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La sinistra europea, la pressione capitalistica e la perdita dei diritti

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Capitalism

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La sinistra europea ha visto come il capitalismo è in grado di mordere di nuovo

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di Leo Panitch

Per la maggior parte del ventesimo secolo la parola “riforma” è stata comunemente associata col garantire protezioni statali contro gli effetti caotici della competizione del mercato capitalista. Oggi è più comunemente usata per riferirsi alla demolizione di tali protezioni.

Non si tratta semplicemente dell’appropriazione del termine da parte di chi nella UE e nelle agenzie internazionali di finanziamento lo usa come espressione in codice per la pretesa che la Grecia, ad esempio, operi altri tagli all’occupazione e ai servizi del settore pubblico. E’ anche il modo in cui la parola è divenuta sempre più usata dai partiti del centrosinistra. Così il nuovo eletto leader del Partito Democratico italiano (il successore di quello che era il più grande partito comunista d’Europa) ha sollecitato il governo a essere ancor più deciso nell’attuare il proprio pacchetto di riforme economiche. Il pacchetto comporta la riduzione della spesa pubblica e il cambiamento delle norme per rendere più flessibile il mercato del lavoro e attirare investimenti dall’estero.

Nel segnalare quanti paesi europei oggi stiano “furiosamente smantellando le protezioni sul luogo di lavoro in un tentativo di ridurre il costo del lavoro”, un recente articolo del New York Times ha in effetti identificato le radici di questo negli “sforzi per migliorare la competitività” da parte del governo socialdemocratico in Germania nei primi anni del 2000. E’ stato fatto in modo tale da aver “ulteriormente eroso le protezioni dei lavoratori, alimentando un boom di “mini-occupazione” a breve termine e sottopagata che oggi costituisce più di un quinto dell’occupazione tedesca”.

C’è un vecchio dibattito a sinistra a proposito della contrapposizione tra riforme e rivoluzione. Ma è divenuto antiquato, non solo a causa delle prospettive e delle forze estremamente limitate a favore del cambiamento rivoluzionario. L’attuale significato del termine “riforma” contrasta nettamente con il modo in cui era usato dai socialdemocratici europei circa un secolo fa. Che le riforme incrementali passate sotto il titolo di gradualismo potessero o no conseguire la trasformazione sociale senza sottoporre la società alla sofferenza della rivoluzione, esse erano mirate a promuovere la solidarietà sociale contro il mercato.

Forse l’illusione più grande dei socialdemocratici del ventesimo secolo è stata la loro convinzione che una volta conquistate le riforme essere sarebbero state conquistate sul serio. In realtà possiamo oggi costatare in quale misura le vecchie riforme siano state sottoposte all’erosione dell’espansione dell’erosione capitalista su scala globale. Sono state così compromesse dalla logica della competizione che ora sembra molto difficile vedere come le protezioni statali contro i mercati possano essere garantite ai giorni nostri senza altre misure che sarebbero considerate rivoluzionarie.

L’idea che fare qualcosa per minare gli investimenti privati è inaccettabile è divenuta incredibilmente potente. E’ precisamente questo che rende i politici socialdemocratici così timidi oggi. E possono esserci ben pochi dubbi che per sostenere riforme nel vecchio significato progressista della parola oggi un governo dovrebbe attuare estesi controlli per evitare un deflusso di capitali e probabilmente dovrebbe socializzare istituzioni finanziarie al fine di garantirsi il necessario spazio di manovra.

La Syriza in Grecia è l’unico partito di sinistra che ha ottenuto un grande successo elettorale nella crisi europea rifiutando il modo in cui sono finite per essere ridefinite le riforme. Un asse centrale del suo programma politico, inoltre, consiste nel portare “il sistema bancario sotto la proprietà pubblica e sotto il pubblico controllo, mediante una radicale conversione del suo funzionamento …” In effetti ciò che mette più a disagio le élite europee riguardo al fatto che la Grecia occupi il turno che le spetta alla presidenza della UE nei prossimi sei mesi è che una nuova crisi politica che porti a elezioni generali, con la Syriza attualmente in testa ai sondaggi, farebbe del suo leader, Alexis Tsipras, il primo ministro della Grecia.

