Lug 29 2014

L’agonia della Terra e l’accumulazione capitalistica

.

.

global-warming2

.

I limiti del pianeta e della crescita

.

di Elmar Altvater

Siamo a Terra/ Le maggiori istituzioni internazionali individuano la crescita come panacea universale di tutti i problemi economici. Ma il riconoscimento dei difetti dell’accumulazione capitalistica è il frutto di un’analisi critica dello scambio metabolico tra società e natura

La logica dell’accumulazione capitalistica contrasta con l’etica kantiana di un sistema di regole fondato sui limiti imposti all’uomo dal pianeta Terra. «Anche oggi», notava intorno alla metà degli anni ’60 Kenneth Boulding, «siamo molto lontani dall’aver effettuato quei cambiamenti morali, politici e psicologici che dovrebbero essere impliciti nella transizione dalla prospettiva del piano illimitato a quella della sfera chiusa». Eppure, c’è chi fa finta di niente e nega che il pianeta Terra abbia alcun limite (…). Dieci anni prima del collasso del sistema finanziario globale, l’economista statunitense Richard A. Easterlin glorificava nel suo libro la Crescita trionfante. Anche oggi, cinque anni dopo l’inizio della crisi finanziaria globale, le principali pubblicazioni di tutte le maggiori istituzioni internazionali come la Banca Mondiale (Bm), Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l’Unione Europea (Ue) o l’Ocse individuano la crescita come panacea universale di tutti i problemi economici. In paesi come la Germania o il Brasile l’accelerazione della crescita economica è prevista per legge. Non sono previsti né limiti né alcuna gradualità nella crescita.

Nei consessi di economisti non sembra esserci alcuna tendenza a domandarsi se i gravi problemi economici, sociali e ambientali che vengono discussi quotidianamente sui giornali possano essere il risultato di decenni di crescita capitalistica. E lo stoicismo di tali studiosi non è stato scalfito nemmeno da eventi disastrosi quali quelli di Fukushima e della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, o dalle «condizioni climatiche eccezionali» degli ultimi anni. Quasi tutto il pensiero economico critico è stato soffocato dall’ economia mainstream – quasi tutto, poiché alcune isole di pensiero critico sono riuscite a costruire strutture teoriche avanzate, idee alternative solide e visioni lungimiranti che le torbide inondazioni del mainstream non si sono dimostrate in grado di spazzare via.

Le strutture teoriche rilevanti in questo scenario comprendono la termodinamica economica di Nicholas Georgescu-Roegen, una teoria che riconosce il ruolo dello scambio metabolico tra società e natura. Le attività umane e lo sviluppo sociale sono contestualizzati nel tempo e nello spazio e non vivono in un ambiente artificiale privo di qualunque dimensione spazio-temporale, popolato da degli omuncoli quali gli homini oeconomici protagonisti delle teorie mainstream .

I «limiti alla crescita» discendono in termini logici dall’estensione limitata del pianeta e dalle caratteristiche peculiari del processo di accumulazione capitalistica mondiale.

Nel 1870, un secolo prima che il Club di Roma lanciasse il suo grido di allarme, Friedrich Engels discusse i limiti della natura nel suo «La dialettica della natura»: «Non dovremmo glorificare noi stessi contando ad ogni piè sospinto le conquiste del genere umano sulla natura. Per ciascuna di queste conquiste la natura si prende la sua rivincita […] Cosicché, ad ogni passo, siamo obbligati a ricordare di non essere in grado di dominarla in alcun modo […] ricordando al contrario di esserne parte integrante con la nostra carne, il nostro sangue ed il nostro cervello e di esistere nel mezzo di essa […] e tutta la nostra supremazia su di lei deriva dal vantaggio umano sulle altre creature dato dal saper apprendere le sue leggi e dal poterle potenzialmente applicare in modo corretto».

