Feb 5 2021

Il vivere nella “società liquida”

.

.

                             Zygmunt Bauman

.

.

Senza riferimenti solidi, con destini imprecisi viviamo in una “società liquida” teoria partorita dalla grande mente di Zygmunt Bauman. Viviamo in una realtà a noi estranea, lontana e tutta da capire. Se si vuole sopravvivere al crollo delle ideologie, dei partiti, delle memorie, delle certezza del diritto. Se non si vuole soccombere alla dominazione dell’individualismo sfrenato, del consumismo e dell’apparire a tutti i costi bisogna dotarsi di nuovi strumenti, di un nuovo spirito critico capace di analizzare chi siamo e la realtà in cui ci muoviamo sempre più dominata dalla tecnologia.

Cos’è dunque questa società liquida?

Il concetto ci viene illustrato in maniera chiara e semplice da Umberto Eco che lo utilizza nel suo libro: “Pape, Satan Aleppe, cronache di una società liquida

“La società liquida inizia a delinearsi con la corrente detta post-moderna, una sorta di traghetto dalla modernità a un presente ancora senza nome. Per Bauman tra le caratteristiche di questo presente in stato nascente si può annoverare la crisi dello Stato (quale libertà decisionale rimane agli stati nazionali di fronte ai poteri delle forze supernazionali?). Scompare un’entità che garantiva ai singoli la possibilità di risolvere in modo omogeneo i problemi del nostro tempo, e con la sua crisi ecco che si sono profilate le crisi delle ideologie, e dunque dei partiti, e in generale di ogni appello a una comunità di valori che permetteva al singolo di sentirsi parte di qualcosa che ne interpretava i bisogni. Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi.

Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione dove mancando ogni punto di riferimento tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo. Crisi delle ideologie e dei partiti: qualcuno ha detto che questi ultimi sono ormai taxi sui quali salgono un capopopolo o un capobastone che controllano dei voti, scegliendoli con disinvoltura a seconda delle opportunità che consentono, e questo rende persino comprensibili e non più scandalosi i voltagabbana. Non solo i singoli, ma la società stessa vive in un continuo processo di precarizzazione. Che cosa si potrà sostituire a questa liquefazione? Non lo sappiamo ancora e questo interregno durerà abbastanza a lungo.

Bauman osserva come (finita la fede di una salvezza proveniente dall’alto, dallo stato o dalla rivoluzione) sia tipico dell’interregno il movimento d’indignazione. Questi movimenti sanno che cosa non vogliono ma non che cosa vogliono. Essi agiscono, ma nessuno sa più quando e in quale direzione. Neppure loro. C’è un modo per sopravvivere alla liquidità? C’è, ed è rendersi appunto conto che si vive in una società liquida che richiede, per essere capita e forse superata, nuovi strumenti. Ma il guaio è che la politica e gran parte dell’intellighenzia non hanno ancora compreso la portata del fenomeno. Bauman rimane così una vox clamantis in deserto.”

.

.

.

.

.

________________________________________________________
Approfondimento

Zygmunt Bauman

Umberto Eco

Pape, Satan Aleppe, cronache di una società liquida (Umberto Eco)

.

.

.

.

 


Ott 15 2015

Una strana e iniqua politica fiscale: prendere ai poveri per dare ai ricchi e ai benestanti

.

.

uguaglianza

.

