Giu 22 2014

Il neoliberismo e le nefa­ste con­se­guenze per la demo­cra­zia e per la sini­stra.

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Renzi

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Il nostro nemico è il neoliberismo

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di Gianni Ferrara

Con­di­vido ampia­mente il giu­di­zio di Alberto Asor Rosa sullo sta­dio di regres­sione poli­tica cui è giunta l’Italia con le nefa­ste con­se­guenze pro­dotte per la demo­cra­zia e per la sini­stra.
È vero che con l’aggiunta del ren­zi­smo al ber­lu­sco­ni­smo ed al gril­li­smo ogni pila­stro della demo­cra­zia si è con­torto e se ne è svuo­tata l’essenza distor­cen­done la forma.

Sna­tu­rati i par­titi poli­tici devian­done la fun­zione, con la tra­sfor­ma­zione della rap­pre­sen­tanza poli­tica in inve­sti­tura del capo, ogni fram­mento di sovra­nità popo­lare sarà assor­bito dalla per­so­na­liz­za­zione del potere che potrà ras­si­cu­rare così il moloc della gover­na­bi­lità per la sta­bi­lità e la con­ti­nuità dell’esistente.

La con­tro­ri­vo­lu­zione del capi­tale, ini­ziata in Occi­dente quarant’anni fa si com­pie nel più fra­gile degli stati d’Europa, l’Italia, che espone un sistema poli­tico pri­va­tiz­zato e la Costi­tu­zione con­te­stata. Delle due ipo­tesi che Asor Rosa pro­spetta come l’effettivo dise­gno poli­tico di Renzi, credo che la seconda sia la più pro­ba­bile. È già tutta nel pro­getto isti­tu­zio­nale che ha pro­po­sto e che per­se­gue con osten­tata intran­si­genza. Anche con moti­vata sicurezza.

C’è una inva­rianza nella sto­ria d’Italia, è quella del tra­sfor­mi­smo con voca­zione per l’autoritarismo. Solo nel Par­la­mento ita­liano fu pra­ti­cato l’uno ed è pro­prio in Ita­lia che sboc­ciò quella forma di governo auto­ri­ta­rio che, dif­fu­sasi nella prima metà del secolo scorso in tutta Europa, fu poi debel­lata, a metà di quel secolo, con la vit­to­ria della demo­cra­zia. A pro­po­sito di regime auto­ri­ta­rio va rife­rita una con­sta­ta­zione. L’anno scorso, nella com­mis­sione dei «saggi», chia­mati a indi­care la forma di governo da sosti­tuire a quella vigente, fu mesco­lato un intru­glio e lo si chiamò governo «par­la­men­tare del primo mini­stro». L’aggettivo «par­la­men­tare» era appic­ci­cato con lo sputo. La con­trad­di­zione interna alla for­mula si sta­gliava con un’evidenza solare. Non ci si accorse, o non si sapeva, che pro­prio col nome di «governo del primo mini­stro» fu defi­nita la forma di governo instau­rata dal fasci­smo. Renzi la sta ammo­der­nando, con l’autoritarismo elettivo.

Già per com­bat­tere que­sti dise­gni via via che si attuino, è incon­te­sta­bile la neces­sità di un par­tito. Credo che prima ancora di deci­dere da come farlo nascere, se dall’alto, dal basso, dai fian­chi, sia neces­sa­rio un pro­gramma. La cui qua­lità è deci­siva. Deve essere netto, chiaro, uni­voco, imme­dia­ta­mente com­pren­si­bile. Deve espli­ci­tare chi è, dov’è il nemico, defi­nen­dolo come tale e chia­man­dolo per nome. Dovrà dire quindi che il nemico è il neo­li­be­ri­smo, la forma con­tem­po­ra­nea del capi­ta­li­smo, respon­sa­bile sicuro del pre­ca­riato per­ma­nente, della disoc­cu­pa­zione sta­gnante, della mise­ria cre­scente. Quel neo­li­be­ri­smo che si pone come impe­ra­tivo delle poli­ti­che degli stati d’Europa per­ché è non sol­tanto il prin­ci­pio fon­dante di que­sta Europa, ma ne è anche l’obiettivo, ne è il pre­sente e vuole e potrebbe esserne il futuro. È scritto nel Trat­tato sul fun­zio­na­mento dell’Ue come suo vin­colo, sia fun­zio­nale che di scopo. Lo si legge agli arti­coli 119 e 120. È l’economia di mer­cato aperta ed in libera con­cor­renza. Si dovrà dire subito che è a quell’altezza sovra­na­zio­nale che si com­batte il neo­li­be­ri­smo, ove si è col­lo­cato e da dove si dif­fonde negli stati per domi­nare effi­ca­ce­mente, diret­ta­mente e media­ta­mente, tutti i rap­porti umani del Continente.