In altre parole, il riconoscimento dei limiti della crescita e dell’accumulazione capitalistica è anche il frutto di un’analisi critica dello scambio metabolico tra società e natura. In un’economia capitalistica questo scambio è espansivo, non solo per il «soddisfacimento dei bisogni-godimento della vita», indentificato da Nicholas Georgescu-Roegen come uno dei motori principali dell’attività economica, ma anche per il ruolo svolto dalla ricerca del profitto e dall’accumulazione compulsiva come Karl Marx notava nel primo libro del Capitale: «Accumulare, accumulare! Questa l’esortazione di Mosè e dei profeti!» (…).

Nell’accumulazione capitalistica, uno stato di crescita stazionaria dell’economia è pressoché impossibile. (…)

Lo stato stazionario potrebbe realizzarsi solo in termini approssimativi e in un orizzonte temporale limitato; presto o tardi collasserà.

A questi argomenti Georgescu-Roegen aggiunge la fondamentale conclusione che, chiunque «creda di poter disegnare un progetto mirato alla salvezza ecologica dell’umanità non ha compreso né la natura dell’evoluzione né quella della storia».

Herman E. Daly, uno dei principali difensori dell’economia dello stato stazionario, rappresenta i sistemi economici come dei cicli di produzione e di consumo, di estrazione di risorse dall’ecosistema e di emissioni che vi riaffluiscono. Ma, facendo ciò, egli ignora l’importante intuizione di Georgescu-Roegen sulla base della quale una dinamica analoga a quella disegnata da Daly può forse essere vera dal punto di vista quantitativo ma non può di certo esserlo da quello qualitativo, dal momento che l’entropia tenderà a crescere in modo irreversibile in questi cicli.

Assumendo come valide le leggi della termodinamica, uno stato stazionario è dunque impossibile. Nondimeno, dati i noti limiti delle risorse naturali e l’odierna realizzabilità di numerose tecniche di riduzione delle emissioni, una diminuzione del consumo della Terra in chiave ecologica è oggi un imperativo assoluto.

I movimenti sociali stanno reclamando esattamente questo, basando le loro rivendicazione sul «programma bioeconomico minimo» che si fonda sulle otto massime di Nicholas Georgescu-Roegen, suggerite nel 1975 come una sorta di imperativo ecologico.

Il suo primo punto riguarda il disarmo degli eserciti; nel secondo, egli promuove un sostegno universale rivolto verso l’indipendenza nello sviluppo dei popoli e degli individui capace di garantire a tutti il godimento delle condizioni materiali proprie di una vita dignitosa; nel terzo, viene sostenuta la necessità di una riduzione nelle dimensioni demografiche del pianeta tale da rendere possibile il sostentamento di tutti gli esseri umani attraverso i prodotti dell’agricoltura organica; il quarto, il quinto ed il sesto punto sono connessi al tema della riduzione degli sprechi vertendo rispettivamente sulla necessità di misure volte al risparmio energetico, al blocco della produzione dei beni di lusso ed alla rimozione degli incentivi allo spreco e al sovraconsumo incoraggiati dalla moda. Giunto al settimo punto, Georgescu-Roegen afferma la necessità di una progettazione dei beni che preveda la loro riparabilità e ne riduca al massimo la potenziale obsolescenza.

Infine, contrastando la globale tendenza verso l’adozione di modelli capaci di garantire una costante accelerazione dei processi produttivi, egli propugna l’opposta necessità dell’ «imparare a rallentare».

Anche Hermann Scheer ha definito un «imperativo energetico» identificandolo come uno strumento utile allo sviluppo di azioni e obiettivi politici in grado di tener conto e di affrontare i limiti, ormai tangibili, all’utilizzazione delle risorse naturali e le pressioni sulla Terra.

L’ipotesi dell’«astronave Terra» potrebbe essere presa in considerazione, nella logica proposta da Scheer, solo nel caso in cui non prevedesse l’utilizzo di carburanti fossili ma fosse in grado di convertire in energia i raggi solari. In altre parole, il sistema energetico della Terra dovrebbe abbandonare l’attuale schema di alimentazione basato sul consumo delle risorse fossili esauribili, convertendosi altresì ad un sistema aperto dove i raggi solari costituiscano la fonte unica di sostentamento energetico.

