Apr 14 2016

Franco Berrino: “Dal biologico al veganesimo, passando per la meditazione e la decrescita.”

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Franco Berrino, cibo e tumori: “la prevenzione è la decrescita”

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Dal biologico al veganesimo, passando per la meditazione e la decrescita. Una meravigliosa testimonianza di chi ha cambiato l’approccio allo studio sui tumori, concentrandosi sulla loro prevenzione. Vi proponiamo la nostra intervista al dottor Franco Berrino.

Alberto, nuovo agente di cambiamento, ha realizzato il suo sogno: incontrare il dottor Franco Berrino. Di certo molti di voi lo conosceranno già, magari grazie all’intervista fattagli qualche anno fa dalle Iene. Lo abbiamo intervistato, sorseggiando un tè presso una nota pasticceria di Torino.

“La cosa principale che ho fatto nella mia vita è stata lavorare all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, per ben quarant’anni”. Berrino si è concentrato, in particolare, sul capire come “cambiare l’alimentazione al fine di cambiare il nostro ambiente interno, in modo che le eventuali cellule tumorali non si riproducano”. Dopo vari anni di studio è giunto alla conclusione che modificando lo stile di vita è possibile ridurre l’incidenza delle patologie.

Il Codice europeo contro il cancro: pesce, latticini, carni rosse

Il Codice Europeo ha confermato le raccomandazioni del Fondo Mondiale per la ricerca sul cancro e, così come per il pesce, non si trovano al suo interno indicazioni sui latticini. “Io avrei voluto ci fossero”, in quanto negli studi da lui portati avanti negli anni, “si trova una protezione da pesce”. Vi sono delle ottime ricerche che dimostrano che “chi muore di meno è chi ha una dieta prevalentemente vegetale, ma con un po’ di pesce”.

Il pesce è diventato l’unica fonte di omega3 nella nostra alimentazione. “Gli omega3 sono molto importanti, sono grassi molto liquidi. L’olio di pesce è ancora più liquido degli oli vegetali”. Sono anche anti-infiammatori. Altri studi, tuttavia, non hanno trovato nessuna protezione da pesce e quindi non si è data nessuna raccomandazione. “Anche perché il pesce è molto inquinato, abbiamo avvelenato il mare”.

Passiamo così a parlare del ruolo assunto nelle diete occidentali da parte delle carni rosse. Gli chiedo se secondo lui il danno causato dalla loro assunzione sia dovuto anche al modo in cui, solitamente, alleviamo gli animali oggigiorno.

“È possibile, però il rischio di cancro da carni rosse è legato intrinsecamente alla loro natura”.
Il motivo è dato dalla ricchezza di ferro da un lato e la ricchezza di grassi saturi dall’altro. “Possiamo ribellarci al modo in cui vengono allevati gli animali per questioni etiche ma non tanto perché sia il modo di allevarli che li fa divenire nocivi”.

“Io non ho niente contro la carne, ogni tanto la mangio anch’io magari un paio di volte all’anno – prosegue il dottore dal tipico variopinto papillon – il problema è proprio la frequenza con cui noi mangiamo proteine animali; c’è questo mito delle proteine”.

Oggi i nostri bambini sono esageratamente nutriti, mangiano tre/quattro volte le proteine di cui hanno bisogno. A scuola gli si da proteine animali tutti i giorni: carni rosse, carni bianche, il formaggio, l’uovo, il pesce. “L’eccesso di proteine nelle diete è una delle principali cause dell’epidemia di obesità che c’è nella nostra popolazione”. Più proteine si mangiano, più è facile diventare obesi.

Diversa è la situazione per la produzione del latte. “Il latte di oggi è molto diverso da quello di una volta”. Una volta le mucche facevano 10 litri di latte quando mangiavano l’erba. “Adesso non si può più dare l’erba alle mucche, farebbero soltanto 10 litri di latte. Bisogna darle molte più proteine affinché riescano a produrre 40/50 litri di latte al giorno. Addirittura negli Stati Uniti ci sono degli allevamenti dove producono 100 litri di latte al giorno”.

Il biologico e il veganesimo

“Fidiamoci del biologico ma non fidiamoci dei supermercati del biologico, perché nei supermercati del biologico si vendono delle porcherie”. Si vende per esempio lo zucchero bianco e a velo biologico. “Che cos’è? Lo zucchero è una sostanza chimica pura. Fa male anche se è biologico”.

