Feb 22 2021

Luci e ombre del reddito di cittadinanza

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di Pio Russo Krauss

Molti credono che i poveri sono quelli che non hanno un lavoro. Ma le cose non stanno così. In Italia il 10% degli operai e l’1% degli impiegati è “in povertà assoluta” (cioè guadagna così poco da non riuscire a soddisfare i suoi bisogni primari: meno di 603 euro al mese per una persona di 18-59 anni che abita a Napoli, meno di 566 euro se abita in un piccolo comune, meno di 980 euro per una coppia di napoletani con un bimbo piccolo [1]). Il 12% di tutti i lavoratori è a rischio povertà [2].

Le persone in povertà assoluta sono 4,6 milioni (di cui 1,4 milioni minorenni) e si trovano soprattutto al Sud: l’8,5% delle famiglie del Meridione si trova in questa situazione, al Nord è il 6% e al Centro il 4,5% [1].

Un altro indicatore di quanto sia diffusa la precarietà economica è il numero di persone che non hanno alcun euro da parte o una quantità davvero misera: in Italia 10 milioni di persone hanno meno di 400 euro di “risparmi”.

Questi dati si riferiscono al 2019, prima della crisi economica determinata dal covid, e dipingono un quadro drammatico. Eppure nel 2019 la situazione è migliorata: dopo quasi 10 anni la povertà per la prima volta diminuisce e in maniera molto significativa. Infatti le persone a rischio di povertà sono diminuite di un milione, quelle in povertà assoluta di circa mezzo milione e chi rimane povero lo è un poco meno [1].

La causa principale di tale miglioramento è l’istituzione del cosiddetto reddito di cittadinanza (in realtà un sostegno al reddito per persone povere o a rischio di povertà). Probabilmente non è l’unica causa (come qualche giornale e qualche politico ha detto). Ciò è vero soprattutto per la riduzione del numero delle persone a rischio di povertà, perché in tutta la UE c’è stata una diminuzione di tale categoria, anche se da noi è stata doppia (-1,7% contro -0,8% della UE [3]).

La povertà è un fenomeno complesso e per giudicare i provvedimenti per contrastarla bisogna cercare di non avere preconcetti, conoscere bene le caratteristiche del provvedimento e cercare verificare tutti gli effetti. Qui cercheremo di analizzare il reddito di cittadinanza (RdC)

Il reddito di cittadinanza si propone tre obiettivi: 1) sostenere economicamente chi è povero; 2) far lavorare i poveri che possono lavorare; 3) recuperare socialmente quelli che non possono lavorare.

Esso è condizionato a determinati requisiti e obblighi. Tra i requisiti: essere cittadino italiano o straniero regolare risiedente in Italia da almeno 10 anni; avere un reddito complessivo ISEE inferiore a 9.360 euro annui (se si è in casa in affitto); non avere depositi bancari/postali superiori a determinate cifre; non avere proprietà immobiliari del valore superiore a 30.000 euro (esclusa la casa dove si abita); non possedere veicoli superiori a un determinato valore ecc.

Per quanto riguarda gli obblighi essi variano a seconda se si viene giudicati idonei a lavorare o bisognosi di un reinserimento sociale. Nel primo caso si è obbligati a svolgere corsi di qualificazione, accettare il lavoro offerto, prestare tra 8 e 16 ore settimanali di lavori socialmente utili organizzati dal Comune ecc. Nel secondo caso a partecipare a un patto personalizzato per l’inclusione sociale, che può prevedere obblighi quali: sottostare a determinate cure (psichiatriche, di disassuefazione da dipendenze ecc.), mandare i figli a scuola ogni giorno, partecipare a colloqui o corsi, accettare l’aiuto di operatori sociali ecc.

L’assegno economico che si riceve varia in base al reddito, al numero di componenti della famiglia, alla presenza di persone disabili ecc. e può andare da 40 euro a oltre i 1.000 euro al mese (per 200mila percettori è inferiore a 200 euro, per 60mila superiore a mille euro, la media è 253 euro per i pensionati e 573 euro per chi non lo è [4]).

