Dic 1 2013

Martedì 3 dicembre 2013 – Vinicio Capossela e Andrea Segre presentano “Indebito”

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In diretta via satellite
dal Cinema Anteo di Milano

Vinicio Capossela e Andrea Segre presentano
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INDEBITO
Quando la musica diventa ribelle

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.MARTEDI’ 3 DICEMBRE
ore 20.30
solo per un giorno al cinema

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Se l’uomo capisse che si vive soltanto una volta e mai più, se la gente si rendesse conto di questo, probabilmente non sarebbe disposta a passare la vita come la passa. Allora questa musica è rivoltosa perché accende in noi la consapevolezza che ogni attimo è eterno perché è l’ultimo ed è quello che ci invidiano gli dei.
Vinicio Capossela

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Dopo il successo riscosso al Festival di Locarno Indebito arriva nei cinema italiani solo per un giorno con una speciale diretta via satellite introdotta da Capossela e Segre.

Unite un tema di assoluta attualità (la crisi, e specificamente la crisi greca), un regista pluripremiato reduce dai successi internazionali di La Prima Neve e Io sono Li (Andrea Segre) e un cantautore sensibile e immaginifico (Vinicio Capossela). E’ così che nasce Indebito, il film che narra la crisi del paese culla di tutta la cultura occidentale, la terra per cui oggi siamo quello che siamo. La frase “non siamo mica la Grecia” – dice Capossela – dovrebbe essere sostituita dalla più Kennediana, “siamo tutti greci”, perché in Grecia è in questo momento più scoperto ed evidente il meccanismo economico, sociale, politico in via di sperimentazione in tutti gli altri paesi. Per una volta questo paese sembra essere più avanti su una strada che è la stessa per molti”.


Un viaggio accompagnato delle note e dalle parole del rebetiko, una musica anticonvenzionale, dalla storia affascinante, con la quale Capossela e Segre tracciano il ritratto tragico e ribelle di un paese in cui la crisi economica ha svuotato di valore tutto ciò che non ha un prezzo. Sono canzoni che mettono a nudo l’uomo e percorrono la pellicola come una radiografia dell’anima, a ricordarci che, nonostante la crisi, resta la nostra integrità di uomini, la voglia di cambiare le cose e preferire la rabbia alla paura. Uno straordinario affresco che sovrappone mito e attualità urbana, gettando uno sguardo sulle origini dell’uomo. Un modo di guardare il tramonto d’Occidente alla luce dell’aurora che lo ha generato, per cercare di ritrovarne la forza.

Dopo il successo riscosso al Festival di Locarno e a quello di Internazionale a Ferrara, Indebito -scritto da Vinicio Capossela e Andrea Segre con la regia di Andrea Segre- viene proposto nelle sale italiane con un appuntamento unico nel suo genere. Il film verrà infatti trasmesso in uno spettacolo unico il 3 dicembre alle 20.30 con una speciale diretta via satellite dal cinema Anteo di Milano. Sul grande schermo gli spettatori troveranno infatti gli stessi Capossela e Segre che presenteranno il film al loro pubblico guidandolo in un viaggio tra rebetiko e passione civile per mettere a nudo la natura più vera dell’uomo.

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Indebito è presentato nelle sale italiane da Jolefilm, La Cupa e Nexo Digital. Arriva al cinema in collaborazione con MYmovies.it, il Saggiatore, Internazionale e Radio Due.

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Qui  consulta l’elenco delle sale che programmano l’evento!

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Trailer

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Fonte: nexodigital.it

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Nov 11 2013

Matteo Renzi: “Prender voti in tutte le direzioni”

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Il partito piglia-tutto

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di Piero Bevilacqua

Dal lessico politico-pubblicitario di Matteo Renzi, esibito con dovizia nelle sue recenti rappresentazioni pubbliche, è utile selezionare una espressione che suona come la sintesi del suo programma: «Prender voti in tutte le direzioni ». È un imperativo strategico che riassume, per così dire, tutto il suo pensiero politico. Ma al tempo stesso costituisce una delle spie più evidenti e definitive del percorso storico compiuto dai partiti politici nell’età post-contemporanea. Presentato come una smagliante novità, non è che il punto terminale di una parabola di declino. La categoria del «partito pigliatutto», (catch all party) era stata già elaborata nel lontano 1966 da Otto Kirchheimer, politologo tedesco, collaboratore della Scuola di Francoforte e poi docente in importanti Università americane. Kirchheimer individuava una linea di tendenza, già allora visibile in alcuni partiti di massa, di allontanamento dalle proprie origini classiste o di annacquamento dei legami con i gruppi originari di riferimento, al fine di allargare il raggio della propria influenza ai più diversi ceti sociali.
Tale tendenza ha percorso un lungo cammino e ora ha bloccato il sistema politico in gran parte degli stati occidentali.

