Apr 13 2018

#OpIsrael2018 | Cyberattacco del 7 aprile: hackerati 1500 siti israeliani!

.

.

.

“#OpIsrael2018: Operazione compiuta!” Come preannunciato il 4 aprile, nel video messaggio di Anonymous  , il cyberattacco ad Israele è stato portato a termine.

 

#Opisrael2018: “Giant’s-ps” ha hackerato 1.500 siti Web israeliani

Il gruppo pro palestinese Hacking Giant’s-ps ha hackerato oltre 1500 siti israeliani per # opisrael2018. #opisrael è un attacco informatico annuale anonimo contro Israele. Conosciuto anche come #OpSaveGaza.

Questo hacker ha oscurato oltre 1500 siti israeliani + trapelato oltre 1150 carte di credito e più informazioni personali dei cittadini israeliani tra cui e-mail, numero di telefono, nome, data di nascita e lavoro.

La maggior parte delle loro azioni di hacking sono state postate su Twitter e Facebook (twitter / giantsps)

Anche l’hacker Th3falcon (codificatore oscuro) ha deturpato 8+ siti Web israel in # Opisrael2018, oscurando anche alcuni siti web israeliani ufficiali.

Quest’anno è stato un attacco a sorpresa per Israele.

Gli ultimi 2 anni di opisrael non hanno avuto un gran successo, ma quest’anno l’azione ha avuto più successo del previsto.

(Qui troverai i 1500 links dei siti hackerati)”

.

Fonte: CyberGuerrilla

.

.

.

.

 


Ott 13 2015

Palestina – Marwan Barghouti: “l’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo della pace…”

.

.

Marwan Barghouti in Israeli court. April 03, 2003. Photo by Flash90.

Marwan Barghouti in Israeli court. April 03, 2003. Photo by Flash90.

.

Il primo giorno della pace tra Israele e Palestina nascerà soltanto quando il sole sarà tramontato sull’ultimo giorno dell’occupazione delle truppe di Tel Aviv. Dalla prigione di Hadarim, dove è stato incarcerato 11 anni fa, Marwan Barghouti, il più autorevole e amato dirigente politico della resistenza palestinese, scrive al quotidiano inglese  The Guardian. L’incendio che sta divampando in questi primi giorni d’autunno non nasce da qualche isolato e terribile episodio di violenza, come puntuale il circo mediatico tende a far credere. Ha la stessa ragione di esistenza di sempre: il progetto coloniale di Israele. Il fuoco potrà cessare davvero solo quando ai Palestinesi sarà concesso di affermare liberamente l’auto-determinazione e la dignità

.

L’ultimo sarà il primo

di Marwan Barghouti

L’attuale escalation della violenza non ha avuto inizio con l’uccisione di due coloni israeliani, ma molto tempo fa, ed è andata avanti per molti anni. Ogni giorno i palestinesi vengono uccisi, feriti, arrestati. Ogni giorno avanza il colonialismo, continua l’assedio del nostro popolo a Gaza, persiste l’oppressione. Oggi molti ci vogliono sopraffatti dalle potenziali conseguenze di una nuova spirale di violenza, e come feci nel 2002, ne riassumo la causa radicale: la negazione della libertà per i palestinesi.

Alcuni hanno pensato che la ragione per cui un accordo di pace non si potesse raggiungere fosse la mancata volontà del presidente Arafat o l’incapacità del presidente Abbas, ma entrambi erano pronti e in grado di firmare un trattato di pace. Il problema vero è che Israele ha scelto l’occupazione sulla pace, ed ha usato i negoziati come una cortina fumogena per avanzare il progetto coloniale. Ogni governo in tutto il mondo conosce questo semplice fatto e tuttavia molti pretendono che tornare a ricette fallite del passato possa farci ottenere libertà e pace.

La follia ripete le stesse cose sempre di nuovo, ma ci si attendono risultati diversi. Non possono esserci negoziati senza il chiaro impegno di Israele di ritirarsi completamente dal Territorio palestinese occupato nel 1967, compresa Gerusalemme Est; della fine definitiva a tutte le politiche coloniali; del riconoscimento dei diritti inalienabili dei palestinesi, tra i quali il diritto all’autodeterminazione e al ritorno; e del rilascio di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo coesistere con l’occupazione, e non ci arrenderemo ad essa.

