Apr 25 2020

Sosteniamo i giornalisti attaccati dall’industria della carne: lettera alla Rai

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Esprimiamo massima solidarietà a Sabrina Giannini, conduttrice di Indovina chi viene a cena, Mario Tozzi, conduttore di Sapiens, Luca Chianca e Sigfrido Ranucci di Report, duramente attaccati nei giorni scorsi dagli industriali della carne e della zootecnia.

Questo il messaggio che abbiamo inviato alla RAI, insieme alle associazioni Animal Equality Italia, CIWF Italia, ENPA, Essere Animali, Greenpeace Italia, Humane Society International Italia E Legambiente.

Con una lettera aperta rivolta al Presidente e al Consiglio d’Amministrazione della Rai, manifestiamo il nostro appoggio a tutti i giornalisti che, con le loro inchieste, si occupano e si occuperanno di portare alla luce scomode verita’, come l’impatto ambientale e il problema sanitario legato agli attuali livelli di produzione e consumo di carne e al metodo di allevamento intensivo.”

“Voler tenere nascoste tutte queste informazioni al pubblico e’ gravissimo: significa disinteressarsi della salute pubblica e di un problema globale che tutto il mondo sta vivendo con drammaticita’ e con un impatto sociale ed economico devastante, e che, se non risolto alla radice in tutte le problematiche correlate, si riproporra’ di nuovo in futuro. Attaccare giornalisti che affrontano scomode verita’, che non possiamo piu’ permetterci di omettere dalla discussione, e’ solo un modo per difendere i propri interessi, a scapito di quelli della collettivita’ e dell’umanita’ intera – questa la nostra posizione, affermata insieme alle altre Associazioni in un passaggio della lettera, in cui aggiungiamo – chiedere di far tacere dei giornalisti, o di impedire che trattino specifici argomenti, e’ inoltre contrario al concetto di liberta’ d’informazione, su cui e’ basata ogni vera democrazia.”

Ringraziamo il servizio pubblico RAI per aver dato spazio a simili programmi di approfondimento, con l’invito a non lasciare che palinsesto e contenuti vengano influenzati da simili levate di scudi da parte di aziende e associazioni di categoria che proteggono gli interessi dei singoli produttori a scapito della tutela della collettivita’.

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#INFORMAZIONELIBERA

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LETTERA APERTA

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Fonte: LAV

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Set 15 2019

Vogliamo fermare la distruzione della Foresta Amazzonica? La soluzione è in mano nostra!

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L’Amazzonia brucia per la carne, non per il tofu

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Molti parlano e scrivono dell’Amazzonia incendiata, in queste settimane, e se non altro per la gran parte dicono la verità, cioè che la prima causa degli incendi – sempre appiccati dall’uomo – è la volontà di creare spazi per il pascolo dei bovini. Non a caso già nel 2003 il Centro per la Ricerca Forestale Internazionale intitolava “Hamburger connection” il suo report sul disboscamento della foresta amazzonica.

D’altra parte, se si vuole continuare con gli attuali consumi di carne, non esiste altra soluzione che disboscare (non solo in Amazzonia, ma dappertutto): non c’è più spazio sul pianeta.

Molti citano anche l’utilizzo del territorio così deforestato per la coltivazione della soia: anche questo è verissimo, ma capita che lettori disattenti o frettolosi non leggano fino in fondo e non si rendano conto che la soia coltivata non è quella che si utilizza per il tofu e il latte di soia per il consumo umano, ma è quella usata nei mangimi per gli animali d’allevamento ed esportata soprattutto in Europa.

In definitiva, dunque, quasi tutto il disboscamento effettuato in Amazzonia – si parla di ben oltre l’80% – ha come causa prima la produzione di carne: quella dei bovini allevati nella ex-foresta stessa e quella di altre specie animali, allevati in altri paesi, nutriti con la soia dell’Amazzonia.