Come ogni intervento esso è esposto a due tipi di “errore”: 1) non raggiungere le persone che si prefiggeva di aiutare; 2) reclutare persone che non si voleva aiutare. Dall’analisi dei vari tipi di sostegno al reddito attuati nella UE si sa che circa il 20% dei soggetti bisognosi del sostegno non lo riceve [5]. I motivi possono essere vari: mancata conoscenza di questa opportunità, convinzione che non si è capaci di presentare la domanda, sfiducia, difficoltà di poter fornire i dati richiesti, timore di perdere condizioni che non si vuole perdere (lavoro a nero, altri sussidi), indisponibilità a sottostare agli obblighi richiesti, vergogna a svelarsi come povero, criteri troppo stringenti ecc.

L’altro tipo di “errore” può avere due ordini di cause: la difficoltà di individuare efficaci criteri (e buoni strumenti per certificane il possesso) e i comportamenti illegali (evasione fiscale, lavoro nero, dichiarazioni false, documentazione contraffatta ecc.). In genere più si cerca di evitare uno dei due errori e più aumenta la probabilità di cadere nell’altro. Secondo alcuni autorevoli esperti [5, 6] il reddito di cittadinanza cade soprattutto nell’errore di primo tipo (non riesce a raggiungere il 30% di quelli che ne avrebbero realmente bisogno [5]). Non c’è molto da stupirsi: questa misura di sostegno ai poveri è stata molto avversata e con argomentazioni che facevano riferimento solo al secondo tipo di “errore”: “Soldi ai nullafacenti”, “Così si invoglia la gente a starsene seduta sul divano”, “Lo Stato aiuta i disonesti e non si interessa dei lavoratori”, “No all’assistenzialismo” ecc. Per alcuni opinion leader la possibilità di percettori impropri era un motivo sufficiente per non introdurre una tale misura (come a dire che poiché alcuni non pagano il biglietto sui mezzi pubblici si può anche abolire il servizio). Così sono stati aumentati criteri e obblighi per accedere al sussidio: forse abbiamo avuto meno non aventi diritto che l’hanno percepito, ma abbiamo sicuramente avuto più aventi diritto che non lo hanno avuto. Ci si dovrebbe chiedere se ne è valsa la pena. Soprattutto in considerazione del fatto che i non aventi diritto che ricevono il sussidio sono comunque persone con basso reddito anche se non povere (è difficile che un ricco o un benestante acceda al RdC, ma proprio per questo riceve enorme attenzione dai media). Certo bisogna impedire tali comportamenti delittuosi, ma il problema lo si deve affrontare con attività investigativa (controlli incrociati) e con la certezza della pena. Quanti siano i percettori illeciti del reddito di cittadinanza è impossibile saperlo. Nel 2019 sono state denunciate alla magistratura 709 persone e, spesso, grazie a questi controlli, sono state scoperte aziende in nero. Sarebbe bene che la lotta al lavoro nero fosse molto più incisiva, perché in tal modo diminuirebbe l’evasione fiscale, lo sfruttamento dei lavoratori, l’inquinamento ambientale e anche il fenomeno dei finti “privi di reddito” che percepiscono sussidi.

Malgrado i limiti sopra esposti possiamo dire che il primo obiettivo (sostenere i poveri e le persone a rischio di povertà) è stato abbastanza raggiunto.

Esaminiamo ora il secondo obiettivo (far lavorare i poveri che possono lavorare). Il 55% dei percettori del reddito di cittadinanza non è, al momento, idoneo al lavoro (perché pensionato, malato, responsabile della cura di un minore o di un disabile, disoccupato da troppo tempo ecc.). Il restante 45% (1.369.000 persone) ha sottoscritto il patto per il lavoro ma solo 352mila persone, cioè il 26%, hanno avuto almeno un rapporto di lavoro (il 65% a tempo determinato, il 15,5% a tempo indeterminato) [4]. Tale magro risultato è solo in parte ascrivibile al ritardo col quale sono entrati in servizio i cosiddetti “navigator”. Due sono i motivi principali: 1) l’offerta di lavoro è scarsa; 2) le persone povere, anche se teoricamente adatte a lavorare, non sono quelle che il mercato del lavoro oggi cerca (per esempio il 70% ha solo un titolo di studio inferiore, mentre oggi si vuole personale qualificato [5]).