I grandi partiti che un tempo incarnavano il bipartitismo, più o meno perfetto e davano vita alla cosiddetta democrazia dell’alternanza, ormai da tempo pescano negli stessi ambiti sociali, elaborano lo stesso programma politico e tendono a spartirsi equamente i consensi elettorali, dando vita a maggioranze di governo sempre più risicate e instabili. Allontanandosi dai ceti popolari e dai loro conflitti, anche i partiti di sinistra, si sono trasformati in agenzie di marketing elettorale: vendono lo stesso prodotto pubblicitario a una platea di consumatori sempre più stanca e sempre più disillusa. Tale tendenza è oggi entrata in una morsa micidiale con l’esplodere della crisi economico-finanziaria. La perdita di sovranità di stati e governi a favore del potere finanziario internazionale ha tolto ai partiti il potere residuale di ripartire quote della ricchezza nazionale nel welfare , favorendo la formazione di una vasta e crescente area di diserzione elettorale e l’esplodere di movimenti di protesta e di populismi di varia natura.

Da qui la spasmodica ricerca da parte delle forze politiche di trovare soluzioni abborracciate di governo (le grandi coalizioni) e il ricorso crescente a dispositivi di ingegneria istituzionale: premierato forte, presidenzialismo, modifica dei sistemi elettorali, ecc. Il potere politico tende insomma ad acquistare parte della forza sottrattigli (per sua scelta e responsabilità) dal potere finanziario, rafforzando la centralità del comando, restringendo gli spazi della democrazia, estendendo i dispositivi autoritari del controllo sociale. Sicché mentre il potere capitalistico-finanziario muove la sua guerra di classe contro le masse operaie e i ceti medi, partiti e governi, che non intendono rappresentare, con finalità redistributive, questi interessi colpiti, si infilano nel vicolo stretto di una “mediazione repressiva” per la difesa del sistema. Essi sperano di resistere fino a che la ripresa dell’economia non ridia loro lo spazio per una mediazione socialmente sopportabile ed elettoralmente premiante.

La posizione di Renzi è dunque doppiamente rivelatrice. Appare come l’ultimo tratto di definitiva dissoluzione della identità dei partiti e al tempo stesso viene a coincidere con il populismo di Berlusconi in un punto fondamentale: il privilegiamento della vittoria elettorale come scopo supremo dell’azione politica. Il fine è interamente assorbito e cancellato dal mezzo. Si partecipa alla lotta politica come al campionato mondiale di calcio: per vincere. Quel che si fa poi con la vittoria è poco importante. Perché il ceto politico gioca essenzialmente per sé stesso, per rafforzare le condizioni della sua sopravvivenza e del suo successo. E quel che accade nel paese che ospita il campionato è poco importante, ed è comunque sempre subordinato allo scopo supremo della riproduzione delle élites . Tale linea, tuttavia, ha successo per almeno una ragione: raccoglie e distorce un bisogno diffuso dei cittadini, quello di una rappresentanza politica liberata dalla opacità degli apparati, non dilaniata dai micro-interessi di gruppi e fazioni.

Di fronte al disagio sociale, alla incertezza montante della vita quotidiana, all’impotenza della politica tradizionale nell’arginare poteri sovranazionali sempre più intrusivi, diventa naturale la richiesta dell’unicità del comando, della prontezza dell’iniziativa e dell’azione. I cittadini italiani chiedono una politica forte e capace, ma che assomigli il meno possibile alla politica dei partiti politici. L’odore delle segreterie è diventato un tanfo insopportabile. È questa una delle ragioni importanti del successo di Renzi, anch’egli un “pollo di batteria”, salvo presentarsi da subito come un anti-partito. Naturalmente confidiamo assai poco in tale successo. Intanto, non è dato sapere – in caso di probabile vittoria di Renzi alle primarie del Pd – se alla sua maestria nel vincere battaglie elettorali corrisponderà una pari capacità di governare il suo partito. Quel che appare oggi certo è che sul piano dell’azione di governo – sia in campagna elettorale che nell’indirizzo di un eventuale esecutivo, uscito da una competizione vittoriosa – Renzi cercherà di promuovere una politica delle “larghe intese” senza Pdl. Vale a dire la politica tipica di un partito piglia-tutto, che deve rispondere agli interessi molteplici, e soprattutto a quelli più forti, in cui si frantuma oggi la vita italiana.