Altrimenti, i «passeggeri» potrebbero finire come Phileas Fogg nel Giro del mondo in ottanta giorni di Julius Verne, dove, come notato da Peter Sloterdijk, «…giunto all’ultima tappa della circumnavigazione, la tappa atlantica […], esaurite le scorte di carbone […] egli comincia a bruciare la parte superiore della struttura lignea della sua stessa navicella nel tentativo di continuare ad alimentare le camere di combustione del motore. Con questa immagine della navicella di Phileas Fogg in preda all’autocombustione, Julius Verne ha fornito niente di meno che una metafora, su scala mondiale, dell’età industriale».

Qui bisogna aggiungere solo che la rotta e la velocità della barca sono determinate dalla compulsione per l’accumulazione capitalistica; solo con questo vincolo il capitano e il suo equipaggio sono pronti a navigare attorno al mondo e, inoltre, a farlo ad una velocità adeguata a raggiungere lo scopo in un tempo fortemente compresso come gli ottanta giorni di Julius Verne.

Aprire il sistema energetico del pianeta alla potenza del sole è ciò che realmente conta. Tuttavia, per assicurare che tale trasformazione non prenda le sembianze delle teorie economiche dello stato stazionario criticate da Georgescu-Roegen o delle iniziative per la decrescita, la ristrutturazione del sistema energetico planetario dovrà essere connessa con le trasformazioni sociali già in atto in alcune parti del mondo e alla base dell’«economia della solidarietà»: produzione cooperativa, protezione dei beni pubblici, democrazia economica nelle imprese, pianificazione economica dov’è utile e necessaria e reinserimento del mercato nella società.

(traduzione di Dario Guarascio)

.

Fonte: sbilanciamoci.info

.

.

.


Lug 22 2014

Israele: il lavoro “pulito” dei media

.

.

Disegno di Latuff - 2014

Disegno di Latuff – 2014

.

Stessi pesi Stesse misure (ma…israeliane!)  –  (madu)

.

Esempio:  Ban Ki Moon piange i soldati dell’occupazione e ignora i 600 martiri della Striscia di Gaza

.

.

.

.

.

 

 


Lug 20 2014

Friuli Venezia Giulia: resistenza di agricoltori pro-OGM

.

.

images.duckduckgo.com

.

OGM:LE ISTITUZIONI DEVONO GARANTIRE IL RISPETTO DELLE LEGGI CHE NE VIETANO LA COLTIVAZIONE

.

Il 9 luglio il Corpo forestale regionale del Friuli Venezia Giulia ha distrutto uno dei campi di mais Ogm seminati illegalmente e non ha provveduto, invece, ad eseguire lo stesso provvedimento su un altro campo per la resistenza messa in atto da un gruppo di sostenitori OGM che hanno impedito alla mietitrebbia di entrare.
La vicenda è così passata nelle mani della Procura di Udine che ad oggi in maniera incomprensibile non ha adottato i necessari ed urgenti provvedimenti di sequestro conservativo del Mais OGM richiesto dagli organi di polizia giudiziaria.  

Siamo davvero di fronte ad una situazione paradossale. Nessuno poteva immaginare , dopo la sentenza del Tar del Lazio, dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che ha respinto la richiesta di sospensiva della sentenza, dopo l’approvazione di pesanti sanzioni penali per chi coltiva Mais Mon810 disposte con il decreto Campolibero e di quelle amministrative previste dalla legge regionale 5/2014 del FVG, che anche nell’ estate 2014 continuasse una situazione così grave per il territorio del Friuli a causa delle coltivazioni illegali di mais OGM Mon810.
Tutto ciò è gravissimo perché i campi coltivati ad OGM che dovrebbero essere sequestrati sono ormai prossimi alla fioritura con rischio imminente di dispersione di polline OGM creando ancora una volta contaminazione nelle coltivazioni limitrofe e danni evidenti non solo per gli agricoltori locali ma per tutta l’agricoltura italiana soprattutto per quella biologica.
Non pensavamo che in uno stato di diritto fosse ancora necessaria una pressione così forte da parte della task force ma comunque l’impegno non è mancato, sia a livello regionale che nazionale. 

