Nov 10 2017

Cinemovel Foundation | Il cinema come strumento di sensibilizzazione, scambio e conoscenza

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Con la presidenza onoraria di Ettore Scola e la consulenza scientifica di Pierluigi Sacco, Cinemovel Foundation ha dato vita a una piattaforma itinerante di comunicazione sociale che utilizza il linguaggio audiovisivo e della rete. Continuando a fare ciò che il cinema fa da quando è nato: raccontare storie

Cinemovel fa viaggiare il cinema per mettere in comunicazione campagna e città, culture con altre culture, paesi con altri paesi, mettendo al centro delle sue azioni la qualità dell’esperienza e l’incontro tra tradizione e innovazione.

Con vari mezzi di trasporto e grazie alle nuove tecnologie, Cinemovel viaggia tra i paesi portando il cinema alle persone; realizza campagne di informazione insieme ai partner locali e sviluppa attività di formazione per stimolare la nascita di realtà indipendenti e produttive nei vari luoghi che attraversa.

Girare, montare, proiettare, utilizzare la rete e i social network sono le attività di formazione che fanno parte dei progetti Cinemovel, nella convinzione che esiste un nesso inscindibile tra la democratizzazione dei paesi e l’accesso alle nuove tecnologie che facilitano lo scambio di saperi e mestieri, la diffusione delle informazioni e una più equa distribuzione delle risorse intellettuali e materiali.

Dal 2001 Cinemovel Foundation fa viaggiare il cinema come strumento di sensibilizzazione, scambio e conoscenza. La peculiarità delle proiezioni di Cinemovel è quella di rappresentare una novità assoluta per il luogo, per i contenuti e per il contesto in cui si proietta.

Quando scende il buio e il fascio del proiettore illumina la notte, e il ronzio del microfono annuncia l’inizio del film, attorno allo schermo si raccoglie la comunità: centinaia, a volte migliaia, di persone che partecipano a un momento di festa da condividere con gli altri.

E mentre sullo schermo scorrono le storie del cinema, il luogo diventa, con la visione collettiva partecipata, una piazza universale di confronto, un’agorà contemporanea dove esprimere il proprio punto di vista sulla modernità.
La fondazione opera nel
continente Africano, in Europa e in America Latina.

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Scopri le Carovane e i Festival promossi da Cinemovel Foundation

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Fonte: Cinemovel Foundation

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Ott 24 2013

Attacco di Assange al film su WikiLeaks “Il Quinto potere”

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La verità su Quinto Potere

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di G. Niola

Il film che ripercorre la storia di Wikileaks esce nelle sale. Con annessa polemica di Julian Assange. Che, probabilmente, non ha tutti i torti nel giudicare negativamente la pellicola

Quasi sempre quando esce un film che racconta storie o fatti di cronaca che riguardano persone ancora in vita, queste hanno da ridire. Questa volta però la persona in questione, Julian Assange, è il gestore del più grande collettore di documenti segreti del pianeta, WikiLeaks, e quindi non gli è stato troppo difficile ottenere la sceneggiatura definitiva di Il quinto potere prima che fosse visto in sala. E, dopo aver intessuto una corrispondenza con Benedict Cumberbatch (l’attore che ha impersonato la sua riduzione cinematografica), farne un accurato debunking, punto per punto.

In effetti, ora che abbiamo potuto vedere il film (esce nelle sale italiane il 24 ottobre) si fa fatica a dare torto ad Assange: che non ha nemmeno potuto vedere come quella sceneggiatura è stata recitata e come anche le immagini giochino a suo sfavore.

La storia è sceneggiata da Josh Singer (ex sodale di Aaron Sorkin su West Wing) ed è tratta da due libri: Inside WikiLeaks: My Time with Julian Assange and the World’s Most Dangerous Website di Daniel Domscheit-Berg, ex collaboratore di WikiLeaks ora in causa con Assange (non proprio la persona più imparziale da cui attingere), e WikiLeaks: Inside Julian Assangès War on Secrecy di David Leigh and Luke Hardin, giornalisti del Guardian(anch’essi coinvolti nei fatti raccontati, dunque non imparziali). Si parte dalla prima volta in cui Daniel Domscheit-Berg incontra fisicamente Julian Assange e comincia a collaborare con il suo sito, fino a quando i due non si separano burrascosamente in seguito alla pubblicazione dei cablogrammi e dei resoconti di guerra dall’Afghanistan del 2010.