Ciò che è stato particolarmente impressionante nel programma politico di “riforme radicali” che la Syriza ha approvato nel suo congresso dello scorso luglio è che esso si conclude con queste parole: “Lo stato in cui ci troviamo oggi richiede qualcosa di più di un programma completo creato democraticamente e collettivamente. Richiede la creazione e l’espressione del movimento politico più ampio, militante e catalizzatore possibile … Solo un simile movimento può guidare un governo della sinistra e solo un simile movimento può salvaguardare il corso di un tale governo.”

Tuttavia i leader del partito non possono che essere consapevoli che a meno che si verifichi una svolta nel rapporto di forze in altri paesi che consenta al governo della Syriza lo spazio per attuare riforme progressiste, il popolo greco soffrirà ancor di più finendo economicamente penalizzato e isolato. E’ senza dubbio per questo che, quando Tsipras il mese scorso è stato candidato dal piccolo contingente dei partiti di “estrema sinistra” del parlamento europeo a sostituire, il prossimo maggio, José Manuel Barroso a presidente della Commissione Europea, egli ha parlato in termini dell’”opportunità storica” che oggi esiste per un’alternativa di sinistra all’attuale “modello europeo” capitalista.

Questo ci riporta all’altro aspetto del dibattito su riforme e rivoluzione di un secolo fa, ricordandoci che cosa accadde quando non si realizzò la speranza che una rivoluzione nella periferia dell’Europa avrebbe innescato rivoluzioni nei paesi capitalisti più forti.

La sinistra cominciò ad autoflagellarsi, a volte molto letteralmente, con dibattiti su riforme contro rivoluzione, parlamentarismo contro extraparlamentarismo, partiti contro movimenti, come se gli uni escludessero gli altri. La questione del ventunesimo secolo non è la contrapposizione tra riforme e rivoluzione, bensì piuttosto quale tipo di riforme, quale genere di movimenti popolari dietro di esse impegnati nel tipo di mobilitazioni che possano ispirare sviluppi simili altrove, possa dimostrarsi tanto rivoluzionario da resistere alle pressioni del capitalismo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: Z Net Italy

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Movimento europeo Blockupy pronto per la lotta contro il sistema capitalista

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“Resistenza nel cuore del regime europeo della crisi” – Foto copyright dpo/picture alliance

“Resistenza nel cuore del regime europeo della crisi” – Foto copyright dpo/picture alliance

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Nuovo vigore nelle proteste contro il capitalismo?

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di Deutsche Welle – 26 novembre 2013

Alte meno di duecento metri, le torri gemelle del nuovo quartier generale della Banca Centrale Europea (BCE) a Francoforte si possono vedere dai confini della città. Da queste aeree altezze gli esperti finanziari d’Europa sorveglieranno la moneta comune europea quando, tra un anno, l’edificio sarà completato.

Assieme all’Unione Europea e al Fondo Monetario Internazionale (FMI) controlleranno gli sforzi di attenersi ai loro piani d’austerità degli stati dell’Europa meridionale malconci per la crisi.

E per tale motivo ci si aspetta anche che le torri all’estremità est della città diventino il nuovo centro di un’ondata di proteste. La prima dimostrazione è già programma per il giorno dell’inaugurazione ufficiale e domenica (24.11.2013) i rappresentanti del movimento Blockupy pianificheranno l’evento.

L’alleanza ha influenza tra i critici del capitalismo e gli avversari della globalizzazione che vogliono disturbare il lavoro della BCE. In precedenza, quest’anno, le proteste di primavera hanno visto circa 10.000 dimostranti marciare attraverso Francoforte, molti tra loro ex partecipanti agli accampamenti di protesta sorti in anni recenti attorno al quartier generale della BCE.

La paura del futuro aggiunge vigore

In mesi recenti, tuttavia, il movimento è cresciuto silenziosamente. Riunendosi a Francoforte domenica, i trecento partecipanti provenienti da Germania, Grecia, Italia e Spagna vogliono dare nuova energia al movimento per protestare contro la politica fiscale dell’Europa dopo la crisi del debito.

Stiamo programmando giornate decentrate di protesta in tutta Europa”, ha affermato Roland Suess del gruppo di pressione antiglobalizzazione tedesco Attac, in aggiunta alla principale dimostrazione presso la BCE. Come misura preventiva, la polizia di Francoforte ha proposto di incontrare gli organizzatori e i gruppi loro associati per avviare un dialogo. Si vogliono evitare scene come quelle della primavera, in cui ci sono stati violenti scontri tra polizia e dimostranti.

