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Germania: lascia che Roger Waters dei Pink Floyd si esibisca a Francoforte. Firma la Petizione!

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Katie Halper ha lanciato questa petizione:

Noi artisti, musicisti, scrittori e altri personaggi pubblici e organizzazioni siamo profondamente turbati dai recenti sforzi dei funzionari tedeschi per screditare e mettere a tacere il musicista Roger Waters. Il 24 febbraio 2023, il consiglio comunale di Francoforte e il governo dello stato dell’Assia hanno annunciato la cancellazione di un concerto di Waters programmato per il 28 maggio alla Festhalle. Il consiglio comunale di Francoforte afferma che la cancellazione del concerto di Waters “ha dato un chiaro segnale contro l’antisemitismo”, descrivendo il musicista come “uno degli antisemiti più diffusi al mondo”. Come prova, il Consiglio afferma che Waters “ha ripetutamente chiesto un boicottaggio culturale di Israele e ha fatto paragoni con il regime di apartheid in Sud Africa e ha fatto pressioni sugli artisti affinché cancellassero eventi in Israele”.

Non ci sono altre prove oltre a queste due affermazioni: che Waters ha sostenuto la campagna di boicottaggio culturale di Israele guidata dai palestinesi e che ha paragonato il governo israeliano contemporaneo al regime di apartheid in Sud Africa.

Nessuna di queste affermazioni è unica per Waters o al di fuori dei confini dell’opinione pubblica tradizionale. Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem israeliano, agenzie delle Nazioni Unite e funzionari sudafricani hanno definito Israele uno stato di apartheid e, pertanto, molte di queste organizzazioni e individui hanno fatto il confronto tra Israele e l’apartheid in Sud Africa.

Gli estremisti sono il governo israeliano, non i suoi critici. Di recente, i cittadini israeliani si sono riversati nelle strade per protestare contro il trattamento violento dei palestinesi da parte del loro governo e i radicali cambiamenti giudiziari antidemocratici.

Le critiche di Waters al trattamento riservato da Israele ai palestinesi fanno parte della sua difesa a lungo termine a favore dei diritti umani in tutto il mondo. Waters crede “che tutti i nostri fratelli e sorelle, in tutto il mondo, indipendentemente dal colore della loro pelle o dalla profondità delle loro tasche, meritino pari diritti umani ai sensi della legge”. Riguardo a Israele e Palestina, dice: “La mia piattaforma è semplice: è l’attuazione della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 per tutti i nostri fratelli e sorelle tra il fiume Giordano e il mare. L’antisemitismo è odioso e razzista e lo condanno, insieme a tutte le forme di razzismo, senza riserve”.

I funzionari che diffamano Waters si stanno impegnando in una pericolosa campagna che fonde volutamente le critiche alle politiche illegali e ingiuste di Israele con l’antisemitismo. Questa fusione perpetua il tropo antisemita che presenta gli ebrei come un monolite che sostiene ciecamente Israele. Alcuni dei critici più rumorosi di Israele sono ebrei. Ma coloro che armano l’antisemitismo stanno bene contribuendo ad esso.

I funzionari in Germania, gli organizzatori di concerti e le piattaforme musicali non devono soccombere alla pressione di quegli individui e gruppi che preferirebbero vedere rimossa la musica di Waters piuttosto che impegnarsi con i problemi che la sua musica mette in risalto. Chiediamo a coloro che hanno annullato i concerti di Waters di ribaltare le loro decisioni e considerare la propria storia di antisemitismo, razzismo e genocidio e come i casi di questi possono essere fermati oggi in altre parti del mondo, inclusa la Palestina occupata.

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FIRMA LA PETIZIONE

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Fonte: change.org
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Primi firmatari:

Brian Eno, Musician

Peter Gabriel, Musician

Anwar Hadid, Musician

Tom Morello, Musician

Noam Chomsky, Laureate Professor of Linguistics, University of Arizona

Cornel West, Professor, Philosopher, Author, Activist

Susan Sarandon, Actor

Ken Loach, Film Director

Nick Mason, Drummer

Eric Clapton, Musician

Gabor Maté, Physician and Author

Immortal Technique, Artist and Producer

Low Key, Rapper and Activist

Andrew Feinstein, Author and Former ANC Member of Parliament

Julian Schnabel, Artist and film maker

Robert Wyatt, Musician

Dread Scott, Artist

Emily Jacir, Artist

Ariella Aïsha Azoulay, Professor of Modern Culture & Media and Comparative Literature, Brown University