Dunque, è evidente che senza mutamenti di rilievo sulla scena politica, senza uno spostamento dell’asse strategico nel campo della sinistra, il disastro per il nostro paese diventa una prospettiva certa. Non si tratta di profezie artatamente fosche. È la scena presente, l’azione dell’attuale governo, che mostra l’inanità di una strategia in cui si debbono comporre interessi inconciliabili, surrogato fallimentare di quel che sarebbe necessario: una grande manovra di trasferimento di ricchezza ai ceti popolari e ai settori produttivi. E non è certo il caso di ricordare quel che è noto: il bollettino di guerra sulle statistiche della disoccupazione, dei fallimenti delle imprese, della caduta costante dei consumi. Benché un dato clamoroso occorre qui rammentarlo, perché i media, con una carità pelosa forse comprensibile, sono scivolati rapidamente sulla notizia: il debito pubblico è salito ancora, è arrivato al 133,3% del Pil.

La ragione per la quale i governi degli ultimi anni stanno distruggendo l’economia nazionale e trascinando nella miseria masse crescenti di cittadini italiani, è ancora tutta lì: anzi è diventata più grave. E il ministro Saccomanni non sente il dovere di scusarsi, di spiegare al paese, di dichiarare la propria incapacità e di andarsene? Dunque, se gli scenari dei prossimi mesi e anni confermeranno questo quadro, è evidente quale grande spazio potrebbe schiudersi alle forze di sinistra dotate di progetto, oggi segmentate e disperse in vari ambiti e territori. Ci sono in prospettiva scadenze importanti come le elezioni europee (su cui hanno insistito utilmente, sul manifesto , Tonino Perna con Alfonso Gianni e Guido Viale): occasione imperdibile per mettere in discussione le politiche di austerità e rilanciare su nuove basi le prospettive dell’Unione Europea. E prima o poi ci saranno anche le elezioni politiche. Il Pd si presenterà a queste scadenze con addosso la corresponsabilità, insieme al Pdl, di aver aggravato le condizioni materiali degli italiani.

Lo sventolio della bandierina di una “ripresa che verrà” sarà solo uno straccio al vento e non incanterà gli elettori. E allora, chi si fa avanti, chi si candida a rappresentare il vasto popolo della sinistra? Sappiamo bene che la politica non si esaurisce nei partiti e neppure nelle rappresentanze e nei governi. Ma oggi queste rappresentanze al potere stanno demolendo mezzo secolo di conquiste in tutti i settori della vita nazionale. Le lasceremo fare? Lo scenario presente non offre molte alternative. Ma i punti di partenza potenziali esistono. Perché Sel non si muove? E la “Via maestra”, il movimento di Rodotà, Landini e altri? Nessuno si illuda che esso possa evolvere rapidamente in un partito politico. È giusto prendere in parola le dichiarazione dei fondatori. E tuttavia, questo movimento raccoglie una vasta platea di forze e di raggruppamenti, gode di un prestigio e di un consenso, sia politico che morale, incommensurabilmente distante dal discredito gravante sui partiti politici.

Dunque, con la cautela necessaria, non si pensa di spenderla in qualche modo nello scontro elettorale che verrà? Si tratta, crediamo, di un nodo rilevante su cui ragionare al più presto, evitando di restare bloccati nell’impotente testimonianza di una alterità inascoltata, o di cadere, sotto l’urgere della fretta e delle ambizioni personali, nei pasticci elettoralistici delle passate stagioni.

