Gen 28 2017

La lotta continua, i Sioux-Dakota sfidano Trump!

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Photograph: ddp USA/Rex/Shutterstock

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Trump sblocca l’oleodotto

La lotta dei Sioux continua, a testa alta

di Piero Bosio

 

“Vi esortiamo a sostenerci, con ogni mezzo, contro la decisione di Donald Trump. Stiamo uniti e non cadremo. Continueremo la nostra lotta, a testa alta, per difendere l’acqua pulita, per contrastare i rischi ambientali e proteggere i territori sacri”. E’ questa la prima risposta dei Sioux-Dakota alla sfida, alla dichiarazione di “guerra” di Trump ai nativi.

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato l’ordine esecutivo che sblocca i progetti di due grandi oleodotti. Uno è appunto il Dakota Access (Dapl), quello che se attuato violerà la riserva di Standing Rock passando per terre sacre dei Sioux, col rischio di contaminarne le acque potabili e il fiume Mississippi.

L’altro è il Keystone XL, il contestato megaoledotto del consorzio Transcanada, progettato per trasportare 800mila barili di petrolio al giorno dal Canada alle raffinerie di Texas e Louisiana, attraversando l’America.

Il Dakota Access è un oleodotto da 3,8 miliardi di dollari della Energy Transfer Partners (di cui Trump è azionista) che era stato bloccato da Obama a fine 2016, dopo mesi di proteste e dure lotte dei nativi e di decine di tribù, con migliaia di ambientalisti al loro fianco, ex militari compresi, che facevano da scudi umani. Polizia e guardie private avevano attaccato i nativi con proiettili di gomma, idranti, cani, spray urticanti. C’erano stati più di 200 arresti.

La decisione di Trump era attesa ed era stata anticipata dal suo portavoce a dicembre 2016, dopo una prima vittoria dei nativi che avevano bloccato il progetto dell’oleodotto.

Ora i Sioux sono pronti a un nuova battaglia. Così hanno risposto al presidente degli Stati Uniti:

“Trump ha annunciato un ordine esecutivo sulla Dapl; non solo viola la legge, ma viola i trattati tribali. Nulla ci dissuaderà dalla nostra lotta per l’acqua pulita. Prenderemo le opportune azioni legali, e continueremo a batterci senza sosta. Vi esortiamo a lottare e supportarci con tutti i mezzi nella nostra lotta contro il gasdotto che pone rischi ambientali gravi. Vi chiediamo inoltre di contattare i vostri rappresentanti al Congresso e far loro sapere che le persone non accettano la decisione. Stiamo uniti e non cadremo”.

Si prospetta dunque un braccio di ferro lungo e molto duro. A Trump le questioni ambientali non interessano, visto che ha sostenuto di non credere al surriscaldamento globale e ha affermato che oggi “l’ambientalismo è fuori controllo”. Emblematica poi la nomina di Rex Tillerson, ex amministratore delegato del colosso Exxon Mobile, a Segretario di Stato. E come se non bastasse un soddisfatto Trump ha detto “costruiremo questi nuovi oleodotti con acciaio americano”, mentre siglava l’ordine esecutivo di attuazione dei progetti dei due oleodotti davanti ai fotografi.

Ovviamente soddisfatte le compagni petrolifere. Jack Gerard, presidente dell’American Petroleum Institute: “Siamo contenti di constatare che il nuovo corso dell’amministrazione Trump riconosce l’importanza delle infrastrutture energetiche e torna a imporre la legge permettendo di terminare i lavori già iniziati”. La guerra è già cominciata.

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Fonte: Radio Popolare

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Nov 19 2016

Guardare la realtà dalla parte degli ultimi

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Spesso un’immagine spiega la realtà più delle parole, per questo vogliamo proporvi 3 immagini.

di Pio Russo Krauss

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Mensa Caritas – Milano

La foto mostra persone in attesa alla mensa Caritas di Via Monza a Milano. Ogni giorno circa 1000 persone mangiano a questa mensa. 20 anni fa erano meno di 100. Sono italiani e stranieri, giovani, anziani, persone di mezza età, disoccupati e persone che lavorano.

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Fig. 2.