Gli chiedo cosa pensa di chi decide di intraprendere la strada del veganesimo. “È un bene da un lato, però bisogna stare attenti; bisogna essere colti per diventare vegani. Vi sono dei vegani che mangiano malissimo: bevande zuccherate, whisky, farine raffinate e così via. Vegano sì, ma con attenzione”.

L’importanza della salute psichica

“Vi sono sempre più dati che dimostrano quanto la nostra vita mentale e spirituale influenzi il rischio di ammalarsi”. Oggi con le nuove tecniche della biologia molecolare, si è stati in grado di dimostrare che “chi ha una pratica di meditazione modifica l’attività di certi geni”. Si può così spegnere l’attività dei geni che aumenta l’infiammazione.

“E allora dobbiamo tenere bassa l’infiammazione e possiamo farlo con il cibo, ma possiamo farlo anche con la nostra mente”. La meditazione o la preghiera, ad esempio, sono efficaci. Tipicamente molte pratiche di meditazione si basano sul concentrarsi e fare attenzione, mantenendo una consapevolezza del proprio respiro. Rallentando la respirazione, si attiva il nervo vago, così si modica il nostro sistema nervoso autonomo e si abbassa il livello di infiammazione. “Queste pratiche influenzano l’attivazione di quel che c’è scritto nei nostri geni, nel nostro DNA”.

La prevenzione è la decrescita

Le parole del professor Berrino sono chiare, semplici, efficaci ed anche spietate a riguardo. “Più ci ammaliamo, più aumenta il PIL, più aumenta il lavoro dei medici e delle case farmaceutiche”. Stiamo parlando di spese non produttive, considerate non utili per l’umanità. Così “oggi il successo della medicina è legato al fatto che è bene ammalarsi sempre di più”.

“Ammalarsi e non morire, perché questa è la cosa fantastica. La medicina ha avuto dei successi meravigliosi negli ultimi quaranta-cinquant’anni con delle evoluzioni tecnologiche fantastiche, diagnostiche, farmacologiche e terapeutiche. Però si è arrivati al punto che grossomodo il 90% della popolazione anziana, oltre i 65 anni, prende quotidianamente medicine”.

Nel caso del cancro, vi sono dei nuovi farmaci che sono molto efficaci e non riescono a guarire la malattia: la trasformano, la cronicizzano e tengono più a lungo in vita il paziente. “E questa è la gallina dalle uova d’oro! Un qualcosa che costi molto cara e che sia moderatamente efficace. Efficace per mantenere in vita ma non per guarire. Questo è il principio del business dell’industria farmaceutica oggigiorno”.

Continua così nel suo discorso, in un crescendo rossiniano in termini di efficacia e spunti di riflessione generati: “Dobbiamo invece renderci conto che possiamo benissimo decrescere; è sufficiente vivere in un modo diverso, mangiare in un modo diverso, fare più esercizio fisico, dare un po’ più spazio alla nostra vita mentale per non sviluppare la pressione alta, per non sviluppare il colesterolo alto, i trigliceridi alti, la glicemia alta”.

Passa così a rispondermi alla domanda sulla decrescita. Sono effettivamente impaziente di sapere qual è la sua opinione a riguardo. “La decrescita nel campo della sanità è la prevenzione. Eccome se possiamo decrescere! Siccome le istituzioni non hanno interesse per promuovere questa decrescita, dobbiamo farlo noi. E’ il piano B, dobbiamo occuparci noi della nostra prevenzione.

Tutti noi possiamo fare qualcosa, occorre diffondere la consapevolezza. La consapevolezza che c’è una via alternativa a morire per malattia, possiamo benissimo diventare vecchi e morire sani. Nessuno ci da la garanzia di non ammalarci, però si può ridurre moltissimo il rischio di ammalarsi”.

Ancora una volta trovo dimostrazione che il cambiamento, nelle sue eterogenee sfaccettature, porta con sé una radice comune. Da chi si occupa di alimentazione a chi si occupa di economia, da chi si occupa di agricoltura a chi lavora nella cultura: alla base v’è sempre una stessa linea, una stessa visione comune.