Se da una parte l’idea che ne esce è che WikiLeaks sia stato determinante, una svolta necessaria che porterà ad un cambio in meglio nella nostra società, dall’altra è anche molto sottolineato come sia stato un esperimento immaturo, pericoloso, frutto del delirio di un uomo che non voleva ascoltare la ragione (rappresentata da Daniel Domscheit-Berg) e condotto senza tutti quegli strumenti che il giornalismo vero (rappresentato dal Guardian) ha maturato nei suoi secoli di evoluzione. Dunque non rimane che Assange a cui dare la colpa.

Nella sua disamina sulle inesattezze del film (dal suo punto di vista) Julian Assange, l’unica persona assente tra le fonti del film, si premura innanzitutto di difendersi dall’accusa più grave. Nel film infatti si sostiene, come spesso è stato ripetuto, che il problema con le rivelazioni del 2010 fu che mettevano in pericolo le fonti e i collaboratori del governo USA in zone pericolose e vediamo anche come uno di questi (preso ad esempio per tutti gli altri) scappi sudato e preoccupato con bambini in braccio e altri particolari melodrammatici. Tuttavia, ricorda il fondatore di WikiLeaks, nessuna fonte, nessuna persona e nessuno nominato in quei documenti ha subito ritorsioni o è stato effettivamente messo in pericolo. La minaccia tanto paventata non si è mai verificata. Questo nel film non è specificato.

Assange stesso è rappresentato come un mezzo matto, cosa che il soggetto in questione smentisce citando diverse interviste di Benedict Cumberbatch, in cui l’attore racconta di aver dovuto lottare con il regista perché il personaggio non sembrasse un megalomane o un cattivo da cartone animato. Allo stessa maniera poi il suo pensiero viene semplificato fino ad essere stravolto. Chi conosce i discorsi e la filosofia dietro WikiLeaks sa infatti che Assange non è un maniaco della trasparenza a tutti i costi come viene dipinto, ma una persona che crede fermamente nella privacy degli individui e ritiene che la trasparenza debba essere proporzionale al potere. In più, dopo aver ricordato che la base sono pubblicazioni di persone (Domscheit-Berg) che sono in causa con lui, l’interessato cita altri collaboratori come Sarah Harrison, Joseph Farrell o Kristinn Hrafnsson che a suo dire potrebbero raccontare gli eventi da un altro punto di vista.

A parte le considerazioni più generali, i dettagli più grossolanamente errati su cui Assange si sofferma riguardano gli eventi del 2010 durante i quali, a suo dire, Daniel Domscheit-Berg sarebbe stato già assente. Per il fondatore di WikiLeaks lui e il suo collaboratore non si sono più visti dopo il soggiorno in Islanda, dunque egli non avrebbe mai preso parte in alcuna maniera alle divulgazioni di Collateral Murder, War logs e i cablogrammi come invece il film mostra (mettendolo anche nella redazione di diversi giornali a rappresentare WikiLeaks). In più sembra che Assange non abbia mai incontrato Anke Domscheit-Berg (compagna di Daniel) con la quale invece lo vediamo intessere siparietti che suggeriscono un suo legame quasi morboso a Daniel. La storia dei due segue infatti gli stereotipi della love story, e Assange spesso si comporta come un partner deluso e tradito.

Ovviamente sono totalmente ricusate anche le accuse più lievi come quella di tingersi i capelli di bianco in seguito ad un’abitudine maturata quando da piccolo aderiva ad una setta (cosa anch’essa smentita), al pari dei passaggi più canzonatori come quando il protagonista è mostrato come un paranoico ossessionato dall’essere sorvegliato, cosa che secondo Assange è non solo vera ma anche ampiamente dimostrata.

Ma anche trascurando le controversie relative ad elementi di certo non marginali, l’impressione vedendo Il quinto potere è che sia il risultato del lavoro di qualcuno che ne apprezza il concetto di base (ribellione, conquista dei propri diritti di cittadini ecc) ma che proviene da un mondo molto lontano da quello di WikiLeaks e da una mentalità radicalmente differente.