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Fig. 2. Il grafico mostra l’andamento della produttività e dei salari nei Paesi sviluppati. L’andamento non è parallelo, questo significa che la produttività è aumentata, ma il guadagno conseguito è stato intascato dai padroni, mentre i salari medi sono rimasti al palo. Contemporaneamente la disoccupazione è aumentata (soprattutto tra gli operai). In Italia un operaio su 4 è povero (il 12 % degli operai è in povertà assoluta, il 18% in quella relativa: i peggiori dati degli ultimi 10 anni) [1].

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Fig. 3.

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Fig. 3.  Negli USA la forbice tra produttività e salari è ancora più accentuata che negli altri Paesi ricchi.

In tutti i Paesi ricchi (Europa occidentale, Nord America e Oceania) diminuiscono i salari (o sono stazionari), aumentano i poveri e le persone in difficolta economica, aumenta la ricchezza di chi è ricco e, quindi, si inaspriscono le disuguaglianze. I Paesi in cui questi fenomeni sono più accentuati sono USA, Italia, Inghilterra.

Negli USA il 16% della popolazione è povera. 20 milioni di persone sono in povertà estrema (reddito annuo inferiore a 12.000 dollari per una famiglia di 4 persone), 30 milioni in povertà (reddito annuo tra 12 e 23.000 dollari per famiglia di 4 persone) [2].

Dal 2004 al 2014 il reddito medio delle famiglie americane è diminuito del 14%. Il costo per l’abitazione, per il 40% della popolazione meno abbiente, negli ultimi 10 anni è aumentato del 35% . Per cui il potere di acquisto dei meno abbienti è diminuito ben più del 14% [3].

Negli ultimi 8 anni il numero di cittadini americani costretti a ricorrere ai food stamps (buoni alimentari) è aumentato del 60% (erano 28 milioni ora sono 45 milioni).

Al tempo stesso cresce la ricchezza degli USA, ma va tutta verso i cittadini più ricchi. Si stima che le 20 persone più ricche possiedano 732 miliardi di dollari. Per raggiungere una tale cifra si devono sommare tutte le ricchezze del 47% della fascia meno ricca degli statunitensi (152 milioni di persone).

Molti sono rimasti sorpresi della vittoria di Trump negli USA, del Si alla Brexit in Gran Bretagna o del crescente consenso ai partiti “populisti” e a personaggi discutibili. Sicuramente i motivi di tali eventi sono molteplici. Le immagini e i dati che prima abbiamo mostrato probabilmente hanno molto a che fare con tutto ciò.

La storia sembra stare prendendo una brutta china, così come la prese dopo la prima guerra mondiale. Ma siamo ancora in tempo per porvi rimedio.

La povertà, le disuguaglianze, lo sperpero non sono eticamente tollerabili: e già solo per questo bisognerebbe fare tutto il possibile per porvi rimedio. Oggi sappiamo che sono anche causa di crisi economiche, di insicurezza, di delinquenza, di disgregazione del patto sociale, di conflitti, di crisi della democrazia. Per questo la lotta alla povertà, alle disuguaglianze, allo sperpero deve essere la priorità. Ogni scelta che si compie deve essere vagliata chiedendosi se è a favore dei poveri o no, se aumenta le disuguaglianze o le colma. Dobbiamo metterci nei panni degli ultimi, vedere la realtà dal loro punto di vista, coinvolgerci con loro. Sarà l’inizio di una liberazione.

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[1]   ISTAT: La povertà in Italia (2016) http://www.istat.it/it/archivio/189188 ;

[2]   www.census.gov/prod/2013pubs/p60-247.pdf)

[3]  Pew Charitable Trusts www.vita.it/attachment/c805d40d-27fc-4390-aeee-d08378b3aa93

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Fonte: Associazione Marco Mascagna

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Nov 16 2016

Trump: “Facebook e Twitter mi hanno aiutato a vincere.”

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Trump domina tra le bufale su Facebook?