Ci hanno detto di essere pazienti, e lo siamo stati, dando molte possibilità per raggiungere la pace. Forse è utile rammentare al mondo che l’esproprio, l’esilio forzato e l’esodo, l’oppressione durano da quasi 70 anni. Siamo l’unica questione ancora aperta nell’agenda delle Nazioni Unite dalla sua fondazione. Ci è stato detto che facendo ricorso a mezzi pacifici e ai canali diplomatici avremmo guadagnato il sostegno della comunità internazionale per porre fine all’occupazione. E tuttavia, come nel 1999 al termine del periodo di transizione, quella comunità ha fallito ancora una volta a muovere i passi significativi, perché non ha imposto un quadro internazionale per implementare il diritto internazionale e rendere concrete le risoluzioni dell’Onu, né ha messo in piedi misure per stabilire le responsabilità, attraverso il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, che hanno giocato un ruolo cruciale quando il mondo si è liberato dell’apartheid.

Così, in assenza dell’azione internazionale per porre fine all’occupazione israeliana e all’impunità e di fornire protezione, cosa ci viene chiesto di fare? Stare fermi e attendere che la prossima famiglia palestinese venga bruciata, che venga ucciso o arrestato il prossimo ragazzino palestinese, che venga costruito il prossimo insediamento? Il mondo intero sa che Gerusalemme è la fiamma che può ispirare la pace ed evitare la guerra. Perché allora il mondo resta immobile mentre gli attacchi di Israele contro il popolo palestinese nella città e nei luoghi sacri musulmani e cristiani, soprattutto ad Haram al-Sharif, continuano senza sosta? Gli atti e i crimini di Israele non solo distruggono la soluzione dei due stati sui confini del 1967 e violano il diritto internazionale, ma minacciano di trasformare un conflitto da risolvere con la politica in una infinita guerra religiosa che farà esplodere la stabilità in una regione che sta sperimentando disordini senza precedenti.

Nessun popolo nel globo accetterebbe di coesistere con l’oppressione. Per natura, gli esseri umani si battono per la libertà, lottano per la libertà, si sacrificano per la libertà e la libertà dei palestinesi è necessaria da tempo. Durante la prima Intifada, il governo israeliano lanciò una politica da “spezzare le ossa per spezzarne la volontà”, ma generazione dopo generazione il popolo palestinese ha dimostrato che la sua volontà non si spezza. Questa nuova generazione di palestinesi non ha atteso i colloqui per la riconciliazione per dare corpo all’unità nazionale che i partiti politici avevano fallito a ottenere, ma si è sollevata sulle divisioni politiche e la frammentazione geografica. Non ha atteso le istruzioni ad affermare i suoi diritti, e i suoi doveri, per resistere all’occupazione. Lo fa in modo disarmato, mentre si confronta con una delle potenze militari più grandi del mondo. E tuttavia, restiamo convinti che libertà e dignità trionferanno, e vinceremo. La bandiera che abbiamo sollevato con orgoglio all’Onu un giorno sventolerà sui muri della città vecchia di Gerusalemme per segnare la nostra indipendenza.

Ho combattuto per l’indipendenza della Palestina 40 anni fa, e fui incarcerato a 15 anni. Ciò non mi ha impedito di battermi per la pace in coerenza col diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu. Ma Israele, la potenza occupante, ha metodicamente distrutto questa prospettiva anno dopo anno. Ho passato venti anni della mia vita nelle galere israeliane, e questi anni mi hanno reso ancora più certo di questa verità indissolubile: l’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo della pace. Coloro che cercano quest’ultima, devono agire, e agire subito, per debellare la prima.

.

Fonte: comune-info.net

.

.

.


Ago 16 2014

L’Italia non invii armi nelle zone di conflitto. Bisogna sospendere la fornitura di sistemi militari.

.

.

Iraq-Jihadist-flag_2947305b

.

Rete Disarmo: l’Italia non invii armi in Iraq e nelle zone di conflitto

.