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Fonte: il Manifesto

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Lug 10 2013

Italia – crisi: misure urgenti e straordinarie, pari a quelle di un’economia di guerra! (Beppe Grillo)

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“Al Presidente della Repubblica Italiana,

ho chiesto questo incontro, di cui la ringrazio per la sollecitudine, per esprimerle direttamente le mie preoccupazioni sulla situazione economica, sociale e politica del Paese convinto che misure urgenti e straordinarie, pari a quelle di un’economia di guerra, non possano più aspettare oltre, neppure un giorno.
L’Italia si avvia verso la catastrofe. Chi è oggi al governo del Paese è responsabile dello sfacelo, sono gli stessi che ne hanno distrutto l’economia. Questa classe politica non è in grado di risolvere alcun problema. E’ essa stessa il problema. Il Governo delle Larghe Intese, voluto fortemente da lei, tutela soltanto lo status quo e gli interessi di Berlusconi, che in qualunque altra democrazia occidentale non sarebbe ammesso ad alcuna carica pubblica, e tanto meno in Parlamento. La Nazione è una pentola a pressione che sta per saltare, mentre, ormai da mesi, il Governo Letta si balocca con il rinvio dell’IMU e la cancellazione di un punto dell’IVA senza trovare una soluzione. I numeri dello sfacelo sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli, e sono drammatici. Il tasso di disoccupazione più alto dal 1977, il crollo continuo della produzione industriale, che si attesterà a meno tre per cento nel 2013, la continua crescita del debito pubblico che è arrivato a 2.040 miliardi di euro, il fallimento delle imprese che chiudono con il ritmo di una al minuto, una delle tassazioni più alte d’Europa, sia sulle imprese che sulle persone fisiche, gli stipendi tra i più bassi della UE, il crollo dei consumi, persino degli alimentari, l’indebitamento delle famiglie. E’ una Caporetto e sul Piave non c’è nessuno, sono tutti nei Palazzi a rimandare le decisioni e a fare annunci. Il Parlamento è espropriato dalle sue funzioni, la legge elettorale detta Porcellum è incostituzionale e i parlamentari sono stati nominati a tavolino da pochi segretari di partito. Il Governo fa i decreti legge senza che sia dato il tempo minimo per esaminarli e il Parlamento approva a comando. Non siamo più da tempo una repubblica parlamentare, forse neppure una democrazia.
Il debito pubblico ci sta divorando, paghiamo di interessi circa 100 miliardi di euro all’anno, che crescono ogni giorno. Solo quest’anno per non fallire dovremo vendere 400 miliardi di euro di titoli. Le entrate dello Stato sono di circa 800 miliardi all’anno, un euro su otto serve a pagare gli interessi sul debito. Né Berlusconi, né Monti, né Letta hanno bloccato la spirale del debito pubblico, che cresce al ritmo di 110 miliardi all’anno. Gli interessi sul debito e la diminuzione delle entrate fiscali, dovute al fallimento di massa delle imprese, alla disoccupazione e al crollo dei consumi, rappresentano la certezza del prossimo default.
Non c’è scelta. Il debito pubblico va ristrutturato. Gli interessi annui divorano la spesa sociale, gli investimenti, la ricerca. E’ come nella Storia Infinita, dove il Nulla divorava la Realtà: l’interesse sul debito sta divorando lo Stato Sociale. Si può rimanere nell’euro, ma solo rinegoziando le condizioni. O attraverso l’emissione di eurobond che ritengo indispensabile o, in alternativa, con la ristrutturazione del nostro debito, una misura che colpirebbe soprattutto Germania e Francia che detengono la maggior parte del 35% dei nostri titoli pubblici collocati all’estero. Non possiamo fallire in nome dell’euro. Questo non può chiederlo, né imporcelo nessuno. A fine 2011 i titoli di Stato italiani presenti in banche o istituzioni estere erano il 50%, le nostre banche grazie al prestito della BCE dello scorso anno, prestito garantito dagli Stati e quindi anche da noi, si sono ricomprati circa 300 miliardi dall’estero, tra titoli in scadenza e rimessi sul mercato, questo invece di dare credito alle imprese. E siamo scesi al 35%. E’il miglior modo per fallire. Quando ci saremo ricomprati tutto il debito estero e non avremo più un tessuto industriale collasseremo e la UE rimarrà a guardare, come è successo in Grecia. Ora disponiamo di un potere contrattuale, ora dobbiamo usarlo.
L’Italia ha l’assoluta necessità di aiutare le imprese con misure come il taglio dell’Irap, una tassazione al livello della media europea, con servizi efficienti e meno costosi, con la protezione del Made in Italy assegnato solo a chi produce in Italia e con l’eventuale applicazione di dazi su alcuni prodotti. Allo stesso tempo è urgente l’introduzione del reddito di cittadinanza, nessuno deve rimanere indietro. Ci preoccupiamo dei problemi del mondo quando non riusciamo ad assistere gli anziani e non diamo possibilità di lavoro ai nostri ragazzi che devono emigrare a centinaia di migliaia.
Reddito di cittadinanza e rilancio delle PMI sono possibili da subito con il taglio ai mille privilegi e alle spese inutili. Ne elenco solo alcuni.
Eliminare le province, portare il tetto massimo delle pensioni a 5.000 euro, tagliare finanziamenti pubblici ai partiti e ai giornali, riportare la gestione delle concessioni pubbliche nelle mani dello Stato, a iniziare dalle autostrade, perché sia l’Erario a maturare profitti e non aziende private come Benetton o, dove questo non sia possibile, ridiscutere le condizioni, eliminare la burocrazia politica dalle partecipate dove prosperano migliaia di dirigenti, nazionalizzare il Monte dei Paschi di Siena, eliminare ogni grande opera inutile come la Tav in Val di Susa e l’Expo di Milano, ridurre drasticamente stipendi e benefit dei parlamentari e di ogni carica pubblica, cancellare la missione in Afghanistan, fermare l’acquisto degli F35. Potrei continuare a lungo. Queste misure non possono essere prese dall’attuale classe politica perché taglierebbe il ramo su cui si regge.
Questo Parlamento non è stato eletto dagli italiani, ma dai partiti e dalle lobby. Non può affrontare una situazione di emergenza nazionale, di economia di guerra, perché deve rispondere ai suoi padrini, non ai cittadini.
Le chiedo perciò di fare abrogare l’attuale legge elettorale in quanto incostituzionale, di sciogliere il Parlamento e di ritornare alle urne. L’autunno è alle porte insieme al probabile collasso economico. I problemi si trasformeranno da politici a sociali, probabilmente incontrollabili. Non c’è più tempo. Lei ha volutamente tenuto sulle sue spalle grandi responsabilità quando avrebbe potuto e forse dovuto declinarle. Lei è ormai diventato lo scudo, il parafulmine di partiti che non hanno saputo né governare, né riformarsi e da ritenersi, nel migliore dei casi, degli incapaci. Non è questo il suo compito, ma quello di rappresentare gli interessi del popolo italiano.”