Ilan Pappé, Historian

Julie Christie, actor

Michael Malarkey, Musician

Terry Gilliam, Film Director and Actor

Norman Finkelstein, Writer, Professor

John Pilger, Journalist

Sophie Calle, Artist

Artists for Palestine, UK

Daniel Ellsberg, Pentagon Papers

Beth Miller, Jewish Voice for Peace Political Director

Medea Benjamin, Code Pink

Yanis Varoufakis, Author

Noura Erakat, Human rights attorney and author

Susan Abulhawa, Author Mornings In Jenin

Miko Peled, Author and Activist

David Cross, Comedian, Actor, Writer, Director

Ramin Bahrani, Film director

Alia Shawkat, Actor

Sara Driver, Film director

Caryl Churchill, Playwright

Lady Bunny, Performer

Alexei Sayle, Actor, Author, Comedian

Adam Broomberg, Artist, Educator and Activist

John Smith, Artist Filmmaker, Emeritus Professor of Fine Art, University of East London

Rosalind Nashashibi, Artist

Glenn Greenwald, Journalist

Chris Hedges, Journalist, Pulitzer Prize winner

Katie Halper, Journalist

Vijay Prashad, Journalist

Abby Martin, journalist and Filmmaker

Mike Prysner. Journalist and Filmmaker

Mohamed Hadid, Developer

Robert Scheer, Journalist, Professor USC Annenberg

Krystal Ball, Journalist

Eugene Puryear, Journalist

Rania Khlek, Journalist

Ros Petchesky, Distinguished Professor Emerita of Political Science, Hunter College & the Graduate Center-CUNY, Jewish Voice For Peace

Gerald Horne, Historian, John J. and Rebecca Moores Chair of History and African American Studies at the University of Houston

Steven Donziger, Human Rights Attorney

Adolph Reed, Jr. Professor Emeritus of Political Science, University of Pennsylvania

Greg Grandin, Professor of History, Yale University

Daniel Bessner, Historian

Frank Barat, Film Producer

Tami Gold, Filmmaker, Professor of Film & Media Studies at Hunter College

Omar Al-Qattan, Film producer and Cultural Activist

Josh Olson, Screenwriter

Zeina Durra, Film Director

Vin Arfuso, Producer, Filmmaker

Karen Zelermyer, I Was Never There podcast

Christian Parenti, Professor of political economy John Jay, CUNY

Marcie Smith Parenti Writer and Attorney

Noah Kulwin, Writer

Nora Eisenberg, Novelist, Journalist

Dave Anthony, Writer

Freddie DeBoer, Writer

Robin D.G. Kelly, Writer, Gary B. Nash Professor of American History at UCLA.

Greg Goldberg, Chair, Sociology Department, Wesleyan University

Felix Hoffmann, Arthistorian and Artistic Director Foto Arsenal Wien

Barbara Smith, Writer and Activist

Doug Henwood Journalist/Radio Host

Liza Featherstone, Journalist

Margaret Kimberley, Editor, Black Agenda Report

Nora Barrows-Friedman, journalist

Yasha Levine, Journalist

Mark Ames, Journalist

Adam Horowitz, Journalist Mondoweiss

Phil Weiss, Writer

Michael Mack, Publisher

Max Blumenthal, Journalist, The Grayzone

Stefania Maurizi, Investigative Journalist

Norman Solomon, Journalist

Branko Marcetic, Journalist, Jacobin

Alfreda Benge, Artist

Bill Morrison, Artist and Film Director

Alessandra Sanguinetti, Photographer

Robin Rhode, Artist

Jim Goldberg, Artist/ Professor Emeritus California College of the Arts

Alec Soth, Photographer

Jewish Voice For Peace

Nina Felshin, Art Curator, Writer

Tai Shani, Artist

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Yanis Varoufakis: democraticizzare l’Europa con un movimento transnazionale

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Yanis Varoufakis (AP Photo/Petros Giannakouris)

Yanis Varoufakis (AP Photo/Petros Giannakouris)

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Un’idea molto semplice, ma radicale: democraticizzare l’Europa

Alex Sakalis: Sono molto interessato a questo movimento transnazionale, pan-europeo che ti stai preparando a lanciare, sui cui dettagli ci hai ingolosito …

Yanis Varoufakis: Non vi sto ingolosendo. E’ solo che vuole tempo per crearlo.

AS: Quali forze speri di unire in questo movimento pan-europeo?

YV: E’ cominciato con un’idea dopo la repressione di quella che chiamo la primavera di Atene, avvenuta in estate. E’ divenuto abbondantemente chiaro che al livello di stato nazione non si possono neppure mettere sul tavolo proposte che riguardano il proprio paese, per non parlare di proposte per l’eurozona nel suo complesso. Ho fatto esperienza dell’eurozona molto da vicino ed è stato evidente che non si trattava di una sede in cui discutere come stabilizzare l’economia sociale europea, o come democraticizzarla. Questo è semplicemente impossibile; non si può fare.