“I conflitti e le crisi umanitarie che da settimane stanno scuotendo diversi paesi del nord Africa e del Medio Oriente (Striscia di Gaza, Libia, Iraq, Siria ecc.) non si risolvono inviando armi, ma sospendendo le forniture di sistemi militari a tutte le parti in conflitto e costruendo con impegno soluzioni vere e condivise”. Lo afferma un  comunicato della Rete Italiana per il Disarmo che, anche in considerazione delle crescenti esportazioni dall’Italia di armamenti nella zona mediorientale, ricorda al Governo come la normativa nazionale ed europea vieti espressamente l’invio di sistemi militari verso i Paesi in stato di conflitto armato.

Se è certamente positivo il richiamo espresso dal ministro degli Esteri, Federica Mogherini, affinché l’Unione europea adotti una posizione comune sulle varie crisi in atto in Medio Oriente e che la Farnesina abbia stanziato nei giorni scorsi 1 milione di euro alle organizzazioni umanitarie dell’Onu per attività di prima assistenza degli sfollati nel nord dell’Iraq, è invece quanto mai preoccupante che la titolare della Farnesina abbia comunicato che l’Italia sta valutando “forme di sostegno dell’azione anche militare del governo del Kurdistan iracheno”, non escluso l’invio di armi e di sistemi militari.

Rete Disarmo ricorda che la normativa italiana (la legge n.185 del 1990) vieta espressamente l’esportazione di materiali di armamentoverso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere” (art. 1 c. 6). Proprio per questo Rete Disarmo chiede al Governo di riferire al più presto in Parlamento su questa materia anche in considerazione delle conclusioni espresse ieri dal Comitato Politico e di Sicurezza dell’Unione europea (qui in .pdf) e del meeting straordinario del Consiglio degli Affari Esteri di venerdì 15 agosto.

“E’ necessario un intervento dell’ONU molto più ampio, e di ognuno tra Ong e istituzioni che abbia la possibilità di raggiungere queste persone, prima di assistere all’ennesima catastrofe umanitaria, che purtroppo non interessa soltanto l’area di Sinjar e il confine con la Siria” – ha sottolineato in una nota “Un Ponte per” l’organizzazione membra di Rete Disarmo da anni impegnata per il supporto delle popolazioni irachene.

L’urgenza di creare corridoi umanitari per soccorre le popolazioni nel nord dell’Iraq, in particolare cristiani e yazidi perseguitati dai combattenti dello Stato Islamico (ISIS), non può giustificare un sostegno militare alle milizie curde Peshmerga o raid aerei su aree popolateCome richiamato dagli organismi dell’Onu, la “responsabilità di proteggere” (Responsibility to protect) le popolazioni dal pericolo di massacri non ricade solamente sul governo iracheno, ma sull’intera comunità internazionale. L’Unione europea non può continuare a delegare questa responsabilità ad altri, ma deve cominciare lavorare seriamente per predisporre unità di pronto intervento e di interposizione razionalizzando l’impiego delle proprie forze armate nazionali.

Se 28 eserciti nazionali non sono in grado di fornire unità di pronto intervento per proteggere delle popolazioni inermi che rischiano di essere sterminate c’è da chiedersi quale ne sia l’utilità: delegare l’intervento militare a milizie composte da gruppi che, per quanto integrati in eserciti regolari perseguono anche proprie finalità politiche, può essere rischioso e controproducente” sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo.

Rete Disarmo rinnova inoltre la richiesta al governo italiano di sospendere l’invio di tutti i sistemi militari ad Israele. Durante la riunione straordinaria dello scorso 23 luglio, il Consiglio  per i diritti umani dell’Onu si è espresso a favore di un’indagine su possibili violazioni del diritto umanitario nel conflitto nella Striscia di Gaza: fino a quando non si avranno i risultati dell’indagine l’Italia deve astenersi dal fornire sistemi militari a Israele e sospendere le esercitazioni militari congiunte previste in Sardegna per il prossimo autunno.

