Mar 5 2017

Italia: la verità sulla spesa pubblica e la Pubblica Amministrazione

 

 

E’ vero che in Italia la spesa pubblica è altissima e che la Pubblica Amministrazione ha un pletora di dipendenti?

di Pio Russo Krauss – (Associazione Marco Mascagna)

E’ convinzione comune che in Italia la spesa pubblica è tra le più alte d’Europa e che nella pubblica amministrazione c’è una pletora di dipendenti. Siamo andati a vedere se questa convinzione è suffragata dai fatti o no.

In Italia la spesa pubblica è il 46,2% del PIL. Non siamo i primi, perché ci precedono la Finlandia 56,5%, la Francia 55,0%, la Danimarca 54,1, la Grecia 51,8, il Belgio 50,9, la Svezia 49,8, l’Austria 49,2 e l’Ungheria 46,5. Quindi siamo al 9° posto con una percentuale di poco superiore alla media UE (45%). Tra i settori in cui spendiamo meno c’è l’istruzione (7,9% del PIL, media UE 10,2) la cultura (1,4%, media UE 2,1%) e la Sanità (6,8%, media UE 7,2%). Nell’istruzione e cultura siamo il Paese che spende di meno nella UE [1].

La Pubblica Amministrazione nel corso degli anni ha subito una notevole riduzione del numero di dipendenti: dal 2007 al 2015 gli Enti Locali hanno perso 56.000 unità (da 516.000 a 460.000), la Scuola 53.000 unità (da 1.138.000 a 1.085.000), i Ministeri 31.000 unità (da 184.000 a 153.000), quello della Sanità 29.000 unità (da 682.000 a 653.000), l’Università 18.000 unità (da 117.000 a 99.000), la Polizia 11.000 persone (da 333.000 a 312.000) [2]. Tale notevole cura dimagrante è stata conseguita bloccando le assunzioni, per cui l’età media dei dipendenti è andata aumentando ogni anno di più e ora per i vari settori si colloca tra i 50 e i 55 anni [2]. Poiché con l’età la probabilità di avere acciacchi aumenta sempre più e questo processo è molto più precoce per le persone di basso reddito, ne risulta che una quota molto consistente di dipendenti pubblici dei livelli più bassi è ormai disabile.

In alcuni settori, come la Sanità, alla riduzione del personale e alle scarse risorse finanziarie si è accompagnato un aumento di compiti e attività (dovuti all’invecchiamento della popolazione, all’aumento del numero di poveri e indigenti e, in alcuni campi, anche al progresso della medicina). Tutto ciò ha messo in grave difficoltà il nostro sistema sanitario, a lungo considerato tra i migliori del mondo, che ha perso posizioni (in particolare per l’allungarsi delle liste di attesa) e che rischia di perderne sempre di più, perché avrebbe bisogno di investimenti per sostituire apparecchi vecchi, ristrutturare ospedali e presidi, investire nella formazione e nell’aggiornamento. Soprattutto c’è necessità di assumere il personale necessario per rispondere adeguatamente ai bisogni di salute della popolazione. C’è bisogno cioè di investire un poco di più nella Sanità e di programmare gli interventi avendo come faro i bisogni di salute della popolazione. Governo e Regione fanno questo? Non sembra proprio. Infatti il documento di programmazione economica 2016 prevede per i prossimi anni una riduzione della spesa per la Sanità: dal 6,8% del PIL (anno 2015) deve diventare 6,7% nel 2016 e nel 2017, poi 6,6% nel 2018 e quindi 6,5% nel 2019.

Il decreto del Commissario alla Sanità della Regione Campania sui fabbisogni di personale prevede una dotazione di ostetriche di una per ogni distretto sanitario, 5,5 dietisti ogni milione di abitanti e zero laureati in scienze motorie (pur essendo la Regione con la più alta percentuale di persone sedentarie e inattive). Quindi in media ogni ostetrica avrà una platea di circa 10.000 donne a cui ogni anno effettuare il pap-test, 5.000 studenti di scuola superiore a cui fare educazione sessuale, 1.000 donne da incontrare nei corsi pre-parto e in più dovrebbe dare anche una mano al ginecologo nella sua attività (neanche Wonderwoman riuscirebbe nell’impresa). Ogni dietista invece dovrebbe farsi carico di intervenire su 100.000 persone in sovrappeso e fare attività preventiva su una platea di 11.000 studenti di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di 1°.