Pensare che i corsi di formazione e i centri per l’impiego avrebbero potuto risolvere la questione era ingenuo e velleitario. Ancora più fuori dalla realtà è pensare che servano le minacce (togliere il sussidio) o costringere i datori di lavoro a prendere personale non qualificato o non idoneo (si pensi alle proposte della Lega e di Fratelli d’Italia di utilizzare i percettori del reddito di cittadinanza per svolgere i lavori agricoli). Proposte demagogiche che però fanno presa su chi non conosce le situazioni.

Il secondo obiettivo, quindi, in parte è fallito, ma è fallito perché era velleitario. La disoccupazione la si combatte con la politica economica, industriale, del lavoro, agricola, turistica, sanitaria, educativa, con la velocizzazione della giustizia civile ecc. molto più che con una misura come il reddito di cittadinanza.

Per quanto riguarda il terzo obiettivo (il recupero sociale di soggetti problematici) a oggi non vi sono dati sufficienti per dare un giudizio.

Un’altra accusa che è stata fatta al reddito di cittadinanza è di favorire “l’indolenza e la pigrizia” dei poveri (come se la povertà fosse una colpa dei poveri e non un’ingiustizia sociale). In realtà le ricerche effettuate in altri Paesi UE evidenziano che tale fenomeno è del tutto marginale e ciò, molto probabilmente, vale anche per il reddito di cittadinanza, perché utilizza accorgimenti, quale la riduzione scalare dell’assegno in base al numero dei componenti il nucleo familiare, che hanno proprio questo fine [7]).

Un’altra critica che viene mossa è che pochissimi percettori del reddito hanno svolto le 8-16 ore settimanali di lavori socialmente utili, ed è vero (sono solo 7.000 persone). Bisogna però considerare che il decreto attuativo è stato varato a ottobre 2019, dopo il quale i Comuni hanno potuto attivarsi (deliberare i progetti di lavoro ecc.), ma da marzo a luglio a causa del covid si è fermato tutto e quando si è ripartiti c’erano tutte le difficoltà legate alla pandemia. In realtà è molto più complicato di quel che si pensa impiegare i percettori di reddito in lavori socialmente utili. Come ha detto il responsabile per il welfare dell’ANCI: “È un problema di risorse umane e finanziarie. Risorse che i Comuni non hanno. Dietro ai Puc (i lavori socialmente utili, ndr) c’è un gran lavoro: programmazione, raccordi con i nuclei familiari, i Centri per l’impiego e il Terzo settore, predisposizione di bandi, stipula di convenzioni e assicurazioni, formazione, tutoraggio, acquisto dei dispositivi di protezione, predisposizione di schede e via di seguito. Un insieme di attività che richiede personale e fondi, spesso sottratti ad altri compiti” [8]. Tutto ciò scoraggia molti Comuni dal servirsi di questa opportunità.

Una critica che noi facciamo al RdC è la scarsa considerazione per gli stranieri in povertà. Concedere il sussidio solo agli stranieri che da almeno 10 anni risiedono legalmente in Italia è, a nostro giudizio, una scelta ingiusta e sbagliata. Questi lavoratori hanno pagato per 3, 5, 7, 9 anni contributi pensionistici e tasse e a moltissimi di loro l’INPS non verserà mai la pensione (perché avranno lasciato il nostro Paese o perché non avranno raggiunto il minimo): se ora una parte di loro è povera, perché non aiutarla? L’integrazione degli stranieri non passa anche dal venire incontro ai loro bisogni e dal farli sentire parte della nostra società? Meno disuguaglianze non significa anche meno tensioni e conflitti?