La task force regionale, con l’impegno in prima fila di AIAB, sta lavorando sul territorio e ha scritto alla Procura della Repubblica chiedendo l’immediata applicazione del decreto interministeriale e della LR 5/2014 del FVG. La task force nazionale si è riunita mercoledì ed ha inviato una lettera al Ministro della Giustizia Andrea Orlando chiedendo, vista la mancanza di azione da parte della Procura di Udine, l’ impegno ad adottare tutte le misure ritenute opportune, compresa la previsione di controlli ispettivi, a garanzia del rispetto delle leggi vigenti e a salvaguardia dei territori italiani”. Molti Parlamentari in coerenza con l’iniziativa della task force hanno presentato un’interrogazione al Ministro della Giustizia sulla grave situazione che si è creata alla Procura di Udine. 

Noi speriamo che tutto ciò serva a sbloccare rapidamente la situazione affinchè le istituzioni riescano ancora a fare il loro mestiere perché se così non fosse la gravità andrebbe molto oltre la questione OGM coinvolgendo i principi fondanti della democrazia che deve garantire ai cittadini la certezza del diritto e ai trasgressori la certezza della pena. Sarebbe molto grave se non fosse così perché come ha scritto nel suo comunicato la task Force regionale “darebbe giustificazione a chi sceglie l’azione diretta nei campi per la distruzione del seminato. Azioni che non abbiamo ancora mai promosso o giustificato ma che rischiano così di diventare “oggettivamente” l’unica alternativa alla prepotenza dei seminatori illegittimi e delle multinazionali della manipolazione genetica”

A cura di Mariagrazia Mammuccini

.

Fonte: AIAB

.

.

.


Lug 19 2014

Israele – L’arte di vendere la guerra!

.

.

‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi. – Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi.  Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

.

I media raccontano o spacciano?

.