L’analisi del risultato a sorpresa delle elezioni chiama in causa anche Zuckerberg. Che difende la sua creatura: le notizie false sono relativamente poche e bipartisan.

di Claudio Tamburrino

È altamente improbabile che tra i fattori che hanno contribuito alla vittoria del candidato fuori dagli schemi Donald Trump alle Presidenziali degli Stati Uniti ci siano anche le notizie false condivise sui social network durante la campagna elettorale. A dirlo – chiamato in causa dalla miriade di analisi politiche sui risultati a sorpresa – è Mark Zuckerberg che ha risposto sabato con un lungo post sulla questione agli analisti che gli chiedevano una assunzione di responsabilità sul ruolo presente e futuro di Facebook.

Il social network in blu è stato infatti molto discusso nel dibattito post-elettorale in quanto possibile fattore determinante, nel bene o nel male: come sostiene Trump proprio i suoi numeri su Facebook, Twitter e Instagram “lo hanno aiutato a battere i concorrenti dotati di un budget per la campagna elettorale molto superiore”, mentre diversi osservatori, in particolare, hanno affermato che la condivisione di notizie false e vere e proprie bufale sul social network avrebbe contribuito ad instillare negli elettori delle convinzioni non veritiere che hanno infine pesato sul voto finale.

D’altra parte, se Baricco torna a parlare di barbari come qualche anno fa, lo fa partendo dall’idea che quello a cui le persone stanno rinunciando è l’intermediazione delle élite, sia per opposizione al sistema sia per l’esistenza di strumenti – come tutti quelli digitali, da Tripadvisor e Airbnb ai blog personali che promettono di fare “contro-informazione” – che fanno a meno di qualsiasi forma di intermediario. In tutto questo i social network hanno certamente un ruolo fondamentale, perché con i media tradizionali etichettati come “casta” al servizio di interessi personali, forniscono un mezzo privilegiato per la condivisione delle notizie, tanto da far diventare Facebook una delle piattaforme preferite sia dagli utenti per la rassegna stampa quotidiana che – conseguentemente – dagli editori stessi che lì cercano di convogliare lettori. Inoltre, gli strumenti al momento disponibili per segnalare contenuti (sopratutto quelli per chiedere la rimozione di quelli ritenuti violenti o pornografici) finiscono inevitabilmente per segnare la linea morale della maggioranza, appiattendola su logiche minimali di bianco e nero con risultati evidentemente forvianti, come la rimozione della forte ma molto politica foto della bambina colpita da napalm durante la guerra del Vietnam o del quadro l’Origine della Vita.

Dopo aver difeso il ruolo di Facebook nel coinvolgimento politico e nel dibattito di oltre 2 milioni di persone (persone che non si sarebbero iscritte nelle liste elettorali se non fosse stato per Facebook), Zuckerberg parte da un dato: più del 99 per cento di quello che le persone vedono su Facebook – dice – è autentico e la restante minima percentuale di bufale o altre forme di false notizie non si limita ad una determinata visione politica. Pertanto è altamente improbabile che si generi sul social network in blu una situazione in grado di influenzare i risultati di una votazione politica.

Inoltre Zuckerberg afferma che – anche se c’è ancora tanto da fare – il suo impegno è sempre stato di migliorare la qualità dei contenuti e per questo ha anche predisposto diversi strumenti anti-bufale e, da ultimo, un ticket di segnalazione ad hoc a favore degli utenti per permettergli di segnalare eventuali notizie false.

I dati forniti da Zuckerberg, tuttavia, non sembrano coincidere con le recenti critiche ricevute da Facebook sull’argomento e sull’ultima modifica dell’algoritmo alla base dei trending topic che in almeno un caso avrebbe finito per favorire la diffusione di una notizia palesemente falsa; inoltre, anche lo strumento per la segnalazione delle bufale differisce molto da altri strumenti per la richiesta di rimozione di contenuti (come quelli legati alla contestazione di violazione di proprietà intellettuale) in quanto non permette di giustificare la richiesta e, in fine, non rimuove la notizia dal social network ma si limita a non mostrarla più sulla pagina del segnalatore.

D’altra parte Zuckerberg sembra partire dalla convinzione che le persone siano fondamentalmente buone e sostiene che l’obiettivo di Facebook è dare voce ad ognuno. Conseguentemente la selezione effettuata per crowdsourcing da parte dei suoi utenti non può che essere la migliore soluzione possibile per la circolazione della verità.

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Fonte: Punto Informatico

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