Beppe Grillo

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VIDEO

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La seconda parte della conferenza stampa con le domande dei giornalisti è disponibile qui.

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Fonte: Blog di Beppe Grillo

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Ago 4 2012

La nostra rovina economica è libertà per i super-ricchi

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di George Monbiot  – The Guardian

Il modello è morto, lunga vita al modello. I programmi d’austerità stanno prolungando la crisi che dovevano risolvere, tuttavia i governi si rifiutano di abbandonarli. La Gran Bretagna offre un esempio efficace. I tagli, prometteva la coalizione, sarebbero stati dolorosi ma avrebbero funzionato. Sono dolorosi, altroché, e ci hanno spinto in una doppia recessione.

Il risultato era stato ampiamente previsto. Se si taglia la spesa governativa e il reddito dei poveri durante una crisi economica, è probabile che la si renda peggiore. Ma la settimana scorsa David Cameron ha insistito a dire che “andremo avanti e completeremo il lavoro”, mentre il cancelliere ha sostenuto che il governo ha “un piano credibile e ci stiamo attenendo ad esso.”

Sorgono due domande. La prima è familiare: perché la reazione del pubblico a quest’attacco alla vita pubblica e al benessere pubblico è stata così tiepida? Dove sono le massicce e prolungate proteste che ci saremmo potuti aspettare? Ma l’altra domanda è ugualmente sconcertante: dov’è l’élite economica?

Certamente la classe imprenditoriale e i super-ricchi  – gli unici che il governo ascolta – possono vedere che queste politiche stanno distruggendo i mercati da cui dipende la loro ricchezza. Certamente sono in grado di capire che questo capitalismo da terra bruciata sta fallendo persino nei suoi stessi termini.

Per capire quest’enigma dovremmo in primo luogo capire che quel che è presentato come un programma economico è, di fatto, un programma politico. E’ l’attuazione di una dottrina: una dottrina chiamata neoliberalismo. Come ogni credo, esiste nella sua forma pura soltanto nei cieli; quando riportata sulla terra si trasforma in qualcosa di diverso.

