Ott 29 2016

Educare alla pace al tempo della guerra permanente

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Educare alla pace. Ma cosa significa?

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Educare alla pace: questione complessa. Intanto c’è la parola “educare” che ha valenze differenti per chiunque la pronunci, valenze che per ogni cultura e per ogni diversità di genere, di nazionalità, di religione, hanno differenti sfumature.

Sì, non è facile. Bellissimo osservare la marcia della pace Perugia-Assisi, le persone colorate di sorrisi e parole gentili reciproche, portatrici di un segno di amore e di esempio. Tuttavia, l’educare non parte soltanto da chi come loro è già”arrivato” ad Assisi, parte dal momento della nascita e dai contatti, dalla rete di relazioni quotidiane e dentro la rete. Sicuramente la scuola, fin dal nido, si accorge per prima che i gruppi giocosi e sereni dei piccoli hanno già in sé il germe dei contrasti, e su quei contrasti dovrebbe riflettere e infine agire a seconda delle situazioni affettive ed emotive che si creano volta per volta.

Educare, estrarre il succo più dolce da ognuno e ognuna, presuppone un avvicinamento delicatissimo alla persona del piccolo e ai suoi giovani genitori. Anche ai genitori, i quali appena divenuti tali, vengono toccati dal soffio delle parole “mio”e”io” “la mia educazione è questa”: parole che del resto ogni essere umano “sente” prepotenti dentro di sé allo sbocciare delle relazioni con sconosciuti un po’ “ingombranti”. Inizia qui l’avventura dell’”educazione alla pace”: dai primi passi, i quali, uno dopo l’altro, si mettono in un cammino in una marcia delicata sul duro terreno di “mio”, “io”, “la mia educazione è questa”.

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La figura di chi educa è importante, così come sono importanti la Costituzione e le Leggi. Insieme potrebbero cominciare ad accordarsi ricordando che esse sono qui proprio perché da tempi innumerabili ce ne è bisogno per condurci alla fine, fine che perdura in tempi futuri altrettanto innumerabili. Di esse c’è estremo bisogno e sappiamo bene che non bastano a regolare la convivenza in casa, per le strade, fra amici e, in particolare, insieme con quelli che si considerano gli “altri”.
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Ma se chi educa, chi fa le Leggi, chi dovrebbe tenere in alta considerazione una Costituzione nata proprio per scongiurare le guerre di qualsiasi tipo, da quelle interne a quelle esterne, trova espedienti per aggirare gli ostacoli e riportare il tutto sulla strada della velocizzazione delle scelte che riguardano un intero popolo, si rischia di riprodurre il seme della guerra. Il rischio di una politica del “fare” velocemente è quello di far dimenticare che la democrazia è lenta (per approfondire il bisogno di educare alla lentezza, leggi il quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole), che ancora non è compiuta, che sovente dà spazio a chi ha la lingua più lunga e l’intelligenza per portare acqua al proprio “io”, al proprio “mio”, alla convinzione che esista un unico tipo di “educazione”, quella che rispetta i tempi in cui si vive, ma non rispetta quelli a venire. Cioè quelli dell’utopia.
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Tante sono le “scuole” di pensiero e di azione per educare l’infanzia, tuttavia quella costituzionale dei diritti e dei doveri di ogni cittadino e cittadina dovrebbe farci meditare su numerose scelte che sono state fatte e che si fanno per comprendere che per marciare in direzione della “pace”, i singoli della marcia contano eccome, e chi ha a che fare con l’inizio della camminata, insieme con i piccoli singoli che incontra, sa che procede sul territorio minato delle differenti provenienze e, senza annullarle, sa che deve armonizzarle e farle sfociare nell’interiorizzazione del rispetto verso la fioritura di un’affettività accogliente e serena.
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Ma il come farlo è complesso e insidioso perché studi e teorie, cuori e intelligenze proprie e di altri indicano strade che di primo acchito possono sembrare scintillanti di luci, piane e percorribili in velocità, adornate del “nuovo” che avanza per tutto velocizzare e rendere concreto e pragmatico, in linea con i tempi del presente, il quale sempre pretende soluzioni pratiche e di pubblica e facile comprensione. La semplificazione pare bella, eppure va in direzione contraria all’educazione alla pace. A essa sfuggono il tempo della mediazione, il tempo della ricerca, il tempo del dialogo che si fa conversazione, il tempo dei corpi che si devono avvicinare negli spazi dati, il tempo del compromesso verso l’alto, il tempo del giudizio che scarta, sfuggono gli scarti da recuperare, le ferite da curare.