In proposito va segnalato che la Spagna ha già deciso di sospendere in via cautelare l’invio di armi e il Regno Unito, dopo aver reso nota una revisione delle proprie esportazioni militari per le forze armate israeliane, ha dichiarato un possibile blocco di una dozzina di licenze di esportazione di materiali militari impiegati da Israele nel conflitto a Gaza. L’Italia, invece, che è il maggior fornitore nell’Ue di sistemi militari a Israele, non solo non ha annunciato alcuna restrizione, ma il Ministero degli Esteri ha eluso la questione dichiarando in Parlamento che “l’Italia non fornisce ad Israele sistemi d’arma di natura offensiva”.

“Tutta la materia delle autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari necessita invece di un approfondito controllo parlamentare che manca ormai da oltre un lustro” – sostiene Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia. “Nel frattempo la normativa nazionale è stata ampiamente modificata e la relazione che Presidenza del Consiglio invia annualmente alle Camere ha subito pesanti modifiche. Ma soprattutto le forniture di sistemi militari italiani sono sempre più indirizzate verso le zone di forte tensione del Medio Oriente e del nord Africa. E’ perciò quanto mai necessario e urgente che le competenti commissioni del parlamento riprendano il controllo dell’attività del Governo in questa materia che riguarda direttamente la politica estera e di difesa del nostro paese”.

“Mentre da alcune parti anche del mondo cattolico si auspicano maggiori forniture di armi nella regione ci chiediamo come si possa pensare di portare pace inviando armi – dice don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia. Credo che chi sostiene l’invio di armi sia più interessato ai ritorni commerciali che non alle vittime del conflitto. In un’audizione alla Camera dei Deputati a Roma, il 19 gennaio 2011, il Vescovo ausiliare di Baghdad aveva lanciato un appello già allora con toni disperati, con una richiesta specifica: non inviate armi. Sono passati diversi anni, non vogliamo che quell’appello continui ad essere inascoltato”. [GB]

.

Fonte: Unimondo.org

.

.

.


Ago 9 2014

Le operazioni degli hacktivist di Anonymous contro il Governo Israeliano

.

.

op-israel

.

9 agosto 2014

.

Oscurato il sito dei servizi segreti israeliani (Mossad)

.

Anonymous per fermare il massacro a Gaza  ha preso di mira più organizzazioni israeliane come parte della Campagna “Operation Save Gaza“. Contro l’incursione militare israeliana a Gaza  hanno tirato giù il sito ufficiale dell’Agenzia d’Intelligence israeliana, il Mossad.

Anonymous ha oscurato il sito del Mossad con un attacco DDoS. L’attacco è stato pesante il sito è stato chiuso per oltre 10 ore. Sono stati attaccati diversi siti del governo israeliano dopo la morte di uno dei membri di Anonymous, Tayeb Abu Shehada. Il ventiduenne è stato ucciso dalle forze israeliane durante il fine settimana durante una protesta nel villaggio di Huwwara in Cisgiordania .

Anonymous ha lanciato la campagna contro il governo di Israele il 7 luglio,  con l’avvio dell'”Operazione Protezione confini d’Israele”  Da allora, Anonymous ha attaccato migliaia di siti web  israeliani, tra cui il Ministero della Difesa di Israele e i siti web della polizia di Tel Aviv.

Questo appello è rivolto al collettivo Anonymous, ai gruppi di hacker di unirsi alla nostra crociata, per la guerra cibernetica contro lo Stato di Israele. Come collettivo,  Anonymous’ non odia Israele, odia il governo di Israele che, per allargare i propri confini, sta commettendo un genocidio e massacrando persone inermi a Gaza.

Questo è stato il messaggio inviato da Anonymous on-line il 25 luglio. Centinaia di pagine dei siti del governo di Israele sono stati sostituiti da una grafica, da slogan e file audio. Anonymous ha inoltre resi pubblici 170  login, che appartenevano a funzionari israeliani.

Due anni fa con #OpIsrael, Anonymous ha lanciato centinaia di attacchi contro siti israeliani. Furono presi di mira siti web durante l’operazione Pilastro di Difesadella Forza armate israeliane a Gaza. I dati del Ministero degli Esteri israeliano furonocompletamente spazzata via e Anonymous riuscì a far trapelare i dati di 5.000 funzionari israeliani. Gli hackerattivisti   violarono anche  Facebook e Twitter del Vice Premier israeliano,  pubblicando   messaggi propalestinesi. Un anno prima, attaccarono 10.000 siti web, causando circa 3 miliardi di danni ad Israele.