Vengo al concreto.

Una entità a sem­bianza di stato, come l’Ue, non può dele­gare il potere ai mer­cati affer­man­done l’autoregolazione. Deve rias­su­merlo tutto intero per eser­ci­tarlo sui mer­cati. Non può attri­buire ad un organo ese­cu­tivo dei trat­tati vin­co­lato solo ad essi, l’iniziativa esclu­siva di ogni atto nor­ma­tivo, di ogni poli­tica dell’Ue. Non può camuf­fare la quota di sovra­nità eser­ci­tata dai governi degli stati-membri nella indi­stin­gui­bile com­po­si­zione della col­le­gia­lità per immu­niz­zarli dalla respon­sa­bi­lità poli­tica nei con­fronti dei rispet­tivi par­la­menti e dei rispet­tivi popoli. Quella col­le­gia­lità che elude le domande della demo­cra­zia e com­prime i diritti sociali, garan­tendo i pro­fitti. Renzi pro­pone fles­si­bi­lità delle norme dei trat­tati. Chiac­chiere. Non le vuole cam­biare. Le accetta. Accetta il fiscal com­pact, l’architettura isti­tu­zio­nale dell’Ue, il suo prin­ci­pio fon­dante. Accetta il defi­cit demo­cra­tico for­male e sostan­ziale di que­sta Europa.

Il tema che pongo non esau­ri­sce certo il pro­gramma del par­tito da imma­gi­nare per rispon­dere alle domande attuali della demo­cra­zia e della civiltà umana. Ne potrebbe essere il noc­ciolo? Ne discutiamo?

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Fonte: il Manifesto

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Gen 20 2014

La sinistra europea, la pressione capitalistica e la perdita dei diritti

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La sinistra europea ha visto come il capitalismo è in grado di mordere di nuovo

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di Leo Panitch

Per la maggior parte del ventesimo secolo la parola “riforma” è stata comunemente associata col garantire protezioni statali contro gli effetti caotici della competizione del mercato capitalista. Oggi è più comunemente usata per riferirsi alla demolizione di tali protezioni.

Non si tratta semplicemente dell’appropriazione del termine da parte di chi nella UE e nelle agenzie internazionali di finanziamento lo usa come espressione in codice per la pretesa che la Grecia, ad esempio, operi altri tagli all’occupazione e ai servizi del settore pubblico. E’ anche il modo in cui la parola è divenuta sempre più usata dai partiti del centrosinistra. Così il nuovo eletto leader del Partito Democratico italiano (il successore di quello che era il più grande partito comunista d’Europa) ha sollecitato il governo a essere ancor più deciso nell’attuare il proprio pacchetto di riforme economiche. Il pacchetto comporta la riduzione della spesa pubblica e il cambiamento delle norme per rendere più flessibile il mercato del lavoro e attirare investimenti dall’estero.

Nel segnalare quanti paesi europei oggi stiano “furiosamente smantellando le protezioni sul luogo di lavoro in un tentativo di ridurre il costo del lavoro”, un recente articolo del New York Times ha in effetti identificato le radici di questo negli “sforzi per migliorare la competitività” da parte del governo socialdemocratico in Germania nei primi anni del 2000. E’ stato fatto in modo tale da aver “ulteriormente eroso le protezioni dei lavoratori, alimentando un boom di “mini-occupazione” a breve termine e sottopagata che oggi costituisce più di un quinto dell’occupazione tedesca”.

C’è un vecchio dibattito a sinistra a proposito della contrapposizione tra riforme e rivoluzione. Ma è divenuto antiquato, non solo a causa delle prospettive e delle forze estremamente limitate a favore del cambiamento rivoluzionario. L’attuale significato del termine “riforma” contrasta nettamente con il modo in cui era usato dai socialdemocratici europei circa un secolo fa. Che le riforme incrementali passate sotto il titolo di gradualismo potessero o no conseguire la trasformazione sociale senza sottoporre la società alla sofferenza della rivoluzione, esse erano mirate a promuovere la solidarietà sociale contro il mercato.

Forse l’illusione più grande dei socialdemocratici del ventesimo secolo è stata la loro convinzione che una volta conquistate le riforme essere sarebbero state conquistate sul serio. In realtà possiamo oggi costatare in quale misura le vecchie riforme siano state sottoposte all’erosione dell’espansione dell’erosione capitalista su scala globale. Sono state così compromesse dalla logica della competizione che ora sembra molto difficile vedere come le protezioni statali contro i mercati possano essere garantite ai giorni nostri senza altre misure che sarebbero considerate rivoluzionarie.