Oltre ad Attac, vari gruppi di sinistra e gruppi di disoccupati di numerosi paesi d’Europa fanno parte del movimento Blockupy. Quanti più temono per il futuro, tanti più aderiranno alle proteste in Spagna, Grecia, Portogallo o Francia, a vantaggio di Blockupy.

Ma il cuore dell’alleanza di protesta si trova ancora nell’economicamente forte Germania, in parte perché la BCE ha sede a Francoforte, secondo Oliver Nachtwey, della facoltà di sociologia dell’università di Trier. Inoltre, ha detto, la Germania economicamente forte ha sostenuto le severe misure d’austerità e trasformato in vittime i paesi in lotta dell’Europa meridionale, una mossa criticata anche da molti tedeschi. I movimenti di protesta specifici dell’Europa meridionale, come gli Indignados (gli “indignati”) in Spagna, sono sorti per reazione.  

Proteste pan-europee

Il convegno del fine settimana di Blockupy è un tentativo di riunire tutti questi singoli movimenti di protesta e forgiare un fronte comune. Nachtwey, tuttavia, non si aspetta un successo immediato, in parte a causa della barriera linguistica che ha reso difficili decisioni comuni. Anche la mancanza di fondi è un fattore. Trasportare migliaia di partecipanti alla protesta da numerosi paesi europei a una dimostrazione comune a Francoforte è irrealistico, ha detto.

Penso che il futuro stia in proteste simultanee decentrate”, ha detto Nachtwey, aggiungendo che Blockupy ha usato con successo questa strategia l’anno scorso, organizzando proteste sincronizzate in settanta città d’Europa.

Questo aumento delle proteste pan-europee è nuovo e rimarchevole, ha detto Nachtwey. “Hanno raggiunto una dimestichezza e un sincronismo che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale.” Ancor più stupefacente è il fatto che Blockupy ha realizzato questo senza una dirigenza centrale. I principi di uno o più leader non si possono far valere a un livello più elevato, ha detto Nachtwey, aggiungendo che questi gruppi hanno riserve quando qualcuno tenta di fare il divo.

Ricerca di un percorso comune

Una gestione decentrata, tuttavia, rende difficile creare un forte consenso su temi specifici e in una società fortemente orientata dai media, un gruppo come Blockupy ha necessità di qualcuno che ne esprima pubblicamente le idee. Tuttavia questa procedura può anche avere i suoi vantaggi, e Nachtwey cita il movimento di sinistra degli anni ’70, quando un allontanamento dalla dottrina era visto come un tradimento. Molti di quei gruppi alla fine ebbero dei contrasti e alla fine si disintegrarono a causa della conflittualità interna.

Suess, di Attac, d’altro canto, non vede problemi nel collaborare con gruppi radicali come la Interventionistichen Linken (la “sinistra interventista”), fintanto che sia possibile concordare un minimo comun denominatore. E tale elemento in comune è la critica del sistema capitalista. “Troveremo modi per interagire e accettarci a vicenda, nonostante le nostre idee diverse”, ha detto.

Nachtwey vede molti vantaggi nell’insolito metodo di Blockupy. Anche se Blockupy può scomparire di tanto in tanto dalla consapevolezza pubblica, non è mai stato sparito molto a lungo. “Questi movimenti sono lenti, ma possono anche essere più sostenibili”, ha detto.

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Fonte: znetitaly

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Lo scienziato Werner: “per salvare il pianeta, necessaria resistenza contro la cultura capitalista”

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Brad Werner

Brad Werner

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Come la scienza ci sta dicendo di ribellarci

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di Naomi Klein

Nel dicembre del 2012 un ricercatore, dai capelli rosa, dei sistemi complessi, di nome Brad Werner, si è fatto strada tra la folla dei 24.000 scienziati della terra e dello spazio all’Assemblea Annuale Autunnale dell’Unione Geofisica Statunitense, che si tiene ogni anno a San Francisco. Il congresso di quest’anno ha avuto tra i partecipanti dei grandi nomi, da Ed Stone del Progetto Voyager della NASA, che ha illustrato una nuova pietra miliare sulla via dello spazio interstellare, al regista James Cameron, che ha discusso le sue avventure nei sommergibili di profondità.