di Danny Schechter

New York: c’è un’arte della guerra e un’arte di vendere la guerra, al proprio popolo e al mondo in generale.
Israele è maestro in entrambe. Quando parliamo della “sola democrazia” del Medio Oriente si dimentica spesso, forse deliberatamente, che il paese è governato da un Gabinetto di Guerra, o di “Sicurezza”. E’, ed è stato, in effetti, un regime militare con molti fanatici religiosi potenti, come la sua nemesi iraniana.
Dalla proclamazione della sua “indipendenza” nel 1948 è rimasto dipendente a un vasto versamento di “aiuti dall’estero” dagli Stati Uniti, oggi più di 3 miliardi di dollari l’anno e in aumento, molto, molto di più che molti paesi poveri che hanno un bisogno disperato d’aiuto ma non lo ottengono.
A integrazione di questi sussidi Israele il proprio complesso industriale e tecnologico militare avanzato che aggiorna e personalizza gli armamenti nelle industrie militari e aerospaziali.
La sua attuale intensificazione della guerra contro Gaza è solo la più recente, sulla scia di sette guerre “riconosciute”, due intifada palestinesi, molte operazioni di rappresaglia e innumerevoli azioni clandestine, tra cui ingerenze e assassinii.
La sua capacità di punire e la sua disponibilità a usare armi avanzate in aree dense di civili come Gaza è terrificante e premeditata. Gli USA possono aver utilizzato la tattica dello ‘shock and owe’ [paralizza e colpisci] per scatenare la propria guerra in Iraq, ma Israele l’ha resa routine con 2.360 attacchi aerei nella sola sua campagna “Piombo fuso” del 2008-2009 contro Gaza. Sinora ce ne sono stati 1.000 in questa sanguinaria blitzkrieg. Non sorprende che di tutte le sue forze militari sia l’aviazione che è dominata da estremisti e coloni della West Bank.
E, in tutti i suoi conflitti, Tel Aviv inventa e poi conquista una posizione di superiorità “morale” costantemente rafforzata, proponendosi come vittima e giustificando le proprie azioni come difensive. Quella visione è poi incessantemente trasmessa al pubblico 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 da gruppi di pressione, agenzie di pubbliche relazioni e governative a, e attraverso, una ben orchestrata rete di alleati e sostenitori politici di tutto il mondo.
Nulla di nuovo, dice il rispettato storico israeliano Ilan Pappe: “La macchina israeliana della propaganda tenta in continuazione di raccontare le proprie politiche fuori contesto e trasforma il pretesto che ha scovato per ogni nuova ondata di distruzione nella principale giustificazione di un’altra orgia di massacri indiscriminati dei campi della morte della Palestina”.
Come in tutti i suoi conflitti le operazioni di propaganda intese a conquistare la stampa e l’opinione pubblica godono di priorità pari a quella delle sue operazioni militari.
Oggi unità a guida militare ed eserciti di gruppi/eserciti cibernetici studenteschi tentano di dominare il discorso in rete a proposito della guerra, enfatizzando ripetutamente punti prefabbricati e testati, come incolpare Gaza di aver respinto un cessate il fuoco che si ripete continuamente Israele appoggiava. Non c’è menzione dei costi umani, della sproporzione tra le vittime e la copertura mediatica o di approcci alternativi.
I media principali sembrano abbracciare la narrativa senza discussioni o servizi o analisi indipendenti, per non dire critiche.
Ecco Bloomberg: “Israele riprende i bombardamenti su Gaza dopo che Hamas respinge il piano di tregua”. Ecco il Washington Post: “Anche se Israele trattiene il fuoco, Hamas non lo ha fatto.” In continuazione, ventiquattr’ore su ventiquattro. In molti di questi resoconti Hamas è descritto solo come “militanti”, non un partito o un governo eletto. Il messaggio perenne: Israele è ragionevole, mentre Hamas è irresponsabile e arriva a volere la morte del suo stesso popolo. La colpa è sempre sua! Non si sente mai che cosa Hamas sta dicendo, o tentando di dire, salvo frammenti selezionati di retorica surriscaldata utilizzata per demonizzarlo.
Israele è passato dalle PR [propaganda, pubbliche relazioni] alla PM: gestione della percezione.
All’interno di Israele, dice Neve Gordin, la situazione è ancor peggiore, con ripetuti appelli a una maggior intensificazione, in mezzo a richieste neo-genocide di una soluzione finale, del tipo “distruggeteli tutti, una volta e per sempre”.
In un pezzo su “La camera d’eco bellica israeliana” egli scrive: “Il dibattito pubblico oggi non verte su se interrompere gli attacchi aerei ma piuttosto se impiegare o no forze di terra”. In un editoriale il corrispondente militare di Channel 2, Ronnie Daniel, ha affermato che soltanto “un’operazione di terra farà pagare a Hamas un prezzo sufficientemente pesante” al fine di garantire a Israele un prolungato periodo di pace. Il giorno successivo il conduttore di Channel 2 ha riflettuto: “Volevamo Hamas in ginocchio e sinora non è successo”. E Daniel ha risposto: “Sinora non sta succedendo, e la conclusione, a mio parere, è che non ne ha avuto abbastanza”.
Amira Hass, la coraggiosa corrispondente israeliana di Ha’aretz, spiega:
“Entrambe le parti (Hamas e Israele) dicono di sparare per legittima difesa. Sappiamo che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. La politica di Israele è chiara (salvo che per i consumatori dei media israeliani): isolare ancor di più Gaza, impedire qualsiasi possibilità di unità palestinese e distrarre l’attenzione dall’accelerazione della spinta colonialista nella West Bank.
E Hamas? Vuole promuovere la sua posizione di movimento di resistenza dopo i colpi che ha subito come movimento di governo. Forse pensa davvero di poter cambiare l’intera strategia della dirigenza palestinese nei confronti dell’occupazione israeliana. Forse vuole che il mondo (e gli stati arabi) si svegli dal suo sonno.
