Set 22 2016

Berlino – ” Basta con l’ossessione per la carriera. Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia…”

.

.

Capitalism Kills Love

Photo by © Jeremy hunsinger

.

«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

di

Perché lavoriamo? Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto? Ma soprattutto: chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento? Queste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartlebythink tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

Il centro. Haus Bartleby, che ha sede a Neukölln, deve il suo nome a un romanzo di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, il cui protagonista lavora come copista presso uno studio legale di Wall Street ma ad un tratto, dopo un periodo di attività intensissima, si rifiuta di continuare la sua ottundente mansione pronunciando la celebre frase I would prefer not to, che è appunto lo slogan del Zentrum berlinese. Haus Bartleby raccoglie professionisti dei settori più disparati, tutti accomunati dalla volontà di decostruire l’assunto in base al quale carriera e successo debbano determinare il valore di una persona. Un progetto culturale che ha evidentemente intercettato un nervo scoperto della società tedesca: gli abbonamenti alla rivista del centro sono infatti in crescita costante, mentre diversi importanti quotidiani (tra cui Die Welt, Die Zeit, Huffington Post) si sono interessati alla creatura di Faßmann e Lenz, che nel frattempo ha continuato a sfornare pubblicazioni, a incassare l’appoggio di istituti importanti come il Club of Rome e la Rosa-Luxemburg Stiftung e a organizzare una serie di conferenze con filosofi ed economisti sul futuro del lavoro. Tra i simpatizzanti dell’associazione, che ormai conta una decina di membri fissi e più di quaranta collaboratori esterni, ci sono anche Dirk von Lowtzow della celebre rock band amburghese Tocotronic e l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, entrambi autori di un saggio nell’antologia Sag alles ab!, pubblicata nel 2015.

La filosofia di Haus Bartleby. «Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche», si legge sul sito del centro. Il j’accuse di Haus Bartleby è radicale, e si rifà chiaramente a un filone di pensiero da sempre molto vivo in Germania, che abbraccia analisi marxiana, anticapitalismo, teoria critica. Ma queste riflessioni provengono in primis dalle concrete esperienze di vita e di lavoro dei suoi fondatori. Che, prima di mollare tutto, non erano manager stressati o precari sottopagati, ma professionisti con mansioni stimolanti, almeno in apparenza. Tra di essi, c’è anche Hendrik Sodenkamp, 27enne ex assistente personale di Carl Hegemann (affermato drammaturgo del Berliner Volksbühne) e studente di letteratura tedesca prima di imbattersi in Haus Bartleby. Anche lui, come Faßmann e Lenz, sentiva che qualcosa non funzionava: ne aveva abbastanza di lavorare 60 ore alla settimana, di sacrificare amicizie e tempo libero, di piegarsi a logiche improntate alla competizione, al continuo self improvement, al mantra anni ’80 del “lavoratore imprenditore di se stesso”, così come ai meccanismi di un’università strutturata soltanto su crediti, voti e «attenzione alle richieste del mercato». E tutto questo per cosa? Per inseguire il mito della carriera, un’ambizione che costringe a vivere «costantemente proiettati nel futuro, nel prossimo step funzionale al successo, mentre nel “qui e ora” non facciamo mai quello che sarebbe giusto per noi», spiega Sodenkamp Die Zeit. Ma, suona la domanda posta da Haus Bartleby, a chi serviamo quando ci dedichiamo alla promessa della carriera? Non a noi stessi, se il nostro lavoro è determinato soltanto dalla necessità economica di portare a casa uno stipendio o dalla pressione sociale che ci impone di raggiungere una posizione adeguata alle aspettative nostre o di chi ci circonda. Ma nemmeno agli altri e al mondo, se il risultato di tanti processi produttivi – materiali o intellettuali – è soltanto «aria fritta» – così definisce Alix Faßmann le sue mansioni alla SPD – o spesso addirittura nocivo.

Rifiuto della carriera, non elogio dell’ozio. Ma questi “negatori della carriera”, in realtà, non rifiutano il lavoro in sé, come potrebbe a prima vista sembrare, bensì soltanto quello eterodiretto (un tempo si sarebbe detto alienato), non incentrato sulla realizzazione delle proprie passioni e dei propri bisogni. «Da quando ci siamo licenziati lavoriamo in realtà molto di più», ride Sodenkamp, «ma per qualcosa che riteniamo davvero utile, riflettere sulle disfunzioni del nostro modello sociale. Insomma, il lavoro è qualcosa di positivo, purché sia autodeterminato. Ma se lo si svolge solo sotto la pressione di imperativi economici e sociali, allora una vita buona diventa impossibile». Certo, qualcosa bisogna pur mangiare, e così Faßmann, Lenz e tutti i collaboratori a tempo pieno si arrangiano con lavori part-time di vario genere per arrivare alla fine del mese. Ma, anche se i soldi sono pochi e la fatica tanta, sono soddisfatti perché riescono a non perdere il senso di quello che fanno: contribuire a immaginare un nuovo mondo del lavoro.

Il “tribunale del capitalismo”. E in quest’ottica rientra anche il nuovo progetto di Haus Bartleby, il “tribunale del capitalismo”. Si tratta di una piattaforma online su cui ogni cittadino può indicare gli aspetti dell’attuale sistema economico che ritiene maggiormente patogeni e da superare. In breve tempo sono arrivati sul sito già quattrocento “capi d’accusa” che toccano questioni molto diverse tra loro come l’austerity e il potere delle multinazionali, la distribuzione della ricchezza e la ripartizione sociale del lavoro. L’anno prossimo i temi più sentiti saranno presentati e dibattuti alla Haus der Kulturen der Welt. I Karriereverweigerer dicono di fare sul serio, di non proporre soltanto una provocazione estetica o un’utopia in stile paese di cuccagna, con benessere per tutti e lavoro soltanto per chi lo desidera. Certo, dopo la pars destruens, manca loro un progetto politico preciso. Ma, come mostrano le proteste di Nuit Debout (che Sodenkamp ha seguito da vicino), il malessere causato dal modello sociale vigente è forte. E qualcosa, prima o poi, dovrà cambiare. Chissà che i progressi nel campo dell’automazione e i dibattiti sul reddito di base non segnino la strada da seguire per una società libera dai feticci neoliberisti della carriera e della produttività a ogni costo.

.

Fonte: Berlino Magazine

.

.

.

.

.


Lug 2 2016

La sesta estinzione di massa ed il progetto delle 8 “R”

.

.

"Art" by Tiago Hoisel - (Surreal Capitalism)

“Art” by Tiago Hoisel – (Surreal Capitalism)

.

