Lug 21 2016

WikiLeaks pubblica 300 mila email del partito AKP di Erdogan

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ISTANBUL, TURKEY - JULY 15  (Photo by Burak Kara/Getty Images)

ISTANBUL, TURKEY – JULY 15 (Photo by Burak Kara/Getty Images)

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Turchia, Wikileaks mostra l’email del partito di Erdogan

300mila missive scambiate dai membri dell’AKP, partito del premier. Ankara risponde con l’oscuramento del sito sul suolo nazionale

di Alfonso Maruccia

L’ultima release di Wikileaks riguarda le comunicazioni riconducibili all’AKP, il partito politico del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, da cui una fonte non meglio precisata ha “estratto” circa 300mila email inviate a partire dal 2010 fino al 6 luglio scorso – pochi giorni prima del fallimentare tentativo di colpo di stato a cui Erdogan sta ora rispondendo con una purga anti-opposizione senza precedenti.

Il database delle email dell’AKP include ovviamente solo messaggi scritti in turco, e il partito del leader e premier aveva evidentemente tutto l’interesse a non lasciar trapelare le comunicazioni visto che è bastato annunciare l’arrivo del nuovo leak per scatenare una reazione immediata da parte degli hacker. Prima della pubblicazione delle email, infatti, Wikileaks ha dovuto sopportare un attacco DDoS che è durato 24 ore e che ha spinto l’organizzazione di Julian Assange a bruciare le tappe rilasciando i dati in anticipo sui tempi inizialmente annunciati.

Le email dell’AKP potrebbero – tra le altre cose – contenere informazioni utili a risolvere il mistero del fallito golpe organizzato da una fazione anti-governativa dell’esercito turco, un colpo di stato conclusosi rovinosamente dopo pochissime ore e a cui ora Erdogan sta rispondendo arrestando, denunciando e licenziando decine di migliaia di non allineati o presunti tali tra giudici, poliziotti, militari, professori e ogni altro tipi di dipendente pubblico.

Nella Turchia di Erdogan le comunicazioni telematiche non hanno mai avuto vita facile, al punto da arrivare all’arresto dei giornalisti per utilizzo di software di cifratura comunemente utilizzati dagli utenti di tutto il mondo. Al premier di Ankara Internet e i servizi telematici piacciono solo quando servono ad aizzare i suoi sostenitori al sollevamento contro i soldati insorti, mentre per quanto riguarda Wikileaks la pubblicazione delle email dell’AKP ha portato al più che prevedibile blocco dell’accesso al sito in Turchia da parte delle organizzazioni che sovrintendono alle politiche da imporre agli ISP.

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Fonte: Punto Informatico

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Dic 3 2015

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna la Turchia per aver bloccato YouTube

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Turchia, condanna europea per il blocco del Tubo

di Claudio Tamburrino

Inibire gli accessi a YouTube per una manciata di video che, pur illegalmente, sbeffeggiano Ataturk viola i diritti fondamentali. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna la Turchia per aver impedito la libera manifestazione del pensiero.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato la Turchia per aver tagliato fuori dalla rete del paese YouTube in diverse occasioni tra il 2008 ed il 2010, un blocco decretato sulla base della presenza di diversi video illegali che avrebbero infangato l’immagine di Mustafa Kemal Ataturk, che la Turchia ritiene padre fondatore della Turchia moderna, e rimosso solo con la rimozione dei video.

Non si tratta dell’ultimo caso in cui la piattaforma viene bloccata in Turchia: all’inizio del 2014, per esempio, Ankata l’aveva resa inaccessibile in concomitanza con le elezioni amministrative. Sulla piattaforma di videosharing erano comparse delle registrazioni di certe intercettazioni sgradite al primo ministro Erdogan, che avrebbero rivelato troppo sulle strategie del potere turco in Siria. L’autorità che vigila sulle tecnologie delle comunicazioni, così come era avvenuto anche con Twitter, aveva ordinato ai fornitori di connettività di innescare i filtri: solo in un secondo momento era intervenuta l’autorità giudiziaria, riconducendo i blocchi all’illegalità di dieci video che che tiravano in ballo Ataturk, pericolosi per la sicurezza nazionale. Contro tale decisione non erano mancati i ricorsi, che in un primo momento avevano anche ottenuto la sospensione del blocco giudicato non proporzionale: tuttavia, davanti all’impossibilità da parte delle autorità locali di bloccare l’accesso ai singoli video, questo era stato rimosso ed il caso era arrivato fino alla Corte Costituzionale, che ne aveva infine decretato l’illegalità.

Il caso legato ai blocchi imposti dal Governo tra il 2008 ed il 2010, nel frattempo, non essendo riuscito ad ottenere giustizia nelle corti locali, faceva il suo iter: grazie al ricorso dei cittadini Serkan Cengiz, Yaman Akdeniz e Kerem Altıparmak, è giunto fino alla Corte di Strasburgo che si è così trovata per la seconda volta a condannare la Turchia per il blocco di un contenuto online considerato lesivo della memoria di Ataturk. Come in un analogo caso del 2012, scaturito dalla decisione da parte delle autorità locali di chiudere – insieme ad un sito accusato di ledere la memoria di Ataturk – anche l’intera piattaforma di blogging Google Sites, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha rilevato la violazione della libera manifestazione del pensiero.

Nella sentenza si legge inoltre che non vi è nessuna disposizione nella normativa nazionale che permetta alle autorità di bloccare una piattaforma intera in forza di un solo contenuto trovato in violazione della legge. Altresì si specifica che le restrizioni all’accesso di contenuti online sono considerate lecite solo nella misura in cui riguardino contenuti specifici e che non rispettino invece l’articolo 10 della Convenzione internazionale sui diritti dell’uomo quelle interdizioni generali che finiscono per colpire una piattaforma intera o comunque altri contenuti estranei a quelli accusati di violazione.

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Fonte: Punto Informatico

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Nov 13 2014

Potenza manifesta contro le trivellazioni petrolifere. Totale silenzio dei media.

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Foto di Donato Ramunno

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Ricevo e pubblico:

Per favore CONDIVIDETE, i media nazionali stanno CENSURANDO questa notizia! Oggi la sede della regione Basilicata a Potenza è stata “assediata” pacificamente dagli studenti, dalle associazioni ambientaliste e da numerosi movimenti #notriv che protestano contro il raddoppio delle estrazioni petrolifere previsto dallo #SbloccaItalia in Basilicata e in altre regioni italiane.

Questa decisione, imposta dall’alto senza coinvolgere le comunità locali, sta sollevando il netto dissenso della stragrande maggioranza della popolazione lucana, pugliese, campana, abruzzese, siciliana e di tutte le altre regioni che, direttamente o indirettamente, sarebbero interessate dalle trivelle.

Qui non si tratta più di essere di questo o di quel colore politico, ma si parla di autodeterminazione dei popoli: in democrazia il popolo (inteso anche come comunità locale/regionale) DEVE poter decidere il proprio destino e a mio avviso questi giovani, i nostri figli, ci stanno dando una bella lezione di democrazia e una grande speranza per il futuro!

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Approfondimento

Il 9 novembre mobilitazione contro lo Sblocca Italia e le trivelle anche in Basilicata

Dal decreto “Sblocca Italia” alla ricerca di petrolio nell’Adriatico

Caccia al petrolio in mezza Sicilia, battuto governo all’Ars: ok a mozione 5 stelle per fermare trivellazioni

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