Tuttavia, con tutto il dovuto rispetto a Clausewitz, i calcoli razionali non sono la sola spiegazione. Non dimentichiamo l’invidia dei missili: quelli di chi sono i più grossi, più lunghi, più impressionanti e arrivano più lontano? I bambini giocano con i loro giocattoli e ci siamo abituato a chiamare questo politica.”
In tutta questa palude di melma aggressiva, che cosa ce ne facciamo di una spiegazione alternativa abbracciata da autori che seguono questi eventi con la maggiore competenza, se mai sentiamo la loro voce? Ecco un attivista pacifista, Richard Silverstein:
“Parliamo di un cessate il fuoco falso. Di un cessate il fuoco realmente fraudolento. Il cessate il fuoco dell’Egitto con nessuno. La mia fonte israeliana, che è stata consultata come parte nei negoziati, mi dice che non si è trattato, in realtà, di una proposta egiziana. E’ stata, di fatto, una proposta israeliana presentata come proposta egiziana. Il protocollo del cessate il fuoco lo ha scritto Israele. Gli egiziani ci hanno messo il timbro e lo hanno messo sulla propria carta intestata ed è diventato loro.
Jody Rudoren ha usualmente definito “unilaterale” il cessate il fuoco, intendendo dire che Israele lo ha onorato e Hamas no. Ma è stato unilaterale in un modo che lei non ha preso in considerazione. E’ stata soltanto una parte a preparare il cessate il fuoco ed essenzialmente lo ha presentato a sé stessa, accettandolo. L’altra parte non è stata consultata.
Anche i contenuti della proposta di cessate il fuoco sono stati una frode. Non hanno promesso né mantenuto niente. Chiedevano soltanto una cessazione delle ostilità da parte di Israele e Hamas. Lo stesso documento è stato firmato in passato solo per vedere Israele violarlo quasi appena l’inchiostro era asciutto. Non c’erano clausole di un allentamento dell’assedio israeliano. Niente previsioni di un’apertura del confine con l’Egitto. Cosa più importante, il cessate il fuoco non affrontava nessuno dei problemi sottostanti tra le parti. Era una garanzia di ripresa delle ostilità alla prima occasione possibile: queste guerre sono avvenute a intervalli di due anni negli ultimi sei anni. La prossima sarà nel 2016, se non prima.”
Il giornale israeliano Ha’aretz ha scritto che non sono state consultate né l’ala politica né quella militare di Hamas. Dunque se questa non è una farsa, che cos’è? L’obiettivo non è stato di coinvolgere Hamas in un processo di pace, bensì di creare una narrazione mediatica unilaterale come pretesto e ultimatum per altra guerra.
Risulta che è stato Tony Blair, l’ex primo ministro britannico favorevole alla guerra in Iraq e rappresentante del cosiddetto “quartetto”, a organizzare la conversazione telefonica tra i dirigenti israeliani ed egiziani.
Questo non significa che alla fine non ci saranno negoziati di qualche genere tra le parti in guerra. Christiane Amanpour ha parlato sulla CNN con un ex capo dei servizi segreti israeliani. Questi ha sollecitato negoziati con Hamas.
“Hamas è indubbiamente un’opzione pessima. Ma ci sono opzioni peggiori di Hamas”, ha affermato Efraim Halevy, già capo del Mossad.
“E sappiamo già quali potrebbero essere alcune di esse, specialmente una: l’ISIS – che attualmente sta operando nell’Iraq settentrionale e centrale – ha i suoi tentacoli anche nella Striscia di Gaza.”
Halevy ha detto che, proprio come in Europa, l’ISIS sta reclutando a Gaza.
E’ “politicamente sconveniente”, ha detto Halevy, ammettere, sia da parte di Israele sia di Hamas, che si sta negoziando. Ma la verità, ha detto, è che lo sono già andati facendo per anni.
“Abbiamo coniato un nuovo metodo di diplomazia nel ventunesimo secolo: non li incontriamo, non parliamo con loro, ma li ascoltiamo. Ciascuno ascolta l’altra parte. In qualche modo alla fine si addiviene a un accordo.”
“Abbiamo avuto numerose tornate con Hamas in anni recenti e le tornate precedenti sono finite in accordi … intese di massima [arrangements], com’erano chiamati … ‘intese di massima’, nemmeno accordi.”
Chissà se una tale ‘intesa’ può essere possibile oggi, visto che sembra chiaro che Hamas ha ancora molti missili da lanciare contro Israele. I paesi destinatari della propaganda israeliana più intensa sono ciecamente solidali, ma non è così uniformemente in tutto il mondo. Il fanatismo d’Israele erode lentamente ma decisamente il sostegno globale al suo atteggiamento.
Oggi, grazie alla programmazione giornalistica televisiva bullista, la guerra è diventata una forma di intrattenimento militare [militainment] per gli spettatori israeliani. L’Atlantic riferisce dalle Alture del Golan: “Qui la gente viene ogni giorno a vedere” dice Marom, 54 anni, colonnello in pensione dell’esercito israeliano che oggi lavora per l’industria del turismo e guida regolarmente gruppi in questo punto per osservare la strage siriana. “Per chi visita l’area, è interessante. Sentono di parteciparvi. Possono tornare a casa e dire agli amici ‘Sono stato sul confine e ho assistito a una battaglia’”.
Sopra una valle nelle Alture del Golan occupate da Israele i turisti israeliani hanno una vista panoramica di questa località strategicamente importante, nota anche come la Porta per Damasco. Gruppi in gita, freschi di puntate alle aziende vinicoli, ai mercati di ciliegie e ai negozi di cioccolato artigianale dell’area si fermano qui a dozzine ogni giorno, armati di binocoli e videocamere, in ansiosa attesa di scorgere del fumo e persino una carneficina. E’ a questo che siamo arrivati? Sfortunatamente sì.
L’analista d’attualità Danny Schechter scrive su Newsdissector.net ed è redattore di Mediachannel.org. Ha girato il documentario ‘Weapons of Mass Deception’ [Armi d’inganno di massa] a proposito dei servizi dei media sull’Iraq e ha scritto due libri sulla rappresentazione della realtà del paese falsata dai media. Commenti a dissector@mediachannel.org.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