di Pio Russo Krauss

La nostra Costituzione prescrive che le tasse devono rispondere al principio della progressività: chi ha di più deve dare proporzionalmente di più. In Italia da molti anni le cose non vanno proprio così. In un precedente messaggio (il 9 del 16/3/15, presente sul nostro sito e sulla pagina facebook) facevamo una breve storia delle aliquote IRPEF (la tassa sui redditi delle persone fisiche) ed era evidente che dal 1975 in poi, soprattutto dagli anni ’80 in poi, si sono sempre più ridotte le tasse a ricchi e benestanti mentre sono state aumentate sempre più alle persone con basso reddito. Negli anni ’70 c’erano scaglioni di reddito con aliquote del 50, 60 e perfino 80%, mentre oggi l’aliquota massima (sopra i 75.000 euro lordi annui) è del 43%: quindi un super-ricco e una persona che guadagna 3.000 euro al mese sono tassati con la medesima aliquota. Addirittura più volte è successo che l’aliquota effettiva (quella che considera anche detrazioni, deduzioni ecc.) era più alta per chi era di basso reddito rispetto a chi era benestante.
Oltre alla tassa sulle persone fisiche ci sono le tasse sui patrimoni e quella sul valore aggiunto (l’IVA).
In Italia, a differenza di altri Paesi, non esiste una vera imposta sul patrimonio (cioè una “patrimoniale soggettiva”, che tassa l’intero patrimonio di un soggetto), le tasse patrimoniali colpiscono solo alcuni “possessi”: le case, i terreni, l’eredità, i titoli finanziari. Le tasse patrimoniali esistono in tutti i Paesi avanzati, perché si ritiene, giustamente, che un proprietario di case o terreni o azioni o quadri d’autore o gioielli o yacht, anche se ha un reddito uguale ad un altro cittadino che non ha alcuna proprietà è più ricco di quest’ultimo e, quindi, deve contribuire di più. Il principio che chi ha di più deve dare di più non risponde solo ad un principio di giustizia, ma anche a fare in modo che lo Stato abbia risorse sufficienti per pagare i servizi ai cittadini (sanità, istruzione, polizia, strade, tutela dell’ambiente ecc.) e ad evitare che le disuguaglianze economiche siano troppo grandi, perché ciò frena lo sviluppo economico, aumenta la criminalità e non favorisce il benessere globale del Paese.
Le tasse patrimoniali hanno una funzione in più: quella di orientare i risparmi di ricchi e benestanti verso attività produttive oppure culturali, artistiche, sociali (ciò soprattutto se si incentiva il finanziamento di queste attività tramite agevolazioni fiscali).
In Italia non solo non c’è e non c’è stata una “tassa patrimoniale soggettiva” (sull’intero patrimonio di un soggetto), ma dal 1995 al 2010 si sono presi vari provvedimenti per alleggerire quelle poche tasse patrimoniali esistenti (in particolare le imposte sulla casa e sulle successioni). Contemporaneamente è andata aumentando la tassazione generale, in particolare le imposte sui redditi delle persone fisiche (con le inique storture che abbiamo descritto nel messaggio 9 del 16/3/15). Così, mentre nel 1995 le tasse patrimoniali contribuivano per il 9,8% al totale delle entrate tributarie dello Stato, nel 2010 il loro contributo si era ridotto al 5,9%. Quindi lo Stato ha spremuto sempre più le persone di basso e medio reddito e sempre meno i ricchi e i benestanti. Secondo vari studiosi tale iniqua politica fiscale è stata tra le cause della profonda crisi economica che l’Italia dal 2008 sta vivendo.
L’attuale situazione italiana vede il 20% ricco o benestante possedere il 62% della ricchezza del Paese e il 20% povero o di basso reddito possedere lo 0,4% della ricchezza.
Di quel 20% ricco e benestante tutti sono proprietari della prima casa (e anche della seconda: basta che sia intestata al coniuge e che questi si prenda la residenza nel luogo di villeggiatura dove è situata la casa). Tra quel 20% che possiede appena lo 0,4% della ricchezza i proprietari di casa sono pochissimi. Se si abolisce l’IMU, la tassa sulla casa, il 20% ricco o benestante sarà molto avvantaggiato da tale provvedimento, mentre il 20% di poveri e persone di basso reddito non avrà alcuna agevolazione. L’abolizione della tassa sulla casa è quindi un provvedimento che aumenta le disuguaglianze economiche e avvantaggia chi ha di più.