Lo dimostra la metafora usata per spiegare l’organizzazione (un ufficio anni ’50 dove i leak arrivano sotto forma di fogli di carta!), lo dimostra la poca confidenza con la tecnologia (“Per sistemare questo filmato possiamo usare FFMPEG e Final Cut” viene detto ad un certo punto da un esperto, con il tono di chi ha usato un linguaggio oscuro e nominato stratagemmi da smanettone), e lo dimostra il totale appoggiarsi per qualsiasi conclusione, e per dare a WikiLeaks l’onore delle armi, alla vecchia e cara carta stampata, ai giornalisti del Guardian, unici depositari della vera coerenza e della sapienza giornalistica.

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Il blog di G.N.

Fonte: Punto Informatico

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Apr 3 2013

Salviamo Report e il diritto di informare. Firma la Petizione!

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Come si fa per impedire a un giornalista di indagare e permettere ai cittadini di conoscere la verità? Fascismo, stalinismo e logge massoniche avevano i loro metodi coercitivi. Oggi la censura preventiva e l’intimidazione si attuano con espedienti più moderni, e solo apparentemente meno perversi e repressivi. Ad esempio intentando una causa nei confronti di una giornalista e chiedere un risarcimento milionario perché una sua inchiesta ha cercato di fare luce sulle zone d’ombra di una multinazionale.

È ciò che ha fatto l’Eni, sesto gruppo petrolifero mondiale per giro di affari che con una querela di ben 145 pagine accusa Report di Milena Gabanelli di averne leso l’immagine per un’inchiesta del dicembre 2012. Cospicua la richiesta di risarcimento: 25 milioni di euro. Chi si sente diffamato ha tutto il diritto di tutelarsi ma è chiaro che in questo caso l’obiettivo è un altro: un palese tentativo di intimidazione. Il termine tecnico è “querele temerarie,” un’azione di sbarramento compiuta nei confronti di un giornalista per dissuaderlo dal proseguire il suo filone di inchiesta. E ovviamente per disincentivare altri cronisti dall’occuparsi dello stesso tema.

Per impedire l’uso di questo strumento intimidatorio il Parlamento ha avviato un lavoro bipartisan nella passata legislatura. Un iter che ovviamente giace ora impolverato nei cassetti di Montecitorio e Palazzo Madama. Per questo oggi lanciamo una petizione per chiedere che il nuovo Parlamento voglia immediatamente mettere mano ad una revisione della materia che preveda una sostanziosa penalità nei confronti di chi utilizza strumentalmente questo tipo di richieste, condannando il querelante, in caso di sconfitta in sede giudiziaria, al pagamento del medesimo importo: se cioè chiedi 25 milioni di euro alla Gabanelli di risarcimento e poi perdi la causa la risarcisci della stessa cifra. E vince il diritto di informare ed essere informati

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FIRMA LA PETIZIONE

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Fonte: change.org

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Apr 3 2013

Comunità resistenti, pratiche di mutuo soccorso, un altro mondo possibile nell’era della crisi

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Tratto da   AE 148

I giovani, oltre gli stereotipi

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Una parte considerevole dei lettori di Altreconomia è costituita da ragazze e ragazzi tra i 18 e i 26 anni. Grazie al cielo, anche una parte dei lavoratori di Altreconomia (in redazione e tra i collaboratori) sta in quella fascia di età.