.

Fonte: Z Net Italy

.

.

.


Lug 13 2014

L’Italia ha inviato i primi due aerei addestratori M-346 alla Forza Aerea israeliana

.

.

19486_a40373

.

Il governo italiano sospenda immediatamente l’invio di sistemi militari a Israele e promuova una simile misura presso l’Unione europea

L’Italia è oggi il maggiore fornitore di sistemi militari dell’Unione europea verso Israele e proprio nei giorni scorsi, durante i raid aerei israeliani su Gaza, Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica, ha inviato i primi due aerei addestratori M-346 alla Forza Aerea israeliana

.

“Il governo italiano sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari a Israele e si faccia promotore di una simile misura presso l’Unione europea”. Lo chiede la Rete Italiana per il Disarmo, che raggruppa le principali organizzazioni italiane impegnate sui temi del disarmo e del controllo degli armamenti, a fronte dell’escalation delle ostilità nella Striscia di Gaza che – come ha affermato il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon – stanno portando ad una spirale fuori controllo.

L’Italia è oggi il maggiore esportatore dell’Unione europea di sistemi militari e di armi leggere verso Israele e proprio nei giorni scorsi, durante i raid aerei israeliani su Gaza l’azienda Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica ha inviato i primi due aerei addestratori M-346 alla Forza Aerea israeliana.