L’idea che fare qualcosa per minare gli investimenti privati è inaccettabile è divenuta incredibilmente potente. E’ precisamente questo che rende i politici socialdemocratici così timidi oggi. E possono esserci ben pochi dubbi che per sostenere riforme nel vecchio significato progressista della parola oggi un governo dovrebbe attuare estesi controlli per evitare un deflusso di capitali e probabilmente dovrebbe socializzare istituzioni finanziarie al fine di garantirsi il necessario spazio di manovra.

La Syriza in Grecia è l’unico partito di sinistra che ha ottenuto un grande successo elettorale nella crisi europea rifiutando il modo in cui sono finite per essere ridefinite le riforme. Un asse centrale del suo programma politico, inoltre, consiste nel portare “il sistema bancario sotto la proprietà pubblica e sotto il pubblico controllo, mediante una radicale conversione del suo funzionamento …” In effetti ciò che mette più a disagio le élite europee riguardo al fatto che la Grecia occupi il turno che le spetta alla presidenza della UE nei prossimi sei mesi è che una nuova crisi politica che porti a elezioni generali, con la Syriza attualmente in testa ai sondaggi, farebbe del suo leader, Alexis Tsipras, il primo ministro della Grecia.

Ciò che è stato particolarmente impressionante nel programma politico di “riforme radicali” che la Syriza ha approvato nel suo congresso dello scorso luglio è che esso si conclude con queste parole: “Lo stato in cui ci troviamo oggi richiede qualcosa di più di un programma completo creato democraticamente e collettivamente. Richiede la creazione e l’espressione del movimento politico più ampio, militante e catalizzatore possibile … Solo un simile movimento può guidare un governo della sinistra e solo un simile movimento può salvaguardare il corso di un tale governo.”

Tuttavia i leader del partito non possono che essere consapevoli che a meno che si verifichi una svolta nel rapporto di forze in altri paesi che consenta al governo della Syriza lo spazio per attuare riforme progressiste, il popolo greco soffrirà ancor di più finendo economicamente penalizzato e isolato. E’ senza dubbio per questo che, quando Tsipras il mese scorso è stato candidato dal piccolo contingente dei partiti di “estrema sinistra” del parlamento europeo a sostituire, il prossimo maggio, José Manuel Barroso a presidente della Commissione Europea, egli ha parlato in termini dell’”opportunità storica” che oggi esiste per un’alternativa di sinistra all’attuale “modello europeo” capitalista.

Questo ci riporta all’altro aspetto del dibattito su riforme e rivoluzione di un secolo fa, ricordandoci che cosa accadde quando non si realizzò la speranza che una rivoluzione nella periferia dell’Europa avrebbe innescato rivoluzioni nei paesi capitalisti più forti.

La sinistra cominciò ad autoflagellarsi, a volte molto letteralmente, con dibattiti su riforme contro rivoluzione, parlamentarismo contro extraparlamentarismo, partiti contro movimenti, come se gli uni escludessero gli altri. La questione del ventunesimo secolo non è la contrapposizione tra riforme e rivoluzione, bensì piuttosto quale tipo di riforme, quale genere di movimenti popolari dietro di esse impegnati nel tipo di mobilitazioni che possano ispirare sviluppi simili altrove, possa dimostrarsi tanto rivoluzionario da resistere alle pressioni del capitalismo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: Z Net Italy

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Nov 11 2013

Matteo Renzi: “Prender voti in tutte le direzioni”

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Il partito piglia-tutto

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di Piero Bevilacqua

Dal lessico politico-pubblicitario di Matteo Renzi, esibito con dovizia nelle sue recenti rappresentazioni pubbliche, è utile selezionare una espressione che suona come la sintesi del suo programma: «Prender voti in tutte le direzioni ». È un imperativo strategico che riassume, per così dire, tutto il suo pensiero politico. Ma al tempo stesso costituisce una delle spie più evidenti e definitive del percorso storico compiuto dai partiti politici nell’età post-contemporanea. Presentato come una smagliante novità, non è che il punto terminale di una parabola di declino. La categoria del «partito pigliatutto», (catch all party) era stata già elaborata nel lontano 1966 da Otto Kirchheimer, politologo tedesco, collaboratore della Scuola di Francoforte e poi docente in importanti Università americane. Kirchheimer individuava una linea di tendenza, già allora visibile in alcuni partiti di massa, di allontanamento dalle proprie origini classiste o di annacquamento dei legami con i gruppi originari di riferimento, al fine di allargare il raggio della propria influenza ai più diversi ceti sociali.
Tale tendenza ha percorso un lungo cammino e ora ha bloccato il sistema politico in gran parte degli stati occidentali.