Non è scontato né banale, e avere a che fare con giovani adulti -oltre a essere una fortuna- costituisce una responsabilità che ci assumiamo volentieri. Non siamo qui per descrivere quella generazione, capire se sono più o meno smarriti di quanto lo siano stati i loro genitori o fratelli maggiori.
Possiamo ipotizzare che si tratti di studenti, universitari, giovani lavoratori (precari, spesso), disoccupati, volontari. Molti di loro hanno affrontato per la prima volta un’elezione politica, lo scorso febbraio.
Aboliamo per una volta la pratica -perdente- di voler attribuire etichette e comprendere comportamenti, spiegare scelte, categorizzare, generalizzare (e quindi banalizzare). Per come la vediamo noi, consideriamo che si tratti di persone e come a tutte le persone verranno attribuite loro colpe e meriti.
Tuttavia ci chiediamo come un ragazzo di 23 o 24 anni viva questa epoca di resistenza, resilienza e adattamento. Una delle tante possibili risposte ce l’hanno data i ragazzi di Glocal Action. Si tratta di un gruppo “di fatto” di persone tra i 17 e i 26 anni, la maggior parte dei quali, pur provenienti da contesti diversi, abita nel quartiere San Siro di Milano. “Abbiamo una composizione meticcia”, dicono di sé. “Ogni giorno portiamo avanti buone pratiche per diffondere una cultura del rispetto”. Di recente hanno autoprodotto un volumetto che hanno intitolato “In piazza si impara”: lo considerano un “manuale delle buone pratiche di mutuo soccorso”.
“Abbiamo scelto di guardarci attorno a 360 gradi, di studiare e cercare di capire come, in tutto il mondo, attraverso pratiche di mutuo soccorso che a tratti ricordano quelle delle prime società operaie nell’800 ci siano comunità resistenti che di fronte alla crisi si organizzano dal basso per vivere meglio e disegnare un altro mondo possibile”. Il manuale descrive alcune pratiche in modo semplice e diretto, in modo che possano essere riprodotte. Eccone alcune: orti urbani, community garden, scuole di italiano per stranieri, spazi sociali autogestiti, palestre popolari, banche del tempo, mercatini dell’usato, difesa della casa e sospensione degli sfratti, monete alternative, ambulatori medici popolari, file sharing, car sharing, ciclofficine, gruppi di acquisto solidali. Alle pratiche si accompagnano esempi concreti, storie riuscite.

I ragazzi di Glocal Action forse non ricadono nello stereotipo che molte persone hanno in mente quando pensano a un ventenne italiano. Noi sappiamo che Glocal Action non è un’eccezione: di realtà analoghe, di giovani adulti che si impegnano per la comunità, è piena l’Italia.
A tutti loro ci permettiamo di proporre o quantomeno ribadire l’urgenza di due argomenti, sui quali vale la pena concentrare (ulteriori) sforzi.

Il primo è l’uguaglianza. Di fronte alla crescente concentrazione delle ricchezze, al calo del potere di acquisto e all’instabilità economica, dovremmo tutti lavorare per riportare il tema dei salari e di una più equa distribuzione dei redditi come prioritario. È una condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per garantire giustizia e benessere, specie per chi ha ancora molto da costruire della propria vita. Dentro, ci sono parole d’ordine diverse -dal reddito minimo di inserimento, al welfare, passando per la tutela ambientale- che tuttavia attengono tutte al medesimo sguardo: quello del futuro che ci attende. In Italia permane una disuguaglianza inaccettabile, che mantiene strutture di potere e di ricchezza in mano a pochi, e tarpa le ali e i sogni di molti.

Il secondo argomento è l’informazione. Torniamo spesso su questo tema non tanto -o non solo- perché riguarda il nostro lavoro, ma perché oggi ancor più di ieri la tutela della buona informazione -intesa come indipendente dai poteri, e di qualità-, è ritenuta inutile, messa in discussione, addirittura osteggiata. Attaccata sul piano professionale e simbolico. Anche in questo caso si tratta si tratta di giustizia, e anche in questo caso c’è in ballo il futuro.

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Fonte: Altreconomia

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Mar 10 2013

Il branco di lupi (giornalisti) pagati per sputtanare il Movimento 5 Stelle

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GIORNALISTI E GRILLO

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di Andrea Fabozzi

«La lente di ingrandimento della stampa può essere usata per mettere a fuoco i problemi di tutti, per portare alla luce questioni prima sconosciute». Sono parole di un comico. Pronunciate durante un comizio politico. Davanti a centinaia di migliaia di persone. A Washington, però, e più di due anni fa. In Italia abbiamo Beppe Grillo che i suoi talenti di attore comico li ha compiutamente messi a frutto nel mestiere di politico. E alle domande dei giornali italiani non risponde. La stampa nazionale, dice, è fatta di «lupi» che «sono pagati dai partiti per sputtanare il Movimento 5 Stelle». Qualcuno, anche tra i giornalisti italiani, comincia a dargli ragione.