Diventare atei della crescita

di

L’essenza della domanda posta nel titolo del mio intervento* – “Crescita, Recessione, Decrescita, un cerchio che si chiude?” – può essere tradotta, in termini shakespeariani, come: crescere o non crescere? Una domanda che ne implica un’altra: credere o non credere? Perché, come ha spiegato bene papa Francesco, la crescita è diventata la religione del nostro tempo e noi dobbiamo diventare atei della crescita. Ma, a differenza di papa Francesco, nessun responsabile politico o economico l’ha compreso (o almeno fa finta di non averlo compreso).

Nel 2002, al convegno dei metereologi statunitensi a Silver Spring, Bush dichiarò che la crescita genera posti di lavoro, risorse pubbliche, benessere sociale, pace e anche le risorse per provvedere all’ambiente: «La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema». E se da Bush non ci si poteva aspettare altro, in realtà tutti, compreso Matteo Renzi, dicono la stessa cosa. Alla Conferenza del clima di Parigi, lo scorso dicembre, la parola proibita era “decrescita”. Quello che si doveva dire era che la battaglia contro il cambiamento climatico costituiva l’opportunità per una nuova crescita. Una crescita verde: un bell’ossimoro.

In questo quadro, non basta essere economisti; bisogna anche essere filosofi. E io partirei dall’osservazione di uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Woody Allen:

«Siamo arrivati all’incrocio di due strade: una porta alla scomparsa della specie, l’altra alla disperazione totale. Spero che l’umanità faccia la scelta giusta».

Sembra che il dilemma sia proprio questo.

La prima strada è quella di una società della crescita con crescita, quella su cui abbiamo camminato da due-tre secoli e soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. È la strada che conduce a quella che gli scienziati hanno definito come sesta estinzione di massa. Rispetto alla quinta, quella dei dinosauri, risalente a sessantacinque milioni di anni fa, questa sesta estinzione presenta alcuni tratti specifici: si svolge a un’altissima velocità (ogni giorno spariscono tra le cinquanta e le duecento specie); è determinata dall’attività umana e potrebbe riguardare lo stesso essere umano.

La seconda strada, quella che conduce alla disperazione, è quella di una società della crescita senza crescita, una società in recessione. Sappiamo quale tragedia rappresenti. Ma non sono venuto qui per dire che la nostra unica scelta è tra la peste e il colera, tra la disperazione e l’estinzione. C’è, in realtà, una terza via, un piccolo sentiero che Woody Allen non ha visto e di cui pochi si sono accorti: la via della decrescita. La via dell‘uscita dal paradigma della società della crescita. Ma per capire in cosa consiste questo cammino bisogna prima analizzare e denunciare le illusioni della crescita. Un compito tutt’altro che facile, perché nessun argomento, per quanto razionale sia, può convincere qualcuno che ha fede, che ha fede nella crescita.

.

COS’È LA CRESCITA?

Si pensa alla crescita, in primo luogo, come a un fenomeno biologico. E in effetti i termini “crescita” e “sviluppo” vengono dalla biologia, soprattutto evoluzionista. La crescita è la trasformazione quantitativa di un organismo nel tempo. Tutti gli organismi crescono e, nello stesso tempo in cui crescono, si trasformano. Un seme non diventa un seme gigantesco, diventa una pianta. E questo è lo sviluppo. Lo sviluppo è la trasformazione qualitativa di un fenomeno quantitativo. Lo sviluppo non è la crescita, ma non esiste uno sviluppo senza crescita. La crescita è la base dello sviluppo.

Quando gli economisti hanno preso in prestito questa metafora della crescita e dello sviluppo, si sono dimenticati però di due o tre cose. In primo luogo, l’economia non è un organismo. Si può pensare alla società umana nel suo rapporto con l’ambiente come a un organismo, come ha fatto il grande biologo britannico James Lovelock con l’ipotesi Gaia, ma l’economia può rappresentarne solo una parte. Anche i filosofi avevano pensato alle civiltà come a organismi, basti pensare a Giambattista Vico, secondo cui, proprio come gli organismi, le civiltà nascono, crescono si sviluppano e poi declinano e muoiono. L’economia non è un organismo, ma, se anche lo fosse, gli economisti si sono dimenticati che dovrebbe infine morire, postulando, al contrario, una crescita infinita. E poi gli organismi vivono con l’ambiente in un rapporto di dipendenza reciproca. Mentre gli economisti pensano che sia possibile trarre dalla natura tutte le materie prime e scaricarvi tutti i rifiuti, senza alcuna interdipendenza. Pensano di poter sfruttare senza limiti la natura come fonte di materie prime e come pattumiera.

La crescita economica, quindi, non ha niente a che vedere con la crescita degli organismi. E l’economia, come parte dell’organismo globale, deve obbedire alle leggi della biologia e prima ancora della fisica, e in particolare della termodinamica, e ancora più in particolare della seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia, in base a cui sappiamo bene che, una volta che abbiamo bruciato i trenta litri della benzina nel serbatoio, questi litri non saranno più disponibili. Come spiega Richard Heinberg nel libro La festa è finita, la crescita è nata con i pozzi di petrolio e finirà con essi.

Che la crescita infinita in un pianeta finito sia un’assurdità dovrebbero capirlo tutti. Come diceva il grande Groucho Marx, lo capirebbe anche un bambino di cinque anni. I nostri responsabili, però, non lo capiscono. Con un tasso di crescita del 2 per cento l’anno, prolungato per un periodo di tempo di duemila anni, il Pil risulterebbe moltiplicato di 160 milioni di miliardi. Chiunque capirebbe che è impossibile far crescere il Pil di 160 milioni di miliardi. Che è impossibile far crescere di questa cifra il numero delle automobili, per esempio. Eppure, la società della crescita è basata proprio sull’assurdità di questa illimitatezza.

L’economia capitalistica, l’economia di mercato, è basata su una triplice illimitatezza: l’illimitatezza della produzione, cioè dello sfruttamento delle risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili; l’illimitatezza del consumo, che comporta la creazione di un numero sempre più alto di bisogni artificiali (perché, se si produce sempre di più, si deve anche consumare sempre di più); e, di conseguenza, l’illimitatezza dei rifiuti, cioè dell’inquinamento dell’aria, sempre più irrespirabile, dell’acqua, sempre meno potabile, dei mari, sempre più invasi da continenti di plastica, della terra, sempre più avvelenata e desertificata. E queste illimitatezze, soprattutto quella del consumo, funzionano in base ad alcune molle, la prima delle quali è la pubblicità, la cui funzione è renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. Cosicché viviamo non nella società dell’abbondanza, ma in quella della frustrazione, quella in cui dobbiamo sentirci sempre frustrati e infelici per poter avere desideri da soddisfare e dunque per consumare sempre di più. La seconda molla è il credito: poiché non tutti possono soddisfare i loro desideri artificiali, quelle istituzioni filantropiche conosciute come banche sono disposte a concedere crediti. Se poi non bastano né la pubblicità né il credito c’è comunque l’obsolescenza programmata: la durata di vita dei nostri prodotti è sempre più breve, così da costringerci ad acquistarne di nuovi. La pubblicità crea un’obsolescenza psicologica, mentre la tecnica crea un’obsolescenza reale.