Oggi il dottor Franco Berrino è in pensione, e si occupa di diffondere le conoscenze che ha sviluppato nel corso degli anni. Per questo ha fondato l’associazione La grande Via, intesa come l’unione di tre percorsi: la via del cibo, la via del movimento come esercizio fisico e cambiamento delle nostre abitudini, e la via spirituale della meditazione.

“Sono tre strade con cui possiamo scrivere sui nostri geni, accendendoli o spegnendoli. Possiamo così scrivere il nostro destino di salute o di malattia”.

Ringraziamo così il dottore per tanti motivi: per averci messo a disposizione il suo tempo e le sue conoscenze, per la voglia che mette nel diffondere e donare al mondo quel che negli anni ha scoperto grazie alla sua determinazione e capacità. Gli siamo grati soprattutto per averci fatto capire quanto e in che modo sia possibile scrivere un’altra storia nei nostri geni, e così nella nostra vita. Cambiare si può, basta solo volerlo.

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Fonte: Italia che Cambia

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Mar 6 2015

Scienza Vegetariana: noi andiamo…”oltre”

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Foto di Carl Warner

Foto di Carl Warner

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UN PASSO OLTRE IL LATTE

Mentre i macellai si affannano a promuovere campagne pubblicitarie per far credere al pubblico che la carne sia “indispensabile”, “essenziale”, che non contenga colesterolo e grassi (una bella faccia tosta), noi andiamo oltre. Perché, se ormai è risaputo che il consumo di carne (pesce incluso: si tratta di carne di animali acquatici) danneggia il nostro organismo e promuove l’insorgenze delle varie malattie degenerative, è ancora diffusa la credenza che latte e latticini siano “cibi” nutrienti e sani, se non addirittura “indispensabili”. Per questo presentiamo qui due articoli che mostrano il legame tra il consumo di latticini e l’insorgenza di tumori e un’analisi sul falso mito del latte, invitando a diminuire, fino ad azzerarlo, il consumo di prodotti lattiero-caseari.

Un altro falso mito è quello delle proteine e degli aminoacidi essenziali, che, secondo una credenza diffusa, sarebbero carenti in un’alimentazione 100% vegetale. Invece, è virtualmente impossibile non assumere abbastanza proteine in una dieta variata normocalorica, anche nella pratica sportiva; il punto d’attenzione deve essere piuttosto quello di non consumarne troppe, cosa che avviene regolarmente in una dieta onnivora, in cui facilmente – e drammaticamente – il consumo di proteine è doppio rispetto a quello consigliato.

Chiuderemo con una scheda di approfondimento su un legume fresco di stagione, le fave, un menù primaverile pieno di verdura fresca e una rassegna di libri e materiali informativi disponibili.
Vi invitiamo a condividere questo notiziario con quante più persone possibile, sia via mail (basta inviare il link per scaricarlo dal nostro sito) che su forum o social network.

Buona lettura!

Scarica il notiziario da:
http://www.scienzavegetariana.it/notiziario/notiziario-ssnv-2015-03.pdf

La Redazione di SSNV

Sito: Scienza Vegetariana

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Mag 9 2014

Goodyear e i morti di Cisterna di Latina. Il documentario di Elena Ganelli e Laura Pesino

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Happy Goodyear, il documentario che racconta le morti nella fabbrica di Cisterna di Latina

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Vincitore al Riff 2014, il film è stato proiettato sabato 3 maggio al cinema Oxer di Latina. Considerata come una madre che avrebbe portato lavoro, benessere e ricchezza nelle famiglie dei dipendenti e nella zona depressa pontina, la Goodyear si è rivelata invece una bomba di veleni, disseminatrice di morte. Una strage silenziosa e dimenticata, sullo sfondo di due processi penali.