Educare alla pace si potrebbe, se si comprendesse che la guerra nasce nel cuore dei piccoli di tutto il mondo quando li si induce con strumenti educativi a marcare più le differenze d’origine che non ad esaltare le possibilità della “bravura” individuale costruita insieme con altre “bravure” individuali.

La guerra nasce nei cuori dei piccoli quando li si educa a essere principi unici e li si esalta per un principato che esclude le ragioni dell’altro, i procedimenti dell’altro, le debolezze e i punti di forza dell’altro. Nasce così e si perpetua nella Storia dei popoli.

La guerra è qui, nei nostri condomini, nei nostri giardini, nei giocattoli dei piccoli, nei cortili, in spiaggia, in montagna e tante volte nella nostra scuola dei piccoli quando non li aiuta a gioire delle proprie scoperte, a mediare i conflitti, a imparare a diventare maestri di se stessi, quando li differenzia con scale di giudizio o parole giudicanti. Ma la guerra è nei cuori dei bambini anche se si sentono presi per il naso da adulti insinceri che invece di aiutarli ad accedere al sapere in modo profondo e competente, li blandiscono e non li ascoltano ragionare, sbagliare, riprendersi e ricadere, quando non li avviano alla bellezza dello studio personale che dà ai singoli la possibilità di sapere il perché della propria storia e di quella della Terra su cui vivono, il perché delle cose, il perché delle differenze fra culture e costumi. La via della pace è fatta di scalini che andrebbero saliti ogni giorno insieme, proprio a cominciare dal respingere tutto ciò che non ha sfumature, che ha fretta, che può rientrare in schemi, per inglobare, stringere, rafforzare tutto ciò che è complesso, inaspettato, nuovo e diverso. Sorprendentemente chi insegna per educare e anche istruire alla pace per mezzo dello studio della storia degli altri, sa che tutte le programmazioni e i progetti, anche i più straordinari e comprensivi di aneliti di libertà e creatività rassicurano a tal punto l’adulto da rischiare di trasformarlo in un despota inconsapevole se la sua sicurezza viene minata dagli innumerevoli “casi” dell’umanità che lo stesso adulto incontra mentre “pretende” adesione a ciò in cui crede. La guerra nasce dai piccoli dispotismi di ogni giorno. E la pace nasce da un ascolto talmente difficile ma talmente necessario da diventare quello che indica giorno per giorno una programmazione e una progettazione diversi.

E a ogni buon conto, l’idea di cosa sia la pace nasce ogni attimo nel quotidiano quando riconosciamo il seme della guerra in noi e negli altri nel momento in cui abbandoniamo lo sforzo del cammino sulla strada tortuosa della democrazia, sforzo immane che spesso stanca e fa prendere scorciatoie, le quali però portano dritte dritte al sentimento guerriero che alberga in chi si sente respinto e abbandonato al proprio destino solitario.

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* Maestra, autrice di “2014, odissea nella scuola”, ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

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Fonte: comune-info

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Lug 29 2015

La scuola nel bosco: un altro mondo è possibile!