Purtroppo per vari esponenti politici e opinion leader dare soldi agli stranieri è una bestemmia e darli ai poveri quasi. Il reddito di cittadinanza è costato 3,8 miliardi nel 2019 e poco meno di 6 miliardi nel 2020 e c’è stato un coro di voci di protesta, come se per colpa di questa manovra l’Italia andasse in bancarotta. L’abolizione dell’IMU costa 4 miliardi all’anno, il superbonus al 110% 10 miliardi (che per il 35% andranno a famiglie ad alto reddito [9]), eppure sono pochissime le voci contrarie a tali provvedimenti. Forse perché i beneficiari non sono i poveri (la maggioranza dei poveri abita in case in affitto e un centinaio di migliaia abita per strada)? Lo Stato regala 8.000 euro a chi compra un’auto elettrica (prezzo da 26.000 a 116.000 euro), 4.500 a chi compra un’auto ibrida (prezzo da 30.000 a 182.000 euro), 260 milioni alle aziende delle acque minerali, 1.316 milioni alle proprietarie di centrali elettriche a combustibili fossili (i principali responsabili del cambiamento climatico) eppure solo qualche associazione ambientalista protesta [10]. Si sono fatti innumerevoli regali ai ricchi (abolizione dell’IVA sui beni di lusso, riduzione delle aliquote IRPEF per i redditi alti, diminuzione delle tasse di successione ecc.) e solo pochi hanno protestato. Insomma in Italia ci si indigna solo quando sono i poveri a essere aiutati. Forse anche perché la maggioranza dei poveri è al Sud e il Sud deve sempre avere meno finanziamenti del Nord e del Centro.

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Fonte: Associazione Marco Mascagna

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Note: 1) Istat: Report povertà 2019; 2) Per l’Istat le persone “a rischio di povertà” sono quelle che vivono in famiglie con un reddito equivalente inferiore al 60 per cento del reddito equivalente mediano, per una famiglia composta da una sola persona significa guadagnare meno di 1100 euro lorde al mese; 3) Eurostat 2020; 4) INPS: www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51758; 5) www.eticaeconomia.it/le-critiche-al-reddito-di-cittadinanza-proviamo-a-fare-chiarezza; 6) ci riferiamo alle analisi degli economisti Maurizio Franzini e Michele Raitano (docenti alla Sapienza) e Elena Granaglia (doc. a Roma Tre); 7) www.eticaeconomia.it/le-critiche-al-reddito-di-cittadinanza-proviamo-a-fare-chiarezza-seconda-parte; 8) VITA: reddito di cittadinanza e progetti utili alla collettività; 9) Lo dichiara un documento del Governo Italiano che stima che solo il 10% dei fondi del superbonus avvantaggeranno le persone di basso reddito, mentre per il 35% quelle ad alto reddito. Si veda: Bloomberg: Climate Adaptation Italy Bets on a Low-Tech Plan to Green the Economy and Save Jobs, 29 dicembre 2020; 10) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili e ambientalmente dannosi, 2020

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Approfondimento

Reddito di Cittadinanza  (RDC)

Redditodicittadinanza – Ministero Lavoro

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Set 22 2016

Berlino – ” Basta con l’ossessione per la carriera. Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia…”

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Capitalism Kills Love

Photo by © Jeremy hunsinger

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«La vita? Non è solo lavoro»: a Berlino nasce il centro per il rifiuto della carriera

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Perché lavoriamo? Produciamo beni e servizi perché ne abbiamo realmente bisogno o solo perché possano tramutarsi in profitto? Ma soprattutto: chi ha stabilito che l’attuale mondo del lavoro debba fondarsi sull’ossessione per la carriera e sulla costante tensione verso l’automiglioramento? Queste e altre domande affollavano la mente di Alix Faßmann quando, circa due anni fa, decise di abbandonare il suo lavoro di giornalista e addetta stampa per la SPD (il partito socialdemocratico tedesco) e di intraprendere un viaggio chiarificatore in Sicilia. Ed è stato lì che ha incontrato Anselm Lenz, autore teatrale presso l’Hamburger Spielhaus (uno dei teatri più prestigiosi di Germania) che, stanco a sua volta di sacrificare amicizie, passioni e tempo libero sull’altare della carriera, si era licenziato ed era partito alla volta dell’Italia. Lenz, affascinato dalle idee dell’allora 33enne Faßmann, la convinse a raccoglierle in un libro: fu così che, nella primavera del 2014, vide la luce Arbeit ist nicht unser Leben: Anleitung zur Karriereverweigerung (Il lavoro non è la nostra vita: guida al rifiuto della carriera). Il libro fu una sorta di manifesto programmatico per Haus Bartlebythink tank che i due fondarono pochi mesi dopo a Berlino intendendolo come un Zentrum für Karriereverweigerung, “centro per il rifiuto della carriera”. Ma, soprattutto, come pensatoio che, pur non disponendo di teorie e modelli per il mondo di domani, ritiene indispensabile elaborare spunti critici verso la società tardocapitalistica e le sue modalità di lavoro.