Abbiamo visto che in Italia non esiste una patrimoniale soggettiva (che tassa cioè il patrimonio complessivo del cittadino), ma singole imposte su singoli “possessi” (es. la casa, i terreni, l’eredità, i titoli finanziari). Una “patrimoniale soggettiva” (di tutti i beni del soggetto) risponderebbe alle indicazioni della nostra Costituzione che afferma che le tasse devono essere progressive (chi più ha deve in proporzione dare di più). Infatti, tassando solo alcuni possessi e non il patrimonio complessivo, non si rispetta il principio della progressività. Per esempio, due cittadini potrebbero pagare un’uguale tassa patrimoniale anche se uno è proprietario di una casa, di uno yacht e di numerosi quadri d’autore e l’altro possiede solo una casa del medesimo valore di quella dell’altro cittadino.
Abbiamo visto anche che dal 1995 al 2010 il patrimonio è stato sempre meno tassato (nel 1995 le tasse patrimoniali contribuivano per il 9,8% al totale delle entrate tributarie dello Stato, nel 2010 al 5,9%), mentre sono state aumentate le tasse sui lavoratori. Quindi sono stati tolti soldi a chi ha di meno per darli a chi ha di più.
In questi giorni si parla di abolire del tutto la tassa sulla prima casa e molti cittadini sono contenti di ciò, senza considerare che in questo modo a chi ha un piccolo appartamento saranno abbonati qualche decina di euro, ma a chi ha un castello o una villa con piscina gli saranno abbonati varie migliaia di euro. Quindi possiamo dire che in questo modo lo Stato regala migliaia di euro ai ricchi e qualche decina di euro a chi con grandi sacrifici ha pagato tutta la vita un mutuo per avere una piccola casa.
Ciò è ingiusto e contrario alla Costituzione e, per di più, non favorisce la ripresa dell’economia. La crisi economica ha tra le sue principali cause l’eccessiva disuguaglianza economica: fette sempre più ampie di popolazione hanno troppo pochi soldi e quindi i consumi calano, l’economia ristagna e le entrate dello Stato diminuiscono, contemporaneamente i ricchi hanno sempre più soldi che preferiscono impiegare in ambito finanziario, da cui manovre speculative, economia instabile e crisi.
Oltre a tassare di più i lavoratori e meno i patrimoni, dagli anni ’90 si è provveduto a tassare di meno i beni di lusso.
L’IVA (imposta sul valore aggiunto) è nata nel 1973 e tassava i diversi beni con 4 diverse aliquote: 0% (cioè esente da IVA) i beni di prima necessità (es. alimenti), 6% beni di cui si vuole agevolare l’acquisto (ad es. i libri), 18% i beni di lusso (pellicce, gioielli ecc.), 12% tutti gli altri. L’IVA per i beni di lusso nel 1975 è stata portata al 30%, nel 1977 al 35% e nel 1982 al 38%. Contemporaneamente l’aliquota standard (quella per la generalità delle merci) è salita al 14% nel 1977, al 18% nel 1982 e al 19% nel 1988. Poi dal 1991 l’aliquota per i bene di lusso è stata dimezzata uniformandola a quella di un qualsiasi altro bene (comprare una pelliccia o fare delle fotocopie dal 1991 sono tassate con la medesima aliquota), e successivamente l’aliquota standard è stata portata al 20%, poi al 21 e in ultimo al 22%.
Insomma negli ultimi decenni si sono ridotte le tasse ai ricchi (riduzione/abolizione di tasse patrimoniali, riduzione dell’IVA sui ben di lusso, riduzione delle imposte di successione) e si sono aumentare le tasse a chi ricco non è (aumento delle tasse sui lavoratori a basso e medio stipendio, aumento dell’IVA sui beni non di lusso). Non si è fatto quasi niente contro la grande evasione ed elusione fiscale (la gran parte dei 130 miliardi di euro di evasione/elusione fiscale all’anno), realizzata grazie a fittizie società estere, paradisi fiscali, aziende a scatole cinesi ecc. Cosi le disuguaglianze sono aumentate a dismisura e ciò è stato tra le cause della crisi economica, che ha ulteriormente impoverito i meno abbienti e fatto aumentare i guadagni dei superricchi. Come afferma il famoso economista Piketty è necessario “una tassa globale sui grandi patrimoni, oltre che la reintroduzione di sistemi di tassazione altamente progressivi”.

Fonti: 1) Eurostat: Taxation trends in the European Union, 2014; 2) T. Piketty: Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014

.

Fonte: Associazione Marco Mascagna

.

.

.


Gen 25 2015

Syriza: “Vogliamo ridare al popolo ciò di cui ha bisogno…”

.

.

Main preelection rally of SYRIZA in Thessaloniki

.