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La sostenibilità della soia

Non è dunque proprio il caso di immaginarsi che la soia per il consumo umano sia una coltivazione non sostenibile: è del tutto sostenibile, come quella degli altri legumi. Anzi, di più, perché le proprietà nutritive della soia sono eccezionali, quindi a parità di risorse fornisce una quantità – e qualità – di nutrienti maggiore.

Dai cibi vegetali ricaviamo nutrienti in modo diretto, senza sprechi: da quelli animali no, perché per ottenere un kg di carne occorre nutrire l’animale con circa 15 kg di vegetali, in media.

Se più persone consumassero soia anziché carne o pesce, latticini e uova, non ci sarebbe certo bisogno di disboscare le foreste per far posto a pascoli e coltivazioni di mangimi: per la produzione di cibi di origine animale si utilizza nel mondo l’83% dei terreni agricoli, ricavando da essi solo il 18% delle calorie globali della dieta [J. Poore, T. Nemecek, Reducing food’s environmental impacts through producers and consumers, Science, 1 giugno 2018 (Vol. 360, Issue 6392, pp. 987-992, DOI: 10.1126/science.aaq0216)].

Questo significa che, a parità di calorie, il consumo di terreni per la produzione di cibo animale è 22.3 volte maggiore di quello necessario per la produzione di vegetali!

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Le foreste in continua distruzione

Qualcuno suggerisce che non serva preoccuparsi così tanto per questi incendi, dato che succede ogni anno. Ma proprio perché succede ogni anno, da decenni, bisogna preoccuparsi, perché significa che si continua a deforestare e la situazione è sempre più grave e siamo sempre più vicini al punto di non ritorno.

Si parla di 13 milioni di ettari di foreste tropicali distrutti annualmente. In Amazzonia, oltretutto, negli ultimi anni le cose stanno peggiorando e si teme che, per la prima volta negli ultimi 10 anni, nel 2019 si raggiungano i 10 mila km quadrati di foresta amazzonica disboscata.

E tutto per mangiare carne. L’ha ribadito pochi giorni fa anche un rappresentante dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): “Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.” [“Amazzonia, in fiamme la grande riserva di carbonio e fonte di ossigeno per il pianeta”, 23 agosto 2019]

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Basta evitare il manzo dell’Amazzonia?

Evitare questa specifica carne – come alcuni stanno suggerendo – non è certo una soluzione: finché si continua a consumare prodotti derivanti dall’allevamento, qualsiasi sia la specie animale e in qualunque posto sia l’allevamento, si consuma una quantità enorme di territorio, come dimostrano i dati citati sopra. E quindi non c’è altra soluzione che disboscare, per creare pascoli e coltivazioni di mangimi. Se non è in Amazzonia è da un’altra parte e ormai non ci sono più terreni sfruttabili sul pianeta, senza disboscare.

Se si vuole prendere davvero posizione e fare qualcosa di concreto per l’Amazzonia – e per tutto il resto del pianeta – c’è una soluzione sola: smettere con la carne, prima possibile.

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Vuoi fare la scelta più giusta? Ti aiutiamo noi.

Se smettiamo con la carne, di tutte le specie animali, pesci inclusi, e con gli altri prodotti animali, non salveremo solo l’Amazzonia, ma anche moltissimi animali e miglioreremo la nostra salute, scegliendo di preparare i nostri piatti coi tanti ingredienti vegetali esistenti.

La cosa positiva è che non dobbiamo aspettare interventi dall’alto, dai governi, dalle istituzioni internazionali: la soluzione è in mano nostra, basta pochissimo per cambiarle le cose.

Si tratta solo di cambiare abitudini: se ti sembra difficile, se temi di dover fare troppe rinunce, rassicurati, è molto più facile di quel che sembra e non si deve rinunciare alla buona tavola.