Ma è stata la sessione di Werner a suscitare gran parte gran parte dello scalpore. Era intitolata “La terra è fott….a?” (Titolo Intero: “La terra è fott…a? Futilità dinamica della gestione globale dell’ambiente e possibilità di sostenibilità mediante l’attivismo dell’azione diretta”).

In piedi di fronte alla sala del congresso, il geofisico dell’Università della California, San Diego, ha accompagnato l’uditorio attraverso il modello informatico avanzato che ha utilizzato per rispondere alla domanda. Ha parlato di confini dei sistemi, perturbazioni, dissipazione, attrattori, biforcazioni e un mucchio intero di altra roba largamente incomprensibile a quelli tra noi non iniziati alla teoria dei sistemi complessi. Ma il succo è stato sufficientemente chiaro: il capitalismo globale ha reso così rapido l’esaurimento delle risorse, così conveniente e privo di barriere, che i sistemi “terra-umani” stanno in conseguenza diventando pericolosamente instabili. Quando sollecitato dai giornalisti a fornire una risposta chiara alla domanda “siamo fott…i?”, Werner ha abbandonato il gergo e ha risposto: “Più o meno”.

C’era tuttavia una dinamica nel modello che offriva qualche speranza. Werner l’ha definita “resistenza”, movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano un certo insieme di dinamiche che non si adeguano alla cultura capitalista”. Secondo il compendio della sua presentazione, ciò include “azione ambientale diretta, resistenza derivata dall’esterno della cultura dominante, come nelle proteste, nei blocchi e nel sabotaggio da parte dei popoli indigeni, dei lavoratori, degli anarchici e di altri gruppi attivisti”.

Le riunioni scientifiche serie solitamente non ospitano appelli alla resistenza politica e ancor meno all’azione diretta e al sabotaggio. Ma, di nuovo, Werner non stava esattamente sollecitando queste cose. Ha semplicemente osservato che le rivolte di massa della gente – del genere del movimento abolizionista [della schiavitù – n.d.t.], del movimento per i diritti civili o di Occupy Wall Street – rappresentano la fonte più probabile di “frizione” per rallentare una macchina economica che sta sbandando fuori controllo. Sappiamo che i movimenti sociali del passato hanno “avuto un’enorme influenza su … com’è evoluta la cultura dominante”, ha segnalato. Dunque appare ragionevole che “se pensiamo al futuro della terra e al futuro del nostro rapporto con l’ambiente dobbiamo includere la resistenza come parte di tale dinamica”. E questa, ha sostenuto Werner, non è una questione di opinioni, ma “realmente un problema geofisico”.

Una quantità di scienziati è stata spinta dalle scoperte delle proprie ricerche a scendere in strada con iniziative. Fisici, astronomi, medici e biologi sono stati all’avanguardia dei movimenti contro le armi nucleari, l’energia nucleare, la guerra, la contaminazione chimica e il creazionismo. E nel novembre del 2012 la rivista Nature ha pubblicato un articolo del finanziere e filantropo ambientalista Jeremy Grantham che sollecitava gli scienziati a unirsi a questa tradizione e a “farsi arrestare, se necessario”, perché il cambiamento climatico “non è solo la crisi delle vostre vite, è anche la crisi dell’esistenza della nostra specie”.

Alcuni scienziati non hanno bisogno di farsi convincere. Il boss della scienza climatica moderna, James Hansen, è un attivista formidabile, arrestato circa mezza dozzina di volte per essersi opposte all’estrazione di carbone mediante rimozione delle cime montane e alle condutture delle sabbie bituminose (ha persino lasciato quest’anno il suo lavoro presso la NASA, in parte per avere più tempo per condurre campagne). Due anni fa, quando sono stata arrestata all’esterno della Casa Bianca in un’azione di massa contro la conduttura delle sabbie bituminose Keystone XL, una delle 166 persone in manette quel giorno era un glaciologo di nome Jason Box, un esperto di fama mondiale della fusione della coltre di ghiaccio della Groenlandia.

“Non avrei potuto conservare il rispetto di me stesso se non avessi partecipato”, ha dichiarato Box all’epoca, aggiungendo che “limitarsi a votare non sembra essere sufficiente in questo caso. Io ho bisogno di  essere anche un cittadino.”