.

Fonte: We are Anonymous

.

.

.


Lug 19 2014

Israele – L’arte di vendere la guerra!

.

.

‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi. – Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi.  Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

.

I media raccontano o spacciano?

.

di Danny Schechter

New York: c’è un’arte della guerra e un’arte di vendere la guerra, al proprio popolo e al mondo in generale.
Israele è maestro in entrambe. Quando parliamo della “sola democrazia” del Medio Oriente si dimentica spesso, forse deliberatamente, che il paese è governato da un Gabinetto di Guerra, o di “Sicurezza”. E’, ed è stato, in effetti, un regime militare con molti fanatici religiosi potenti, come la sua nemesi iraniana.
Dalla proclamazione della sua “indipendenza” nel 1948 è rimasto dipendente a un vasto versamento di “aiuti dall’estero” dagli Stati Uniti, oggi più di 3 miliardi di dollari l’anno e in aumento, molto, molto di più che molti paesi poveri che hanno un bisogno disperato d’aiuto ma non lo ottengono.
A integrazione di questi sussidi Israele il proprio complesso industriale e tecnologico militare avanzato che aggiorna e personalizza gli armamenti nelle industrie militari e aerospaziali.
La sua attuale intensificazione della guerra contro Gaza è solo la più recente, sulla scia di sette guerre “riconosciute”, due intifada palestinesi, molte operazioni di rappresaglia e innumerevoli azioni clandestine, tra cui ingerenze e assassinii.
La sua capacità di punire e la sua disponibilità a usare armi avanzate in aree dense di civili come Gaza è terrificante e premeditata. Gli USA possono aver utilizzato la tattica dello ‘shock and owe’ [paralizza e colpisci] per scatenare la propria guerra in Iraq, ma Israele l’ha resa routine con 2.360 attacchi aerei nella sola sua campagna “Piombo fuso” del 2008-2009 contro Gaza. Sinora ce ne sono stati 1.000 in questa sanguinaria blitzkrieg. Non sorprende che di tutte le sue forze militari sia l’aviazione che è dominata da estremisti e coloni della West Bank.
E, in tutti i suoi conflitti, Tel Aviv inventa e poi conquista una posizione di superiorità “morale” costantemente rafforzata, proponendosi come vittima e giustificando le proprie azioni come difensive. Quella visione è poi incessantemente trasmessa al pubblico 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 da gruppi di pressione, agenzie di pubbliche relazioni e governative a, e attraverso, una ben orchestrata rete di alleati e sostenitori politici di tutto il mondo.
Nulla di nuovo, dice il rispettato storico israeliano Ilan Pappe: “La macchina israeliana della propaganda tenta in continuazione di raccontare le proprie politiche fuori contesto e trasforma il pretesto che ha scovato per ogni nuova ondata di distruzione nella principale giustificazione di un’altra orgia di massacri indiscriminati dei campi della morte della Palestina”.
Come in tutti i suoi conflitti le operazioni di propaganda intese a conquistare la stampa e l’opinione pubblica godono di priorità pari a quella delle sue operazioni militari.
Oggi unità a guida militare ed eserciti di gruppi/eserciti cibernetici studenteschi tentano di dominare il discorso in rete a proposito della guerra, enfatizzando ripetutamente punti prefabbricati e testati, come incolpare Gaza di aver respinto un cessate il fuoco che si ripete continuamente Israele appoggiava. Non c’è menzione dei costi umani, della sproporzione tra le vittime e la copertura mediatica o di approcci alternativi.
I media principali sembrano abbracciare la narrativa senza discussioni o servizi o analisi indipendenti, per non dire critiche.
Ecco Bloomberg: “Israele riprende i bombardamenti su Gaza dopo che Hamas respinge il piano di tregua”. Ecco il Washington Post: “Anche se Israele trattiene il fuoco, Hamas non lo ha fatto.” In continuazione, ventiquattr’ore su ventiquattro. In molti di questi resoconti Hamas è descritto solo come “militanti”, non un partito o un governo eletto. Il messaggio perenne: Israele è ragionevole, mentre Hamas è irresponsabile e arriva a volere la morte del suo stesso popolo. La colpa è sempre sua! Non si sente mai che cosa Hamas sta dicendo, o tentando di dire, salvo frammenti selezionati di retorica surriscaldata utilizzata per demonizzarlo.
