Apr 13 2013

Roma 8 maggio 2013: L’Arte Non Dorme – Lenzuolo, creatività e performance collettiva

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Stendete le lenzuola per L.A.N.D – L’Arte Non Dorme

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L’8 maggio munitevi di tante buone idee, creatività, senso artistico e …di un lenzuolo. Sì, avete capito bene: un lenzuolo. Sarà la tela bianca attraverso cui comunicare al mondo i vostri pensieri, sotto forma d’arte.

L’appuntamento è alle 17,30 sul Ponte della Musica a Roma, sopra la struttura pedonale e ciclabile in acciaio e cemento armato, che sormonta il quartiere Flaminio della Capitale dal 31 maggio 2011, data della sua inaugurazione. A dare appuntamento è Y.E.A – Young Explorer Agency, agenzia romana di coworking, che punta non solo alla condivisione di spazi tra giovani impegnati nella cultura, ma anche nello scambio delle loro professionalità. Tale soggetto è l’ideatore di questa iniziativa che si presenta come performance artistica collettiva, avente una valenza sociale.

Il progetto si chiama infatti L.A.N.D – L’Arte Non Dorme e, come si evince dal nome, intende rappresentare un’occasione per cittadini e artisti di far sentire la propria voce, sebbene in maniera insolita.
I partecipanti dovranno infatti esprimere le loro riflessioni colorando i già citati lenzuoli bianchi. Il progetto si basa infatti sul concetto del ready made, consistente nel ripensamento e ricontestualizzazione di oggetti d’uso quotidiano che, se avulsi dal loro normale impiego, possono tramutarsi in strumenti importanti di arte e comunicazione.

I temi su cui si è invitati a pronunciarsi sono tre:

la trasformazione dello spazio urbano;

idee, speranze e strumenti per il rinnovamento della società;

Italia 250. Dove ti vedi?

In questo modo l’evento vuole attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, restituendo la voce a coloro che vivono per primi la città e che intendono lavorare insieme per migliorare la qualità della loro vita e degli spazi urbani abitati.
Tutti i partecipanti a L.A.N.D esporranno infatti i loro lenzuoli sorreggendoli in prima persona, dal Ponte della Musica e per tutta la lunghezza di Via Guido Reni, la strada che conduce al Museo MAXXI, accompagnati da esibizioni, flash mob e spettacoli musicali e teatrali, offerti da associazioni e gruppi coinvolti.

Trattandosi di una manifestazione collettiva, tutti sono infatti invitati. Per partecipare basta scrivere a info@yea-contest.it specificando il nome del gruppo, il numero dei componenti e il tema scelto. Per curiosare nel “dietro le quinte” dell’evento è possibile invece visitare la pagina facebook di YEA-contest, dove non mancheranno foto e testimonianze dei preparativi per LAND.

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Fonte: TAFTER

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Apr 13 2013

Offshore Leaks: come ha operato l’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ)

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Offshore Leaks: come scoprire storie in mezzo a 260 gigabytes di informazioni

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“Pazienza e perseveranza”. Sono le parole d’ ordine con cui l’ International Consortium of Investigative Journalism ha cercato di dare un senso ai 260 Giga di documenti alla base della più grande investigazione giornalistica transnazionale di tutti i tempi. Una dei giornalisti che hanno lavorato all’ impostazione dell’ operazione, Mar Cabra, freelance e Data research manager per l’ ICIJ,  racconta a Lsdi uno degli aspetti chiave dell’ operazione: capire che cosa e come cercare nella marea dei dati.

Gli altri aspetti più interessanti dal punto di vista tecnico: i software utilizzati per dare ordine; i gruppi di ricercatori in Germania, Inghilterra e Costa Rica; i sistemi di riconoscimento ottico dei caratteri di documenti illeggibili.

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di Daniele Grasso

“Pazienza e perseveranza”. Sono queste le parole d’ ordine con cui i giornalisti dell’ International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ) hanno dato un senso ai 260 gigabytes di documenti alla base della più grande investigazione giornalistica transnazionale di tutti i tempi

Ormai nota come “Offshore Leaks”, si tratta di una serie di inchieste che l’ organizzazione – un progetto del Center for Public Integrity  – ha diffuso giovedì 4 aprile.

L’ investigazione riguarda il business di chi opera nei paradisi fiscali trasferendo l’ amministrazione dei propri beni ad una terza persona. Varie testate dei 46 Paesi da cui provengono gli 86 giornalisti che hanno preso parte a questa inchiesta globale – per l’ Italia, Leo Sisti, vice presidente e reporter di Irpi.eu (Investigative ReportingProject Italy), su L’ Espresso – hanno pubblicato i nomi e le storie di chi utilizza le compagnie “offshore” per evadere milioni di tasse all’ erario pubblico del proprio Paese.

