Nov 19 2020

App per comunicare con i gatti

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Ex ingegnere di Amazon sta realizzando un’App per comunicare con i gatti.

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Di John Vibes

Javier Sanchez, un ex ingegnere di Amazon coinvolto nello sviluppo del dispositivo ‘Alexa’, sta ora lavorando a un progetto che potrebbe aiutarci a comunicare con i nostri gatti.

Sanchez è attualmente un project manager con Akvelon, una società tecnologica con sede a Bellvue, Washington, e sta lavorando a un’app chiamata MeowTalk, che promette di tradurre i suoni che i gatti fanno per comunicare con gli umani.

Sanchez ha detto di aver ristretto i suoni che i gatti emettono a 9 suoni distinti, ciascuno collegato a intenzioni diverse. Ad esempio, alcuni suoni si traducono in cose come ‘Ho fame’ o ‘Sto soffrendo’.

Precisa Sanchez: “Non è una lingua. Infatti, i gatti non condividono parole né comunicano tra loro. In natura non miagolano mai l’un l’altro“.

Sanchez, mentre lavorava sul dispositivo Alexa, ha imparato molto sul riconoscimento vocale e ora sta usando questa esperienza per scoprire cosa cercanno di dire i gatti.

Con l’app MeowTalk, i proprietari di gatti possono registrare i suoni emessi dai loro gatti per poi ottenere la traduzione.

La descrizione dell’App:

L’uso dell’apprendimento automatico MeowTalk traduce istantaneamente i miagolii del tuo gatto in uno dei nove intenti generali del gatto; questi nove intenti rappresentano gli stati d’animo del gatto. Ma ogni gatto ha anche la sua vocalizzazione unica e il suo vocabolario di miagolii che va oltre questi nove intenti generali. Puoi addestrare l’app MeowTalk per apprendere il vocabolario unico dei miagoli (cat talk) del tuo gatto dicendo all’app che cosa significa ogni miagolio quando il tuo gatto lo fa. Quando fornisci all’app da 5 a 10 esempi di miagolio specifico per il tuo gatto (ad es. ‘Cibo’, ‘fammi uscire’), l’app può iniziare a riconoscere quel miagolio quando lo sente (sii il tuo traduttore di gatti).”

Il MeowTalk è ancora in fase di sviluppo ma una versione beta è già disponibile per il download su entrambi i dispositivi Apple e Andriod. Man mano che più persone usano l’app, gli sviluppatori sono in grado di perfezionare ulteriormente il riconoscimento vocale e ricevono tramite i feedback il grado di accettazione da parte degli utenti. Sanchez dice che se l’app ha successo, spera di sviluppare un collare che traduca i miagolii del tuo gatto.

Guarda il VIDEO (eng.)

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Fonte: anewspost.com

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Nov 13 2020

Caravaggio…straordinario genio rivoluzionario

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1. Caravaggio, La Madonna dei Pellegrini (Madonna di Loreto) 1604 circa, olio su tela cm.260×150 (Roma, Chiesa di Sant’Agostino, Cappella Cavalletti).  

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CARAVAGGIO – LA MADONNA DEI PELLEGRINI

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di Giuseppe Elio Barbati (*)

La Caravaggio-mania, che dilaga ai giorni nostri, si diffuse come un’epidemia già all’indomani della morte del Merisi, nel 1610. Oggi è ancora palpabile sia nelle lunghe file di visitatori presenti alle sue mostre, sia nella enorme quantità di pubblicazioni che ogni anno esplora nuovi argomenti e nuove scoperte. All’inizio del ‘600 si trattò di un vero e proprio fenomeno di mercato.

Non si può comprendere appieno la grande portata della novità, della rivoluzione caravaggesca senza alcune nozioni generali. Caravaggio fu un pittore eversivo nei confronti delle iconografie tradizionali sacre, capace di inventare ogni volta soluzioni compositive completamente sconosciute, rompendo gli schemi consolidati dell’epoca, che spiazzarono un pubblico abituato a temi standardizzati. Per inquadrare la portata della rivoluzione caravaggesca nel contesto artistico del suo tempo, bisogna metterla a confronto con i precedenti esempi del ‘500.

La “Madonna dei pellegrini” è uno dei dipinti forse meno noti del grande lombardo, ma emblema del suo spirito libero e fortemente innovativo. La si può ammirare entrando liberamente nella chiesa di Sant’Agostino a Roma, nei pressi di piazza Navona; siamo nel quartiere chiamato di “Campo Marzio” ove il pittore visse e lavorò per circa 10 anni.