di Massimo Nardi

«Mi vengono in mente gli amici che stanno male». Poche parole, pronunciate da Fausto Mastrantonio, a fatica, singhiozzando, nel giro di trenta secondi. Un tempo televisivo lunghissimo, un’eternità rispetto a quelle nove poche parole. Secondi e parole che racchiudono in un attimo tutta la disperazione, la sofferenza e l’angoscia di un ex operaio della Goodyear Spa, la cui intervista apre Happy Goodyear, film documentario sugli ex operai della multinazionale di pneumatici con sede a Cisterna di Latina, realizzato da Elena Ganelli e Laura Pesino, e proiettato nei giorni scorsi al cinema Oxer di Latina, in una sala gremita all’inverosimile. Fausto Mastrantonio, a cui il docufilm è dedicato, non vedrà purtroppo la fine delle riprese. E’ morto di tumore l’1 gennaio 2013, giorno di Capodanno. Data che darà vita al titolo Happy Goodyear. Ma Fausto è solo uno dei circa 200 casi accertati di morti per tumore legati direttamente al ciclo di lavoro della fabbrica. Considerata come una madre che avrebbe portato lavoro, benessere e ricchezza nelle famiglie dei dipendenti e nella zona depressa pontina, si è rivelata invece una bomba di veleni, disseminatrice di morte. Una delle tante sparse in Italia, con cui adesso bisogna fare i conti. Questi morti, secondo il comitato dei familiari delle vittime, sono da imputare ai veleni respirati in fabbrica durante il ciclo di produzione delle gomme. Un numero destinato ad aumentare ancora, visto il lungo periodo di latenza di molte patologie tumorali e neoplasie varie, non tutte riconosciute in sede di dibattimento. Intanto l’ecatombe di operai non cessa. Una strage silenziosa e dimenticata, sullo sfondo di due processi penali, di cui uno appena chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati tranne uno.

«Il documentario è nato per raccontare l’inchiesta giudiziaria che stavamo già seguendo come giornaliste – affermano le autrici, Elena Ganelli e Laura Pesino – E, mano a mano che andavamo avanti, ci siamo rese conto della sofferenza delle famiglie e abbiamo quindi deciso di sottolineare il lato umano di questa vicenda, non dimenticando però di evidenziare le responsabilità degli addetti ai lavori, dai lavoratori stessi, noncuranti dei sistemi di protezione, ai dirigenti, ai sindacati e ai medici compiacenti».

Aperta nel 1965 e chiusa nel 2000, la Goodyear approda in Italia grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno, stabilendosi in provincia di Latina, nel comune di Cisterna, una piccola città con economia prevalentemente agricola, primo avamposto del Centro Sud. Diventa così il simbolo dell’industrializzazione del territorio. Occupa per decenni migliaia di persone tra le città della provincia pontina e Roma, arrivando a toccare picchi di produzione di ventimila pneumatici al giorno. Per tutti è “mamma Goodyear”, che strappa gli uomini alla disoccupazione, dà lavoro e stabilità economica a famiglie monoreddito, consente di coltivare il sogno dei figli all’università e apre le porte anche a mogli e bambini in occasione dell’annuale “festa della famiglia”. Ma non è tutto oro quel che luccica. Happy Goodyear, vincitore al Riff, Roma Independent Film Festival 2014, come miglior documentario italiano, racconta, attraverso la voce di quattro ex operai, le precarie condizioni di lavoro, l’assenza di norme di prevenzione e sicurezza, la superficialità delle visite mediche, la preoccupazione che inizia a serpeggiare tra gli operai dopo i primi casi di tumore. Protagonista del documentario è Agostino Campagna, operaio e rappresentante sindacale, che nel 2000, alla chiusura della fabbrica, comincia ad annotare su un’agenda rossa i nomi dei colleghi e amici che si ammalano, poi a raccogliere casa per casa le loro cartelle cliniche. E’ lui che accompagna gli spettatori nel viaggio sul territorio di Cisterna, tra fabbriche ormai dismesse, campagne abbandonate e nuova edilizia, fin dentro le case degli operai e dei parenti delle vittime, raccontando il dramma silenzioso che dura tuttora, con altre vittime e nuovi processi. «Nel 1992 cominciai lo sciopero della fame – racconta Agostino – denunciando, anche attraverso l’affissione di manifesti per tutta Cisterna di Latina, che nella nostra fabbrica si moriva di tumore. Ma la risposta delle autorità sanitarie era che i valori ematici erano nella norma e che, quindi, potevamo stare tranquilli. La cosa dunque finì lì. Fu nel 2000, quando la fabbrica chiuse e ci ritrovammo in pensione, che cominciai a notare che molti miei ex colleghi si ammalavano di tumore. Pian piano se ne andavano silenziosamente. Decisi quindi di annotare tutti i casi. Siamo arrivati a 250 morti e 50 operati». Più di 150 le sostanze utilizzate nella fabbrica: polvere di nero fumo, fibre di amianto, solventi, vernici, carbon black, ammine aromatiche, derivati del benzene, pigmenti, collanti, silice, talco. Gli operai lavorano a mani nude o con guanti di amianto per resistere alle elevatissime temperature. Mangiano nella mensa vestiti con le tute blu di lavoro. Mensa peraltro separata dai reparti di produzione da una semplice porta. Nessuno di loro indossa mascherine. Nessuno conosce la tipologia delle sostanze che maneggia ogni giorno né tantomeno i rischi che comportano per la salute, perché i composti chimici che arrivano in fabbrica sono tecnicamente coperti da segreto industriale, identificati da codici o nomi di fantasia. I dirigenti tacciono consapevolmente, mentre gli operai, nonostante la doccia in fabbrica, tornano a casa coperti di nero, perfino dentro gli occhi, e maleodoranti. Di polvere nera restano impregnati gli indumenti, la biancheria, le lenzuola, le federe dei cuscini, nonostante i lavaggi. «A distanza di tanti anni – racconta un ex operaio – quando dormo lascio ancora un’ombra velata sul cuscino». Alla fine degli anni ’80 un lavoratore scopre di avere un tumore ai polmoni, ma la circostanza non suscita particolare attenzione. Il caso sembra isolato. Le visite mediche interne allo stabilimento, condotte dai medici dell’Università Cattolica di Roma, continuano a dare sempre lo stesso risultato sui libretti sanitari di fabbrica: “niente di rilevante”. A questo si aggiungono i ritardi temporali: visite semestrali effettuate annualmente. E libretti sanitari misteriosamente scomparsi. La storia va avanti fino all’intervento di Agostino Campagna.