Quando si registra una crescita forte come quella registrata durante il trentennio d’oro, si assiste alla distruzione dell’ambiente e di parti della società, soprattutto nel Sud del mondo, ma anche alla creazione di posti di lavoro, di risorse pubbliche per finanziare l’educazione, la sanità, la cultura. Ma una società della crescita senza crescita conosce solo disoccupazione e tagli alle spese sociali.

La società della crescita con crescita è finita, ma il mito della crescita continua a operare impedendo di uscire dalla trappola di questo sistema e spingendoci nell’incubo di una società della crescita senza crescita. È per questo che bisogna costruirne una nuova: si tratta di una rivoluzione, perlomeno a livello di immaginario. Si deve decolonizzare l’immaginario dell’economicismo, superare la fede nella crescita dell’economia. E questo è il progetto della decrescita.

.

COS’È LA DECRESCITA?

Prima di tutto, è uno slogan – con la funzione provocatrice propria degli slogan – che permette di capire quale assurdità rappresenti una crescita infinita in un pianeta finito. Uno slogan dietro cui c’è il concetto di una società alternativa, non basata sulla crescita infinita e sul consumo infinito. Il progetto della decrescita è quello, per dirla con le parole del collega inglese Tim Jackson, di una società di prosperità senza crescita, che è il titolo di un suo libro di alcuni anni fa, o quello, come dico io, di una società di abbondanza frugale.

Perché abbiamo lanciato questo slogan della decrescita? Lo abbiamo utilizzato per contrastarne un altro, quello mistificatorio dello sviluppo sostenibile. Un ossimoro: lo sviluppo non può essere sostenibile perché presuppone la crescita. Ed è un modo per prolungare il mito della crescita.

Il concetto di sviluppo sostenibile è legato a tre criminali dal colletto bianco, il più noto dei quali è l’imprenditore elvetico Stephan Schmidheiny, condannato dalla Corte di Appello di Torino nel processo Eternit, ma allo stesso tempo grande promotore del concetto di sviluppo sostenibile e fondatore del World Business Council for Sustainable Development, in cui sono presenti tutti i più grandi inquinatori del pianeta. Il secondo è il miliardario canadese del petrolio Maurice Strong, organizzatore della Conferenza di Rio sull’ambiente del 1992. Due veri ecologisti: uno dedito all’amianto e l’altro al petrolio. Il terzo è Henry Kissinger, che ha rappresentato gli industriali statunitensi all’indomani della Conferenza di Stoccolma del 1972. Erano gli anni del Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma e di una nuova sensibilità ecologica, al punto che il presidente della Commissione Europea, Sicco Mansholt, poneva l’accento sulla necessità di quella che lui definiva una crescita negativa (altra epoca: oggi la Commissione Europea è tra i più forti sostenitori della crescita infinita e del sistema della concorrenza sfrenata del modello ultraliberista). Il concetto che passò nel 1972 a livello di Commissione Europea – il ministro dell’economia francese Valéry Giscard d’Estaing disse che non sarebbe stato un obiettore della crescita – fu però quello di “un’altra crescita”, mentre a livello Onu si impose il concetto di ecosviluppo. Gli industriali statunitensi, tuttavia, trovavano l’espressione ancora troppo ecologista e allora Kissinger spinse per quella di sviluppo sostenibile.

Negli anni dopo la caduta del muro di Berlino, gli anni del trionfo della globalizzazione e del pensiero unico, tale espressione è diventata l’equivalente, a livello globale, del Tina (There is no alternative) di Margareth Thatcher: per l’umanità non c’è alternativa allo sviluppo sostenibile. Una promessa in grado di soddisfare tutti.

Abbiamo compreso allora la necessità di contrastare questo slogan presentando un’alternativa. Non poteva più essere il socialismo, screditato dall’esperienza dell’Unione Sovietica e privo di una reale dimensione ecologica, essendo ancora un progetto produttivista figlio dell’idea dell’illimitatezza propria della modernità. Avrebbe senso semmai parlare di ecosocialismo.

Abbiamo dunque concepito questo progetto, da me sintetizzato nella forma delle 8 “R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riusare, Riciclare. Un progetto che segna una rottura rispetto all’attuale concezione, indicando la necessità di uscire allo stesso tempo dal sistema economico e dal sistema mentale della società dei consumi, a partire da un cambiamento dei valori – Rivalutare -, fino al cambiamento dei rapporti di produzione e di distribuzione. Il progetto delle 8 “R” non è un programma politico, rappresenta un’altra concezione. Non è un progetto alternativo, è una matrice di alternative. Perché non si uscirà dal mondo a una dimensione della globalizzazione per entrare in un altro mondo dominato anch’esso dal pensiero unico. Una volta liberati dall’imperialismo dell’economia sulla nostra vita, si dovrà ricreare la diversità: la decrescita non verrà realizzata nel medesimo modo in Chiapas e in Texas. Per costruire un futuro sostenibile, si impone un cambiamento nel rapporto con la natura, nei rapporti di produzione, nei rapporti di distribuzione, ma spetta a ogni società elaborare il suo progetto specifico.

Ora la sfida più importante è come uscire da questo incubo dell’austerità. Ci sono proposte di buoni economisti neokeynesiani, come Paul Krugman o Joseph Stiglitz, ma tutti mirano a uscire dall’austerità per rilanciare la crescita. Noi, invece, vogliamo uscire dall’austerità per intraprendere un percorso di alternative per un’altra società. Sono stato invitato dai deputati verdi greci a Bruxelles a parlare di decrescita. L’avevo fatto anche con Tsipras prima che diventasse primo ministro: purtroppo ha poi pensato di potersela cavare senza cambiare strada, senza fare una rivoluzione. Neppure Hollande, del resto, ha fatto nulla di ciò che aveva promesso. Il fatto è che nell’attuale sistema non si può fare a meno di operare una rottura iniziale.

Per risolvere il primo problema, quello della disoccupazione, le strade da percorrere sono: rilocalizzare, riconvertire, ridurre. Il termine rilocalizzare significa de-mondializzare, rilanciare a livello locale una vita economica, sociale, politica, culturale. La globalizzazione è stata un gioco al massacro su scala planetaria. In realtà il mondo è globalizzato da quando gli amerindiani hanno scoperto Cristoforo Colombo. Quel che c’è stato di nuovo non è stata la mondializzazione dei mercati, ma la mercificazione del mondo. Questa è la verità della globalizzazione. La concorrenza, parola d’ordine dell’Unione Europea, è stata già sintetizzata due secoli fa nell’espressione “libera volpe in libero pollaio”. È una truffa. Per prima cosa, bisogna interrompere la distruzione del tessuto industriale. La libera volpe europea ha distrutto i contadini cinesi e la libera volpe cinese distrugge il nostro tessuto industriale. Va dunque fermato questo gioco al massacro globale per creare nuovi posti di lavoro.