Il centro. Haus Bartleby, che ha sede a Neukölln, deve il suo nome a un romanzo di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, il cui protagonista lavora come copista presso uno studio legale di Wall Street ma ad un tratto, dopo un periodo di attività intensissima, si rifiuta di continuare la sua ottundente mansione pronunciando la celebre frase I would prefer not to, che è appunto lo slogan del Zentrum berlinese. Haus Bartleby raccoglie professionisti dei settori più disparati, tutti accomunati dalla volontà di decostruire l’assunto in base al quale carriera e successo debbano determinare il valore di una persona. Un progetto culturale che ha evidentemente intercettato un nervo scoperto della società tedesca: gli abbonamenti alla rivista del centro sono infatti in crescita costante, mentre diversi importanti quotidiani (tra cui Die Welt, Die Zeit, Huffington Post) si sono interessati alla creatura di Faßmann e Lenz, che nel frattempo ha continuato a sfornare pubblicazioni, a incassare l’appoggio di istituti importanti come il Club of Rome e la Rosa-Luxemburg Stiftung e a organizzare una serie di conferenze con filosofi ed economisti sul futuro del lavoro. Tra i simpatizzanti dell’associazione, che ormai conta una decina di membri fissi e più di quaranta collaboratori esterni, ci sono anche Dirk von Lowtzow della celebre rock band amburghese Tocotronic e l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, entrambi autori di un saggio nell’antologia Sag alles ab!, pubblicata nel 2015.

La filosofia di Haus Bartleby. «Il lavoro, così come si dà oggi, è una malattia. La proprietà, nelle forme attuali, un crimine di dimensioni storiche», si legge sul sito del centro. Il j’accuse di Haus Bartleby è radicale, e si rifà chiaramente a un filone di pensiero da sempre molto vivo in Germania, che abbraccia analisi marxiana, anticapitalismo, teoria critica. Ma queste riflessioni provengono in primis dalle concrete esperienze di vita e di lavoro dei suoi fondatori. Che, prima di mollare tutto, non erano manager stressati o precari sottopagati, ma professionisti con mansioni stimolanti, almeno in apparenza. Tra di essi, c’è anche Hendrik Sodenkamp, 27enne ex assistente personale di Carl Hegemann (affermato drammaturgo del Berliner Volksbühne) e studente di letteratura tedesca prima di imbattersi in Haus Bartleby. Anche lui, come Faßmann e Lenz, sentiva che qualcosa non funzionava: ne aveva abbastanza di lavorare 60 ore alla settimana, di sacrificare amicizie e tempo libero, di piegarsi a logiche improntate alla competizione, al continuo self improvement, al mantra anni ’80 del “lavoratore imprenditore di se stesso”, così come ai meccanismi di un’università strutturata soltanto su crediti, voti e «attenzione alle richieste del mercato». E tutto questo per cosa? Per inseguire il mito della carriera, un’ambizione che costringe a vivere «costantemente proiettati nel futuro, nel prossimo step funzionale al successo, mentre nel “qui e ora” non facciamo mai quello che sarebbe giusto per noi», spiega Sodenkamp Die Zeit. Ma, suona la domanda posta da Haus Bartleby, a chi serviamo quando ci dedichiamo alla promessa della carriera? Non a noi stessi, se il nostro lavoro è determinato soltanto dalla necessità economica di portare a casa uno stipendio o dalla pressione sociale che ci impone di raggiungere una posizione adeguata alle aspettative nostre o di chi ci circonda. Ma nemmeno agli altri e al mondo, se il risultato di tanti processi produttivi – materiali o intellettuali – è soltanto «aria fritta» – così definisce Alix Faßmann le sue mansioni alla SPD – o spesso addirittura nocivo.