Che cosa è in gioco nelle elezioni greche?

di Chris Spannos

E’ difficile esagerare l’importanza delle elezioni greche del 25 gennaio. Un’austerità economica fuori controllo ha lasciato tre milioni di greci privi di copertura sanitaria, una mortalità infantile alle stelle e un aumento dei suicidi. In gioco ci sono nientemeno che i mezzi di sussistenza del popolo greco. Al tempo stesso la Commissione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea – noti insieme come Troika – stanno imponendo condizioni di rimborso del debito che comprendono una privatizzazione generale del patrimonio pubblico del paese. Se i greci daranno la maggioranza al partito di sinistra Syriza il risultato potrebbe trasformare il carattere della Repubblica Ellenica e della stessa Unione Europea.

1. Popolo greco: sussistenza e salute

La Grecia ha vissuto una crisi umanitaria negli ultimi cinque anni. Secondo Costas Isychos, capo del Settore Politica Estera e Difesa di Syriza, l’austerità economica ha condannato a morte la Grecia nel futuro prevedibile.

“Vogliamo ridare al popolo ciò di cui ha bisogno. Il che significa elettricità e case. Ci sono 300.000 case in Grecia prive di elettricità perché la gente non è in grado di pagare. Abbiamo quattro milioni e mezzo di greci che vivono sotto la soglia della povertà. E’ una crisi umanitaria enorme” ha dichiarato Isychos a TeleSUR.

L’austerità economica imposta alla Grecia ha prodotto gravi conseguenze negative per la salute e il benessere dei greci. La Troika ha preteso nel 2012 che la Grecia tagliasse la spesa ospedaliera e quella farmaceutica. L’ex ministro della salute, Andreas Loverdos, ha spiegato l’orientamento al taglio della spesa per la sanità: “L’amministrazione pubblica greca … usa coltelli da macellaio”.

Studi sugli effetti negativi dei tagli sono già apparsi. Nel febbraio del 2014 la rivista medica The Lancet ha pubblicato l’articolo “Crisi sanitaria greca: dall’austerità al negazionismo” [Greece’s Health Crisis: From Austerity to Denialism]. Lo studio ha esposto come la crisi economica si sia aggravata dall’inizio del salvataggio nel 2010, ha valutato come le misure d’austerità abbiano colpito la salute della popolazione greca e il suo accesso alla sanità pubblica e ha esaminato la reazione politica alle prove crescenti della “tragedia della sanità pubblica greca”.

Nel primo anno di austerità, ha scritto lo studio di The Lancet, il taglio dei programmi di intervento in strada ha coinciso con l’aumento dell’uso dell’eroina. La riduzione dei servizi si è tradotta anche in un aumento delle infezioni da HIV. Mente lo studio di The Lancet ha riferito che nuovi casi di infezioni di HIV sono cresciuti dai soli 15 del 2009 ai 484 del 2012, il Centro Greco per il Controllo e la Prevenzione della Malattie ha riferito a Novembre 2014 che l’anno 2012 ha toccato il picco con 1.188 nuove infezioni e c’è poi stato un calo a 920 nel 2013.

Inoltre il diritto dei greci a ricevere copertura sanitaria pubblica è attualmente collegato alla loro condizione occupazionale. Come segnala lo studio di The Lancet “la disoccupazione in rapido aumento dal 2009 sta accrescendo il numero delle persone non assicurate”. L’austerità ha lasciato disoccupato quasi un terzo della forza lavoro e di esso quasi il 75 per cento è considerato disoccupato a lungo termine. Quasi tre milioni di greci sono privi di assicurazione sanitaria. Sono sorti ambulatori sociali gratuiti per contribuire a gestire la crisi. I greci hanno oggi accesso anche ad ambulatori gratuiti che in precedenza servivano prevalentemente immigrati illegali.

Tra le altre conseguenze negative per il benessere dei greci indotte dall’austerità i servizi di salute mentale hanno ridotto le prestazioni affrontando contemporaneamente un aumento del 120 per cento dell’uso dei servizi negli ultimi tre anni. Lo studio di The Lancet ha riferito che la prevalenza delle depressioni maggiori è più che raddoppiata in anni recenti, con le difficoltà economiche citate come fattore importante. Le morti per suicidio sono aumentare del 45 per cento tra il 2007 e il 2011.