Per capire come ci siano riusciti, bisogna risalire all’ inizio del 2012.

Gerard Ryle, un media executive australiano, si ritrovò tra le mani un disco fisso contenente 260 gigabytes di informazione relativa al mondo delle compagnie Offshore. Un ‘’leak’’ tanto gigantesco quanto quasi indecifrabile. Come spiega in un’ intervista al Neiman Lab,  Marina Walker Guevara, vice direttore dell’  ICIJ, Ryle bussò alla porta dell’ organizzazione chiedendo una scrivania e un po’ d’ aiuto. L’ obiettivo, identificare, verificare e contrastare 2,5 milioni di files contenenti informazioni finanziarie relative a più di 170 Paesi.

La prima idea, spiega Guevara, fu quella di creare un nucleo di sei giornalisti che si dedicasse giorno e notte all’ analisi dei dati. Ma avrebbe avuto senso cercare di capire, da un ufficio di Washington, se un nome dietro ad una compagnia in un paradiso fiscale avesse una qualche rilevanza in Romania, in Azerbaijan o in Spagna? Probabilmente i risultati non sarebbero stati gli stessi: “Si tratta di storie basate su una grande quantità di dati, ma non bastava osservare i documenti e sedersi a scrivere: avevamo bisogno di reporters sul terreno”, racconta Guevara.

Ai giornalisti sul terreno, però, era urgente dare dei nomi. E per scovare i nomi, bisognava mettere in ordine i dati. Come spiega l’ organizzazione in un post sul suo sito, il primo software utilizzato a questo scopo fu NUIX, che permette di effettuare una ricerca tematica interna ai documenti (si tratta di un software FTR, free text retrieval). L’ ostacolo dell’ altissimo costo del programma è stato risolto con un accordo con la compagnia che lo commercializza, che ha ceduto gratuitamente un limitato numero di licenze all’ ICIJ.

Per fare chiarezza tra i documenti e “pulire” i dati, invece, l’ ICIJ si affidò a programmatori in Germania, Inghilterra e Costa Rica. Dai tre paesi nacquero proposte pensate ad hoc per l’ analisi dei dati in possesso all’ organizzazione.

Superato anche l’ ostacolo dei documenti illeggibili dai computer grazie ad un sistema di riconoscimento ottico dei caratteri (Optichal Character Recognition, OCR), il database era pronto. Spesso, peró, la ricerca del proprietario ultimo di una compagnia non dava nessun risultato: “il problema era il disegno del database”, spiega l’ ICIJ.

Il database, dunque, fu ricostruito. E i reporter nei vari Paesi potevano quindi cominciare ad utilizzare InterData, un sistema di ricerca online, per scaricare le informazioni contenute su piú di 53.000 documenti. Dopo aver provato con il nome del proprio presidente del Governo o di un noto imprenditore -senza risultati-, risultò chiaro che non sarebbe stata un ricerca in stile Google.

Pazienza e perseveranza: “La chiave non era tanto nei documenti in sé, quanto nel sapere cosa cercare”, spiega per telefono a LSDI Mar Cabra, giornalista indipendente e Data Research Manager in quest’ ultima inchiesta dell’ ICIJ.

“Nei documenti – continua Cabra – non si trova il nome del beneficiario, ma quelli dei direttori delle aziende, di avvocati, dei prestanome”. Era dunque necessario tener ben presenti “le relazioni tra le persone citate e le compagnie che controllano”, precisa. O i risultati erano pagine bianche e frustrazione: i dati infatti non erano strutturati così come il reporter era solito pensare. L’ appoggio di un Data Research Manager fu quindi fondamentale per dare un senso alla ricerca tra i nomi di 122.000 aziende offshore, 12.000 intermediari e una lista di circa 13.000 possibili proprietari delle citate compagnie. Da quest’ analisi nacquero le prime storie, anticipate in Novembre da ICIJ e  Guardian, sulle fortune britanniche nelle Isole Vergini.

Resta ancora da chiarire se i dati e i documenti originali verranno pubblicati. Il dibattito, per il momento, è molto attivo sulle reti sociali. Tra i più critici con la momentanea decisione dell’ ICIJ di non pubblicare il database, c’ è Wikileaks, che rese pubblici, invece, i documenti (“puliti” e leggibili, così come gli furono consegnati) dei suoi files. In questo senso, secondo Mar Cabra, “l’ ICIJ non è Wikileaks: è un progetto giornalistico che crea storie per spiegare cosa c’ è dietro il sistema dei paradisi fiscali. Il suo obiettivo è praticare giornalismo e far sì che si capisca un problema, dandogli un nome e un cognome, scovato in un sistema di dati molto complesso”, spiega la giornalista.

Durante il mese di aprile, l’ ICIJ continuerà a pubblicare altre storie nate da un disco fisso di 260 gigabytes.

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Fonte:  Lsdi  (Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione)

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