Rifiuto della carriera, non elogio dell’ozio. Ma questi “negatori della carriera”, in realtà, non rifiutano il lavoro in sé, come potrebbe a prima vista sembrare, bensì soltanto quello eterodiretto (un tempo si sarebbe detto alienato), non incentrato sulla realizzazione delle proprie passioni e dei propri bisogni. «Da quando ci siamo licenziati lavoriamo in realtà molto di più», ride Sodenkamp, «ma per qualcosa che riteniamo davvero utile, riflettere sulle disfunzioni del nostro modello sociale. Insomma, il lavoro è qualcosa di positivo, purché sia autodeterminato. Ma se lo si svolge solo sotto la pressione di imperativi economici e sociali, allora una vita buona diventa impossibile». Certo, qualcosa bisogna pur mangiare, e così Faßmann, Lenz e tutti i collaboratori a tempo pieno si arrangiano con lavori part-time di vario genere per arrivare alla fine del mese. Ma, anche se i soldi sono pochi e la fatica tanta, sono soddisfatti perché riescono a non perdere il senso di quello che fanno: contribuire a immaginare un nuovo mondo del lavoro.

Il “tribunale del capitalismo”. E in quest’ottica rientra anche il nuovo progetto di Haus Bartleby, il “tribunale del capitalismo”. Si tratta di una piattaforma online su cui ogni cittadino può indicare gli aspetti dell’attuale sistema economico che ritiene maggiormente patogeni e da superare. In breve tempo sono arrivati sul sito già quattrocento “capi d’accusa” che toccano questioni molto diverse tra loro come l’austerity e il potere delle multinazionali, la distribuzione della ricchezza e la ripartizione sociale del lavoro. L’anno prossimo i temi più sentiti saranno presentati e dibattuti alla Haus der Kulturen der Welt. I Karriereverweigerer dicono di fare sul serio, di non proporre soltanto una provocazione estetica o un’utopia in stile paese di cuccagna, con benessere per tutti e lavoro soltanto per chi lo desidera. Certo, dopo la pars destruens, manca loro un progetto politico preciso. Ma, come mostrano le proteste di Nuit Debout (che Sodenkamp ha seguito da vicino), il malessere causato dal modello sociale vigente è forte. E qualcosa, prima o poi, dovrà cambiare. Chissà che i progressi nel campo dell’automazione e i dibattiti sul reddito di base non segnino la strada da seguire per una società libera dai feticci neoliberisti della carriera e della produttività a ogni costo.

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Fonte: Berlino Magazine

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Gen 28 2016

Davos – World Economic Forum (WEF): “Quarta rivoluzione industriale, a rischio il lavoro umano”

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WEF: il lavoro umano è senza futuro

di Alfonso Maruccia

A Davos si analizzano i trend in ambito lavorativo e si prevede la perdita di milioni di posti di lavoro a causa di robot, intelligenza artificiale e simili. La slavina è già cominciata, avverte l’organizzazione.

Il World Economic Forum (WEF) di Davos lancia l’allarme sulle sfide poste dalla cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”, un fenomeno già in atto che nel giro di cinque anni porterà alla perdita netta di 5 milioni di posti di lavoro nelle 15 economie mondiali più sviluppate. Ora come non mai, il compito di regolare questo sconvolgimento spetta – o quantomeno spetterebbe – alla politica e ai parlamenti nazionali e non solo.

Il nuovo appuntamento annuale del WEF a Davos è incentrato sullo studio degli effetti economici derivanti dalla diffusione di tecnologie avanzate come robotica, nanotecnologie, stampa 3D e biotech, e la ricerca della fondazione non profit ha preso in esame 13 milioni di dipendenti in nove diversi settori industriali nelle prime 15 economie nazionali del pianeta.

Trend lavoro WEF
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Il risultato non lascia adito a dubbi: in cinque anni si perderanno 7,1 milioni di posti di lavoro, e i 2 milioni creati nel frattempo non potranno compensare. Particolarmente colpite le donne, anche se il fenomeno riguarderà tutti.
I settori più colpiti includono i lavori amministrativi o da ufficio, ambito in cui le macchine “smart” si incaricheranno di un numero sempre maggiore di lavori di routine, l’energia, la finanza, la produzione e la cura della salute.
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La robotica, il trasporto autonomo e l’intelligenza artificiale daranno il colpo di grazia all’ottimismo dispensato a pieni polmoni da certi leader politici col vizio dell’iperbole, ma le tecnologie disponibili già oggi (IoT, stampa 3D) e i fenomeni sociali difficili da contrastare (invecchiamento della popolazione, cambiamenti nel trattamento della privacy) si faranno sentire molto prima.
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