Il quadro è una pala d’altare e lo si trova nella prima cappella di sinistra, una cappella che Ermete Cavalletti aveva acquistato alla fine del ‘500. Nativo di Bologna, il Cavalletti era un funzionario dello Stato pontificio, notaio e computista della Camera Apostolica, che morì nel 1602-03. Fu lui a commissionare il dipinto al Caravaggio? O fu la moglie, Orinzia di Jacopo de’ Rossi, in memoria del marito, forse per esaudire un suo desiderio? Ciò che è noto è che Ermete era particolarmente devoto alla Madonna di Loreto e che, nella cittadina marchigiana, si era anche recato in pellegrinaggio. Ma poteva il notaio pensare di chiedere, a un pittore così rivoluzionario, di eseguire un quadro religioso usuale, nel solco della tradizione? O, non essendo molto esperto nella pittura, pensò di affidarsi all’artista più in voga a Roma in quel momento? Chi, guardando per la prima volta questa scena, potrebbe pensare a un dipinto religioso, ricordando l’iconografia delle pale d’altare dell’epoca?

Per valutare appieno la portata straordinariamente rivoluzionaria della pittura di Caravaggio, una pittura non più legata al consueto cliché religioso, per comprendere quanto i suoi quadri fossero una straordinaria, spiazzante novità, è necessario conoscere la pittura precedente. È sufficiente osservare le pale d’altare eseguite dall’artista più osannato a Roma, in vita e dopo morto, il divin Raffaello, a cui tutti gli artisti si ispiravano. Prima di Caravaggio questo tema sacro ebbe svariati esempi pittorici e le figure 2 e 3 possono servire per riportare alla mente quale fosse la consuetudine con cui si raffigurasse il tema della traslazione della casa della Madonna.

 

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2. Francesco Foschi, Traslazione della Santa Casa, (Palazzo Apostolico, Santuario della Santa Casa, Loreto).

3. Annibale Carracci, Traslazione della Santa Casa di Loreto, tela cm.260×150, c.1605 (Chiesa di S. Onofrio, Roma). Annibale, molto stimato anche dal Caravaggio, era il famosissimo e principale interprete a Roma della pittura bolognese.

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La leggenda narra che tale traslazione sia stata un prodigio operato dagli angeli che, in volo, trasportarono la Santa Casa abitata dalla Madonna da Nazareth a Loreto [1 ] e in tal modo venne più volte raffigurata. In essa nacque Maria Santissima, lì avvenne la visita dell’Arcangelo Gabriele e lì si compì il mistero dell’Incarnazione. Secondo la Tradizione, questa Santa Casa venne trasportata miracolosamente dagli Angeli a Loreto ove fu poi costruita una grande basilica, meta di frequenti pellegrinaggi.

All’epoca si raccontava anche che San Nicola da Tolentino, un santo scomparso nel 1305, avesse proprio visto gli angeli mentre trasportavano a Loreto la Santa Casa della Madonna.

Ma il quadro di Caravaggio mostra tutt’altro, stravolgendo il racconto; non ci sono né casette trasportate in volo, né angeli né Madonne sedute in trono, ma una popolana, vestita semplicemente, con in braccio un bambino cresciutello e due pellegrini stanchi davanti ad una casa povera. Qui miracolosamente appare la Madonna, ricompensandoli della loro fede.

Fedele ai suoi principi di pittura rigorosamente realistica, ripresa dal vero, Caravaggio dipinse i due pellegrini inginocchiati, le mani giunte in preghiera, con i vestiti laceri, la cuffia di lei sdrucita e quei piedi di lui nudi, sporchi e gonfi in primo piano, segnati dal cammino e dalla sporcizia della strada, di una umanità vera e reale e non idealizzata e irreale. Per il volto e la figura slanciata della Madonna usò come modella Lena (Maddalena Antognetti, che comparirà anche in altri dipinti del pittore) e il suo bambino. Ma all’epoca, a Roma, la donna era ben conosciuta perché, oltre essere ora l’amante del pittore, era stata una prostituta [2] ben nota perché frequentava un angolo di piazza Navona.

