiamo perso la nostra terra, i nostri aeroporti. Le nostre isole sono in vendita”, ha spiegato Isychos.

L’istituzione responsabile dell’attuazione della privatizzazione generale del patrimonio pubblico greco è il Programma di Privatizzazione della Repubblica Elllenica (HRADF – TAIPED in greco). Il professor Aliki Yotopoulou, membro del Consiglio di Stato greco (la suprema corte amministrativa) ha descritto la privatizzazione della Grecia come senza precedenti a livello internazionale e con nessun altro paese al mondo che abbia creato un organismo simile al HRADF. L’organismo, amministrato da un consiglio di amministrazione di cinque membri, tutti uomini d’affari nominati dagli azionisti, è non soggetto a controllo democratico.

Razionalizzando il modo in cui assoggetta la sovranità nazionale della Repubblica Ellenica al capitale internazionale, il HRADF considera le privatizzazioni non semplicemente come una vendita di beni pubblici, bensì come “un elemento chiave per ristabilire la credibilità” per il ritorno della Grecia a partecipare ai mercati globali dei capitali. HRADF è stato creato nel 2011 con l’unica missione di massimizzare i profitti dalla vendita del patrimonio pubblico greco. Sono state valutare più di 80.000 proprietà; 3.000 sono state preselezionate per lo sviluppo e 1.000 sono già state trasferite all’organismo per la privatizzazione. Il HRADF vanta di aver già “raccolto” 3,1 miliardi del suo valore transattivo di 7,7 miliardi di euro (8,9 miliardi di dollari). E’ orgoglioso del fatto che un vasto numero di barriere regolamentari, amministrative e tecniche è stato tagliato per accelerare le privatizzazioni.

Senza alcuna partecipazione democratica il HRADF privatizza beni chiave di proprietà dello stato greco sin dalla sua nascita. Ha raccolto miliardi di euro attuando o avviando più di 40 privatizzazioni, tra cui la vendita di 14 aeroporti greci, frequenze radio importanti e servizi telefonici, spiagge isolane, edifici storici attorno all’Acropoli, la vendita e riaffitto [leaseback] di edifici governativi, sistemi idrici e del gas, porti e sistemi ferroviari. Isychos ha descritto il processo di privatizzazione come “una strategia neocoloniale nell’interesse dei creditori”.

3. L’eurozona: terremoto

Sin da quando Syriza è salita sul ring come serio concorrente elettorale, le élite europee e greche hanno intensificato timori a proposito di investitori nel panico e di una espulsione della Grecia dall’eurozona, quella che chiamano la “Grexit”. Una Grexit creerebbe il precedente che potrebbe essere seguito da altri paesi, mettendo così in discussione l’edificio della UE.  L’attuale primo ministro greco Antonis Samaras ha evocato il fantasma di una futura Grexit quando si è riferito spregiativamente al principale partito d’opposizione come a “speculatori della dracma”, suggerendo che una vittoria di Syriza il 25 gennaio riporterebbe indietro il paese ai giorni precedenti l’adesione alla UE nel 1981.

Anche se alcuni temono che una Grexit potrebbe scatenare tremori in tutta la zona dei 19 membri della moneta unica, scuotendone le fondamenta, la Germania è più fiduciosa, se non è una posa, che il sistema bancario dell’eurozona sia oggi pronto a una Grexit, più che in qualsiasi altro momento nel corso della crisi dell’euro.

Tuttavia, a parte una possibile fuga degli investitori, la dirigenza europea è anche preoccupata che una vittoria di Syriza possa scatenare un effetto domino, spronando gli elettori a votare partiti radicali di sinistra in altri paesi della periferia. Recentemente Tsipras, al congresso del suo partito, ha collegato le lotte dei popoli di tutta Europa. “Il cambiamento necessario in Europa comincia qui, in Grecia”, ha detto.  Ha predetto che la vittoria di Syriza sarebbe la prima di quelle di molti partiti anti-austerità in Europa, citando specificamente Podemos in Spagna e Sinn Fein in Irlanda. Podemos, fondato meno di un anno fa, è in testa ai sondaggi in direzione delle elezioni generali più in là quest’anno.

Discutendo di come Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda affrontano gli stessi problemi, Isychos ha sottolineato: “[La dirigenza europea] deve rinsavire e ricordare che questo non è un problema greco in Europa bensì un problema europeo. Un problema della periferia europea”.

4. Movimenti sociali greci e Syriza

Nell’imporre l’austerità alla Grecia, la dirigenza dell’eurozona ha applicato una strategia di intimidazione nella speranza di persuadere l’elettorato greco a votare contro Syriza. Nel parlare degli obblighi greci di rimborso del debito, il massimo dirigente economico della UE, Pierre Moscovici, ha avvertito subdolamente che un voto a Syriza sarebbe un voto suicida. “L’idea di contemplare il non rimborso del debito è, a mio parere, suicida, con un rischio di inadempienza”. Implicito nel timore dell’inadempienza greca è che una vittoria di Syriza farebbe riprecipitare l’eurozona in una crisi profonda e oggi ancora più acuta. Mostrando una volontà inflessibile di imporre alla Grecia le proprie condizioni di rimborso del debito – quali la sistematica privatizzazione del patrimonio del paese e il taglio dei servizi pubblici – la dirigenza dell’eurozona sta cercando di spezzare la schiena a Syriza e con conseguenze che superano tale partito e si estendono ai movimenti sociali e alla direzione politica che ha di fronte il popolo greco.