Così, sai, quando il nostro governo in effetti si è auto-rovesciato, poiché è questo che abbiamo fatto, ci siamo auto-rovesciati, il nostro programma …

AS: Un auto-colpo di stato?

YV: Sì, ma naturalmente quella era precisamente l’intenzione della troika. E’ questo che amano davvero fare. Non solo farci rinnegare tutto quello che avevamo detto, ma anche costringerci a essere quelli che devono mettere in atto proprio il programma che respingevamo e che eravamo stati eletti che contrastare.

Così una volta successo questo la sola domanda è rimasta: valeva la pena di avviare qualcosa da capo in Grecia? Avere una ripartenza? Ricercare una seconda opportunità? E la mia conclusione è stata che la risposta a questo era no. Che vantaggio ci sarebbe stato ad avviare una nuova campagna per due anni – è il tempo che ci sarebbe voluto – solo per tornare dove eravamo, dove io ero, uno contro diciotto?

Se la mia diagnosi è corretta, ciò che sta succedendo in Grecia è semplicemente un riflesso, un’eco, di una crisi molto più profonda in tutta l’eurozona, che non può essere risolta a nessun livello di stato membro nazionale. L’ovvia conclusione che si deve ricavare da questo è che o si sostiene lo scioglimento dell’unione monetaria, e poi si può riparlare molto sensatamente di politica nazionale, o si deve parlare di un movimento pan-europeo per il cambiamento nell’intera eurozona. O una cosa o l’altra.

Oggi la prima conclusione attrae molti. E questo è un dibattito in corso anche in Gran Bretagna, fuori dall’unione monetaria, ma all’interno dell’Unione Europea. A me non piace. Non perché io coltivi una qualsiasi illusione riguardo a Bruxelles, a Francoforte e all’Unione Europea. Ho scritto ampiamente e parlato chiaro estesamente contro il DNA stesso dell’Unione Europea. Tuttavia una cosa è criticare un insieme di istituzioni come l’Unione Europea, criticare il modo in cui è stata messa insieme e il modo in cui funziona. Tutt’altra cosa è sostenere che andrebbe smantellata. E’ ciò che in matematica chiamiamo isteresi. Il percorso che si è scelto per arrivare da qualche parte, una volta arrivati non esiste più. Non possiamo semplicemente tornare al percorso originale e ritrovarci fuori al punto di partenza. Dunque dobbiamo percorrere questa via verso una particolare unione, per quanto tossica possa essere, e se cerchiamo di far marcia indietro, finiremo giù in un burrone.

Questa è la mia idea. E’ esattamente ciò che accadde negli anni ’20. C’era un’unione all’epoca. Non era formalizzata ma era molto forte. Era il tallone aureo. La sua frammentazione portò a perdite umane apocalittiche e io temo moltissimo che avremmo la stessa cosa oggi.

Perciò ho proseguito la mia riflessione a fondo, nella misura che mi riesce, logicamente e sono giunto alla conclusione che la sola soluzione è un movimento pan-europeo. Suona utopica, ma questa idea mi si è cementata nella mente in agosto, quando ho cominciato a girare per l’Europa e mi sono reso conto che c’era una gran quantità di fame e set di tale idea, dovunque andassi.

Venivano ad ascoltarmi a migliaia e non perché volessero particolarmente manifestare solidarietà alla Grecia, o a me, bensì perché semplicemente l’esperienza di questo negoziato tra Grecia e troika aveva toccato un nervo sensibile dovunque. E le persone che vengono ad ascoltarmi e a discutere con me e con i miei colleghi sono preoccupate per sé stesse, per i loro paesi, per l’Europa. Così ho fatto due più due e sono finito col concludere, almeno per me personalmente, che la sola cosa per cui val la pena di battersi è questa aggregazione a livello europeo attorno a un’idea molto semplice, ma radicale: democraticizzare l’Europa.

C’è chi potrebbe dire: “Puah! L’Europa è democratica”. No, non lo è. Non è per nulla democratica. Perciò democraticizzarla è in realtà un’idea molto radicale che va contro ogni fibra del corpo e dell’anima di quelli a Bruxelles.

AS: Dicci un po’ di più su con chi hai parlato sinora nei tuoi viaggi e che speri di far aderire a questa piattaforma.