I grandi partiti che un tempo incarnavano il bipartitismo, più o meno perfetto e davano vita alla cosiddetta democrazia dell’alternanza, ormai da tempo pescano negli stessi ambiti sociali, elaborano lo stesso programma politico e tendono a spartirsi equamente i consensi elettorali, dando vita a maggioranze di governo sempre più risicate e instabili. Allontanandosi dai ceti popolari e dai loro conflitti, anche i partiti di sinistra, si sono trasformati in agenzie di marketing elettorale: vendono lo stesso prodotto pubblicitario a una platea di consumatori sempre più stanca e sempre più disillusa. Tale tendenza è oggi entrata in una morsa micidiale con l’esplodere della crisi economico-finanziaria. La perdita di sovranità di stati e governi a favore del potere finanziario internazionale ha tolto ai partiti il potere residuale di ripartire quote della ricchezza nazionale nel welfare , favorendo la formazione di una vasta e crescente area di diserzione elettorale e l’esplodere di movimenti di protesta e di populismi di varia natura.

Da qui la spasmodica ricerca da parte delle forze politiche di trovare soluzioni abborracciate di governo (le grandi coalizioni) e il ricorso crescente a dispositivi di ingegneria istituzionale: premierato forte, presidenzialismo, modifica dei sistemi elettorali, ecc. Il potere politico tende insomma ad acquistare parte della forza sottrattigli (per sua scelta e responsabilità) dal potere finanziario, rafforzando la centralità del comando, restringendo gli spazi della democrazia, estendendo i dispositivi autoritari del controllo sociale. Sicché mentre il potere capitalistico-finanziario muove la sua guerra di classe contro le masse operaie e i ceti medi, partiti e governi, che non intendono rappresentare, con finalità redistributive, questi interessi colpiti, si infilano nel vicolo stretto di una “mediazione repressiva” per la difesa del sistema. Essi sperano di resistere fino a che la ripresa dell’economia non ridia loro lo spazio per una mediazione socialmente sopportabile ed elettoralmente premiante.

La posizione di Renzi è dunque doppiamente rivelatrice. Appare come l’ultimo tratto di definitiva dissoluzione della identità dei partiti e al tempo stesso viene a coincidere con il populismo di Berlusconi in un punto fondamentale: il privilegiamento della vittoria elettorale come scopo supremo dell’azione politica. Il fine è interamente assorbito e cancellato dal mezzo. Si partecipa alla lotta politica come al campionato mondiale di calcio: per vincere. Quel che si fa poi con la vittoria è poco importante. Perché il ceto politico gioca essenzialmente per sé stesso, per rafforzare le condizioni della sua sopravvivenza e del suo successo. E quel che accade nel paese che ospita il campionato è poco importante, ed è comunque sempre subordinato allo scopo supremo della riproduzione delle élites . Tale linea, tuttavia, ha successo per almeno una ragione: raccoglie e distorce un bisogno diffuso dei cittadini, quello di una rappresentanza politica liberata dalla opacità degli apparati, non dilaniata dai micro-interessi di gruppi e fazioni.

Di fronte al disagio sociale, alla incertezza montante della vita quotidiana, all’impotenza della politica tradizionale nell’arginare poteri sovranazionali sempre più intrusivi, diventa naturale la richiesta dell’unicità del comando, della prontezza dell’iniziativa e dell’azione. I cittadini italiani chiedono una politica forte e capace, ma che assomigli il meno possibile alla politica dei partiti politici. L’odore delle segreterie è diventato un tanfo insopportabile. È questa una delle ragioni importanti del successo di Renzi, anch’egli un “pollo di batteria”, salvo presentarsi da subito come un anti-partito. Naturalmente confidiamo assai poco in tale successo. Intanto, non è dato sapere – in caso di probabile vittoria di Renzi alle primarie del Pd – se alla sua maestria nel vincere battaglie elettorali corrisponderà una pari capacità di governare il suo partito. Quel che appare oggi certo è che sul piano dell’azione di governo – sia in campagna elettorale che nell’indirizzo di un eventuale esecutivo, uscito da una competizione vittoriosa – Renzi cercherà di promuovere una politica delle “larghe intese” senza Pdl. Vale a dire la politica tipica di un partito piglia-tutto, che deve rispondere agli interessi molteplici, e soprattutto a quelli più forti, in cui si frantuma oggi la vita italiana.