Distinguiamo. C’è l’irresistibile attrazione del carro del vincitore, storia nota. In Rai è già nata la corrente dei giornalisti grillini. C’è la vecchia legge del «trattami male e ti darò ascolto» che noi giornalisti di solito tentiamo di usare a nostro vantaggio, per «sciogliere» le fonti. Funziona però anche a nostro danno. La strategia dell’isolamento, la tecnica di comunicazione che applicano Casaleggio e Grillo non è nuova né raffinata. A loro riesce particolarmente bene grazie al rigido controllo che esercitano sugli attivisti – e dal numero e dalla frequenza delle «istruzioni» per i militanti diffuse sul blog si capisce quanto tengano a mantenerlo. Raccontarsi come accerchiati aumenta la coesione del gruppo, trovarsi fisicamente accerchiati da giornalisti caduti in trappola è un bel regalo. Naturalmente non tutti i militanti e nemmeno gli eletti del 5 Stelle hanno le stesse reazioni davanti ai cronisti, negli anni però l’ostilità è aumentata. A Milano hanno persino fatto avere alla stampa un glossario perché venisse evitato il termine «leader», perché «fuorviante, Grillo non è il nostro leader». Solo pochi giorni dopo, però, Grillo dal sito informava che lui è l’unico «capo politico del movimento». Chi si avvicina adesso per fare una domanda al grillino medio, in genere viene accolto da un telefonino che inizia a riprendere e da almeno un paio di contro-domande: chi ti paga? come hai fatto ad avere il posto? Il politico tradizionale, invece, anche mai conosciuto, abitualmente risponde con un «carissimo».

Il giornalismo politico cambierà i grillini che hanno conquistato il parlamento, o saranno loro a cambiare qualcosa nel giornalismo politico? Purtroppo quello che principalmente ci sarebbe da cambiare, è cioè la scarsa indipendenza della stampa dai poteri economici e la conseguente incapacità di mettere in difficoltà i potenti di turno, è quello a cui Grillo si dedica meno. Preferisce non distinguere, attaccare genericamente ogni giornale – la funzione stessa dei giornali – coprendo così il grande tema dei conflitti di interesse degli editori. Al contrario, l’esaltazione acritica che Grillo fa della rete – meglio, di una forma piuttosto arcaica e unidirezionale della comunicazione in rete – trascura di riflettere su quanto si stia impoverendo la produzione di notizie. I giornali, nella crisi, si affidano sempre più spesso a collaboratori mal pagati quando non direttamente ai lettori per sostituire il lavoro professionale delle redazioni. Il che aumenta il volume delle informazioni, ma ne diminuisce attendibilità e accuratezza.

Non di meno alcune caratteristiche del giornalismo politico italiano entreranno in rotta di collisione con i rappresentanti del 5 Stelle. Non diminuirà lo spazio che i giornali dedicano alla politica – in Italia è tanto per ragioni storiche e perché qui da noi la politica vende. Ma la tendenza a personalizzare il discorso faticherà con un movimento che si vuole di semplici portavoce: la stampa ha strutturalmente bisogno di riconoscere i leader, o ne nasceranno o saranno creati, magari artificialmente. Così come la naturale tendenza dei giornali per le previsioni piuttosto che per il racconto dei fatti dovrà entrare in relazione con una delegazione parlamentare che avrà poteri limitati e informazioni scarse. In definitiva quello che decideranno Casaleggio e Grillo lo sapranno (sempre) solo loro.

E poi, per quanto sforzo possano fare i «secchioni» del movimento, l’innegabile eccesso di politicismo di un giornalismo troppo dipendente dalle dichiarazioni e poco dai fatti per essere curato avrà bisogno di fatti. Per intendersi, è vero che per 20 anni i giornali hanno raccontato lo stesso scontro tra la politica e la magistratura. Ma è vero anche che di riforme della giustizia se ne sono viste poche.

Infine ci sarebbe da correggere la tendenza a sovra rappresentare alcune realtà politiche – basta ricordare la centralità che ha avuto Casini nel racconto pre elettorale. Ma anche questa tendenza, per quanto Grillo voglia ignorarlo, non è figlia della malafede dei giornalisti «lupi», quanto ancora degli interessi costituiti in imprese editoriali. Perché «la lente di ingrandimento della stampa», ha concluso quell’altro comico, quello americano – il grande Jon Stewart – nel suo comizio di Washington due e più anni fa, «può anche essere usata per dare fuoco alle formiche e magari fare uno speciale di una settimana per discutere sull’improvvisa, inattesa e pericolosa epidemia di formiche in fiamme».

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Fonte: il Manifesto