Poiché le persone povere non possono ricorrere a ginecologi privati per i pap-test, né a dietisti e dietologi se in sovrappeso, poiché le malattie sessualmente trasmesse, le gravidanze indesiderate e precoci, l’obesità il sovrappeso sono molto più frequenti nelle persone povere e di bassa istruzione, chi sarà maggiormente danneggiato da queste scelte sono sempre gli ultimi. Già oggi assistiamo a due fenomeni agghiaccianti:

1) le persone di basso reddito rinunciano a curarsi perché non hanno i soldi (1 milione e 400.000 persone, il 15% dei poveri e dei quasi poveri ha rinunciato a curarsi per questioni economiche) [3].

2) le persone diventano povere per le spese sanitarie sostenute (l’1,2% delle famiglie italiane si sono impoverite per questo motivo) [4]

Ci chiediamo: come mai di questo si parla così poco? Come mai è così diffusa e radicata la convinzione che la spesa pubblica è eccessiva anche se tale convinzione non ha alcun riscontro nella realtà? Chi mette in giro queste bufale? Perché?

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Note: 1) Eurostat 2015; 2) Ragioneria Generale dello Stato: Conto annuale periodo 2007-2015; 3) Ufficio parlamentare di bilancio: Rapporto 2016; 4) CREA: 12° rapporto, 2016.

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Feb 24 2015

La scuola non è un’azienda!

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Matite spuntate

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Che le prove Invalsi siano una incredibile spesa inutile ormai nessuno lo mette più in dubbio. Eppure ci avviamo al 5 e al 6 maggio con tutto il carrozzone che arranca fra incubi di tagli, nelle nostre stesse aule di sempre, con gli stessi strumenti di sempre. Che Paese! Se dovessi definirlo come fosse una persona, direi che è borioso, vanaglorioso, sputasentenze… insomma una specie di Capitan Fracassa dalla grancassa stonata. Peccato che ad abitarlo siano tanti inconsapevoli innocenti sottoposti a insensati bla bla su tutto.

Intanto noi maestre e maestri siamo alle prese col cesello, col lavoro da gioielliere. Una pressione qui, un alleggerimento là, molti sì, pochi no, ma ben tenuti, educare, accompagnare, risollevare, sostenere, frenare, spingere, in un lavorio continuo di minime costruzioni e ricostruzioni di apprendimenti, relazioni, rievocazioni, cadute e riprese. Su ogni bambino e bambina una scommessa e un investimento mettendo a disposizione totalmente il corpo e la mente.

Matite spuntate

Di tutta “La buona scuola” di questo governo poi non ho capito niente. Sono ignorante, piccola ed evidentemente vecchia, da rottamare. Sono alle prese con matite spuntate, penne che si perdono, gomme mangiucchiate, litigi e paci raggiunte, pianti, urli, risate, forchette lanciate, bronci e ed entusiasmi da sostenere senza mai sottovalutare una smorfia, un sorriso, una parola detta e non detta… sono qui tra un mare di bambine e bambini che mi chiamano “maestraaaa, maestraaa, maestraaa” senza perdere di vista letture, sintassi, testi, poesie, musiche, balli, colori e forme, in un vortice di passioni, cedimenti, pigrizie, iperattività. Io sono qui come quei segnali su una mappa da cui si dipartono tante strade sconosciute da imboccare o evitare.

No, non capisco il linguaggio de “La buona scuola”, mi è lontano mille miglia quando ogni giorno sono china su ognuno e conduco la regia dei difficilissimi apprendimenti, quando posso quasi udire gli ingranaggi delle menti dei bambini e delle bambine che si misurano con le asperità dell’espressione linguistica e mi chiedono di essere aiutati a uscire dalla gabbia della mancanza del lessico per dire parole di gioia, di tristezza, di emozioni, sentimenti, esperienze. È un lavoro lento, paziente, che parte da lontano, dal corpo, dalle mani, dai piedi, dalla conquista dell’equilibrio nello spazio, dalla percezione del tempo, dalla musica, dal disegno, dalla verbalizzazione di ogni attimo, dal mio ascolto attento, continuo… perché io devo favorire gli apprendimenti di ognuno e ognuna usando le discipline al servizio della persona e non viceversa.

Finanziamenti, competizione, differenziazione

Io non devo creare musicisti, letterati, ginnasti, pittori, matematici, ecc… ma creare i presupposti per la formazione della persona. Io so che la Costituzione mi chiede di fondare le basi per i futuri cittadini e le future cittadine nella loro interezza, affinché possano avere pari opportunità, sapere quali sono i loro diritti e i loro doveri nel rispetto delle diversità. “La buona scuola” mi parla di lustrini, di finanziamenti, di competizione, di differenziazione, di frammentazione… non mi parla di pedagogia, di pazienza, di tempi garantiti e continuativi, della compresenza difesa, di insegnamenti integrati che rispettino la persona nella sua interezza, non mi parla di rispetto per la valutazione formativa, di lavoro collegiale, di tempo pieno.