Dunque, è evidente che senza mutamenti di rilievo sulla scena politica, senza uno spostamento dell’asse strategico nel campo della sinistra, il disastro per il nostro paese diventa una prospettiva certa. Non si tratta di profezie artatamente fosche. È la scena presente, l’azione dell’attuale governo, che mostra l’inanità di una strategia in cui si debbono comporre interessi inconciliabili, surrogato fallimentare di quel che sarebbe necessario: una grande manovra di trasferimento di ricchezza ai ceti popolari e ai settori produttivi. E non è certo il caso di ricordare quel che è noto: il bollettino di guerra sulle statistiche della disoccupazione, dei fallimenti delle imprese, della caduta costante dei consumi. Benché un dato clamoroso occorre qui rammentarlo, perché i media, con una carità pelosa forse comprensibile, sono scivolati rapidamente sulla notizia: il debito pubblico è salito ancora, è arrivato al 133,3% del Pil.

La ragione per la quale i governi degli ultimi anni stanno distruggendo l’economia nazionale e trascinando nella miseria masse crescenti di cittadini italiani, è ancora tutta lì: anzi è diventata più grave. E il ministro Saccomanni non sente il dovere di scusarsi, di spiegare al paese, di dichiarare la propria incapacità e di andarsene? Dunque, se gli scenari dei prossimi mesi e anni confermeranno questo quadro, è evidente quale grande spazio potrebbe schiudersi alle forze di sinistra dotate di progetto, oggi segmentate e disperse in vari ambiti e territori. Ci sono in prospettiva scadenze importanti come le elezioni europee (su cui hanno insistito utilmente, sul manifesto , Tonino Perna con Alfonso Gianni e Guido Viale): occasione imperdibile per mettere in discussione le politiche di austerità e rilanciare su nuove basi le prospettive dell’Unione Europea. E prima o poi ci saranno anche le elezioni politiche. Il Pd si presenterà a queste scadenze con addosso la corresponsabilità, insieme al Pdl, di aver aggravato le condizioni materiali degli italiani.

Lo sventolio della bandierina di una “ripresa che verrà” sarà solo uno straccio al vento e non incanterà gli elettori. E allora, chi si fa avanti, chi si candida a rappresentare il vasto popolo della sinistra? Sappiamo bene che la politica non si esaurisce nei partiti e neppure nelle rappresentanze e nei governi. Ma oggi queste rappresentanze al potere stanno demolendo mezzo secolo di conquiste in tutti i settori della vita nazionale. Le lasceremo fare? Lo scenario presente non offre molte alternative. Ma i punti di partenza potenziali esistono. Perché Sel non si muove? E la “Via maestra”, il movimento di Rodotà, Landini e altri? Nessuno si illuda che esso possa evolvere rapidamente in un partito politico. È giusto prendere in parola le dichiarazione dei fondatori. E tuttavia, questo movimento raccoglie una vasta platea di forze e di raggruppamenti, gode di un prestigio e di un consenso, sia politico che morale, incommensurabilmente distante dal discredito gravante sui partiti politici.

Dunque, con la cautela necessaria, non si pensa di spenderla in qualche modo nello scontro elettorale che verrà? Si tratta, crediamo, di un nodo rilevante su cui ragionare al più presto, evitando di restare bloccati nell’impotente testimonianza di una alterità inascoltata, o di cadere, sotto l’urgere della fretta e delle ambizioni personali, nei pasticci elettoralistici delle passate stagioni.

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Fonte: il Manifesto

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Lug 25 2013

Rodotà: Eccome se esiste la differenza fra destra e sinistra

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Intervista a Stefano Rodotà di Simonetta Fiori

«Perché mi applaudono nelle piazze e nei teatri? In questi anni ho continuato a parlare di eguaglianza, lavoro, solidarietà, dignità. Sì, ho detto delle cose di sinistra, che nel grande silenzio della politica ufficiale hanno provocato un investimento simbolico inaspettato. Una reazione che naturalmente lusinga, ma mi crea anche qualche imbarazzo». Il nuovo papa della sinistra «altra» — quella dei diritti, dei beni comuni, della Costituzione e della rete — ci riceve in una stanzetta della Fondazione Basso, a pochi passi dai palazzi della politica che ha sempre frequentato da irregolare. Ottant’anni compiuti di recente, giurista insigne con esperienza internazionale, Stefano Rodotà ha una biografia che racconta un pezzo importante di sinistra eterodossa. Una storia lunga che dice moltissimo sull’oggi, sulle partite vinte e su quelle perdute.

In molti, anche tra i suoi antichi compagni di battaglia, sostengono che la distinzione tra destra e sinistra non ha più senso.
«È una vecchia storia, che risale ai tempi di Laboratorio politico, la rivista che nei primi anni Ottanta facevamo con Tronti, Asor Rosa e Cacciari. Non ero d’accordo allora, e oggi mi arrabbio ancora di più. Cosa vuol dire che non c’è più distinzione? Vuol dire che dobbiamo essere i fautori della pacificazione? La distinzione esiste, ed è marcata: sia sul piano storico che su quello teorico. Chi non la vuole vedere mi suscita una profonda diffidenza politica».