Giovanni Baglione [3 ] scrisse che, appena il quadro fu posto sull’altare “ne fu fatto dai preti e da’ popolani estremo schiamazzo”. Non poteva essere altrimenti: fecero scalpore, se non scandalo, il riconoscibile volto di Lena e quei piedi nudi e sporchi in primissimo piano, oltre il modo in cui era stato stravolto il racconto biblico senza angeli in volo e con una casa cadente ove l’intonaco è scrostato, lasciando i mattoni a vista. Ma qui il pittore vuol ribadire l’adesione alla povertà assoluta della Sacra Famiglia, secondo gli insegnamenti di san Filippo Neri. E la Madonna non solo aveva il volto di una prostituta ma era raffigurata come una donna in abiti da popolana, una donna in carne e ossa, senza manti ma solo con l’aureola. L’immagine del divino ne risultava stravolta.

E naturalmente il Baglione non mancò di sottolineare la “volgarità” con cui la scena e i personaggi, secondo lui, erano stati rappresentati per una pala d’altare da esporre in una chiesa, alla vista di un vasto pubblico e non in una collezione privata.

Eppure tutto, in quel quadro, si avvicinava alla realtà, con la Madonna vestita senza sfarzo, una casa nient’affatto nobiliare come doveva essere quella di Nazareth, dei pellegrini che, stanchi e laceri dopo tanta fatica, inginocchiati davanti alla casa sacra, avevano la grazia di un’apparizione divina. La sua attenzione nel raffigurare una realtà non fittizia, ma vera, rivoluzionò il modo di concepire la pittura. Ma da sempre il rapporto con poveri e anziani, in Caravaggio, fu attento, rispettoso e denso di comunicazione affettiva. È bene osservare quanto, nella sua opera, il Caravaggio abbia ribadito l’adesione alla povertà assoluta della Sacra Famiglia, che la Chiesa avrebbe dovuto osservare. La sua pittura, dai risvolti umani profondi, qui ridà onore e dignità a due poveri viandanti e con loro a tutta una schiera anonima di umili credenti. È quanto rivendicavano quei piedi pieni di terra in primo piano, piedi simili a ogni altro viandante lacero che aveva percorso il loro faticoso cammino. La devozione di quei pellegrini era quella di ogni altro cristiano.

Per inciso, secondo alcuni critici, i due pellegrini potrebbero essere Ermete Cavalletti e sua madre. Altri tendono a sottolineare la sensualità dell’epoca nel raffigurare la gamba e il ginocchio di Lena modellati dal sottile vestito, seducente esempio di bellezza femminile.

Ma la grande novità espressiva di Caravaggio è come il mondo divino si offra ad un’umanità credente che ha i piedi sporchi e i vestiti laceri, non ad una umanità idealizzata e irreale. La sua pittura, che prendeva sì gli occhi ma che toccava anche il cuore, espresse i sentimenti e gli ideali della chiesa cosiddetta popolare, una pittura che non seguiva le aspirazioni trionfalistiche della corte vaticana ma proponeva le espressioni basilari dei sentimenti popolari, nel solco di quella religiosità pauperistica che il pittore seguiva sull’onda di una Chiesa povera, come lo era nei primissimi secoli.

Caravaggio aveva creato un’immagine nuova, lontana da ogni schema tradizionale. La sua sensibilità religiosa lo spingeva alla restituzione della dignità umana; col rifiuto di “edulcorare” la realtà ma col desiderio di accettarla e ritrarla così com’era, nelle sue debolezze, nelle sue meschinità, con la comprensione e la compassione verso gli umili e gli anziani (vedi gli straordinari esempi dei vari dipinti con san Gerolamo).

Da un punto di vista pittorico non va dimenticata la grande qualità di tutto il dipinto, in particolare il bianco tipico del Caravaggio con cui dipinse il panno del Bambino, che diffonde luminosità nella scena, e il pezzo di bravura della manica marrone di Lena che termina nel polsino bianco.

La nostra storia potrebbe terminare qui. Ma c’è un’altra cosa che mi piace segnalare: la grande tolleranza degli agostiniani, abituati fin dal Rinascimento ad accogliere tutti in questa chiesa, permetteva alle cortigiane rinascimentali e poi alle prostitute dell’epoca di venire qui a messa, sedendosi nelle prime file per non essere importunate dal popolo. Ma probabilmente un conto era vederle frequentare la chiesa e un altro vederne una ritratta come Madonna sull’altare. Ma fu la medesima grande tolleranza degli agostiniani a far sì che, nonostante lo schiamazzo, il quadro rimanesse lì. Chissà con quale orgoglio e senso di rivalsa si sentirono investite quelle donne, quando la domenica entrarono in quella chiesa e guardarono quel dipinto…

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(*) Giuseppe Elio Barbati vive e lavora a Napoli. Medico radiologo, da sempre attratto dalla pittura, con predilezione per le opere di natura morta, ha da molti anni dedicato studi approfonditi a tale argomento, appassionandosi in particolare alle prime opere del genere.