Infine, riducendo i redditi delle famiglie e aumentando la disoccupazione dei genitori, le misure d’austerità in Grecia hanno colpito gravemente anche la salute dei bambini. A ottobre 2014 l’UNICEF ha riferito che dal 2008 il tasso di povertà infantile è aumentato di più del 50 per cento. Un numero crescente di questi bambini riceve una nutrizione inadeguata. Lo studio di The Lancet ha riferito che tra il 2008 e il 2011 il numero dei bambini nati morti è cresciuto del 21 per cento. “La caduta della mortalità infantile a lungo termine si è invertita, crescendo del 43 per cento tra il 2008 e il 2010, con aumenti sia delle morti neonatali sia post-neonatali”.

La portata dei problemi sociali è schiacciante. Al fine di affrontarne alcuni il leader del partito Syriza, Alexis Tsipras, ha presentato un piano di reazione immediata alla crisi umanitaria nell’assemblea nazionale del partito agli inizi di questo mese. Il piano include buoni alimentari per le 300.000 famiglie più povere, assistenza sanitaria gratuita, un programma di alloggio per i senzatetto e molto altro.

2. Società greca: svendita totale

Il debito greco è il peggiore dell’eurozona a 319 miliardi di euro (368 miliardi di dollari). Facendo eco a molti governi tendenti a sinistra in America Latina che avevano anch’essi affrontato debiti astronomici, il rappresentante di Syriza, Costas Isychos, ha spiegato a TeleSUR che a suo avviso l’enorme debito greco non è il debito del popolo. E’ stato accumulato da un sistema politico corrotto e da “finanziatori che hanno colto l’occasione per prestarci queste enormi somme di denaro …” Come parte del suo pacchetto di “salvataggio” la Troika ha imposto una privatizzazione a tutto campo della Grecia. “Abbiamo perso la nostra energia, abbiamo perso le nostre comunicazioni, abbiamo perso la nostra terra, i nostri aeroporti. Le nostre isole sono in vendita”, ha spiegato Isychos.

L’istituzione responsabile dell’attuazione della privatizzazione generale del patrimonio pubblico greco è il Programma di Privatizzazione della Repubblica Elllenica (HRADF – TAIPED in greco). Il professor Aliki Yotopoulou, membro del Consiglio di Stato greco (la suprema corte amministrativa) ha descritto la privatizzazione della Grecia come senza precedenti a livello internazionale e con nessun altro paese al mondo che abbia creato un organismo simile al HRADF. L’organismo, amministrato da un consiglio di amministrazione di cinque membri, tutti uomini d’affari nominati dagli azionisti, è non soggetto a controllo democratico.

Razionalizzando il modo in cui assoggetta la sovranità nazionale della Repubblica Ellenica al capitale internazionale, il HRADF considera le privatizzazioni non semplicemente come una vendita di beni pubblici, bensì come “un elemento chiave per ristabilire la credibilità” per il ritorno della Grecia a partecipare ai mercati globali dei capitali. HRADF è stato creato nel 2011 con l’unica missione di massimizzare i profitti dalla vendita del patrimonio pubblico greco. Sono state valutare più di 80.000 proprietà; 3.000 sono state preselezionate per lo sviluppo e 1.000 sono già state trasferite all’organismo per la privatizzazione. Il HRADF vanta di aver già “raccolto” 3,1 miliardi del suo valore transattivo di 7,7 miliardi di euro (8,9 miliardi di dollari). E’ orgoglioso del fatto che un vasto numero di barriere regolamentari, amministrative e tecniche è stato tagliato per accelerare le privatizzazioni.

Senza alcuna partecipazione democratica il HRADF privatizza beni chiave di proprietà dello stato greco sin dalla sua nascita. Ha raccolto miliardi di euro attuando o avviando più di 40 privatizzazioni, tra cui la vendita di 14 aeroporti greci, frequenze radio importanti e servizi telefonici, spiagge isolane, edifici storici attorno all’Acropoli, la vendita e riaffitto [leaseback] di edifici governativi, sistemi idrici e del gas, porti e sistemi ferroviari. Isychos ha descritto il processo di privatizzazione come “una strategia neocoloniale nell’interesse dei creditori”.