Israele è passato dalle PR [propaganda, pubbliche relazioni] alla PM: gestione della percezione.
All’interno di Israele, dice Neve Gordin, la situazione è ancor peggiore, con ripetuti appelli a una maggior intensificazione, in mezzo a richieste neo-genocide di una soluzione finale, del tipo “distruggeteli tutti, una volta e per sempre”.
In un pezzo su “La camera d’eco bellica israeliana” egli scrive: “Il dibattito pubblico oggi non verte su se interrompere gli attacchi aerei ma piuttosto se impiegare o no forze di terra”. In un editoriale il corrispondente militare di Channel 2, Ronnie Daniel, ha affermato che soltanto “un’operazione di terra farà pagare a Hamas un prezzo sufficientemente pesante” al fine di garantire a Israele un prolungato periodo di pace. Il giorno successivo il conduttore di Channel 2 ha riflettuto: “Volevamo Hamas in ginocchio e sinora non è successo”. E Daniel ha risposto: “Sinora non sta succedendo, e la conclusione, a mio parere, è che non ne ha avuto abbastanza”.
Amira Hass, la coraggiosa corrispondente israeliana di Ha’aretz, spiega:
“Entrambe le parti (Hamas e Israele) dicono di sparare per legittima difesa. Sappiamo che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. La politica di Israele è chiara (salvo che per i consumatori dei media israeliani): isolare ancor di più Gaza, impedire qualsiasi possibilità di unità palestinese e distrarre l’attenzione dall’accelerazione della spinta colonialista nella West Bank.
E Hamas? Vuole promuovere la sua posizione di movimento di resistenza dopo i colpi che ha subito come movimento di governo. Forse pensa davvero di poter cambiare l’intera strategia della dirigenza palestinese nei confronti dell’occupazione israeliana. Forse vuole che il mondo (e gli stati arabi) si svegli dal suo sonno.
Tuttavia, con tutto il dovuto rispetto a Clausewitz, i calcoli razionali non sono la sola spiegazione. Non dimentichiamo l’invidia dei missili: quelli di chi sono i più grossi, più lunghi, più impressionanti e arrivano più lontano? I bambini giocano con i loro giocattoli e ci siamo abituato a chiamare questo politica.”
In tutta questa palude di melma aggressiva, che cosa ce ne facciamo di una spiegazione alternativa abbracciata da autori che seguono questi eventi con la maggiore competenza, se mai sentiamo la loro voce? Ecco un attivista pacifista, Richard Silverstein:
“Parliamo di un cessate il fuoco falso. Di un cessate il fuoco realmente fraudolento. Il cessate il fuoco dell’Egitto con nessuno. La mia fonte israeliana, che è stata consultata come parte nei negoziati, mi dice che non si è trattato, in realtà, di una proposta egiziana. E’ stata, di fatto, una proposta israeliana presentata come proposta egiziana. Il protocollo del cessate il fuoco lo ha scritto Israele. Gli egiziani ci hanno messo il timbro e lo hanno messo sulla propria carta intestata ed è diventato loro.
Jody Rudoren ha usualmente definito “unilaterale” il cessate il fuoco, intendendo dire che Israele lo ha onorato e Hamas no. Ma è stato unilaterale in un modo che lei non ha preso in considerazione. E’ stata soltanto una parte a preparare il cessate il fuoco ed essenzialmente lo ha presentato a sé stessa, accettandolo. L’altra parte non è stata consultata.
Anche i contenuti della proposta di cessate il fuoco sono stati una frode. Non hanno promesso né mantenuto niente. Chiedevano soltanto una cessazione delle ostilità da parte di Israele e Hamas. Lo stesso documento è stato firmato in passato solo per vedere Israele violarlo quasi appena l’inchiostro era asciutto. Non c’erano clausole di un allentamento dell’assedio israeliano. Niente previsioni di un’apertura del confine con l’Egitto. Cosa più importante, il cessate il fuoco non affrontava nessuno dei problemi sottostanti tra le parti. Era una garanzia di ripresa delle ostilità alla prima occasione possibile: queste guerre sono avvenute a intervalli di due anni negli ultimi sei anni. La prossima sarà nel 2016, se non prima.”