Nel 2000 nasce quindi l’Associazione familiari e vittime della Goodyear che un anno più tardi, ad aprile, deposita una denuncia contro la multinazionale presso la Procura di Latina, proprio mentre la fabbrica decide di chiudere i battenti e di delocalizzare la produzione in Polonia. L’inchiesta muove i suoi primi passi, coordinata dal sostituto procuratore Gregorio Capasso, e accerta, grazie a migliaia di pagine di perizie e consulenze medico-legali, l’esistenza di un evidente nesso di causalità tra le sostanze utilizzate nella produzione di pneumatici, l’assenza di dispositivi di protezione e i tumori contratti dagli operai impiegati nella fabbrica di Cisterna. Le accuse ipotizzate per nove ex dirigenti dello stabilimento sono omicidio colposo plurimo e lesioni plurime aggravate. Una tesi che sarà sostanzialmente accolta dal giudice del Tribunale di Latina che, dopo quattro anni di processo e circa 70 udienze, il 1 luglio del 2008 emette una sentenza di condanna a 21 anni complessivi di reclusione a dirigenti e ex direttori, riconoscendo il nesso di causalità tra le sostanze della fabbrica e i tumori sviluppati ai polmoni, alla laringe e allo stomaco. Sentenza però ribaltata dalla prima sezione penale della Corte d’Appello di Roma nel 2013: assolti perchè il fatto non sussiste. Michael Claude Murphy, Antonio Corsi e Adalberto Muraglia non sono colpevoli delle morti di cui erano accusati. Per uno solo degli ex dirigenti Goodyear, Perdonato Palusci, la condanna di primo grado, a un anno e sei mesi, è stata confermata, ma legata a una soltanto delle parti civili coinvolte nel processo. Mentre altri due tronconi processuali sono in essere, uno a Roma e l’altro a Latina. «Io quello che dovevo fare, l’ho fatto – chiude amaramente Agostino Campagna – Ho partecipato a 70 udienze a Latina, una decina a Roma, ho raccolto testimonianze e parlato con i dirigenti sindacali. Ma più di questo non posso fare. Ora sta alle istituzioni prendere in mano questa situazione e portarla nelle sedi che contano. Altrimenti si continuano a fare due torti: una ai morti, e una ai vivi. Perchè la bonifica delle macerie della fabbrica e di tutta la zona non è stata ancora fatta. Bisogna fare giustizia, una volta per tutte».

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Trailer

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Fonte: Il Cambiamento

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