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Fonte: agireora.org

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Lug 6 2019

“Casa de carne” | Il cortometraggio che insegna a non uccidere

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“Casa de carne” è un cortometraggio del giovane regista Dustin Brown, vincitore del primo posto e di un premio di 3mila dollari in contanti agli Tarshis Short Film Awards 2019, le premiazioni di documentari e film dedicati alla questione animale.

Se i mattatoi avessero le pareti di vetro, tutti sarebbero vegetariani” (Lev Tolstoj)

Il video suscita emozioni positive, come l’empatia verso l’affettuoso cucciolo di maiale ritratto nel film, e negative, come l’orrore e l’angoscia nel sapere che verrà brutalmente ucciso a causa nostra. La speranza è che queste emozioni facciano davvero breccia nel cuore, vi rimangano e facciano cambiare comportamento alle persone.

Oltre alla visione del video è offerta la possibilità di richiedere il Vegan Starter Kit pieno di consigli pratici, in versione elettronica o cartacea, gratuitamente.

Vai alla pagina del video

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Nov 13 2018

Tassa sulla carne rossa | Consumo e malattie…spesa sanitaria di 285 miliardi di dollari l’anno.

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Dopo la notizia bomba diffusa nell’ottobre del 2015 dalla IARC (International Agency for Research on Cancer), parte integrante dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), sull’inserimento nell’elenco delle sostanze cancerogene delle carni rosse lavorate e sulla probabile cancerogenità della carne rossa (http://www.iarc.fr/en/media-centre/pr/2015/pdfs/pr240_E.pdf), su tutto il pianeta si diffuse un clima di panico. L’autorevolezza e l’autorità scientifica della IARC, composta da uno staff di 300 ricercatori, attivi in 50 nazioni, e dell’OMS sono schiaccianti e fuori discussione.

Da allora ad oggi qualcosa è cambiato. Certamente, il consumo di carne è diminuito ma non tanto da evitare che una buona parte dell’umanità continui ad ammalarsi di cancro, malattie cardiocircolatorie e diabete con spese per la sanità pubblica veramente notevoli.

Le malattie legate alle carni rosse costano 285 miliardi di dollari all’anno nel mondo. Ecco che allora nell’Università di Oxford un gruppo di ricercatori ha pubblicato un lavoro che mette a confronto una tassa sulla carne per coprirne il costo sociale delle patologie provocate dal suo consumo . Viene quindi proposta una tassa del 20% sulla carne non lavorata (come le bistecche) e del 110% su quella lavorata (come le salsicce, la pancetta, salami, prosciutti, mortadelle, würstel… ).

(madu)

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Ecco l’abstract del lavoro sviluppato dai ricercatori dell’Università di Oxford e pubblicato sulla rivista “Plos One”.

ABSTRACT

Tasse, motivate dalla salute, sulle carni rosse e lavorate: uno studio di modellizzazione sui livelli di tassazione ottimale e gli impatti associati sulla salute.

Autori: Marco Springmann ,

  • Daniel Mason-D’Croz,
  • Sherman Robinson,
  • Keith Wiebe,
  • H. Charles J. Godfray,
  • Mike Rayner,
  • Peter Scarborough

Obiettivo

Il consumo di carne rossa e lavorata è stato associato ad un aumento della mortalità per malattie croniche e, di conseguenza, è stato classificato dall’Organizzazione mondiale della sanità come cancerogeno (carne trasformata) e probabilmente cancerogeno (carne rossa) per l’uomo. Una risposta politica è quella di regolare il consumo di carne rossa e lavorata in modo simile ad altri agenti cancerogeni e alimenti con problemi di salute pubblica. Qui descriviamo un approccio basato sul mercato per tassare la carne rossa e trasformata in base al suo impatto sulla salute.