3. L’eurozona: terremoto

Sin da quando Syriza è salita sul ring come serio concorrente elettorale, le élite europee e greche hanno intensificato timori a proposito di investitori nel panico e di una espulsione della Grecia dall’eurozona, quella che chiamano la “Grexit”. Una Grexit creerebbe il precedente che potrebbe essere seguito da altri paesi, mettendo così in discussione l’edificio della UE.  L’attuale primo ministro greco Antonis Samaras ha evocato il fantasma di una futura Grexit quando si è riferito spregiativamente al principale partito d’opposizione come a “speculatori della dracma”, suggerendo che una vittoria di Syriza il 25 gennaio riporterebbe indietro il paese ai giorni precedenti l’adesione alla UE nel 1981.

Anche se alcuni temono che una Grexit potrebbe scatenare tremori in tutta la zona dei 19 membri della moneta unica, scuotendone le fondamenta, la Germania è più fiduciosa, se non è una posa, che il sistema bancario dell’eurozona sia oggi pronto a una Grexit, più che in qualsiasi altro momento nel corso della crisi dell’euro.

Tuttavia, a parte una possibile fuga degli investitori, la dirigenza europea è anche preoccupata che una vittoria di Syriza possa scatenare un effetto domino, spronando gli elettori a votare partiti radicali di sinistra in altri paesi della periferia. Recentemente Tsipras, al congresso del suo partito, ha collegato le lotte dei popoli di tutta Europa. “Il cambiamento necessario in Europa comincia qui, in Grecia”, ha detto.  Ha predetto che la vittoria di Syriza sarebbe la prima di quelle di molti partiti anti-austerità in Europa, citando specificamente Podemos in Spagna e Sinn Fein in Irlanda. Podemos, fondato meno di un anno fa, è in testa ai sondaggi in direzione delle elezioni generali più in là quest’anno.

Discutendo di come Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda affrontano gli stessi problemi, Isychos ha sottolineato: “[La dirigenza europea] deve rinsavire e ricordare che questo non è un problema greco in Europa bensì un problema europeo. Un problema della periferia europea”.

4. Movimenti sociali greci e Syriza

Nell’imporre l’austerità alla Grecia, la dirigenza dell’eurozona ha applicato una strategia di intimidazione nella speranza di persuadere l’elettorato greco a votare contro Syriza. Nel parlare degli obblighi greci di rimborso del debito, il massimo dirigente economico della UE, Pierre Moscovici, ha avvertito subdolamente che un voto a Syriza sarebbe un voto suicida. “L’idea di contemplare il non rimborso del debito è, a mio parere, suicida, con un rischio di inadempienza”. Implicito nel timore dell’inadempienza greca è che una vittoria di Syriza farebbe riprecipitare l’eurozona in una crisi profonda e oggi ancora più acuta. Mostrando una volontà inflessibile di imporre alla Grecia le proprie condizioni di rimborso del debito – quali la sistematica privatizzazione del patrimonio del paese e il taglio dei servizi pubblici – la dirigenza dell’eurozona sta cercando di spezzare la schiena a Syriza e con conseguenze che superano tale partito e si estendono ai movimenti sociali e alla direzione politica che ha di fronte il popolo greco.

“Siamo un prodotto della crisi e speriamo di non diventare parte del problema, bensì di diventare parte della soluzione”, ha prospettato Isychos. “La nostra strategia è uscire dall’austerità … E rinegoziare; e intendo dire una rinegoziazione forte, anche se significa che dissentiremo sulla maggior parte delle cose di cui parliamo”. Ma un rischio di una vittoria nel giorno delle elezioni è che assumere il potere in parlamento potrebbe porre Syriza sulla linea del fuoco, il che potrebbe anche spezzare il partito.

Il redattore economico di Channel 4, Paul Mason, ha segnalato i rischi di una vittoria di Syriza. I rischi vanno dall’innescare una fuga di capitali all’inadempienza del debito del paese. Un terzo grosso rischio che Mason indica è che “la base di massa di Syriza non accetterà un passo lento del cambiamento economico … e che il partito si disintegrerà sotto la pressione dell’essere al potere”.