YV: Questo è un motivo, secondo me, per cui questo dovrebbe essere un movimento, e non un partito né una élite. Non si tratta di presentare una lista, un elenco di politici notevoli. Se è un movimento deve essere un movimento di base. Così sono appena di ritorno da Coimbra in Portogallo. Prima ero a Barcellona con il nuovo magnifico sindaco, Ada Colau, che collabora con me su questo. In Francia c’è un mucchio di persone, una vasta gamma di persone interessate: accademici, attivisti, sindacalisti, politici. Arnaud Montebourg è una persona che è decisamente con noi. Abbiamo persone della Die Linke, del Partito Socialdemocratico in Germania e persone molto in gamba, veramente in gamba del Kreisky Forum in Austria. Così, come ho detto prima, non sto ingolosendo: ci vuole tempo prima che lanciamo questo.

AS: Alcune di queste persone sarebbero a favore di uscire dalla UE? Includeresti nel tuo movimento persone che sono arrivate a tale conclusione diversa?

YV: Beh, io non credo in un partito di tipo leninista, in cui si decidono in anticipo i parametri e poi si accolgono le persone affinché si mettano al loro servizio. Non penso che chi vuole uscire dalla UE sarebbe attratto da questo, perché questo sarebbe un movimento per la democraticizzazione dell’Europa. Può esserci, e ci sarà, un mucchio di dibattito sulla moneta, su che cosa succede quanto abbiamo una ripetizione dell’esperienza che ho avuto io, sentendomi dire che o si accetta l’ordine stabilito delle cose oppure là c’è la porta. Dunque non ci sarà alcuna posizione precostituita sulla moneta, salvo che non ci sarà neppure alcuna posizione precostituita a favore dell’uscita dall’eurozona.

La mia idea personale, e continuo a ripeterla, è che è politicamente un errore e finanziariamente un errore cominciare a pianificare lo scioglimento dell’eurozona come qualcosa che si vuol conseguire. Non dovremmo essere spaventati da minacce di essere cacciati dall’eurozona. Ma questa è un’altra storia.

AS: Dunque Jeremy Corbyn sarebbe il benvenuto nel vostro movimento?

YV: Assolutamente. Ma, vedi, è importante fissare questo punto. Questa non sarà una coalizione di partiti. Dovrebbe essere una coalizione di cittadini. Possono appartenere a qualsiasi partito vogliano. Non saranno ammessi partiti. Non è un partito né un’alleanza di partiti. L’idea è di creare un movimento di base in tutta Europa di cittadini europei interessati a democraticizzare l’Europa. Possono appartenere a qualsiasi partito. Ovviamente saranno coinvolti in altre campagne nelle loro comunità locali, nei loro stati membri, nelle loro nazioni. Forse avremo persone di partiti diversi dello stesso paese. Posso facilmente immaginare questo, e in realtà mi piacerebbe. Perché se l’idea è di non replicare politiche nazionali, perché dovremmo avercele? Ma personalmente conto molto sui seguaci di Corbyn.

AS: State stilando un manifesto?

YV: Sì, ci stiamo lavorando.

AS: Chi lo sta scrivendo?

YV: Non ti farò nomi e non lo firmeremo quando lo lanceremo. Sarà un testo fluttuante.

AS: Puoi darci una data stimata di pubblicazione?

YV: Sarà prima di Natale.

AS: Nel Regno Unito stiamo affrontando questo referendum su se andarcene o restare. OpenDemocracy ha discusso come questo sarà inquadrato nei media e pensiamo che potrà ridursi a qualcosa del tipo: “Ci piacciono gli affari più di quanto odiamo gli immigrati, o odiamo gli immigrati più di quanto amiamo gli affari?”

YV: E’ un modo interessante di presentare la cosa.

AS: Ma non è questo il dibattito che dovremmo avere sull’Europa. Si tratta di una scelta incredibile, epocale che il Regno Unito ha di fronte. Come ti piacerebbe vedere inquadrato il dibattito sul nostro rapporto con l’Europa e che cosa dovremmo pretendere dall’Europa?

YV: “Vogliamo un’Europa democratica o no?” Torniamo a quanto ho detto in precedenza. L’Europa e l’Unione Europea non sono la stessa cosa. Il problema con la UE è che ha tutta la regalità di uno stato sovranazionale, senza esserlo. Non è solo che formalmente non è uno stato. Il suo DNA, la sua storia, il modo in cui è stata assemblata sono completamente diversi da come emerge uno stato. Uno stato emerge come risultato della necessità politica di un meccanismo, un meccanismo collettivo d’azione, che migliori i conflitti di classe e i conflitti di gruppo.