Passando al termine riconvertire, è vero che si possono utilizzare “energie della disperazione” come il gas di scisto o l’energia nucleare, ma non si potrà comunque produrre energia in maniera indefinita. Serve una riconversione verso l’energia rinnovabile, la quale, se consente di vivere bene, non permette però di crescere all’infinito, né di portare avanti l’attuale società dello spreco, dove il 40 per cento del cibo prodotto viene gettato via, senza contare tutto ciò che comporta l’obsolescenza programmata: ogni mese partono dagli Stati Uniti ottocento navi pieni di computer, cellulari ecc., costruiti con minerali preziosi per i quali le transnazionali scatenano guerre in Africa e che vanno a inquinare le falde freatiche della Nigeria o del Ghana, dove poi vengono scaricati selvaggiamente i rifiuti, i cui fumi tossici vengono respirati dai bambini e dalle bambine che cercano di recuperare i materiali. Un incubo totale.

Riconvertire l’energia, dunque. E riconvertire l’agricoltura. Diceva l’ex responsabile della Fao Olivier De Schutter: «Non sono sicuro – in realtà lui lo era – che l’agricoltura biologica possa nutrire 12 miliardi di persone alla fine del secolo, ma sono sicuro che l’agricoltura produttivista non potrà farlo», in quanto basata sul petrolio. Pensiamo solo che un chilo di bistecca corrisponde a sei litri di petrolio, e il petrolio non ci sarà più. Che ogni anno trasformiamo 16-17 milioni di ettari in deserto, in quanto i pesticidi sono biocidi, distruggono tutto ciò che fa vivere il suolo. Che distruggiamo ogni anno 16 milioni di ettari di foreste per far posto alla soia, all’olio di palma, ecc., e presto non vi saranno più alberi da distruggere. Quello che serve è un’agricoltura senza pesticidi e senza concimi chimici: non un ritorno al passato, ma la creazione di una nuova agricoltura che necessiterà almeno del 10 per cento della popolazione attiva, anziché, come oggi, di meno del 3 per cento.

Infine ridurre, cominciando dagli orari di lavoro. Quando i socialisti conservavano ancora qualcosa di socialista, dicevano: lavorare meno, lavorare tutti. Lo slogan dell’ex presidente francese, “lavorare di più per guadagnare di più”, era un’assurdità, perché, in base alla legge della domanda e dell’offerta, se si lavora di più, aumenta l’offerta, ma, poiché la domanda resta più bassa, il risultato è il calo del prezzo del lavoro, che è lo stipendio. Allora lavorare sempre più significa guadagnare sempre meno ed è proprio questo che si è verificato negli ultimi anni. Si lavora sempre di più e gli stipendi sono sempre più bassi. Invece, lavorare meno per lavorare tutti e soprattutto per vivere meglio. Dunque, riduzione drastica degli orari di lavoro fino alla piena occupazione; questo è un primo passo nel sentiero della decrescita. Ritrovare il senso della vita, che non è solo lavoro, perché, come sapevano i nostri antenati, la vita contemplativa – giocare, pensare, pregare, meditare, sognare – è più importante della vita attiva. È così che si cammina verso la società della decrescita, o dell’abbondanza frugale, che sembra un ossimoro ma non lo è. In realtà, quella in cui viviamo è una società dello spreco, della scarsità e della frustrazione, in cui i beni fondamentali, il cibo sano, un’aria pulita, un’acqua non contaminata, quasi non esistono più. Una società felice consuma poco, per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione. Una società può conoscere l’abbondanza solo se sappiamo mettere dei limiti ai nostri desideri e questa autolimitazione si chiama frugalità, conditio sine qua non dell’abbondanza.

Questo progetto costituisce una soluzione alla crisi sociale, alla crisi ecologica, alla crisi economica e alla crisi culturale. E allora o intraprendiamo questa strada della decrescita, dell’ecosocialismo democratico, dell’abbondanza frugale, o siamo condannati a un’altra forma di barbarie.

.

Intervento pronunciato da Latouche al Cantiere del Cipax, tratto da una registrazione e non rivisto dall’autore, pubblicato da Adista.

.

Da: Comune-info

.

.

____________________________________________________
Approfondimento

Serge Latouche

Decrescita

.

.

.

.

.

.


Gen 20 2014

La sinistra europea, la pressione capitalistica e la perdita dei diritti

.

.

Capitalism

.

La sinistra europea ha visto come il capitalismo è in grado di mordere di nuovo

.

di Leo Panitch

Per la maggior parte del ventesimo secolo la parola “riforma” è stata comunemente associata col garantire protezioni statali contro gli effetti caotici della competizione del mercato capitalista. Oggi è più comunemente usata per riferirsi alla demolizione di tali protezioni.

Non si tratta semplicemente dell’appropriazione del termine da parte di chi nella UE e nelle agenzie internazionali di finanziamento lo usa come espressione in codice per la pretesa che la Grecia, ad esempio, operi altri tagli all’occupazione e ai servizi del settore pubblico. E’ anche il modo in cui la parola è divenuta sempre più usata dai partiti del centrosinistra. Così il nuovo eletto leader del Partito Democratico italiano (il successore di quello che era il più grande partito comunista d’Europa) ha sollecitato il governo a essere ancor più deciso nell’attuare il proprio pacchetto di riforme economiche. Il pacchetto comporta la riduzione della spesa pubblica e il cambiamento delle norme per rendere più flessibile il mercato del lavoro e attirare investimenti dall’estero.

Nel segnalare quanti paesi europei oggi stiano “furiosamente smantellando le protezioni sul luogo di lavoro in un tentativo di ridurre il costo del lavoro”, un recente articolo del New York Times ha in effetti identificato le radici di questo negli “sforzi per migliorare la competitività” da parte del governo socialdemocratico in Germania nei primi anni del 2000. E’ stato fatto in modo tale da aver “ulteriormente eroso le protezioni dei lavoratori, alimentando un boom di “mini-occupazione” a breve termine e sottopagata che oggi costituisce più di un quinto dell’occupazione tedesca”.

C’è un vecchio dibattito a sinistra a proposito della contrapposizione tra riforme e rivoluzione. Ma è divenuto antiquato, non solo a causa delle prospettive e delle forze estremamente limitate a favore del cambiamento rivoluzionario. L’attuale significato del termine “riforma” contrasta nettamente con il modo in cui era usato dai socialdemocratici europei circa un secolo fa. Che le riforme incrementali passate sotto il titolo di gradualismo potessero o no conseguire la trasformazione sociale senza sottoporre la società alla sofferenza della rivoluzione, esse erano mirate a promuovere la solidarietà sociale contro il mercato.