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1) Gli storici affermano che la casa di Maria venne portata a Loreto su iniziativa della nobile famiglia Angeli. La veridicità della casa è stata comunque comprovata negli anni da numerose prove storiche e archeologiche che         hanno attestato la sua origine palestinese risalente ai tempi di Gesù.

2) In quei primi anni del ‘600, a Roma, le prostitute erano numerose e giovani, al servizio, per così dire, sia di nobili sia di facoltosi cardinali.

3) Giovanni Baglione (Roma 1566-1644), forse il più acerrimo nemico di Caravaggio, visse da vicino le vicende del Merisi in quanto attivo contemporaneamente nella Roma dell’epoca, fu un discreto pittore che, dopo un inizio in ambito tardo-manierista (con commissioni anche da papa Sisto V), tentò di aggiornare il suo stile imitando i modi di Caravaggio, evidenziando però una comprensione solo superficiale ed esteriore.

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APPROFONDIMENTI

Caravaggio non fu semplicemente il pittore realista e crudo (per le imperfezioni dei corpi, le membra emaciate dei poveri, le rughe dei vecchi, lo spasmo dei morenti), che dipinse le scene dal vero, ma anche un pittore che invita all’umiltà. In ciò seguiva le teorie di san Filippo Neri e del cardinale Carlo Borromeo, che conducevano una vita molto povera. Infatti Gesù, la Madonna, o gli apostoli e i santi, sono raffigurati poveri, posti in relazione a una sobrietà di vita e non raffigurati come splendidi e ricchi signori, vestiti riccamente e ornati di gioielli, come invece erano i vescovi e la corte papale di Roma. Egli stravolse completamente ogni impostazione accademica, scegliendo di raffigurare la realtà così come gli si presentava, comprese le sue brutture, le sue volgarità, senza idealizzazione alcuna

“Lena”, Maddalena Antognetti, romana, descritta in alcune cronache come “donna di Michelangelo”: comparve negli ultimi quadri romani di Caravaggio. Proviene da una famiglia di cortigiane: sua sorella Amabilia era una prostituta bellissima e un documento la mostra di notte su un cavallo, con le chiome sciolte, mentre torna a casa dopo una notte passata con il bargello del Campidoglio. Lena compare sicuramente in due dipinti e probabilmente anche in un terzo: ”La Madonna dei palafrenieri” del 1604, “La Madonna dei pellegrini” del 1606, “La Maddalena in estasi del 1606. Lena morì ancora prima di Caravaggio; l’anno dopo la fuga dell’artista da Roma, tornò a vivere con la madre e la sorella in via dei Greci, dove morì nel 1610. Aveva solo 28 anni.

Da giovanissima era stata amante prima del «giovane morbido», cardinale Montalto, poi di monsignor Melchiorre Crescenzi e del cardinal Peretti, nipote di Sisto V. Faceva parte di un gruppo di prostitute d’alto bordo con Fillide Melandroni, Menica Calvi e Tella Brunori. Fare di Lena la “Madonna dei Pellegrini” era una mossa rischiosa, qualcosa di ben diverso dal ritrarre Anna Bianchini o Fillide Melandroni nei panni della Maddalena per una collezione privata. La giovane, infatti, era un volto conosciutissimo in città.

Il concilio di Trento aveva bandito “tutte le lascivie di una sfacciata bellezza delle figure” e la Chiesa necessitava di immagini per promuovere la sua Controriforma, per cui richiese agli artisti una pittura religiosa più aderente alla realtà. Come scriveva il cardinal Paleotti [*] nel 1582, “l’ufficio del pittore era l’imitare le cose nel materiale suo essere e puramente come si sono mostrate agli occhi de’ mortali”, per poi lasciare ai teologi “il dilatarle ad altri sentimenti, più alti e più nascosti”.