“Siamo un prodotto della crisi e speriamo di non diventare parte del problema, bensì di diventare parte della soluzione”, ha prospettato Isychos. “La nostra strategia è uscire dall’austerità … E rinegoziare; e intendo dire una rinegoziazione forte, anche se significa che dissentiremo sulla maggior parte delle cose di cui parliamo”. Ma un rischio di una vittoria nel giorno delle elezioni è che assumere il potere in parlamento potrebbe porre Syriza sulla linea del fuoco, il che potrebbe anche spezzare il partito.

Il redattore economico di Channel 4, Paul Mason, ha segnalato i rischi di una vittoria di Syriza. I rischi vanno dall’innescare una fuga di capitali all’inadempienza del debito del paese. Un terzo grosso rischio che Mason indica è che “la base di massa di Syriza non accetterà un passo lento del cambiamento economico … e che il partito si disintegrerà sotto la pressione dell’essere al potere”.

Ma lo scenario di una disintegrazione di Syriza ha addizionali conseguenze possibili. La Grecia ha molti movimenti sociali vivaci, comprese lotte ecologiche, il movimento studentesco e spazi liberi che, molto prima che Syriza divenisse una forza elettorale, lavoravano per esercitare pressioni sulle istituzioni esistenti e crearne di nuove che cercassero di emancipare la gente e soddisfare i bisogni che il governo costituito e l’economia d’austerità non erano in grado di soddisfare. Oggi molti movimenti sociali di base sostengono direttamente Syriza oppure lottano su come sostenerlo criticamente o trovare alleanze comuni sul programma del partito, mantenendo al tempo stesso la propria autonomia.  Mentre il centro di gravità politica della Grecia si sposta per concentrarsi su Siriza, la possibilità di una disintegrazione di Syriza sotto pressione corre anche il rischio di spezzare alcuni di questi movimenti sociali, molti dei quali si sono dimostrati l’ultima linea di difesa in una società che ha deluso il suo popolo. E potrebbe essere vero anche il contrario: che una vittoria di Syriza potrebbe contribuire a galvanizzare i movimenti sociali. Il rischio di una vittoria o di un fallimento di Syriza ha conseguenze importanti per i movimenti. Ma c’è anche il rischio di qualcosa di più oscuro.

Se dovesse verificarsi un’insolvenza del debito in un governo di Syriza, ciò avverrebbe dopo cinque anni di crisi montante. La crescente ondata di povertà e di instabilità politica cha ha causato agitazione sociale nel paese ha contribuito anche all’ostilità nei confronti degli stranieri. Il rischio aggiuntivo è che riemergano l’estrema destra e il movimento neonazista greci. Giocando con le ansie e le insicurezze sociali, il partito neonazista Alba Dorata è riuscito, sino a poco tempo addietro, a ricavarsi un ruolo di guida terrorizzando i deboli e vulnerabili del paese e trasformandoli in capri espiatori delle angosce sociali ed economiche.  Alle ultime elezioni ha accumulato 18 membri in parlamento. I dirigenti al vertice del partito sono attualmente in carcere sotto l’accusa di costituire un’associazione criminale. Anche se Alba Dorata potrebbe avere le mani legati nelle procedure legali, la minaccia di una rinascita dell’estrema destra in Grecia, come nel resto d’Europa, sembra essere appena sotto la superficie.

L’ascesa dell’estremismo in Grecia è un problema grave. La dirigenza dell’eurozona ha contemporaneamente legittimato l’estrema destra adottando politiche contrarie all’immigrazione e una retorica islamofoba, tentando al tempo stesso anche di etichettare Syriza e altre forze di sinistra come un esempio dell’ascesa dell’estremismo europeo. Euclid Tsakalotos, il ministro ombra delle finanze di Syriza ha recentemente dichiarato al Guardian che la politica moderna si è spostata “così tanto a destra dopo l’avvento del thatcherismo che le proposte del partito ora sembrano radicali”. Ha indicato che le posizioni di Syriza che le élite europee definiscono radicali erano standard negli anni ’50 e ’60. “Siamo più radicali solo nel senso che siamo stati influenzati dal movimento anti-globale e crediamo nei concetti della democrazia partecipativa”, ha detto. Dove, come la Thatcher, si sosteneva non ci fosse alcuna alternativa al neoliberismo e all’austerità, Syriza ha suscitato ira poiché ha sfidato un sistema che non ha soddisfatto neppure le necessità elementari delle masse popolari.

Conclusione: la posta è elevata

La posta è elevata in queste elezioni greche. Ma al momento molti greci contano sulla futura vittoria e sfida al sistema di Syriza. Conquistare la maggioranza assoluta sui 300 seggi del parlamento greco sarebbe una chiara vittoria. Sarebbe la prima volta che un partito di sinistra in Grecia ottiene la maggioranza nella storia greca moderna, dopo la fine della dittatura del “regime dei colonnelli” nel 1974.

Ma sondaggi recenti di questa settimana suggeriscono che il partito attualmente vincerebbe 147 seggi, poco sotto la maggioranza. Tale numero include i cinquanta seggi extra che il sistema elettorale assegna al partito vincente per rendere più facile la formazione di un governo. Se non conquisterà la maggioranza assoluta, Syriza dovrà formare una coalizione o ottenere sostegno parlamentare da altri partiti per formare un governo di minoranza.

In ogni caso tutti gli occhi saranno puntati su Syriza a lungo dopo le elezioni del 25 gennaio, vinte o perse, per vedere come il partito affronterà il debito del paese, le ondate di privatizzazioni che sommergono il paese e come ne sarà colpita la vita del popolo greco.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: ZnetItaly

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