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la scuola nel bosco

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La scuola nel bosco

di Paolo Mai

Partirà a settembre ad Ostia Antica (Roma) la prima scuola primaria italiana che si ispirerà ai principi pedagogici delle scuole nel bosco. A coordinare il progetto saranno “L’Emilio” e “Manes” che lo scorso anno hanno dato vita al primo asilo nel bosco in Italia (qui raccontato su Comune, Il nostro asilo nel bosco). Questa volta però il progetto non sarà di natura privata ma pubblica. Infatti questa sperimentazione avrà luogo grazie alla collaborazione con L’istituto Comprensivo Amendola Guttuso di Ostia che applicando i principi dell’autonomia scolastica si è resa disponibile a sperimentare percorsi educativi diversi rispetto a quello tradizionale. Saranno quindici i bambini di diverse età che parteciperanno al progetto i cui scopi oltre a quelli richiesti dal ministero saranno una particolare attenzione all’educazione ambientale e a quella emozionale. Come l’asilo nel bosco infatti il rapporto maestro/ bambino non sarà 1 a 25 ma 1 a 8 e ciò permetterà di costruire una sana relazione tra educatore e alunno e di lavorare sulle emozioni dei piccoli così importanti pe rlo sviluppo integrale della persona anche in relazione ai processi cognitivi che sembrano essere l’unico obiettivo della scuola tradizionale.

L’aula sarà la città tutta, i suoi boschi, il suo patrimonio storico artistico e le sue proposte culturali. Le lezioni di scienze saranno fatte nel bosco o all’oasi Lipu di Ostia, quelle di Storia agli Scavi di Ostia Antica o ai Fori Imperiali, i bambini studieranno geometria e matematica all’orto o in falegnameria e così l’esperienza diretta e la piacevolezza saranno due ingredienti fondamentali di questo nuovo approccio didattico. Anche le arti faranno parte delle esperienze quotidiano che verranno proposte ai bambini, il teatro, la pittura, la creta e la danza saranno parte integrante del progetto.

I vantaggi di questo approccio sono molti e sono stati evidenziati da diverse ricerche oltre che dall’esperienza dell’asilo nel bosco di Ostia Antica. Ne partirà una in Italia coordinata dall’Università di Bologna e da quella della Valle d’Aosta e quest’anno ne abbiamo parlato in un Convegno internazionale all’Università Roma Tre. innanzitutto i bambini sono felici di andare a scuola e questo li predispone a costruire relazioni sociali costruttive e ad attivare processi d’apprendimento efficaci. Non molti lo sanno ma le neuroscienze dimostrano che quando siamo felici la nostra memoria funziona meglio, così come la nostra creatività e anche il sistema immunologico funziona a pieno regime. I bambini si ammalano pochissimo e questo oltre che dalla felicità dipende dal trascorrere la quotidianità all’aria aperta che rinforza il sistema immunitario e rende difficile la diffusione di virus e batteri. La sensibilità verso la natura è un altro tratto che contraddistingue queste scuole: la natura è maestra e compagna di gioco e l’amarla è il primo passo per prendersene cura. In più quando vogliamo trasmettere competenze o informazioni se i bambini fanno un’esperienza diretta senza la mediazione del maestro e del libro le acquisiscono in molto meno tempo e rimangono nel loro bagaglio di conoscenze utili per la vita senza che scompaiano presto come accade nell’approccio tradizionale.

Diverso è anche il ruolo dell’educatore e per spiegarlo vi proponiamo un estratto del Libro “L’Asilo e la Scuola nel Bosco, un nuovo paradigma educativo” che uscirà in dicembre scritto dal gruppo di lavoro che si occupa di questo nuovo modello di scuola:

“L’educatore è colui che partendo dall’osservazione dei bisogni e degli interessi di ciascun bambino lavora in maniera discreta sul contesto per facilitare il naturale processo di crescita di ciascun bambino. Molto efficace è a tal proposito la metafora della pianta e del buon contadino. Un seme contiene in sé tutte le informazione e le risorse che gli permetteranno di diventare una robusta e rigogliosa pianta. Un buon contadino sa che per ottenere buoni frutti dalle sue piante non deve tirarle o indirizzarle per farle crescere più velocemente o per permettere loro di dare più frutti. Un buon contadino sa che ciascuna pianta ha bisogno di un ambiente che gli è proprio, fatto di un certo tipo di terra, di una determinata quantità di sole e di una giusta dose di acqua. Un buon contadino sa che il riso vuole molta acqua e il pomodoro meno, che la zucchina ama i terreni grassi e l’insalata non ha molte pretese, che la melanzana ama il sole mentre la fragola ama l’ombra. Quindi compito del buon contadino è quello di conoscere le particolarità di ciascuna delle sue piante e creare il contesto più adatto affinchè ciascuna di loro, con i tempi che le sono propri cresca armoniosamente . Il buon contadino ha imparato dalla terra che per avere successo bisogna abbassarsi a toccarla e cio’ costa fatica e presuppone umiltà. Il buon contadino sa bene che l’ingrediente più importante per avere un orto ed un frutteto rigoglioso è l’amore.