Ma lo scenario di una disintegrazione di Syriza ha addizionali conseguenze possibili. La Grecia ha molti movimenti sociali vivaci, comprese lotte ecologiche, il movimento studentesco e spazi liberi che, molto prima che Syriza divenisse una forza elettorale, lavoravano per esercitare pressioni sulle istituzioni esistenti e crearne di nuove che cercassero di emancipare la gente e soddisfare i bisogni che il governo costituito e l’economia d’austerità non erano in grado di soddisfare. Oggi molti movimenti sociali di base sostengono direttamente Syriza oppure lottano su come sostenerlo criticamente o trovare alleanze comuni sul programma del partito, mantenendo al tempo stesso la propria autonomia.  Mentre il centro di gravità politica della Grecia si sposta per concentrarsi su Siriza, la possibilità di una disintegrazione di Syriza sotto pressione corre anche il rischio di spezzare alcuni di questi movimenti sociali, molti dei quali si sono dimostrati l’ultima linea di difesa in una società che ha deluso il suo popolo. E potrebbe essere vero anche il contrario: che una vittoria di Syriza potrebbe contribuire a galvanizzare i movimenti sociali. Il rischio di una vittoria o di un fallimento di Syriza ha conseguenze importanti per i movimenti. Ma c’è anche il rischio di qualcosa di più oscuro.

Se dovesse verificarsi un’insolvenza del debito in un governo di Syriza, ciò avverrebbe dopo cinque anni di crisi montante. La crescente ondata di povertà e di instabilità politica cha ha causato agitazione sociale nel paese ha contribuito anche all’ostilità nei confronti degli stranieri. Il rischio aggiuntivo è che riemergano l’estrema destra e il movimento neonazista greci. Giocando con le ansie e le insicurezze sociali, il partito neonazista Alba Dorata è riuscito, sino a poco tempo addietro, a ricavarsi un ruolo di guida terrorizzando i deboli e vulnerabili del paese e trasformandoli in capri espiatori delle angosce sociali ed economiche.  Alle ultime elezioni ha accumulato 18 membri in parlamento. I dirigenti al vertice del partito sono attualmente in carcere sotto l’accusa di costituire un’associazione criminale. Anche se Alba Dorata potrebbe avere le mani legati nelle procedure legali, la minaccia di una rinascita dell’estrema destra in Grecia, come nel resto d’Europa, sembra essere appena sotto la superficie.

L’ascesa dell’estremismo in Grecia è un problema grave. La dirigenza dell’eurozona ha contemporaneamente legittimato l’estrema destra adottando politiche contrarie all’immigrazione e una retorica islamofoba, tentando al tempo stesso anche di etichettare Syriza e altre forze di sinistra come un esempio dell’ascesa dell’estremismo europeo. Euclid Tsakalotos, il ministro ombra delle finanze di Syriza ha recentemente dichiarato al Guardian che la politica moderna si è spostata “così tanto a destra dopo l’avvento del thatcherismo che le proposte del partito ora sembrano radicali”. Ha indicato che le posizioni di Syriza che le élite europee definiscono radicali erano standard negli anni ’50 e ’60. “Siamo più radicali solo nel senso che siamo stati influenzati dal movimento anti-globale e crediamo nei concetti della democrazia partecipativa”, ha detto. Dove, come la Thatcher, si sosteneva non ci fosse alcuna alternativa al neoliberismo e all’austerità, Syriza ha suscitato ira poiché ha sfidato un sistema che non ha soddisfatto neppure le necessità elementari delle masse popolari.

Conclusione: la posta è elevata

La posta è elevata in queste elezioni greche. Ma al momento molti greci contano sulla futura vittoria e sfida al sistema di Syriza. Conquistare la maggioranza assoluta sui 300 seggi del parlamento greco sarebbe una chiara vittoria. Sarebbe la prima volta che un partito di sinistra in Grecia ottiene la maggioranza nella storia greca moderna, dopo la fine della dittatura del “regime dei colonnelli” nel 1974.

Ma sondaggi recenti di questa settimana suggeriscono che il partito attualmente vincerebbe 147 seggi, poco sotto la maggioranza. Tale numero include i cinquanta seggi extra che il sistema elettorale assegna al partito vincente per rendere più facile la formazione di un governo. Se non conquisterà la maggioranza assoluta, Syriza dovrà formare una coalizione o ottenere sostegno parlamentare da altri partiti per formare un governo di minoranza.

In ogni caso tutti gli occhi saranno puntati su Syriza a lungo dopo le elezioni del 25 gennaio, vinte o perse, per vedere come il partito affronterà il debito del paese, le ondate di privatizzazioni che sommergono il paese e come ne sarà colpita la vita del popolo greco.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

.

Fonte: ZnetItaly

.

.

.