Forse l’illusione più grande dei socialdemocratici del ventesimo secolo è stata la loro convinzione che una volta conquistate le riforme essere sarebbero state conquistate sul serio. In realtà possiamo oggi costatare in quale misura le vecchie riforme siano state sottoposte all’erosione dell’espansione dell’erosione capitalista su scala globale. Sono state così compromesse dalla logica della competizione che ora sembra molto difficile vedere come le protezioni statali contro i mercati possano essere garantite ai giorni nostri senza altre misure che sarebbero considerate rivoluzionarie.

L’idea che fare qualcosa per minare gli investimenti privati è inaccettabile è divenuta incredibilmente potente. E’ precisamente questo che rende i politici socialdemocratici così timidi oggi. E possono esserci ben pochi dubbi che per sostenere riforme nel vecchio significato progressista della parola oggi un governo dovrebbe attuare estesi controlli per evitare un deflusso di capitali e probabilmente dovrebbe socializzare istituzioni finanziarie al fine di garantirsi il necessario spazio di manovra.

La Syriza in Grecia è l’unico partito di sinistra che ha ottenuto un grande successo elettorale nella crisi europea rifiutando il modo in cui sono finite per essere ridefinite le riforme. Un asse centrale del suo programma politico, inoltre, consiste nel portare “il sistema bancario sotto la proprietà pubblica e sotto il pubblico controllo, mediante una radicale conversione del suo funzionamento …” In effetti ciò che mette più a disagio le élite europee riguardo al fatto che la Grecia occupi il turno che le spetta alla presidenza della UE nei prossimi sei mesi è che una nuova crisi politica che porti a elezioni generali, con la Syriza attualmente in testa ai sondaggi, farebbe del suo leader, Alexis Tsipras, il primo ministro della Grecia.

Ciò che è stato particolarmente impressionante nel programma politico di “riforme radicali” che la Syriza ha approvato nel suo congresso dello scorso luglio è che esso si conclude con queste parole: “Lo stato in cui ci troviamo oggi richiede qualcosa di più di un programma completo creato democraticamente e collettivamente. Richiede la creazione e l’espressione del movimento politico più ampio, militante e catalizzatore possibile … Solo un simile movimento può guidare un governo della sinistra e solo un simile movimento può salvaguardare il corso di un tale governo.”

Tuttavia i leader del partito non possono che essere consapevoli che a meno che si verifichi una svolta nel rapporto di forze in altri paesi che consenta al governo della Syriza lo spazio per attuare riforme progressiste, il popolo greco soffrirà ancor di più finendo economicamente penalizzato e isolato. E’ senza dubbio per questo che, quando Tsipras il mese scorso è stato candidato dal piccolo contingente dei partiti di “estrema sinistra” del parlamento europeo a sostituire, il prossimo maggio, José Manuel Barroso a presidente della Commissione Europea, egli ha parlato in termini dell’”opportunità storica” che oggi esiste per un’alternativa di sinistra all’attuale “modello europeo” capitalista.

Questo ci riporta all’altro aspetto del dibattito su riforme e rivoluzione di un secolo fa, ricordandoci che cosa accadde quando non si realizzò la speranza che una rivoluzione nella periferia dell’Europa avrebbe innescato rivoluzioni nei paesi capitalisti più forti.

La sinistra cominciò ad autoflagellarsi, a volte molto letteralmente, con dibattiti su riforme contro rivoluzione, parlamentarismo contro extraparlamentarismo, partiti contro movimenti, come se gli uni escludessero gli altri. La questione del ventunesimo secolo non è la contrapposizione tra riforme e rivoluzione, bensì piuttosto quale tipo di riforme, quale genere di movimenti popolari dietro di esse impegnati nel tipo di mobilitazioni che possano ispirare sviluppi simili altrove, possa dimostrarsi tanto rivoluzionario da resistere alle pressioni del capitalismo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

.

Fonte: Z Net Italy

.

.


Nov 27 2013

Movimento europeo Blockupy pronto per la lotta contro il sistema capitalista

.

.

“Resistenza nel cuore del regime europeo della crisi” – Foto copyright dpo/picture alliance

“Resistenza nel cuore del regime europeo della crisi” – Foto copyright dpo/picture alliance

.

Nuovo vigore nelle proteste contro il capitalismo?

.

 

di Deutsche Welle – 26 novembre 2013

Alte meno di duecento metri, le torri gemelle del nuovo quartier generale della Banca Centrale Europea (BCE) a Francoforte si possono vedere dai confini della città. Da queste aeree altezze gli esperti finanziari d’Europa sorveglieranno la moneta comune europea quando, tra un anno, l’edificio sarà completato.

Assieme all’Unione Europea e al Fondo Monetario Internazionale (FMI) controlleranno gli sforzi di attenersi ai loro piani d’austerità degli stati dell’Europa meridionale malconci per la crisi.

E per tale motivo ci si aspetta anche che le torri all’estremità est della città diventino il nuovo centro di un’ondata di proteste. La prima dimostrazione è già programma per il giorno dell’inaugurazione ufficiale e domenica (24.11.2013) i rappresentanti del movimento Blockupy pianificheranno l’evento.

L’alleanza ha influenza tra i critici del capitalismo e gli avversari della globalizzazione che vogliono disturbare il lavoro della BCE. In precedenza, quest’anno, le proteste di primavera hanno visto circa 10.000 dimostranti marciare attraverso Francoforte, molti tra loro ex partecipanti agli accampamenti di protesta sorti in anni recenti attorno al quartier generale della BCE.

La paura del futuro aggiunge vigore

In mesi recenti, tuttavia, il movimento è cresciuto silenziosamente. Riunendosi a Francoforte domenica, i trecento partecipanti provenienti da Germania, Grecia, Italia e Spagna vogliono dare nuova energia al movimento per protestare contro la politica fiscale dell’Europa dopo la crisi del debito.

Stiamo programmando giornate decentrate di protesta in tutta Europa”, ha affermato Roland Suess del gruppo di pressione antiglobalizzazione tedesco Attac, in aggiunta alla principale dimostrazione presso la BCE. Come misura preventiva, la polizia di Francoforte ha proposto di incontrare gli organizzatori e i gruppi loro associati per avviare un dialogo. Si vogliono evitare scene come quelle della primavera, in cui ci sono stati violenti scontri tra polizia e dimostranti.

Oltre ad Attac, vari gruppi di sinistra e gruppi di disoccupati di numerosi paesi d’Europa fanno parte del movimento Blockupy. Quanti più temono per il futuro, tanti più aderiranno alle proteste in Spagna, Grecia, Portogallo o Francia, a vantaggio di Blockupy.

Ma il cuore dell’alleanza di protesta si trova ancora nell’economicamente forte Germania, in parte perché la BCE ha sede a Francoforte, secondo Oliver Nachtwey, della facoltà di sociologia dell’università di Trier. Inoltre, ha detto, la Germania economicamente forte ha sostenuto le severe misure d’austerità e trasformato in vittime i paesi in lotta dell’Europa meridionale, una mossa criticata anche da molti tedeschi. I movimenti di protesta specifici dell’Europa meridionale, come gli Indignados (gli “indignati”) in Spagna, sono sorti per reazione.  