Questo è lodevole, ma quello che Werner sta facendo con il suo modello è diverso. Non sta dicendo che la sua ricerca l’ha spinto a intraprendere azioni dirette per fermare una particolare politica; sta dicendo che la sua ricerca dimostra che il nostro intero paradigma economico è una minaccia alla stabilità ecologica. E, in effetti, che contrastare tale paradigma economico – con la contro-pressione del movimento di massa – è l’arma migliore dell’umanità per evitare la catastrofe.

E’ roba pesante. Ma non è solo. Werner fa parte di un gruppo piccolo, ma sempre più influente, di scienziati le cui ricerche sulla destabilizzazione dei sistemi naturali – in particolare del sistema climatico – stanno portandoli a conclusioni analogamente trasformative, persino rivoluzionarie. E per ogni rivoluzionario da scrivania che abbia mai sognato di rovesciare l’attuale ordine economico a favore di uno che abbia meno probabilità di costringere i pensionati italiani a impiccarsi a casa loro, questo lavoro dovrebbe essere di speciale interesse. Perché rende il disfarsi di quel sistema crudele a favore di qualcosa di nuovo (e forse, con parecchio lavoro, di migliore) non più una questione di mere preferenze ideologiche, bensì piuttosto una questione di necessità esistenziale a livello della nostra specie.

A guidare il gruppo di questi rivoluzionari scientifici c’è uno dei maggiori esperti britannici del clima, Kevin Anderson, vicedirettore del Centro Tyndall per le Ricerche sul Cambiamento Climatico, che si è rapidamente consolidato come una delle principali istituzioni del Regno Unito di ricerca sul clima. Rivolgendosi a tutti, dal Dipartimento dello Sviluppo Internazionale e Consiglio Comunale di Manchester, Anderson ha speso più di un decennio a tradurre pazientemente le implicazioni della più recente scienza climatica a politici, economisti e conduttori di campagne. In un linguaggio semplice e chiaro egli espone un percorso rigoroso per la riduzione delle emissioni, che offre una possibilità decente di mantenere l’aumento della temperatura globale sotto due gradi Celsius, un obiettivo che la maggior parte dei governi ha deciso preverrebbe la catastrofe.

Ma in anni recenti i documenti e le diapositive di Anderson sono diventati più allarmanti. Sotto titoli quali “Cambiamento climatico: Ormai più che pericoloso … cifre brutali e tenue speranza”, egli segnala che le possibilità di restare entro qualcosa che si avvicini a livelli di temperatura sicuri si stanno riducendo rapidamente.

Con la collega Alice Bows, un’esperta di mitigazione del clima al Centro Tyndall, Anderson segnala che abbiamo perso così tanto tempo a causa dello stallo politico e di politiche climatiche deboli – il tutto mentre il consumo globale (e le emissioni) saliva alle stelle – che ora abbiamo di fronte tagli tanto drastici da sfidare la logica fondamentale della priorità del PIL su ogni altra cosa.

Anderson e Bows ci informano che il tanto spesso citato obiettivo di mitigazione a lungo termine – un taglio dell’80% delle emissioni sotto i livelli del 1990 entro il 2050 – è stato scelto puramente per obiettivi di convenienza politica e non ha “alcuna base scientifica”. Ciò è dovuto al fatto che gli impatti sul clima non derivano da quel che emettiamo oggi o emetteremo domani, bensì dalle emissioni cumulative che si sommano nel tempo nell’atmosfera. E ci avvertono che concentrandosi su obiettivi distanti tre decenni e mezzo nel futuro – anziché su ciò che possiamo fare rapidamente e immediatamente per tagliare il carbonio – c’è in grave rischio che consentiremo alle nostre emissioni di continuare a crescere negli anni a venire, influenzando troppo il nostro “budget del carbonio” di 2 gradi e mettendoci in una situazione impossibile più in là nel secolo.

Ed è questo il motivo per cui Anderson e Bows sostengono che se i governi fanno sul serio riguardo al conseguire l’obiettivo concordato a livello internazionale di mantenere il riscaldamento entro i 2 gradi Celsius, e se le riduzioni devono rispettare un qualche principio di equità (fondamentalmente che i paesi che hanno diffuso emissioni per la maggior parte di due secoli devono tagliare prima dei paesi dove più di un miliardo di persone è privo di elettricità) allora le riduzioni devono essere molto più marcate e devono essere realizzate molto prima.