Metodi

Abbiamo calcolato livelli fiscali economicamente ottimali per 149 regioni mondiali che avrebbero dovuto (internalizzare) i costi sanitari associati alla cattiva salute dal consumo di carne rossa e trasformata, e abbiamo utilizzato un quadro di modellazione accoppiata per stimare gli impatti della tassazione ottimale sul consumo, salute costi e mortalità per malattie non trasmissibili. Gli impatti sulla salute sono stati stimati utilizzando un quadro di valutazione del rischio comparativo globale e le risposte economiche sono state stimate utilizzando dati internazionali sui costi sanitari, i prezzi e l’elasticità dei prezzi.

Risultati

I costi sanitari per la società attribuibili al consumo di carne rossa e trasformata nel 2020 ammontavano a 285 miliardi di dollari (intervalli di sensibilità basati sull’incertezza epidemiologica (SI), 93-431), tre quarti dei quali erano dovuti al consumo di carne lavorata. In condizioni di tassazione ottimale, i prezzi delle carni lavorate sono aumentati in media del 25%, passando dall’1% dei paesi a basso reddito a oltre il 100% nei paesi ad alto reddito e i prezzi delle carni rosse sono aumentati del 4%, passando dallo 0,2% a oltre 20%. Il consumo di carne lavorata è diminuito in media del 16%, passando dall’1% al 25%, mentre il consumo di carne rossa è rimasto stabile in quanto la sostituzione delle carni trasformate ha comportato riduzioni dei prezzi. Il numero di decessi attribuibili al consumo di carne rossa e lavorata è diminuito del 9% (222.000, SI, 38.000-357.000) e i costi sanitari attribuibili sono diminuiti del 14% (USD 41 miliardi, SI, 10-57) a livello globale, in ciascun caso con maggiori riduzioni nei paesi ad alto e medio reddito.

Conclusione

Includere il costo della salute sociale del consumo di carne rossa e trasformata nel prezzo delle carni rosse e trasformate potrebbe portare a significativi benefici per la salute e l’ambiente, in particolare nei paesi ad alto e medio reddito. I livelli di tassazione ottimali stimati in questo studio sono specifici del contesto e possono integrare le semplici regole empiriche attualmente utilizzate per stabilire livelli di tassazione motivati dalla salute.

Fonte: PLOS|One

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Nov 23 2017

Impossible Burger | I rischi della carne vegetale

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Gli sporchi segreti della carne vegetale

 di Silvia Ribeiro

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L’industria della carne è un grave problema per la salute, l’ambiente e per gli animali che sono costretti a vivere tutta la loro vita in condizioni deplorevoli. Per tutte queste ragioni, sempre più persone scelgono di mangiare meno carne o di abbandonare totalmente il suo consumo. Davanti a questa domanda, l’industria dei sostituti vegetali della carne cresce molto rapidamente, ma sono davvero migliori?

Ad esempio, il cosiddetto hamburger impossibile (Impossible Burger) dell’impresa high-tech Impossible Foods, nella quale molti operatori provengono dall’industria biochimica e informatica più che da quella alimentare, è uno dei prodotti di questo fiorente mercato. Lo presentano come completamente vegetale, ma con una salsa segreta che lo fa sanguinare e con un sapore e un colore molto simili a quelli della carne.

L’ingrediente che gli dà questo effetto, la leghemoglobina (abbreviata in inglese SLH o semplicemente heme), è in questo caso un prodotto derivato dall’ingegneria genetica che non è stato approvato come sicuro per la salute umana dall’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti (FDA nel suo acronimo inglese): malgrado ciò, dal 2016 l’azienda lo ha messo sul mercato.

La questione è venuta alla luce per un articolo del New York Times dell’8 agosto 2017, a partire dal quale le organizzazioni Amigos de la Tierra e Grupo ETC hanno ottenuto, mediante la legge di accesso all’informazione, i documenti che l’impresa ha presentato alla FDA, nel tentativo di ottenere la sua approvazione (tinyurl.com).