Così, prendiamo gli Stati Uniti o il Regno Unito. Lo stato inglese è cominciato con la necessità di trovare un qualche genere di equilibrio tra differenti signori e baroni. La Magna Charta fu uno scontro tra l’autorità centrale del re e i baroni, e successivamente si ebbe lo scontro tra l’aristocrazia terriera e i mercanti. Arrivano gli industriali e arriva la classe operaia. Gruppi diversi si scontrano ferocemente per il controllo. E lo stato emerge attraverso questo scontro di placche tettoniche tra loro e lo stato diviene l’insieme di istituzioni che hanno legittimità, o cercano di basare la loro legittimità su un mandato della popolazione nel suo complesso, al fine di creare un qualche genere di equilibrio di potere, di equilibrare questi conflitti, di stabilizzarli.

Dunque è così che si forma lo stato. Per definizione lo stato, anche se non è democratico, come ad esempio la Cina, ciò nonostante è un processo puramente politico con lo scopo di stabilizzare i conflitti sociali. Ora l’Europa, Bruxelles, non è emersa così. L’Europa è emersa come un cartello dell’industria pesante. E’ cominciata con il carbone e con l’acciaio, e poi ha cooptato i coltivatori, poi ha cooptato i banchieri, poi l’industria automobilistica e alla fine le industrie dei servizi, e via di seguito. E’ stato un tentativo di creare prezzi stabili, di limitare la concorrenza, l’opposto della ragion d’essere dello stato britannico e ovviamente dello stato statunitense. Così l’idea era di stabilizzare i prezzi e di fermare lo scontro tra l’industria tedesca, l’industria francese, l’industria dell’Italia settentrionale, l’industria olandese … quel genere di cosa.

C’è un’enorme differenza tra uno stato che emerge come mezzo politico per stabilizzare i conflitti di classe e il personale amministrativo di un cartello. L’industria britannica non ha mai fatto parte del cartello ed è per questo che la Gran Bretagna è arrivata così tardi nel Mercato Comune Europeo. La Gran Bretagna vi è, in effetti, entrata per sostituire un impero perduto avendo accesso a questi mercati. Ma i mercati erano già monopolizzati dal cartello dell’Europa centrale. Dunque il motivo per cui l’establishment britannico non è mai stato innamorato dell’Unione Europea è perché non ha mai fatto parte del processo di creazione del cartello che ha fatto ascendere Bruxelles. Non è una cattiva cosa. Ma sto cercando di spiegare perché in Germania, Olanda, Belgio, l’establishment, le élite, non mettono mai in discussione l’Unione Europea, mentre in Gran Bretagna è messa in discussione.

Dunque qui, in Gran Bretagna, finite in una situazione in cui non piace a nessuno. Non piace alla classe lavoratrice, perché la UE non ha in mente gli interessi della classe lavoratrice britannica. Ma al tempo stesso l’industria britannica non ha lo stesso interesse in essa. La City vi ha interesse, e alcune società, anche un piccolo gruppo di società ce l’ha. Tutto consegue da questo. L’Unione Monetaria ha dovuto sviluppare una moneta comune perché se stai costruendo un cartello devi avere prezzi stabili. Per i primi vent’anni la stabilità dei prezzi era garantita da Bretton Woods. Dopo il 1971 l’Europa cerca di creare il proprio sistema da tallone aureo alla Bretton Woods, che è divenuto l’Euro. Dunque la Gran Bretagna è in una situazione precaria nei confronti della UE. La Gran Bretagna continua a dire al mondo che vuole il mercato unico ma non vuole Bruxelles. Ma non può ottenerlo.

AS: Beh, solitamente fanno l’esempio di Norvegia o Svizzera.

YV: Beh, Norvegia e Svizzera si sono già rimesse a Bruxelles. Volete questo?

AS: Solitamente il dibattito non arriva fin lì.

YV: Sì, beh dovrebbe arrivarci. Dunque la domanda è, anche se si esce dall’Unione, gli standard del lavoro, dell’ambiente saranno alla fine dettati a livello dell’Europa.

AS: Perché le nostre economie sono semplicemente troppo globalizzate e troppo interconnesse?

YV: Guarda il TPP, il TTIP e tutte quelle cose. Non si tratta più di dazi e di quote; si tratta di standard. Si tratta di standard industriali, di standard ambientali, di standard del lavoro e di brevetti. Dunque chi scrive queste regole? Non sarà un negoziato tra Gran Bretagna e UE a scrivere queste regole. Sarà a Bruxelles che queste regole saranno scritte. E la Gran Bretagna non avrà altra scelta che prendere o lasciare, lasciare la UE.