Per avere almeno una possibilità del 50% di colpire il bersaglio dei 2 gradi (che essi e molti altri avvertono comportare già una serie di impatti climatici enormemente dannosi) i paesi industrializzati devono cominciare a tagliare le loro emissioni di gas serra di qualcosa come il 10 per cento l’anno, e devono cominciare ora. Ma Anderson e Bows si spingono più in là, segnalando che questo bersaglio può non essere raggiunto con la serie di modesti prezzi del carbonio o con le soluzioni della tecnologia verde solitamente promossi dai gruppi verdi. Queste misure indubbiamente contribuiranno, è un fatto, ma semplicemente non sono sufficienti: una riduzione delle emissioni del 10 per cento, anno dopo anno, è qualcosa virtualmente senza precedenti da quando abbiamo cominciato a fornire energia alle nostre economie con il carbone. In realtà tagli superiori all’1 per cento annuo “sono stati storicamente associati solo a recessioni o sconvolgimenti economici”, come ha detto l’economista Nicholas Stern nel suo rapporto del 2006 per il governo britannico.

Persino dopo il crollo dell’Unione Sovietica non si sono verificate riduzioni di tale durata e portata (i paesi ex sovietici hanno sperimentato riduzioni medie annue di circa il 5 per cento in un periodo di dieci anni). Non si sono verificate dopo il crollo di Wall Street nel 2008 (i paesi ricchi hanno sperimentato un calo di circa il 7 per cento tra il 2008 e il 2008, ma le loro emissioni di CO2 sono rimbalzate con gusto nel 2010 e le emissioni in Cina e in India hanno continuato a crescere). Solo immediatamente dopo il grande crollo dei mercati nel 1929 gli Stati Uniti, ad esempio, hanno visto calare le loro emissioni per molti anni consecutivi di più del 10 per cento l’anno, secondo dati storici del Centro di Analisi delle Informazioni sull’Anidride Carbonica. Ma quella fu la peggior crisi economica dei tempi moderni.

Se dobbiamo evitare quel tipo di carneficina nel conseguire i nostri obiettivi di emissioni basati sulla scienza, la riduzione del carbonio deve essere gestita con attenzione mediante quelle che Anderson e Bows descrivono come “strategie radicali e immediate di decrescita negli Stati Uniti, nella UE e in altri paesi ricchi”. Il che va bene, solo che capita che noi abbiamo un sistema economico che fa della crescita del PIL un feticcio sopra tutto il resto, indipendentemente dalle conseguenze umane o ecologiche, e in cui la classe politica neoliberale ha totalmente abdicato dalle sue responsabilità di gestire qualcosa (poiché il mercato è il genio invisibile cui tutto deve essere affidato).

Così, quello che Anderson e Bows stanno dicendo in realtà è che c’è ancora tempo per evitare un riscaldamento catastrofico ma non mantenendo le regole del capitalismo come sono costruite attualmente. Il che può essere l’argomento migliore che abbiamo mai avuto per cambiare tali regole.

In un saggio del 2012 apparso sull’influente rivista scientifica Nature Climate Change Anderson e Bows hanno lanciato una specie di guanto di sfida, accusando molti dei loro colleghi scienziati di non dire la verità sul genere di cambiamenti che il cambiamento climatico esige dall’umanità. Al riguardo val la pena di citare la coppia per esteso:

negli scenari di sviluppo delle emissioni gli scienziati minimizzano ripetutamente e gravemente le implicazioni delle loro analisi. Quando si tratta di evitare un aumento di due gradi, “impossibile” è tradotto in “difficile ma fattibile”, mentre “urgente e radicale” emerge come “impegnativo”, tutto per compiacere il dio dell’economia (o, più precisamente, della finanza). Ad esempio, per evitare di superare il tasso massimo di riduzione delle emissioni imposto dagli economisti, sono presupposti picchi iniziali “impossibili” di emissioni, assieme a nozioni ingenue su “grandi” ingegnerie e sui tassi di sviluppo delle infrastrutture a basso carbonio. In modo più inquietante, col ridursi dei budget delle emissioni, la geoingegneria è sempre più proposta come garanzia che il diktat degli economisti resti fuori discussione.