Proteste pan-europee

Il convegno del fine settimana di Blockupy è un tentativo di riunire tutti questi singoli movimenti di protesta e forgiare un fronte comune. Nachtwey, tuttavia, non si aspetta un successo immediato, in parte a causa della barriera linguistica che ha reso difficili decisioni comuni. Anche la mancanza di fondi è un fattore. Trasportare migliaia di partecipanti alla protesta da numerosi paesi europei a una dimostrazione comune a Francoforte è irrealistico, ha detto.

Penso che il futuro stia in proteste simultanee decentrate”, ha detto Nachtwey, aggiungendo che Blockupy ha usato con successo questa strategia l’anno scorso, organizzando proteste sincronizzate in settanta città d’Europa.

Questo aumento delle proteste pan-europee è nuovo e rimarchevole, ha detto Nachtwey. “Hanno raggiunto una dimestichezza e un sincronismo che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale.” Ancor più stupefacente è il fatto che Blockupy ha realizzato questo senza una dirigenza centrale. I principi di uno o più leader non si possono far valere a un livello più elevato, ha detto Nachtwey, aggiungendo che questi gruppi hanno riserve quando qualcuno tenta di fare il divo.

Ricerca di un percorso comune

Una gestione decentrata, tuttavia, rende difficile creare un forte consenso su temi specifici e in una società fortemente orientata dai media, un gruppo come Blockupy ha necessità di qualcuno che ne esprima pubblicamente le idee. Tuttavia questa procedura può anche avere i suoi vantaggi, e Nachtwey cita il movimento di sinistra degli anni ’70, quando un allontanamento dalla dottrina era visto come un tradimento. Molti di quei gruppi alla fine ebbero dei contrasti e alla fine si disintegrarono a causa della conflittualità interna.

Suess, di Attac, d’altro canto, non vede problemi nel collaborare con gruppi radicali come la Interventionistichen Linken (la “sinistra interventista”), fintanto che sia possibile concordare un minimo comun denominatore. E tale elemento in comune è la critica del sistema capitalista. “Troveremo modi per interagire e accettarci a vicenda, nonostante le nostre idee diverse”, ha detto.

Nachtwey vede molti vantaggi nell’insolito metodo di Blockupy. Anche se Blockupy può scomparire di tanto in tanto dalla consapevolezza pubblica, non è mai stato sparito molto a lungo. “Questi movimenti sono lenti, ma possono anche essere più sostenibili”, ha detto.

.

Fonte: znetitaly

.

.

 


Nov 1 2013

Lo scienziato Werner: “per salvare il pianeta, necessaria resistenza contro la cultura capitalista”

.

.

Brad Werner

Brad Werner

.

Come la scienza ci sta dicendo di ribellarci

.

di Naomi Klein

Nel dicembre del 2012 un ricercatore, dai capelli rosa, dei sistemi complessi, di nome Brad Werner, si è fatto strada tra la folla dei 24.000 scienziati della terra e dello spazio all’Assemblea Annuale Autunnale dell’Unione Geofisica Statunitense, che si tiene ogni anno a San Francisco. Il congresso di quest’anno ha avuto tra i partecipanti dei grandi nomi, da Ed Stone del Progetto Voyager della NASA, che ha illustrato una nuova pietra miliare sulla via dello spazio interstellare, al regista James Cameron, che ha discusso le sue avventure nei sommergibili di profondità.

Ma è stata la sessione di Werner a suscitare gran parte gran parte dello scalpore. Era intitolata “La terra è fott….a?” (Titolo Intero: “La terra è fott…a? Futilità dinamica della gestione globale dell’ambiente e possibilità di sostenibilità mediante l’attivismo dell’azione diretta”).

In piedi di fronte alla sala del congresso, il geofisico dell’Università della California, San Diego, ha accompagnato l’uditorio attraverso il modello informatico avanzato che ha utilizzato per rispondere alla domanda. Ha parlato di confini dei sistemi, perturbazioni, dissipazione, attrattori, biforcazioni e un mucchio intero di altra roba largamente incomprensibile a quelli tra noi non iniziati alla teoria dei sistemi complessi. Ma il succo è stato sufficientemente chiaro: il capitalismo globale ha reso così rapido l’esaurimento delle risorse, così conveniente e privo di barriere, che i sistemi “terra-umani” stanno in conseguenza diventando pericolosamente instabili. Quando sollecitato dai giornalisti a fornire una risposta chiara alla domanda “siamo fott…i?”, Werner ha abbandonato il gergo e ha risposto: “Più o meno”.

C’era tuttavia una dinamica nel modello che offriva qualche speranza. Werner l’ha definita “resistenza”, movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano un certo insieme di dinamiche che non si adeguano alla cultura capitalista”. Secondo il compendio della sua presentazione, ciò include “azione ambientale diretta, resistenza derivata dall’esterno della cultura dominante, come nelle proteste, nei blocchi e nel sabotaggio da parte dei popoli indigeni, dei lavoratori, degli anarchici e di altri gruppi attivisti”.

Le riunioni scientifiche serie solitamente non ospitano appelli alla resistenza politica e ancor meno all’azione diretta e al sabotaggio. Ma, di nuovo, Werner non stava esattamente sollecitando queste cose. Ha semplicemente osservato che le rivolte di massa della gente – del genere del movimento abolizionista [della schiavitù – n.d.t.], del movimento per i diritti civili o di Occupy Wall Street – rappresentano la fonte più probabile di “frizione” per rallentare una macchina economica che sta sbandando fuori controllo. Sappiamo che i movimenti sociali del passato hanno “avuto un’enorme influenza su … com’è evoluta la cultura dominante”, ha segnalato. Dunque appare ragionevole che “se pensiamo al futuro della terra e al futuro del nostro rapporto con l’ambiente dobbiamo includere la resistenza come parte di tale dinamica”. E questa, ha sostenuto Werner, non è una questione di opinioni, ma “realmente un problema geofisico”.

Una quantità di scienziati è stata spinta dalle scoperte delle proprie ricerche a scendere in strada con iniziative. Fisici, astronomi, medici e biologi sono stati all’avanguardia dei movimenti contro le armi nucleari, l’energia nucleare, la guerra, la contaminazione chimica e il creazionismo. E nel novembre del 2012 la rivista Nature ha pubblicato un articolo del finanziere e filantropo ambientalista Jeremy Grantham che sollecitava gli scienziati a unirsi a questa tradizione e a “farsi arrestare, se necessario”, perché il cambiamento climatico “non è solo la crisi delle vostre vite, è anche la crisi dell’esistenza della nostra specie”.