Dunque la mia idea è che i problemi con la UE abbiano a che fare innanzitutto con il modo in cui è stata costruita come zona priva di democrazia. E’ una zona completamente priva di democrazia per progetto. La Gran Bretagna non lo è, a causa della differenza di Bruxelles rispetto a Londra in termini di DNA. Dal mio punto di vista i progressisti britannici non hanno altra scelta che rimanere nella UE e unirsi a noi nel tentare di democraticizzarla. Se non riusciamo da democraticizzare la UE non fa davvero grande differenza se siamo dentro o fuori. A meno che, naturalmente, la Gran Bretagna non trovi un modo per sostituire il 60% dei suoi scambi oggi con la UE con qualcun altro. Non sarà in grado di farlo.

AS: Owen Jones sta sollecitando quella che chiama la Lexit, un’uscita della sinistra [Left] dall’Europa. Che cosa diresti a chi appoggiasse tutto quello che dici a proposito dell’Europa e della democrazia ma che tuttavia vuole lasciare la UE?

YV: Beh, mi trovo ad affrontare questo genere di argomento nel mio paese con i miei ex compagni di governo che hanno lasciato e hanno creato il Partito di Unità Popolare, che dicono esattamente la stessa cosa. Non possiamo avere un vero dialogo con l’Eurogruppo, perciò l’uscita è l’unica soluzione.

La mia tesi è che non ci sono soluzioni facili. Mi piacerebbe che potessimo creare un universo alternativo in cui fosse possibile avere un certo grado di autonomia, di autarchia, che consenta di ripulire le stalle di Augia. Non è possibile. L’idea di tornare a una vita agricola pastorale è assurda. Oggi persino le mietitrebbie sono governate da elettroniche che i nostri paesi non necessariamente producono.

Non ci si può ritirare dal mercato globalizzato e specialmente dal mercato europeizzato. Dunque se si esce senza avere alcuna capacità di partecipare alla democraticizzazione di tale mercato allora si sarebbe sempre soggetti a un mercato amministrato da tecnocrati e si avrà un grado di libertà minore di quello che si ha ora.

Penso sia importante non cadere nella trappola nazionalista di pensare che si possa ritornare nel bozzolo dello stato nazione. Ciò non significa che dovremmo assecondare Bruxelles. Io sono favorevole a restare nella UE e giocare la nostra partita. Penso di aver provato questo oltre ogni ragionevole dubbio. Credo nel rimanere per rovesciare le regole. Anche passare a una campagna di disobbedienza civile all’interno. Questa per me è la strategia della sinistra, non la “Lexit”.

AS: Quanto potere hanno i governi nazionali sulla politica economica? Quando eri ministro delle finanze, ti sentivi davvero al comando del destino del tuo paese?

YV: No. Beh, dipende. La Gran Bretagna è molto diversa dalla Grecia. Non sono perché è un’economia più vasta e considerevole, ma anche perché non è nell’eurozona. Se non si è nell’eurozona si ha un certo grado di libertà, non ci sono dubbi al riguardo. E vorrei che non fossimo mai entrati nell’eurozona, che non è la stessa cosa che io dica che dovremmo uscirne. C’è una grande differenza.

Così, quando si è dentro l’eurozona, il proprio grado di libertà è minimo, se non addirittura zero. La sola cosa che abbiamo potuto fare è stata rinegoziare l’intero pacchetto, per ottenere un certo grado di libertà. Dunque una delle cose che questo movimento proporrà sono modi in cui possiamo combinare una maggior europeizzazione di particolari settori, come la gestione del debito, come il settore bancario, gli investimenti aggregati, la lotta alla povertà, per trovare soluzioni europee per essi al fine di creare maggior decentramento, di dare maggiori gradi di libertà alle politiche sociali ed economiche al livello delle regioni, delle città e, ovviamente, della nazione. Io credo che questo sia possibile. Suona come una contraddizione, ma io credo che sia possibile guadagnare questi gradi di libertà se europeizziamo alcuni grandi problemi.

AS: Questa opposizione economica di sinistra all’ordoliberalismo dovrebbe allora andare oltre Keynes?

YV: Oltre il Keynes dei manuali, senz’altro. Ma questa sarebbe una nuova varietà di Keynes adattata alle situazioni dell’Europa. Da anni ormai con i miei amici James Galbraith e Stuart Holland, ex parlamentare laburista del Vauxhall, siamo andati assemblando quella che chiamiamo “una modesta proposta”, appropriandoci del titolo di Jonathan Swift, che è un’idea keynesiana di che cosa fare con l’eurozona che si applica al livello dell’eurozona e non al livello degli stati nazione.