In altre parole, al fine di apparire ragionevoli nei circoli economici neoliberali, gli scienziati hanno comunicato in modo enormemente addolcito le implicazioni delle loro ricerche. Arrivati all’agosto 2013, Anderson ha voluto essere ancora netto, scrivendo che la barca del cambiamento graduale se n’era partita. “Forse all’epoca del Vertice della Terra del 1992, o anche al volgere del millennio, il livello di mitigazione di due gradi centigradi avrebbe potuto essere raggiunto mediante significativi cambiamenti evolutivi nella egemonia politica ed economica. Ma il cambiamento climatico è un problema di accumulo! Oggi, nel 2013, noi delle nazioni (post) industriali ad alte emissioni abbiamo di fronte una prospettiva molto differente. La nostra continua e collettiva sconsideratezza riguardo al carbonio ha dilapidato ogni opportunità di un “cambiamento evolutivo” consentito dal nostro precedente (e più ampio) budget del carbonio di due gradi centigradi. Oggi, dopo due decenni di finzioni e menzogne, il restante budget di due gradi impone un cambiamento rivoluzionario della egemonia politica ed economica.” (evidenziazioni dell’autore).

Probabilmente non dovrebbe sorprenderci che alcuni scienziati del clima siano un po’ spaventati dalle implicazioni radicali delle loro stesse ricerche. La maggior parte di loro faceva tranquillamente il proprio lavoro misurando lo spessore dei ghiacci, elaborando modelli climatici globali e studiando l’acidificazione degli oceani solo per scoprire, come dice l’esperto australiano del clima e giornalista Clive Hamilton, che “stavano inconsapevolmente destabilizzando l’ordine politico e sociale”.

Ma ci sono molti che sono ben consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza del clima. E’ per questo che i governi che hanno deciso di abbandonare i loro impegni sul clima a favore dell’estrazione di altro carbonio hanno dovuto trovare modi sempre più aggressivi per far tacere e intimidire gli scienziati delle loro nazioni. In Gran Bretagna questa strategia sta diventando più trasparente, con Ian Boyd, il consigliere scientifico capo presso il Dipartimento dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali, che di recente ha scritto che gli scienziati dovrebbero evitare “di suggerire che le politiche sono giuste o sbagliate” e dovrebbero esprimere le loro idee “collaborando con i consiglieri inseriti (come me) ed essendo la voce della ragione, piuttosto che del dissenso, nell’arena pubblica”.

Se volete sapere dove porta tutto questo, controllate che cosa sta succedendo in Canda, dove io vivo. Il governo conservatore di Stephen Harper ha fatto un lavoro così efficace nell’imbavagliare gli scienziati e nel chiudere programmi critici di ricerca che, nel luglio del 2012, un paio di migliaia di scienziati e sostenitori ha tenuto un finto funerale all’esterno della sede del Parlamento a Ottawa, in lutto per “la morte delle prove”. I loro cartelli dicevano: “Niente scienza, niente prove, niente verità”. 

Ma la verità sta emergendo comunque. Il fatto che continuare come al solito a perseguire profitti e crescita stia destabilizzando la vita sulla terra non è più qualcosa di cui dobbiamo leggere nelle riviste scientifiche. I primi segnali si stanno mostrando sotto i nostri occhi. E un numero crescente di noi sta reagendo di conseguenza: bloccando l’attività di fratturazione idraulica, interferendo con i preparativi per le trivellazioni in acque russe (con enormi costi personali), portando in tribunale gli operatori delle sabbie bituminose per aver violato la sovranità indigena e con innumerevoli altre iniziative di resistenza grandi e piccole. Nel modello al computer di Brad Werner questa è la “frizione” necessaria per rallentare le forze della destabilizzazione; il grande attivista del clima Bill McKibben li definisce gli “anticorpi” che si schierano a combattere l’”impennata di febbre” del pianeta.

Non è una rivoluzione, ma è un inizio. E potrebbe garantirci semplicemente tempo sufficiente a ideare un modo di vivere su questo pianeta che sia decisamente meno fott….o.

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Naomi Klein, autrice di “La dottrina dei disastri” e di “No Logo”, sta lavorando a un libro e a un film sul potere rivoluzionario del cambiamento del clima. Potete seguirle su Twitter a @naomiaklein

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Fonte: Z Net Italy

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