Proviamo a indicare qualche punto essenziale di distinzione.
«Un principio inaccettabile per la sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite. Ne discende lo svuotamento di alcuni diritti fondamentali come istruzione e salute, i quali non possono essere vincolati alle risorse economiche. Allora occorre tornare alle parole della triade rivoluzionaria, eguaglianza, libertà e fraternità, che noi traduciamo in solidarietà: e questa non ha a che fare con i buoni sentimenti ma con una pratica sociale che favorisce i legami tra le persone. Non si tratta di ferri vecchi di una cultura politica defunta, ma di bussole imprescindibili. Alle quali aggiungerei un’altra parola-chiave fondamentale che è dignità».

Una parola molto presente nella tradizione cattolica.
«In parte viene da lì. E qui ho dovuto rivedere alcuni miei giudizi giovanili insofferenti al personalismo cattolico, che lasciò una forte traccia sulla Costituzione. Ma la dignità è anche legata al tema del lavoro. C’è un passaggio essenziale della Carta, l’articolo 36, che stabilisce che la retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La nostra Costituzione, insieme a quella tedesca, rappresentò l’unica vera novità del costituzionalismo del dopoguerra. Noi con il lavoro, i tedeschi con l’inviolabilità della dignità umana, principio reso necessario dai crimini del nazismo».

Le uniche due novità provenivano dai paesi sconfitti?
«Sì, Italia e Germania avvertivano più degli altri il bisogno di uscire da un mondo tragico per rifondarne uno radicalmente diverso ».

In fase costituente, il giurista Costantino Mortati tentò di introdurre una distinzione tra diritti civili e diritti sociali, tra quelli che non hanno un costo e quelli vincolati alle risorse dello Stato, quindi garantendo a priori i primi e impegnando lo Stato a trovare le risorse per i secondi, ma senza assicurarne il pieno godimento. Poi prevarrà un’altra interpretazione, che include i diversi diritti in un’unica categoria. Interpretazione che alcuni oggi vorrebbero rivedere.
«Due obiezioni essenziali. Primo: il ritenere questi diritti indivisibili non è un principio sovversivo, ma viene sancito anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Secondo: esso vale come vincolo nella ripartizione delle risorse. Dire che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro mi costringe a tenerne conto quando distribuisco le voci di bilancio. Lo so che la salute costa, ma quando l’articolo 32 mi dice che è un diritto fondamentale, la politica non può prescinderne. E venendo alla formazione, se la scuola pubblica è un obbligo per lo Stato, finché io non ne ho soddisfatto tutti i bisogni, alla scuola privata non do niente. Troppo brutale?».

No, molto chiaro.
«È evidente che il welfare va rivisto sulla base delle risorse, ma chi agita la bandiera dei “diritti che costano” mi sembra voglia liberarsi dell’ingombrante necessità di discutere di politiche redistributive. Spesso sono gli stessi che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra».

Lei cominciò nelle file radicali.
«No, in realtà esordii nell’Unione goliardica italiana, che era il movimento giovanile universitario. Lì è cominciata la mia storiella da cane sciolto. Lettore del Mondo ma insofferente alle chiusure anticomuniste di Pannunzio. Compagno di viaggio dei radicali, ma allergico all’autoritarismo di Pannella. Poi molto vicino al Psi guidato da De Martino, ma pronto a litigare con un arrogantissimo Craxi divenuto vicesegretario. Infine nella Sinistra Indipendente, che però era irregolare di suo. Non sono mai stato intrinseco a nessun partito. L’unico mio punto fermo sono stati i diritti».

La «storiella da cane sciolto» ha a che fare con la mancata elezione a presidente ella Repubblica?
«Forse sì, ed è per questo che non ci ho mai creduto. A un certo punto ho avvertito la necessità di metterci la faccia per impedire quello che poi è successo: le larghe intese e la pacificazione nazionale».

L’hanno accusata da sinistra di aver dato una sponda ai grillini.
«Semplicemente puerile. Era stato Bersani a cercare per primo l’intesa con loro, e allora mi apparve la cosa giusta».

Ma i Cinquestelle sono di sinistra?
«Non è facile rispondere. Dentro il movimento ho trovato dei contenuti che si possono riferire a una cultura di sinistra: diritti, ambiente, beni comuni. Ma quando s’è trattato di dare uno sbocco parlamentare a queste idee è arrivato l’alt di Grillo».