Così in essa abbiamo spiegato come le istituzioni esistenti – la banca centrale, il meccanismo europeo di stabilità, la banca europea per gli investimenti – possono essere utilizzate al fine di creare un nuovo patto europeo. Un nuovo patto verde per l’Europa guidato da investimenti, con la banca per gli investimenti che svolga il ruolo che sotto il New Deal di Roosevelt svolse il tesoro federale, emettendo buoni del tesoro con il fine di raccogliere risparmio in eccesso per canalizzarlo verso gli investimenti. Penso che possiamo far questo con la nuova banca europea per gli investimenti, sostenuta dalla banca centrale europea, anziché mediante alleggerimenti quantitativi di acquisto di debito governativo. Potrebbe acquistare titoli della banca per gli investimenti, in tal modo assicurando che qualsiasi nuovo alleggerimento quantitativo abbia luogo vada direttamente agli investimenti, specialmente in tecnologie verdi. Ci sono modi che si possono immaginare per intervenire immediatamente oggi nella crisi per stabilizzare il capitalismo europeo al fine di essere in grado di cominciare a discutere di progetti politici per democraticizzarlo. La scelta è tra questo e la barbarie.

AS: O lo status quo?

YV: Lo status quo non è più una scelta, perché si sta sbriciolando. Non credo che lo status quo sia sostenibile, e penso che tutti lo sappiano. Prendiamo l’Italia. L’Italia è un paese che ha un avanzo di parte corrente. E’ debitrice di sé stessa quanto alla maggior parte del debito pubblico, in che è un bene. Ma non è sostenibile. Ha avuto un avanzo primario tra il 2 e il 2,3 per cento negli ultimi anni e tuttavia il suo rapporto debito/PIL sta aumentando esponenzialmente. Ora, ciò ci dice che qualcosa è profondamente sbagliato, quando si ha un paese come l’Italia, sofisticato, che produce di tutto, da Armani a Ferrari a Fiat, e ha un avanzo di parte corrente; ha due avanzi, un avanzo commerciale e un avanzo nel settore dei servizi e poi ha un avanzo nei conti principali del governo. E tuttavia sta affondando nel debito. Questo dice qualcosa.

Renzi l’altro giorno è venuto fuori a dire qualcosa di particolarmente notevole. Ha detto che se Bruxelles respingerà il suo bilancio, lui glielo risottoporrà tale e quale. E’ una sfida aperta al patto fiscale dell’Unione Europea. Perché lo sta facendo? E’ un rivoluzionario? No. Perché sa che se segue le regole il suo paese finirà in un buco nero o lo rifiuterà. Troviamo la stessa cosa in Francia, in Spagna che pubblicizzata, mentre parliamo, come una grande storia di successo: sono insostenibili. E anche Schaeuble sa questo. Sa che l’eurozona non è in grado di subire e assorbire un’altra onda d’urto nell’economia internazionale, il tipo di onda d’urto che si sta formando ora. Dunque non penso che lo status quo sia un’opzione.

AS: Puoi spiegare in linguaggio per profani che cosa implicava il tuo Piano B?

YV: In realtà lo chiamavo Piano X – giusto per essere precisi – ed era composto da due parti. Di fatto erano due piani separati. Uno riguardava come gestire la situazione se fossimo stati cacciati dall’euro. Perché c’erano queste minacce e anche se io non le ritenevo credibili e pensavo che non l’avrebbero mai fatto, anche se volevano farlo, e pensavo fosse illegale da parte loro farlo che avrebbero avuto seri problemi se lo avessero fatto, ciò nonostante io, da ministro delle finanze, avevo l’obbligo di redigere piani d’emergenza nel caso riuscissero a farci uscire.

E dunque questo è, era, principalmente il Piano X. Quando cominciavi a far mente locale su come avrebbe avuto luogo questa ridenominazione di ogni cosa in una diversa moneta, quanto più ci pensavi tanto più la cosa sembrava complicata. Ogni volta che pensavi di aver risolto un problema ne avevi creati altri dieci. Così la mia squadra che lavorava a questo stava lavorando giorno e notte per cercare di immaginare tutti gli scenari. E naturalmente la difficoltà con questo era che doveva essere una squadra piccola, altrimenti sarebbe stata una profezia auto-avverante. Dunque questo era il Piano X.