Nella Roma dell’epoca, manierista e bigotta, era in auge una pittura di “devozione” o cosiddetta di “nobiltà”; nobiltà di soggetti e di azioni, riferibili a qualsivoglia mitologia indirizzata secondo la superficiale inventiva degli ultimi manieristi: dal Pulzone al Muziano, al Barocci. Il formalismo manierista, così di moda in quegli anni, ripeteva in maniera codificata i vari aspetti della vita quotidiana e nei ritratti riproponeva una bellezza di tipo eclettico, con ideali modelli presi in parte da Michelangelo e in parte da Tiziano o Raffaello; la “maniera” (cioè lo stile) dell’artista era considerata bella nella misura in cui si avvicinava alle opere dell’antichità. Il Cesari dominava la scena artistica romana insieme a Federico Zuccari e Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio. Forse fu proprio il manierismo retorico ad aprire allo Zuccari la strada nella nomina di “Principe (cioè presidente) dell’Accademia di San Luca” [**] verso la fine del 1593. Di conseguenza il suo insegnamento ebbe grande influenza sulle giovani generazioni di pittori, incentrato sulla necessità di un sicuro controllo concettuale del fare artistico, da raggiungersi in primo luogo attraverso la fase del disegno preparatorio e dello studio dei modelli.

[*] Cardinale Gabriele Paleotti, “Discorso intorno alle immagini sacre e profane etc.”, Bologna 1581-1582.

[**] L’attività più rilevante dello Zuccari fu proprio quella di “principe” e insegnante presso il prestigioso istituto romano di pittura (vedi cap.6) della neonata Accademia di San Luca, nella città dominata dal papa.

L’estate del 1600 vide certamente l’esplosione della popolarità del Merisi come pittore di immagini sacre per importanti committenze romane. La direzione della sua ricerca artistica fu un esempio e un insegnamento che coinvolse (o sconvolse?) ogni artista presente a Roma. Quelle tele le videro tutti, e in molti strabuzzarono gli occhi. Malignamente Baglione riferì invece che una delle massime autorità ufficiale dell’epoca, l’invidioso Federico Zuccari, principe dell’Accademia di San Luca, esclamò “Che romore è mai questo? Io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione” davanti a quelle opere che creavano tanto scompiglio nella comunità artistica. Il tentativo era di ricondurre la novità dirompente delle tele caravaggesche alla ben nota e più rassicurante pittura veneta. D’altra parte lo stile di Caravaggio non poteva essere più lontano dall’idea di pittura dell’antiquato manierista di regime Zuccari, fondata sullo studio dei maestri del passato e sull’esercizio del disegno, espressione più alta e compiuta, a suo modo di vedere, dell’intelletto umano. Ma l’astro di Caravaggio volava ormai alto, impossibile da abbattere, primo attore carismatico della scena artistica. I pittori affermati lo detestavano perché sovvertiva la struttura artistica con la quale avevano fatto carriera, facendo apparire vuota e superata la corrente tardo-manierista e stupidi gli esagerati contorcimenti tipici dell’epoca. Ma avranno coltivato anche un risentimento per quel forestiero che diventava l’idolo dei giovani pittori “che accorrevano a lui”.

Il suo pubblico si dividerà definitivamente in estimatori entusiasti e detrattori feroci, in un clima di gran fervore per il nuovo (in)discusso genio della scena romana. Intanto i giovani pittori celebravano Caravaggio “come unico imitatore della natura”, affascinati dal suo stile “tutto risentito di oscuri gagliardi” (come scrisse il Bellori) “e si danno ad imitare i suoi quadri e i suoi soggetti preferiti, ritraendo dal vero i modelli nello studio ed alzando i lumi”, ovvero accentuando i contrasti di luce e di ombra.

L’adesione al vero di Caravaggio venne invece letta dallo Zuccari come una mancanza di quello che doveva essere il principio generatore della pittura, cioè l’equilibrio fra l’imitazione del reale e la necessaria correzione mentale, l’idealizzazione della realtà.

Oggi, dopo 400 anni, si parla ancora tanto di Caravaggio; la sua intensità narrativa, straordinario concentrato di energia, sentimenti, arte e passione, miscuglio di fantasia e realtà, la sentiamo ancora fluire, forte e viva, nelle sue opere al di là del tempo, dello spazio e delle menti limitate.

Velàzquez sarà colui che meglio saprà cogliere l’essenza delle novità caravaggesche, non fermandosi all’effetto chiaroscurale ma interpretando lucidamente la poesia lirica e malinconica, la quotidiana fatica e le brevi gioie di un mondo marginale, secondario eppure vivo, perché carico di umanità e verità.

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Alcuni brani sono estrapolati dal libro “La nascita della natura morta in Europa” (Kairos edizioni), di Giuseppe Elio Barbati.