Rete Disarmo condivide la grande preoccupazione espressa dal ministro degli Esteri, Federica Mogherini, per l’aggravarsi della situazione e chiede che alle doverose parole di condanna degli attacchi aerei sulle aree civili faccia immediatamente seguito un’azione inequivocabile da parte del Governo italiano come la sospensione dell’invio di sistemi militari e di armi nella zona. Il nostro Governo, che in questo semestre ha l’incarico di presiedere il Consiglio dell’Unione europea, si faccia subito promotore di un’azione a livello comunitario per un embargo europeo di armi e sistemi militari verso tutte le parti in conflitto, per proteggere i civili inermi e riprendere il dialogo tra tutte le parti.

I nuovi velivoli addestratori M346 hanno il principale scopo di favorire addestramento e “transizione” a caccia di nuova generazione ma, come dimostrano schede tecniche ed immagini, possono anche essere armati e pure utilizzati per bombardamenti. In particolare, grazie alla loro maneggevolezza, potrebbero essere utilizzati in aree urbane e di conflitti a basso dispiegamento di forze armate e di contraerea. Risulta quindi fondata e concreta la preoccupazione che materiale d’armamento prodotto nel nostro Paese possa contribuire a rendere ancora più grave la situazione di un conflitto pluri-decennale e mai rimarginato.

Secondo Rete Italiana per il Disarmo tutto ciò avviene in aperto contrasto con la nostra legislazione relativa all’export di armamenti, che prevede (proprio nel suo primo articolo fondamentale) l’impossibilità di fornire armamenti a Paesi in stato di conflitto armato o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa.

Con una tragica coincidenza, la recente consegna dei primi due (dei 30 previsti) aerei da addestramento militare armabili è avvenuta il 9 luglio in concomitanza con il 24º anniversario di promulgazione della legge 185/90. Una legge di livello avanzato e dalle consolidate procedure, che potrebbe essere utilizzata dal nostro Paese come golden standard da portare a livello internazionale per l’implementazione del Trattato sugli armamenti, ma che spesso è stata disattesa per autorizzazioni all’export decise in contrasto con i principi della legge stessa.

Ricordando che la Legge 185/90 attribuisce al Ministero degli Esteri la facoltà di decisione sull’esportazioni di armamenti (tramite l’UAMA – Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento) La Rete Italiana per il Disarmo chiede al Ministro Federica Mogherini una decisione veloce e chiara in merito alla fornitura degli M346, che impedisca agli armamenti italiani di rendersi complici in futuro di atti di guerra e di violazione dei diritti umani di popolazioni già duramente colpite da decenni di conflitto.

.

Fonte: Rete Disarmo – 11 luglio 2014

.

_________________________________________________________________________

Approfondimento

· Una scheda sull’Addestratore M346 di Alenia Aermacchi è reperibile sul sito dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo > http://archiviodisarmo.it/index.php/2013-05-08-17-44-50/sistema-a-schede/finish/89/81

· L’istituto di ricerche OPAL Brescia (parte di Rete Disarmo) aveva in passato già chiesto l’embargo di armi verso Israele considerando il protagonismo dell’Italia sulla questione > http://www.disarmo.org/rete/a/34364.html

· La cronistoria dell’accordo con Israele che ha portato alla fornitura di M346 (accordo siglato dall’allora Governo Monti) è descritta in questi articoli di Unimondo > http://www.unimondo.org/Notizie/Da-Israele-al-Kazakistan-l-export-armato-del-governo-Monti-141620http://www.unimondo.org/Notizie/Export-di-armi-i-governi-italiani-favoriscono-i-gruppi-bancari-esteri-a-UniCredit-gli-M-346-per-Israele-142714

· Ulteriore commento sull’attuale situazione e fornitura di aerei militari al link http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Armamenti/Raid-di-Israele-su-Gaza-i-prossimi-con-gli-M-346-italiani-146792

.

.

.