Il buon maestro come il buon contadino sa che ciascuna delle creature di cui si prende cura ha i suoi tempi e la sua individualità e per questo non si metta a giudicare o a imporre un ritmo di crescita comune a tutti e soprattutto sa che ciascun bambino in un determinato momento puo’ avere interessi e bisogni diversi e per questo deve evitare di fare proposte uniche ma cercare di creare quelle situazioni che permettano a ciascuno di loro di crescere seguendo il proprio unico ed irripetibile percorso.

Compito del buon maestro è infine quello di amare i propri bambini ma sapendo bene che amare significa anche saper dire no, perché i no tracciano quel perimetro senza il quale il pargolo si troverebbe in uno spazio troppo grande da gestire, e significa anche permettere al bambino di vivere delle sane frustrazioni. Le frustrazioni sono molto importanti perché permettono al bambino di vivere situazioni non piacevoli che gli insegneranno a trovare delle soluzioni ai problemi e a cavarsela durante la vita. Ovviamente affinchè le frustrazioni siano sane non devono essere costanti e ripetute in maniera quasi permanente e non devono nascere da eventi traumatici”.

Infine l’auspicio che gli educatori nel bosco è che questa esperienza diventi uno stimolo per la sperimentazione anche in altre città cosi’come accaduto per l’Asilo nel Bosco. Nel prossimo anno scolastico infatti in diverse città nasceranno asili che si ispireranno a questa pedagogia: Monza, Rapallo (Ge), Biella, Piacenza, Pisa, Verona, Castiglione delle Stiviere (Mn), Cerveteri (Rm), Domodossola (Vb), Parma e Montecompatri (Rm) saranno altre realtà in cui si sperimenterà questa pedagogia che pare piacere molto a bambini, famiglie, maestre e ricercatori.

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Fonte: comune-info

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Giu 26 2015

“…Insegniamo agli studenti il linguaggio di suoni e immagini…” Firma la petizione!

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Diretta a Tutti i cittadini

Potresti vivere senza immagini? Educazione all’immagine in movimento in tutte le scuole.

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“Se non insegniamo agli studenti il linguaggio di suoni e immagini saranno un giorno considerati come chi termina gli studi senza saper leggere e scrivere” (George Lucas)

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“Oggi i ragazzi sono esposti prima al linguaggio visivo che a quello verbale. Dobbiamo insegnare loro a interpretare il potere delle immagini. La grammatica visiva è fatta di movimenti di macchina verso destra e sinistra, sequenze, luci, uso di primi piani o campi medi, e tutti questi elementi producono un risultato emotivo e cognitivo nel pubblico.”  (Martin Scorsese)

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Ogni minuto sono caricate su YouTube più di 300 ore di video – 432.000 ore di immagini al giorno. La Scuola ha sempre più bisogno di utilizzare l’audiovisivo come strumento didattico. Insegnanti, presidi, studenti e genitori segnalano la necessità di percorsi curriculari che avvicinino i ragazzi alla conoscenza dei linguaggi della contemporaneità, per imparare a leggere il mondo.

Vogliamo che la scuola italiana si avvicini ai modelli internazionali di media literacy ed educazione all’immagine. Per questo, raccogliamo idee, persone e proposte per restituire alla scuola gli strumenti necessari alla formazione dei cittadini di domani.

Aiutaci a portare l’attenzione di tutti sul tema, firmando questa petizione e condividendola sui social network.

Mai come oggi è importante saper vedere.

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FIRMA LA PETIZIONE

www.cinemovel.tv

info@cinemovel.tv

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Fonte: change.org

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