Alcuni scienziati non hanno bisogno di farsi convincere. Il boss della scienza climatica moderna, James Hansen, è un attivista formidabile, arrestato circa mezza dozzina di volte per essersi opposte all’estrazione di carbone mediante rimozione delle cime montane e alle condutture delle sabbie bituminose (ha persino lasciato quest’anno il suo lavoro presso la NASA, in parte per avere più tempo per condurre campagne). Due anni fa, quando sono stata arrestata all’esterno della Casa Bianca in un’azione di massa contro la conduttura delle sabbie bituminose Keystone XL, una delle 166 persone in manette quel giorno era un glaciologo di nome Jason Box, un esperto di fama mondiale della fusione della coltre di ghiaccio della Groenlandia.

“Non avrei potuto conservare il rispetto di me stesso se non avessi partecipato”, ha dichiarato Box all’epoca, aggiungendo che “limitarsi a votare non sembra essere sufficiente in questo caso. Io ho bisogno di  essere anche un cittadino.”

Questo è lodevole, ma quello che Werner sta facendo con il suo modello è diverso. Non sta dicendo che la sua ricerca l’ha spinto a intraprendere azioni dirette per fermare una particolare politica; sta dicendo che la sua ricerca dimostra che il nostro intero paradigma economico è una minaccia alla stabilità ecologica. E, in effetti, che contrastare tale paradigma economico – con la contro-pressione del movimento di massa – è l’arma migliore dell’umanità per evitare la catastrofe.

E’ roba pesante. Ma non è solo. Werner fa parte di un gruppo piccolo, ma sempre più influente, di scienziati le cui ricerche sulla destabilizzazione dei sistemi naturali – in particolare del sistema climatico – stanno portandoli a conclusioni analogamente trasformative, persino rivoluzionarie. E per ogni rivoluzionario da scrivania che abbia mai sognato di rovesciare l’attuale ordine economico a favore di uno che abbia meno probabilità di costringere i pensionati italiani a impiccarsi a casa loro, questo lavoro dovrebbe essere di speciale interesse. Perché rende il disfarsi di quel sistema crudele a favore di qualcosa di nuovo (e forse, con parecchio lavoro, di migliore) non più una questione di mere preferenze ideologiche, bensì piuttosto una questione di necessità esistenziale a livello della nostra specie.

A guidare il gruppo di questi rivoluzionari scientifici c’è uno dei maggiori esperti britannici del clima, Kevin Anderson, vicedirettore del Centro Tyndall per le Ricerche sul Cambiamento Climatico, che si è rapidamente consolidato come una delle principali istituzioni del Regno Unito di ricerca sul clima. Rivolgendosi a tutti, dal Dipartimento dello Sviluppo Internazionale e Consiglio Comunale di Manchester, Anderson ha speso più di un decennio a tradurre pazientemente le implicazioni della più recente scienza climatica a politici, economisti e conduttori di campagne. In un linguaggio semplice e chiaro egli espone un percorso rigoroso per la riduzione delle emissioni, che offre una possibilità decente di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto due gradi Celsius, un obiettivo che la maggior parte dei governi ha deciso preverrebbe la catastrofe.

Ma in anni recenti i documenti e le diapositive di Anderson sono diventati più allarmanti. Sotto titoli quali “Cambiamento climatico: Ormai più che pericoloso … cifre brutali e tenue speranza”, egli segnala che le possibilità di restare entro qualcosa che si avvicini a livelli di temperatura sicuri si stanno riducendo rapidamente.

Con la collega Alice Bows, un’esperta di mitigazione del clima al Centro Tyndall, Anderson segnala che abbiamo perso così tanto tempo a causa dello stallo politico e di politiche climatiche deboli – il tutto mentre il consumo globale (e le emissioni) saliva alle stelle – che ora abbiamo di fronte tagli tanto drastici da sfidare la logica fondamentale della priorità del PIL su ogni altra cosa.

Anderson e Bows ci informano che il tanto spesso citato obiettivo di mitigazione a lungo termine – un taglio dell’80% delle emissioni sotto i livelli del 1990 entro il 2050 – è stato scelto puramente per obiettivi di convenienza politica e non ha “alcuna base scientifica”. Ciò è dovuto al fatto che gli impatti sul clima non derivano da quel che emettiamo oggi o emetteremo domani, bensì dalle emissioni cumulative che si sommano nel tempo nell’atmosfera. E ci avvertono che concentrandosi su obiettivi distanti tre decenni e mezzo nel futuro – anziché su ciò che possiamo fare rapidamente e immediatamente per tagliare il carbonio – c’è in grave rischio che consentiremo alle nostre emissioni di continuare a crescere negli anni a venire, influenzando troppo il nostro “budget del carbonio” di 2 gradi e mettendoci in una situazione impossibile più in là nel secolo.

Ed è questo il motivo per cui Anderson e Bows sostengono che se i governi fanno sul serio riguardo al conseguire l’obiettivo concordato a livello internazionale di mantenere il riscaldamento entro i 2 gradi Celsius, e se le riduzioni devono rispettare un qualche principio di equità (fondamentalmente che i paesi che hanno diffuso emissioni per la maggior parte di due secoli devono tagliare prima dei paesi dove più di un miliardo di persone è privo di elettricità) allora le riduzioni devono essere molto più marcate e devono essere realizzate molto prima.

Per avere almeno una possibilità del 50% di colpire il bersaglio dei 2 gradi (che essi e molti altri avvertono comportare già una serie di impatti climatici enormemente dannosi) i paesi industrializzati devono cominciare a tagliare le loro emissioni di gas serra di qualcosa come il 10 per cento l’anno, e devono cominciare ora. Ma Anderson e Bows si spingono più in là, segnalando che questo bersaglio può non essere raggiunto con la serie di modesti prezzi del carbonio o con le soluzioni della tecnologia verde solitamente promossi dai gruppi verdi. Queste misure indubbiamente contribuiranno, è un fatto, ma semplicemente non sono sufficienti: una riduzione delle emissioni del 10 per cento, anno dopo anno, è qualcosa virtualmente senza precedenti da quando abbiamo cominciato a fornire energia alle nostre economie con il carbone. In realtà tagli superiori all’1 per cento annuo “sono stati storicamente associati solo a recessioni o sconvolgimenti economici”, come ha detto l’economista Nicholas Stern nel suo rapporto del 2006 per il governo britannico.

Persino dopo il crollo dell’Unione Sovietica non si sono verificate riduzioni di tale durata e portata (i paesi ex sovietici hanno sperimentato riduzioni medie annue di circa il 5 per cento in un periodo di dieci anni). Non si sono verificate dopo il crollo di Wall Street nel 2008 (i paesi ricchi hanno sperimentato un calo di circa il 7 per cento tra il 2008 e il 2008, ma le loro emissioni di CO2 sono rimbalzate con gusto nel 2010 e le emissioni in Cina e in India hanno continuato a crescere). Solo immediatamente dopo il grande crollo dei mercati nel 1929 gli Stati Uniti, ad esempio, hanno visto calare le loro emissioni per molti anni consecutivi di più del 10 per cento l’anno, secondo dati storici del Centro di Analisi delle Informazioni sull’Anidride Carbonica. Ma quella fu la peggior crisi economica dei tempi moderni.