Ma c’era un altro piano, non un piano d’emergenza bensì un insieme di reazioni che stavo preparando da parecchio, da almeno un anno, per restare nell’euro dopo che ci avessero chiuso le banche. Sapevo che ci avrebbero minacciato con le banche e lo sapevo da molto prima che fossimo eletti. E i tre passi che raccomandavo come ritorsione erano, innanzitutto annunciare la creazione di un sistema parallelo di pagamenti, un sistema elettronico denominato in euro; in secondo luogo un taglio o una dilazione di 30 anni del rimborso dei titoli del debito governativo greco detenuti dalla BCE a livello di 27 miliardi. Sarebbe stata una grossa arma da usare, per l’intero programma QE della BCE avrebbe avuto grosse difficoltà se avessimo fatto questo. E, terzo, cambiare la legge che regola in funzionamento della banca centrale greca. Dunque questo era al fine di restare nell’euro con le banche chiuse, dopo una mossa aggressiva della BCE.

Era questo il piano che io ritenevo cruciale, non il Piano X. Il Piano X era nel caso fossimo spinti fuori dall’euro. Non pensavo che ciò fosse credibile ma dovevo averlo, proprio come il Ministero della Difesa deve avere piani d’emergenza nel caso la Turchia ci invada, anche se non crede che la Turchia ci invaderà.

Ma quelle tre politiche con cui reagire alla chiusura delle banche, quelle erano la partita vera per me. Era un piano per restare nell’euro e riuscire a sopravvivere al suo interno, con le banche chiuse, mentre i negoziati producevano l’esito appropriato. Avevo sempre saputo che a meno che avessimo dimostrato la capacità di non arrenderci dopo che le banche fossero state chiuse per una settimana o due, saremmo stati ridotti sul lastrico.

AS: E tu pensi che un paese piccolo, alla bancarotta, senza alleati nell’eurozona avrebbe potuto fare ciò?

YV: Sì, assolutamente. Guarda a come Mario Draghi tiene insieme l’euro. Senza QE non ci sarebbe euro. Il QE è in un equilibrio molto precario da un punto di vista legale perché Draghi affronta molte contestazioni da parte della Bundesbank e la contestazione maggiore è che i suoi acquisti di attivi potrebbero subire un taglio di valore e la risposta consueta della Banca Centrale è che essa non tollererà un taglio del valore. Se io annuncio un taglio in reazione a una mossa molto aggressiva di chiusura delle nostre banche, allora l’interno programma di alleggerimento quantitativo (QE) ne sarebbe compromesso. Weidmann e la Bundesbank direbbero: “Vedete, state acquistando titoli che adesso sono sottoposti a un taglio”. Dunque avevamo un’arma, ma mi è stato impedito di usarla.

AS: A openDemocracy siamo ossessionato dal TTIP. Un ministro di Syriza con cui ho parlato recentemente ha detto di ritenere che un governo di Syriza non dovrebbe mai approvare il TTIP. Ci sono mai state discussioni sul TTIP mentre tu eri al governo?

YV: No, mai. Sono sicuro che questo sia un sentimento genuino. Ma allora, di nuovo, lascia che ti ricordi, Alex, che abbiamo continuato a dire per anni e durante i mesi del negoziato, ogni giorno, che non avremmo mai firmato un terzo memorandum.

AS: Dunque .. pensi che la pressione sarebbe troppo forte se si arrivasse a quel punto?

YV: Ti ho già risposto.

AS: La mia ultima domanda riguarda i media e come reagirai. Come gestirai i media in rapporto con il tuo nuovo movimento? Può non essere molto …

YV: Oh, non preoccuparti. Ho avuto un sacco di addestramento.

AS: Dunque hai appreso lezioni …

YV: La singola lezione più importante che ho appreso è che non contano. Perché se il messaggio è forte, considerata la necessità di un movimento che esprima questa brama di un minimo di controllo democratico sulle fonti del potere in Europa, io credo che sarà l’onda della gente, come ha fatto in Grecia, a trasportarci. Abbiamo conquistato il 61,3% dei voti contro ogni singola televisione, stazione radiofonica e contro ogni giornale. Tutti facevano campagna per il sì. Abbiamo potuto farlo in Grecia, potremmo farlo in Europa.

E, in ultima analisi, è come ci ha insegnato Omero. Non è tanto il viaggio che conta, quanto la destinazione. E’ una buona lotta e dobbiamo combatterla.

Yanis Varoufakis è l’ex ministro delle finanze della Grecia, professore di economia all’università di Atene e docente ospiti alla Scuola di Specializzazione Lyndon B. Johnson in Affari Pubblici, Università del Texas, Austin. E’ autore di ‘Il Minotauro globale’ [Edito in Italia da Asterios]. Il suo blog è qui.

Alex Sakalis è condirettore di openDemocracy. Revisiona il dibattito “Can Europe Make It?” [L’Europa può farcela?].

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Fonte: ZNet Italy .

Originale:  openDemocracy

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