Il giornale israeliano Ha’aretz ha scritto che non sono state consultate né l’ala politica né quella militare di Hamas. Dunque se questa non è una farsa, che cos’è? L’obiettivo non è stato di coinvolgere Hamas in un processo di pace, bensì di creare una narrazione mediatica unilaterale come pretesto e ultimatum per altra guerra.
Risulta che è stato Tony Blair, l’ex primo ministro britannico favorevole alla guerra in Iraq e rappresentante del cosiddetto “quartetto”, a organizzare la conversazione telefonica tra i dirigenti israeliani ed egiziani.
Questo non significa che alla fine non ci saranno negoziati di qualche genere tra le parti in guerra. Christiane Amanpour ha parlato sulla CNN con un ex capo dei servizi segreti israeliani. Questi ha sollecitato negoziati con Hamas.
“Hamas è indubbiamente un’opzione pessima. Ma ci sono opzioni peggiori di Hamas”, ha affermato Efraim Halevy, già capo del Mossad.
“E sappiamo già quali potrebbero essere alcune di esse, specialmente una: l’ISIS – che attualmente sta operando nell’Iraq settentrionale e centrale – ha i suoi tentacoli anche nella Striscia di Gaza.”
Halevy ha detto che, proprio come in Europa, l’ISIS sta reclutando a Gaza.
E’ “politicamente sconveniente”, ha detto Halevy, ammettere, sia da parte di Israele sia di Hamas, che si sta negoziando. Ma la verità, ha detto, è che lo sono già andati facendo per anni.
“Abbiamo coniato un nuovo metodo di diplomazia nel ventunesimo secolo: non li incontriamo, non parliamo con loro, ma li ascoltiamo. Ciascuno ascolta l’altra parte. In qualche modo alla fine si addiviene a un accordo.”
“Abbiamo avuto numerose tornate con Hamas in anni recenti e le tornate precedenti sono finite in accordi … intese di massima [arrangements], com’erano chiamati … ‘intese di massima’, nemmeno accordi.”
Chissà se una tale ‘intesa’ può essere possibile oggi, visto che sembra chiaro che Hamas ha ancora molti missili da lanciare contro Israele. I paesi destinatari della propaganda israeliana più intensa sono ciecamente solidali, ma non è così uniformemente in tutto il mondo. Il fanatismo d’Israele erode lentamente ma decisamente il sostegno globale al suo atteggiamento.
Oggi, grazie alla programmazione giornalistica televisiva bullista, la guerra è diventata una forma di intrattenimento militare [militainment] per gli spettatori israeliani. L’Atlantic riferisce dalle Alture del Golan: “Qui la gente viene ogni giorno a vedere” dice Marom, 54 anni, colonnello in pensione dell’esercito israeliano che oggi lavora per l’industria del turismo e guida regolarmente gruppi in questo punto per osservare la strage siriana. “Per chi visita l’area, è interessante. Sentono di parteciparvi. Possono tornare a casa e dire agli amici ‘Sono stato sul confine e ho assistito a una battaglia’”.
Sopra una valle nelle Alture del Golan occupate da Israele i turisti israeliani hanno una vista panoramica di questa località strategicamente importante, nota anche come la Porta per Damasco. Gruppi in gita, freschi di puntate alle aziende vinicoli, ai mercati di ciliegie e ai negozi di cioccolato artigianale dell’area si fermano qui a dozzine ogni giorno, armati di binocoli e videocamere, in ansiosa attesa di scorgere del fumo e persino una carneficina. E’ a questo che siamo arrivati? Sfortunatamente sì.
L’analista d’attualità Danny Schechter scrive su Newsdissector.net ed è redattore di Mediachannel.org. Ha girato il documentario ‘Weapons of Mass Deception’ [Armi d’inganno di massa] a proposito dei servizi dei media sull’Iraq e ha scritto due libri sulla rappresentazione della realtà del paese falsata dai media. Commenti a dissector@mediachannel.org.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

.

Fonte: Z Net Italy

.

.

.