No, decisamente non capisco dal mio piccolo mondo di rapporti a due, maestre e lei/lui, maestre e classe,  la sua lingua, essa mi è estranea. E allora ho scelto la Lip, l’ho adottata anche se “lei” non lo sa, perché ci respiro Costituzione, rispetto per la nostra storia, per ciò che di buono aveva prodotto, per il suo parlare chiaramente di attenzione alla persona, alla Costituzione, al lavoro, alle componenti della comunità scolastica, per la sua attenzione al concreto, riferendosi anche chiaramente al numero degli alunni per classe, al sostegno. La capisco e la condivido per la sua nitidezza e pulizia prive di annunci mirabolanti. È fatta di discrezione e rispetto per le idee pervenute dalle tante persone di buona volontà che la scrissero e raccolsero firme nei banchetti per le  strade e nelle nostre case, anche la notte. È stata sudata e amata da tanti e tante di noi, sconosciute e sconosciuti lavoratrici e lavoratori che non si stancavano e non si stancano di essere al fianco di Viperetta e Pierino… La Lip ama Pierino e Viperetta e, se andrà in porto, sarà ricambiata.

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* maestra, autrice di “2014, odissea nella scuola

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Fonte: comune-info.net

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Mag 3 2011

L’istruzione al femminile cambia il futuro delle donne e delle nazioni

Le iniziative organizzate dalla Campagna Globale per l’Educazione in occasione della settimana mondiale di mobilitazione

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Comunicati Stampa

03 maggio 2011

Riaffermare il diritto di tutte le bambine e le donne del mondo a ricevere un’istruzione adeguata. La mancata uguaglianza tra uomini e donne sui banchi di scuola è il tema della Global Action Week 2011 (GAW) promossa dalla Coalizione Italiana della Campagna Globale per l’Educazione (CGE-IT). La settimana di mobilitazione, giunta in Italia alla sua terza edizione, si svolge dal 2 all’8 maggio in oltre 100 paesi per sollecitare i Governi che nel 2000 hanno sottoscritto gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio e gli Obiettivi dell’Education for All (EFA). L’iniziativa principale di quest’anno è la Big Story: la CGE-IT ha chiesto alle scuole e agli studenti di raccontare una storia o raccogliere una testimonianza su come l’istruzione ha cambiato la vita di una bambina o di una donna. Le storie illustreranno perché è così importante eliminare la disuguaglianza di genere nel campo dell’istruzione.

Le cifre non lasciano dubbi. Nel mondo, 69 milioni di bambini non hanno accesso alla scuola primaria. Il 54% sono bambine. Dei 759 milioni di adulti analfabeti, due terzi sono donne. Garantire alle bambine un’istruzione rappresenta un fattore chiave per lo sviluppo di un Paese. “Un bambino che nasce da una donna istruita ha il 50% di possibilità in più di sopravvivere”, spiega Elena Avenati, coordinatrice della Coalizione Italiana della Campagna Globale per l’Educazione. “Garantire un’istruzione alle bambine a partire dai cinque anni potrebbe aumentare i tassi di sopravvivenza infantile fino al 40%. Inoltre, secondo uno studio condotto su 100 Paesi, educare le ragazze e favorire la riduzione del divario di genere può promuovere la democrazia”

Per facilitare la partecipazione delle scuole alla Global Action Week, la CGE-IT ha preparato un kit didattico. Tutti i materiali prodotti dalle scuole saranno inseriti sul sito della CGE-IT (www.cge-italia.org/thebigstory) e diffusi attraverso i social network. Tutte le scuole in Italia sono state invitate a partecipare dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), con il quale la Coalizione Italiana siglerà un protocollo d’intesa per i prossimi tre anni, e vi è stato anche un particolare coinvolgimento della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.

In occasione della Global Action Week, la Coalizione ha realizzato anche un Dossier sull’accesso all’istruzione e la discriminazione di genere intitolato “Educazione per tutti e per tutte. La dimensione di genere nelle scuole del Sud del mondo”. Il documento, disponibile sul sito della Coalizione (www.gce-italia.org) spiega la centralità della parità di genere nell’accesso all’istruzione. Oltre all’analisi dei dati, il dossier contiene testimonianze di beneficiari di progetti educativi realizzati nel Sud del mondo. Storie di bambine e ragazze che cercano di sfuggire a situazioni di povertà attraverso lo studio e la determinazione. Casi di vita che, meglio di ogni statistica, descrivono l’impatto dell’istruzione sul futuro delle donne. (leggi tutto)

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Fonte: Save the Children

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