Se dobbiamo evitare quel tipo di carneficina nel conseguire i nostri obiettivi di emissioni basati sulla scienza, la riduzione del carbonio deve essere gestita con attenzione mediante quelle che Anderson e Bows descrivono come “strategie radicali e immediate di decrescita negli Stati Uniti, nella UE e in altri paesi ricchi”. Il che va bene, solo che capita che noi abbiamo un sistema economico che fa della crescita del PIL un feticcio sopra tutto il resto, indipendentemente dalle conseguenze umane o ecologiche, e in cui la classe politica neoliberale ha totalmente abdicato dalle sue responsabilità di gestire qualcosa (poiché il mercato è il genio invisibile cui tutto deve essere affidato).

Così, quello che Anderson e Bows stanno dicendo in realtà è che c’è ancora tempo per evitare un riscaldamento catastrofico ma non mantenendo le regole del capitalismo come sono costruite attualmente. Il che può essere l’argomento migliore che abbiamo mai avuto per cambiare tali regole.

In un saggio del 2012 apparso sull’influente rivista scientifica Nature Climate Change Anderson e Bows hanno lanciato una specie di guanto di sfida, accusando molti dei loro colleghi scienziati di non dire la verità sul genere di cambiamenti che il cambiamento climatico esige dall’umanità. Al riguardo val la pena di citare la coppia per esteso:

negli scenari di sviluppo delle emissioni gli scienziati minimizzano ripetutamente e gravemente le implicazioni delle loro analisi. Quando si tratta di evitare un aumento di due gradi, “impossibile” è tradotto in “difficile ma fattibile”, mentre “urgente e radicale” emerge come “impegnativo”, tutto per compiacere il dio dell’economia (o, più precisamente, della finanza). Ad esempio, per evitare di superare il tasso massimo di riduzione delle emissioni imposto dagli economisti, sono presupposti picchi iniziali “impossibili” di emissioni, assieme a nozioni ingenue su “grandi” ingegnerie e sui tassi di sviluppo delle infrastrutture a basso carbonio. In modo più inquietante, col ridursi dei budget delle emissioni, la geoingegneria è sempre più proposta come garanzia che il diktat degli economisti resti fuori discussione.

In altre parole, al fine di apparire ragionevoli nei circoli economici neoliberali, gli scienziati hanno comunicato in modo enormemente addolcito le implicazioni delle loro ricerche. Arrivati all’agosto 2013, Anderson ha voluto essere ancora netto, scrivendo che la barca del cambiamento graduale se n’era partita. “Forse all’epoca del Vertice della Terra del 1992, o anche al volgere del millennio, il livello di mitigazione di due gradi centigradi avrebbe potuto essere raggiunto mediante significativi cambiamenti evolutivi nella egemonia politica ed economica. Ma il cambiamento climatico è un problema di accumulo! Oggi, nel 2013, noi delle nazioni (post) industriali ad alte emissioni abbiamo di fronte una prospettiva molto differente. La nostra continua e collettiva sconsideratezza riguardo al carbonio ha dilapidato ogni opportunità di un “cambiamento evolutivo” consentito dal nostro precedente (e più ampio) budget del carbonio di due gradi centigradi. Oggi, dopo due decenni di finzioni e menzogne, il restante budget di due gradi impone un cambiamento rivoluzionario della egemonia politica ed economica.” (evidenziazioni dell’autore).

Probabilmente non dovrebbe sorprenderci che alcuni scienziati del clima siano un po’ spaventati dalle implicazioni radicali delle loro stesse ricerche. La maggior parte di loro faceva tranquillamente il proprio lavoro misurando lo spessore dei ghiacci, elaborando modelli climatici globali e studiando l’acidificazione degli oceani solo per scoprire, come dice l’esperto australiano del clima e giornalista Clive Hamilton, che “stavano inconsapevolmente destabilizzando l’ordine politico e sociale”.

Ma ci sono molti che sono ben consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza del clima. E’ per questo che i governi che hanno deciso di abbandonare i loro impegni sul clima a favore dell’estrazione di altro carbonio hanno dovuto trovare modi sempre più aggressivi per far tacere e intimidire gli scienziati delle loro nazioni. In Gran Bretagna questa strategia sta diventando più trasparente, con Ian Boyd, il consigliere scientifico capo presso il Dipartimento dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali, che di recente ha scritto che gli scienziati dovrebbero evitare “di suggerire che le politiche sono giuste o sbagliate” e dovrebbero esprimere le loro idee “collaborando con i consiglieri inseriti (come me) ed essendo la voce della ragione, piuttosto che del dissenso, nell’arena pubblica”.

Se volete sapere dove porta tutto questo, controllate che cosa sta succedendo in Canda, dove io vivo. Il governo conservatore di Stephen Harper ha fatto un lavoro così efficace nell’imbavagliare gli scienziati e nel chiudere programmi critici di ricerca che, nel luglio del 2012, un paio di migliaia di scienziati e sostenitori ha tenuto un finto funerale all’esterno della sede del Parlamento a Ottawa, in lutto per “la morte delle prove”. I loro cartelli dicevano: “Niente scienza, niente prove, niente verità”. 

Ma la verità sta emergendo comunque. Il fatto che continuare come al solito a perseguire profitti e crescita stia destabilizzando la vita sulla terra non è più qualcosa di cui dobbiamo leggere nelle riviste scientifiche. I primi segnali si stanno mostrando sotto i nostri occhi. E un numero crescente di noi sta reagendo di conseguenza: bloccando l’attività di fratturazione idraulica, interferendo con i preparativi per le trivellazioni in acque russe (con enormi costi personali), portando in tribunale gli operatori delle sabbie bituminose per aver violato la sovranità indigena e con innumerevoli altre iniziative di resistenza grandi e piccole. Nel modello al computer di Brad Werner questa è la “frizione” necessaria per rallentare le forze della destabilizzazione; il grande attivista del clima Bill McKibben li definisce gli “anticorpi” che si schierano a combattere l’”impennata di febbre” del pianeta.

Non è una rivoluzione, ma è un inizio. E potrebbe garantirci semplicemente tempo sufficiente a ideare un modo di vivere su questo pianeta che sia decisamente meno fott….o.

.

Naomi Klein, autrice di “La dottrina dei disastri” e di “No Logo”, sta lavorando a un libro e a un film sul potere rivoluzionario del cambiamento del clima. Potete seguirle su Twitter a @naomiaklein

.

Fonte: Z Net Italy

.

.