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Ott 28 2020

Fondo Monetario Internazionale (FMI) in azione | La pandemia come arma per le privatizzazioni in 81 paesi

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                         FMI vattene!

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Il FMI si impossessa della pandemia per aprire la via alle privatizzazioni in 81 paesi

di Alan MacLeod – 18 ottobre 2020

L’enorme sconvolgimento economico causato dalla pandemia di COVID-19 offre un’occasione unica per modificare fondamentalmente la struttura della società e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sta sfruttando la crisi per attuare misure quasi permanenti di austerità in tutto il mondo.

76 dei 91 prestiti che ha negoziato con 81 nazioni dall’inizio della pandemia mondiale a marzo sono stati collegati a richieste che i paesi adottino misure quali forti tagli ai servizi pubblici e alle pensioni, misure che indubbiamente comporteranno privatizzazioni, congelamenti o tagli dei salari o il licenziamento di lavoratori del settore pubblico quali medici, infermieri, insegnanti e vigili del fuoco.

Principale sostenitore delle misure di austerità neoliberiste in tutto il pianeta per decenni, il FMI ha recentemente (sommessamente) cominciato ad ammettere che queste politiche non hanno funzionato e che generalmente rendono addirittura peggiori problemi quali la povertà, lo sviluppo disuguale e la disuguaglianza. Inoltre hanno addirittura mancato di realizzare la promessa crescita economica che doveva contrastare tali effetti negativi. Nel 2016 ha descritto le sue stesse politiche come  “sopravvalutate” e in precedenza ha sintetizzato i suoi esperimenti in America Latina come “totale sofferenza, nessun progresso”. Così i suoi stessi rapporti affermano esplicitamente che le sue politiche non funzionano.

“Il FMI ha suonato l’allarme riguardo alla grande impennata di disuguaglianza dopo la pandemia. Tuttavia sta conducendo i paesi a pagare la spesa per la pandemia operando tagli di austerità che alimenteranno povertà e disuguaglianza”, ha detto oggi Chema Vera, direttore esecutivo ad interim di Oxfam International.

“Queste misure potrebbero lasciare milioni di persone senza accesso all’assistenza sanitaria o al sostegno al reddito mentre cercano lavoro e potrebbero impedire qualsiasi speranza di una ripresa sostenibile. Nell’assumere questo approccio il FMI sta commettendo un’ingiustizia nei confronti della sua stessa ricerca. La sua testa deve cominciare a parlare alle sue mani”.

Oxfam ha identificato almeno 14 paesi che si attende congeleranno o taglieranno tra pochissimo salari e posti di lavoro nel settore pubblico. La Tunisia, ad esempio, ha solo 13 medici per 10.000 persone. Qualsiasi taglio al suo sistema sanitario già insufficiente la paralizzerebbe nella sua lotta al coronavirus. “Se le persone non possono permettersi test e assistenza per il COVID-19 e altre necessità mediche, il virus continuerà a diffondersi incontrollato e più persone moriranno. Spese di tasca propria per assistenza sanitaria erano una tragedia prima della pandemia, e oggi sono una condanna a morte”, ha aggiunto Vera.  

 

Un caso di studio del FMI

L’Ecuador è un esempio perfetto delle conseguenze delle azioni del FMI. Governato in precedenza dall’amministrazione radicale di Rafael Correa, che aveva fatto una priorità della riduzione della povertà, condannato dal FMI e dalla sua organizzazione gemella, la Banca Mondiale, e aveva dato asilo a dissidenti occidentali quali Julian Assange, il paese dal 2017 è governato da Lenin Moreno. Moreno ha cominciato immediatamente a disfare l’eredità di Correa, persino tentando di processarlo. Nel 2019, su ordini del FMI, Moreno ha tagliato del 36 per cento il bilancio sanitario del paese in cambio di un prestito di 4,2 miliardi di dollari del FMI, una mossa che ha provocato grandi proteste nazionali che hanno minacciato di far deragliare la sua amministrazione.

Le conseguenze sono state quasi apocalittiche, con la più vasta città del paese, Guayaquil, divenuta il focolaio mondiale del coronavirus, con corpi lasciati a marcire per giorni nelle strade poiché i servizi erano sopraffatti. La città ha sofferto più morti di New York al suo picco, e con molte meno infrastrutture per far fronte al problema. Anche se il numero ufficiale dei casi nel paese è basso, la percentuale di mortalità è stata tra le più elevate del mondo, suggerendo che i servizi sono stati completamente sopraffatti.