Che è tra quelli che dicono che non c’è distinzione tra destra e sinistra.
«Appunto. Non è di sinistra. Ma ha saputo intercettare un desiderio di cambiamento diffuso nella società civile. L’ha interpretato sul piano della protesta, però non ha saputo dargli una traduzione politica, con l’effetto di sterilizzarlo ».

Perché il Pd non l’ha sostenuta nelle elezioni presidenziali?
«È un partito dall’identità debole, gli è parso troppo arrischiato affidarsi a una personalità fuori dalle righe. Sì, capisco che la scelta di fare una trattativa con i grillini avrebbe richiesto un po’ di azzardo. Ma il cambiamento richiede coraggio. E la sinistra è cambiamento».

Nessun risentimento?
«No, il mio giudizio è esclusivamente politico: hanno sbagliato nel rinunciare alla strada del cambiamento. E hanno sbagliato nel silurare Prodi. Quando seppi che Romano era il nuovo candidato del Pd, feci subito una dichiarazione pubblica in cui mi dicevo pronto al passo indietro. Sul treno per Reggio Emilia mi chiamò lui dal Mali. “Come mi dispiace Stefano, noi così amici e ora contrapposti”. Quando gli dissi del mio passo indietro, lui mi ringraziò per avergli tolto un peso».

Che effetto le fa essere acclamato in piazza come il nuovo papa rosso?
«Sono un po’ imbarazzato, e non so come uscirne. Naturalmente sono grato a tutte queste persone. Però il problema della sinistra non può stare sulle mie spalle. Dalle manifestazioni sulle leggi-bavaglio a quelle delle donne, dalle piazze studentesche al referendum sull’acqua, esiste un’altra sinistra che la politica istituzionale si ostina a non vedere. Intorno a questo mondo è possibile costruire».

(23 luglio 2013)

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Fonte: MicroMega

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Dic 2 2012

All’orizzonte una nuova sinistra?

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APPELLO

Il sistema sta andando in pezzi.

Le differenze economiche e sociali crescono, le disonestà individuali o di gruppi sono diventate corruzione del sistema, la distanza tra stato e società e tra organi rappresentativi e cittadini non è mai stata così elevata. La possibilità di contare e di decidere sulla propria vita e sul proprio futuro è quotidianamente frustrata da decisioni verticistiche e incontrollabili. Così lo stesso desiderio di partecipazione politica si affievolisce, riducendosi a esplosioni di rabbia, alla fuga dal voto o all’adesione a proposte populiste (egualmente presenti dentro e fuori le forze politiche tradizionali). Prevale l’idea che non ci sia più nulla da fare perché ogni scelta è obbligata e «imposta dall’Europa» (cioè dai mercati). Il modello sociale europeo è cancellato dalle compatibilità economico-finanziarie in una concezione dell’economia che non lascia spazio alla politica.
Questa posizione è stata da tempo abbracciata dal Partito democratico e si è tradotta nell’appoggio senza se e senza ma al governo Monti, nel concorso all’approvazione del cosiddetto patto fiscale e della modifica costituzionale sul pareggio di bilancio, nel contributo alla riduzione delle tutele del lavoro, nel sostegno alle grandi opere, nel frequente aggiramento dell’esito referendario in favore dell’acqua pubblica. È una prospettiva nella quale si è inserito, da ultimo, il gruppo dirigente di Sel con la scelta di partecipare alle primarie, in una alleanza che ne sancisce la subalternità al Partito democratico (a prescindere dallo stesso esito delle primarie). Dall’altra parte c’è la posizione del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che, pur partendo da una condivisibile critica radicale di questa classe politica e di questi partiti, non offre risposte sul piano della democrazia costituzionale e di una diversa uscita dalla crisi in atto.

A fronte di ciò non è più possibile stare a guardare o limitarsi alla critica.