Secondo quanto ha spiegato Jim Thomas, del Grupo ETC, la FDA ha detto a Impossible Foods che il suo hamburger non raggiunge gli standard di innocuità, e l’impresa ha ammesso di non conoscere tutti i suoi ingredienti. Anche così, lo ha venduto a migliaia di incauti consumatori. L’azienda dovrebbe ritirare dal mercato i suoi hamburger fino a quando la FDA non stabilisce la sicurezza del prodotto e dovrebbe porgere le sue scuse a coloro che sono stati messi a rischio.

La leghemoglobina usata per questo hamburger, è una proteina creata in laboratorio che ne imita una presente nella radice delle piante di soia, ma viene prodotta, all’interno di serbatoi, da microbi alterati mediante la biologia sintetica. Nei documenti presentati dall’azienda alla FDA, l’agenzia ha avvertito che secondo i dati forniti, l’heme, ingrediente chiave dell’hamburger, non rispetta gli standard per lo status di sicurezza generalmente riconosciuti (GRAS, nel suo acronimo in inglese). L’impresa ha ammesso che nel processo di ingegneria genetica per l’heme, si erano generate 46 proteine supplementari inaspettate, nessuna delle quali era stata valutata nel dossier presentato alla FDA. Per evitare che la FDA respingesse la richiesta, l’impresa l’ha volontariamente ritirata, assicurando che avrebbe realizzato nuovi test, che attualmente assicura di aver realizzato con successo – in esperimenti di alimentazione con topi da laboratorio- ma, malgrado questo, lo studio non è pubblico. Anche se l’azienda sostiene che la proteina contenuta nella soia è stata consumata per molto tempo e non sono noti effetti avversi, la versione costruita mediante biologia sintetica, così come le proteine supplementari inaspettate, sono sconosciute e hanno un potenziale allergenico e altri sconosciuti.

Il caso di questo hamburger vegetale sanguinante è significativo dello sviluppo in questo settore. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di alternative sostenibili, ma in molti casi sono sostituti con ingredienti che sono stati secreti, in vasche di fermentazione, da microbi o lieviti alterati geneticamente mediante la biologia sintetica: un settore scarsamente o per nulla regolamentato, nel quale non esistono neanche norme di biosicurezza adeguate a questo processo industriale nuovo e per nulla naturale. Altri esempi dello stesso tipo sono i sostituti che imitano il latte vaccino prodotti dall’azienda Perfect Day o gli albumi di Clara Foods, entrambi prodotti con biologia sintetica.

Sono aziende che cercano di approfittare commercialmente delle lacune normative e della critica e della sensibilità di sempre più persone davanti alla produzione industriale di carne e alla crudeltà degli allevamenti, ma senza spiegare che il processo di produzione si basa su tecnologie rischiose, sia in questi che in altri casi, come quelli che producono carne in laboratorio, un’altra avventura di alta tecnologia che implica rischi sulla salute che non sono stati valutati.

Il motore di questo settore industriale è che il mercato dei sostituti dei prodotti animali è enorme e in rapida crescita: il fondatore della Impossible Foods stima che, in pochi anni, sarà di miliardi di dollari. Sicuramente è anche il motivo per cui Impossible Foods ha ottenuto investimenti per 200 milioni di dollari da parte di Bill Gates, Khosla Ventures e anche dal miliardario di Hong Kong, Li Ka-Shing, ai quali questo mese si sono aggiunti ulteriori 75 milioni di dollari dal fondo di investimento sovrano di Singapore (NYT).

La messa in discussione dell’allevamento industriale degli animali è completamente giustificata per una vasta gamma di ragioni, ma non abbiamo bisogno di cambiarlo per un’altra industria nociva e rischiosa. La produzione contadina, agro-ecologica, di pastori e pescatori artigianali, ci offre abbondanti alternative reali, sane e provate.

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Fonte: comune-info.net.

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Pubblicato sul blog di Silvia Ribeiro, direttrice del Gruppo ETC per l’America Latina, con il titolo “Secretos sucios de la carne vegetal”.

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