In precedenza questo mese Moreno ha annunciato un nuovo accordo dal 6,5 miliardi di dollari con il FMI che ha consigliato il suo governo di far marcia indietro sugli aumenti d’emergenza della spesa sanitaria, di interrompere i trasferimenti di fondi a chi non è in grado lavorare a causa del virus e di tagliare i sussidi ai poveri per i combustibili.

Nella crisi, opportunità

Il FMI interferisce anche direttamente con la politica interna di nazioni sovrane. A marzo ha rifiutato di prestare al governo venezuelano a causa della “mancanza di chiarezza” riguardo a chi sia al comando, suggerendo che il democraticamente eletto Nicolas Maduro dovrebbe dimettersi prima che il FMI prenda in considerazione di finanziare il paese. Al tempo stesso, tuttavia, l’autodichiarato presidente e figura di opposizione Juan Guaidó ha annunciato di aver assicurato un impegno di 1,2 miliardi di dollari dell’organizzazione a condizione che Maduro si dimetta e consenta a un “governo d’emergenza” di assumere il controllo del paese. Un sondaggio condotto lo stesso mese da un sondaggista amico ha rilevato che solo il tre per cento dei venezuelani appoggiava Guaidó.

Nelle crisi ci sono sempre opportunità. Per molti la pandemia è un’opportunità di riorientare l’economia dai consumi di massa e in direzione di un sistema più ecologicamente sostenibile. Per il FMI, tuttavia, è sfruttata per spingere più privatizzazioni e misure di austerità che invariabilmente arricchiscono gli abbienti e indeboliscono i poveri e gli inermi. Risulta che, se l’organizzazione l’avrà vinta, saranno i poveri a pagare per la pandemia, mentre i ricchi prospereranno.

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Alan MacLeod è un cronista di MintPress News. Dopo aver completato il suo dottorato nel 2017 ha pubblicato due libri: Bad News From Venezuela: Twenty Years of Fake News and Misreporting e Propaganda in the Information Age: Still Manufacturing Consent. Ha anche contribuito a Fairness and Accuracy in ReportingThe GuardianSalonThe GrayzoneJacobin MagazineCommon Dreams l’ American Herald Tribune e The Canary.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

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Set 19 2020

Barbiana 2020: una scuola alternativa per cambiare il mondo

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Barbiana e la scuola 2020

Dimitris Argiropoulos

14 Settembre 2020

Non abbiamo bisogno di un ritorno a scuola, ma di una scuola che contribuisca a cambiare il mondo. Non abbiamo bisogno solo di protocolli da rispettare, ma di ripensare l’educazione come liberazione e la scuola come un insieme di luoghi nei quali ognuno è allievo e nello stesso tempo maestro. Non abbiamo bisogno di straordinari ministri dell’istruzione, ma di insegnanti capaci di coltivare pensiero critico, come Lorenzo Milani, la cui pedagogia ribelle si sviluppa con la costante critica al sistema scolastico e con la sperimentazione di un’istruzione alternativa e fortemente comunitaria. Abbiamo bisogno prima di tutto di piccoli gruppi di studentesse e studenti protagonisti del proprio apprendimento, come i ragazzi di Barbiana, autori di un testo meraviglioso e attualissimo, Lettera a una professoressa. Per questo la pubblicazione in Italia di quel testo in un volume che raccoglie anche la traduzione in lingua araba (studiata a Barbiana in quanto lingua degli oppressi), curata da Dimitris Argiropoulos per Athenaeum, ci sembra una splendida notizia per cominciare l’anno scolastico e volare in alto. Anzi, in basso, l’unico luogo, secondo don Milani, in cui è possibile cambiare il mondo in profondità.

L’edizione in lingua araba di Lettera a una professoressa comprende una prefazione di Francesco Gesualdi e una di Dimitris Argiropoulos, tradotte in inglese e francese. Pubblichiamo uno dei paragrafi della prefazione, dal titolo “La pedagogia della Scuola di Barbiana in Lettera a una professoressa“. In questo link invece è leggibile la versione araba.

La pedagogia di Barbiana… (leggi)

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Fonte: comune-info.net

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Ago 24 2020

Elon Musk e il “Neuralink” | 28 agosto presentazione ufficiale del chip regolatore cerebrale

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Elon Musk è pronto a rivelare un aggiornamento chiave sul Neuralink.