L’attuale pensiero unico e il conseguente orizzonte politico sono modificabili. Esiste un’alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista che, in tutta Europa, sta distruggendo il tessuto sociale senza dare soluzione a una crisi che non accenna a diminuire nonostante le rassicurazioni di facciata.
È un’alternativa che si fonda sulle promesse di civiltà contenute nella nostra Carta fondamentale: la Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto al lavoro e, in quanto lavoratori, a una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa: noi vogliamo che questi principi siano attuati e posti a base delle politiche economiche e sociali. È un’alternativa che esprime una cultura politica nuova, che si prende cura degli altri e rifiuta il leaderismo, che parla il linguaggio della vita della persone e non quello degli apparati, che include nelle discussioni e decisioni pubbliche la cittadinanza attiva. Un’alternativa capace di fare emergere, con l’impegno collettivo, una nuova rappresentanza politica preparata, capace, disinteressata al tornaconto personale e realmente al servizio della comunità. Un’alternativa in grado di produrre antidoti a quel sistema clientelare che ha generato corruzione e inquinamento mafioso e di trasformare lo stato rendendolo trasparente, de-centralizzato ed efficiente. Un’alternativa, quindi, che guarda a un mondo diverso, in cui si rispetti l’ambiente, siano valorizzati i beni comuni, si pratichi l’accoglienza, si assicuri a tutte e tutti la possibilità di una vita degna di essere vissuta anche se si è vecchi, malati o senza lavoro o se si è arrivati nel nostro paese per viverci e lavorare. Non è un’illusione, ma il compito di una politica lungimirante: il welfare, lungi dall’essere un lusso dei periodi di prosperità, è la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso. E non c’è solo una prospettiva di tempi lunghi. Ci sono azioni positive da realizzare e scelte sbagliate da contrastare. Subito.
L’elenco è semplice e riguarda sia gli interventi indispensabili che le modalità per recuperare le risorse necessarie. Da un lato, la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive; un progetto di riconversione di ampi settori dell’economia in grado di rilanciare rapidamente l’occupazione con migliaia di piccole opere di evidente e immediata utilità collettiva; un piano di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi mirante a garantire la sicurezza dei cittadini e la riduzione del consumo di suoli agricoli; un’imposizione fiscale equa ed efficace (estesa ai patrimoni e alle rendite finanziarie nonché alle proprietà ecclesiastiche); il potenziamento degli interventi a sostegno delle fasce più deboli e dei presidi dello stato sociale; il ripristino delle tutele fondamentali del lavoro e dei lavoratori; la sperimentazione di modalità di creazione diretta di occupazione, anche in ambito locale, affiancata dall’introduzione di un reddito di cittadinanza; l’attuazione di forme di sostegno e promozione delle esperienze di economie di cooperazione e solidarietà; l’investimento a favore della scuola e dell’università pubblica, a sostegno della formazione, della cultura, della ricerca e dell’innovazione; il rispetto pieno e immediato dei referendum 2011 sui beni comuni e contro la vendita ai privati dei servizi pubblici locali; un’effettiva riforma del sistema dell’informazione e del conflitto di interessi; il pieno riconoscimento dei diritti civili degli individui e delle coppie a prescindere dal genere e l’accesso alla cittadinanza per tutti i nati in Italia.
Dall’altro: una reale azione di contrasto dell’evasione fiscale e della corruzione; il ritiro da tutte le operazioni di guerra e l’abbattimento delle spese militari; la definitiva rinuncia alle grandi opere (a cominciare dalla linea Tav Torino-Lione e dal ponte sullo Stretto); l’abrogazione delle leggi ad personam (che sanciscono la disuguaglianza anche formale tra i cittadini); la previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati e l’azzeramento delle indennità aggiuntive della retribuzione per ogni titolare di funzioni pubbliche.

I fatti richiedono un’iniziativa politica nuova e intransigente, per non restare muti di fronte a opzioni che non ci corrispondono.

Un’iniziativa politica nuova e non la raccolta dei cocci di esperienze fallite, dei vecchi ceti politici, delle sigle di partito, della protesta populista. Un’iniziativa che porti alla costituzione di un polo alternativo agli attuali schieramenti, con uno sbocco immediato anche a livello elettorale. Un’iniziativa che parta dalle centinaia di migliaia di persone che nell’ultimo decennio si sono mobilitate in mille occasioni, dalla pace ai referendum, e che aggreghi movimenti, associazioni, singoli, amministratori di piccole e grandi città, lavoratrici e lavoratori, precari, disoccupati, studenti, insegnanti, intellettuali, pensionati, migranti in un progetto di rinnovamento delle modalità della rappresentanza che veda, tra l’altro, una effettiva parità dei sessi.
È un’operazione complicata ma necessaria, che deve essere messa in campo subito. Negli ultimi giorni si sono susseguiti numerosi appelli in questo senso. È tempo di unire passione, intelligenze, capacità ed entusiasmo per costruire una proposta elettorale coerente con questa prospettiva, in cui non ci siano ospiti e ospitanti, leader e gregari ma un popolo interessato a praticare e promuovere cambiamento.

È questo il senso della campagna “CAMBIARE SI PUÒ! NOI CI SIAMO”, nella quale abbiamo deciso di impegnarci con l’obiettivo di presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono.
Noi ci siamo e pensiamo che molte e molti vogliano costruire con noi questo percorso.
Per questo ti chiediamo di esserci e di mandare la tua adesione.

Ma le firme non bastano.

Serve che tutti noi, che aderiamo a questa campagna, ci incontriamo in una assemblea pubblica, che proponiamo per il 1° dicembre.

Aderisci

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Fonte: Cambiare si può

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