I neoliberali affermano che abbiamo maggiori vantaggi massimizzando la libertà del mercato e minimizzando il ruolo dello stato. Il libero mercato, lasciato a sé stesso, produrrà efficienza, scelta e prosperità. Il ruolo del governo dovrebbe essere limitato alla difesa, a proteggere la proprietà, a impedire monopoli e a rimuovere le barriere alle attività economiche. Tutti gli altri compiti sarebbe meglio fossero affidati alle imprese private. La ricerca di una purezza da anno zero del mercato è stata abbastanza pericolosa nella teoria: distorta dalle sporche realtà della vita sulla terra è devastante per il benessere sia del popolo sia del pianeta.

Come dimostra Colin Crouch in ‘The Strange Non-Death of Neoliberalism’ [La strana non-morte del neoliberalismo] lo stato e il mercato non sono, come insistono i neoliberali, in perpetuo conflitto. Si sono invece uniti a difesa delle richieste delle mega-imprese.

Quando lo stato taglia i regolamenti e le provvidenze sociali, il mondo degli affari si arricchisce. Esso usa la sua ricchezza per calpestare la stessa dottrina che l’ha arricchito. Mediante finanziamenti alle campagne elettorali, facendo rete e mediante attività di lobby, le grandi imprese arruolano lo stato perché si faccia campione dei loro interessi. In Gran Bretagna le imprese hanno esercitato pressioni per programmi di privatizzazione che sostituissero i monopoli pubblici con quelli privati. Hanno anche persuaso il governo a creare piani ibridi (come l’iniziativa della finanza privata) che garantiscano finanziamenti statali alle imprese. Negli stati uniti le mega-imprese hanno convinto il Congresso a rimuovere i regolamenti chiave che disciplinavano i revisori e le banche. Ciò ha portato prima agli scandali Enron e WorldCom, e poi alla crisi finanziaria.

Le grandi imprese hanno usato il loro potere per convincere lo stato a lasciarle continuare a scaricare i loro costi ambientali sul resto di noi. Hanno indebolito le leggi antitrust. Hanno escluso nuovi ingressi sul mercato (mediante i loro investimenti pubblicitari e le loro reti di distribuzione) e sono diventate grandi abbastanza da impedire la propria uscita anche quando falliscono (si vedano i salvataggi delle banche). Questi sono i risultati delle politiche neoliberali che Cameron sta applicando, ma che sono in grave contrasto con le previsioni fatte dai neoliberali su come dovrebbero comportarsi i liberi mercati.

Soprattutto, il programma neoliberale ha precluso le scelte politiche. Se il mercato, come insiste la dottrina, è l’unico valido fattore decisivo per stabilire come si evolvono le società e il mercato è dominato dalle mega-imprese, allora quello che la società riceve è quello che vuole la grande industria. Si può costatare questa squallida realtà nel discorso di Cameron della scorsa settimana. “Abbiamo ascoltato quello che vogliono le imprese e stiamo provvedendo. Le imprese hanno detto: ‘Vogliano trattamenti fiscali competitivi’, e dunque stiamo creando il regime fiscale per le imprese più competitivo in tutto il G20 e le aliquote fiscali a carico delle imprese più basse del G7 …”  E il resto di noi? Non abbiamo voce in capitolo?

L’ipotesi neoliberale è stata smentita in modo spettacolare. Lungi dall’autoregolarsi, i mercati non vincolati sono stati salvati dal crollo solo dall’intervento del governo e da massicce iniezioni di denaro pubblico. Lungi dal produrre la prosperità universale, i tagli governativi ci hanno spinto ancor più profondamente nella crisi. E tuttavia questa stessa crisi è ora usata come scusa per applicare la dottrina ancor più ferocemente di prima.

E dunque dov’è l’élite economica? A contare i soldi che ha accumulato in paradisi fiscali non regolamentati. Trent’anni di neoliberalismo hanno consentito ai super-ricchi di distaccarsi dalle vite degli altri in misura tale che la crisi economica li tocca a malapena. Si può considerare ciò come un altro fallimento del mercato. Anche se sono toccati, i ricchi sono indubbiamente pronti a pagare un prezzo economico per i vantaggi politici – libertà dalle restrizioni della democrazia – che la dottrina offre.

Un programma che prometteva libertà e scelta ha invece prodotto qualcosa che assomiglia a un capitalismo totalitario, in cui nessuno può dissentire dalla volontà del mercato e in cui il mercato è diventato un eufemismo per la grande impresa. Offre libertà, poco ma sicuro, ma solo a quelli che stanno al vertice.

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Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo   www.znetitaly.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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