Il mese scorso ha twittato: “Il 28 agosto Neuralink mostrerà l’attivazione dei neuroni in tempo reale. The matrix in the matrix.”

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Il Neuralink

Neuralink Corporation è una società americana di neurotecnologie fondata da Elon Musk e altri, che sviluppa interfacce cervello-macchina (BMI) impiantabili. La sede dell’azienda è a San Francisco; è stata avviata nel 2016 ed è stata pubblicata per la prima volta nel marzo 2017.

Secondo Bloomberg, sin dalla sua fondazione, l’azienda ha assunto diversi neuroscienziati di alto profilo di varie università. A luglio 2019, aveva ricevuto $ 158 milioni di finanziamenti (di cui $ 100 milioni da Musk) e impiegava uno staff di 90 dipendenti. A quel tempo, Neuralink annunciò che stava lavorando su un dispositivo “simile a una macchina da cucire” in grado di impiantare fili molto sottili (da 4 a 6 μm di larghezza) nel cervello, dimostrò un sistema che leggeva le informazioni da un topo di laboratorio tramite 1.500 elettrodi e prevede di iniziare esperimenti con gli esseri umani nel 2020.

Neuralink è stata fondata nel 2016 da Elon Musk, Ben Rapoport, Dongjin Seo, Max Hodak, Paul Merolla, Philip Sabes, Tim Gardner, Tim Hanson e Vanessa Tolosa.

Nell’aprile 2017, il blog Wait But Why ha riportato che l’azienda mira a realizzare dispositivi per curare gravi malattie cerebrali a breve termine, con l’obiettivo finale del miglioramento umano, a volte chiamato transumanesimo. Musk ha detto di essersi interessato in parte all’idea da un concetto di fantascienza chiamato ‘merletto neurale’ che fa parte dell’universo immaginario in The Culture, una serie di 10 romanzi di Iain M. Banks.

Musk ha definito il laccio neurale come uno ‘strato digitale sopra la corteccia’ che non implica necessariamente un esteso inserimento chirurgico, ma idealmente un impianto attraverso una vena o un’arteria. Musk ha spiegato che l’obiettivo a lungo termine è raggiungere la “simbiosi con l’intelligenza artificiale”, che Musk percepisce come una minaccia esistenziale per l’umanità se non viene controllata. Al momento, alcune neuroprotesi possono interpretare i segnali cerebrali e consentire alle persone disabili di controllare le loro braccia e gambe protesiche. Musk mira a collegare tale tecnologia con impianti che, invece di attivare il movimento, possono interfacciarsi a velocità di banda larga [verifica fallita] con altri tipi di software e gadget esterni.

A partire dal 2020, Neuralink ha sede nel Mission District di San Francisco, condividendo l’ex edificio della Pioneer Trunk Factory con OpenAI, un’altra società co-fondata da Musk. Musk era il proprietario di maggioranza di Neuralink a settembre 2018, ma non ricopriva una posizione esecutiva. Il ruolo del CEO Jared Birchall, che è stato anche elencato come CFO e presidente di Neuralink, e come dirigente di varie altre società fondate o co-fondate da Musk, è stato descritto come formale. Il marchio “Neuralink” è stato acquistato dai precedenti proprietari nel gennaio 2017.

Nel 2018, la società era “rimasta altamente riservata sul suo lavoro sin dal suo lancio”, sebbene i registri pubblici mostrassero che aveva cercato di aprire un centro di sperimentazione sugli animali a San Francisco; successivamente ha iniziato a svolgere ricerche presso l’Università della California, Davis.

Nel luglio 2019, Neuralink ha tenuto una presentazione in live streaming presso la California Academy of Sciences. La tecnologia futura proposta prevede un modulo posizionato all’esterno della testa che riceve in modalità wireless le informazioni da sottili fili di elettrodi flessibili incorporati nel cervello. Il sistema potrebbe includere ‘fino a 3.072 elettrodi per array distribuiti su 96 fili’ ciascuno da 4 a 6 μm di larghezza. I fili sarebbero incorporati da un apparato robotico, con l’intenzione di evitare di danneggiare i vasi sanguigni. Attualmente, gli elettrodi sono ancora troppo grandi per registrare l’attivazione di singoli neuroni, quindi possono registrare solo l’attivazione di un gruppo di neuroni [citazione necessaria]; I rappresentanti di Neuralink ritengono che questo problema potrebbe essere mitigato algoritmicamente, ma è computazionalmente costoso e non produce risultati esatti.

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Fonte: en.wikipedia.org

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