Mar 9 2019

I ricchi, i poveri e la manipolazione mediatica

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Decine e centinaia di migliaia di euro date dallo Stato ai ricchi ma nessuno protesta

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di Pio Russo Krauss

L’articolo 53 della Costituzione afferma che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Ciò significa che chi ha di più deve versare allo Stato proporzionalmente più di chi ha meno. Quindi le aliquote (percentuali di prelievo sulla ricchezza posseduta) devono crescere al crescere di quanto si possiede (per scaglioni di reddito, come avviene in Italia, o in maniera continua, come in Germania).

Nel 1974 in Italia c’erano 32 scaglioni di reddito con aliquote che andavano dal 10% al 72%. Nel 1983 sono state ridotte a 9 con aliquote che andavano dal 18% al 65%. Oggi sono solo 6, con aliquote che vanno dal 23% al 43%.

Come si vede, nel corso degli anni, è stato aumentato il prelievo su chi guadagna di meno e diminuito su chi guadagna di più, cioè si è ridotta la progressività del sistema tributario. Oggi una persona come Berlusconi, che guadagna 4,5 milioni di euro all’anno, viene tassato con la medesima aliquota di chi guadagna 75.000 euro. Se ci fossero ancora le aliquote del 1983 una persona come Berlusconi pagherebbe 1.300.000 euro di tasse in più di quanto ne paga ora. Quindi le riforme sulla tassazione fatte negli ultimi 36 anni hanno regalato ai super ricchi centinaia e milioni di euro ogni anno e hanno tolto soprattutto al ceto medio centinaia e migliaia di euro ogni anno.

A rendere meno progressiva la tassazione c’è anche l’escamotage dei redditi a tassazione separata. La stragrande maggioranza delle persone non ricche ha una sola fonte di reddito: il suo lavoro. La stragrande maggioranza dei ricchi e super ricchi ha invece una pluralità di fonti di reddito: il suo lavoro, i redditi da capitali (interessi, dividendi), quelli da imprese (partecipazioni e utili), quelli fondiari (fitti). Se questi redditi sono tassati separatamente, succede che una persona che ha un reddito da lavoro di 75.000 euro viene tassato con l’aliquota del 43% e un’altra persona che ha anche lui un reddito di 75.000 euro, ma risultante da 50.000 euro di reddito da lavoro e 25.000 euro da altri redditi, non sarà tassato con l’aliquota del 43%, ma con l’aliquota del 38% (che è l’aliquota dello scaglione compreso tra 28.000 e 51.645 euro) per i 50.000 euro di reddito da lavoro e con altre aliquote molto sotto il 43% per le altre tipologie di reddito (12,5% sugli interessi sui titoli di Stato, 21% per i redditi da affitti, 24% per i redditi da società di capitali, 26% sui guadagni sui depositi bancari).

Negli ultimi decenni mentre i governi aumentavano la tassazione sugli stipendi dei lavoratori dipendenti diminuivano le tasse sui redditi di impresa. Per esempio i redditi da società di capitale: erano tassati al 37% nel 2000, al 36% nel 2001, al 34% nel 2003, al 33% nel 2004, al 27,5 nel 2008, nel 2015 l’aliquota è stata portata al 24% (ma con decorrenza dal 2017). Una bella sequela di regali ai ricchi e super ricchi (sono sopratutto loro che hanno quote di società di capitale) con i soldi di tutti i contribuenti, ma soprattutto del ceto medio (in particolare dei lavoratori dipendenti, i cui stipendi sono rimasti al palo).

Insomma, grazie a questa riduzione delle tasse ai ricchi, lo Stato, di fatto, ha elargito loro ogni anno un paio di miliardi di euro. Si è calcolato che la sola riduzione dell’aliquota IRPEF ha fatto guadagnare nel solo 2016 ai 10.000 italiani più ricchi circa 100.000 euro ciascuno [1].

Oggi vi sono persone contrarie a dare qualche decina o centinaia di euro a chi non ha un reddito sufficiente per soddisfare i propri bisogni primari, un provvedimento da anni adottato in tutti i Paesi europei. Chi sa perché queste persone non hanno detto niente quando venivano elargite decine e centinaia di migliaia di euro ai super ricchi? Probabilmente perché non lo sapevano. C’è da chiedersi: perché quando si danno soldi ai ricchi e super ricchi non lo sa quasi nessuno, mentre se si danno soldi ai poveri o agli immigrati se ne fa un gran parlare e si grida allo spreco?

Note: 1) Artifoni R, De Lellis A, Gesualdi F: Fisco e debito: gli effetti delle controriforme fiscali sul nostro debito pubblico, CADTM, 2018

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Fonte: Associazione Marco Mascagna

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Approfondimento

OXFAM: Sfida l’ingiustizia

Rapporto Oxfam 2019: aumenta il divario tra ricchi e poveri nel mondo

ISTAT: La povertà in Italia

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Mag 24 2018

FMI e OCSE: ridurre le disuguaglianze e introdurre una tassa sui patrimoni

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Per rilanciare l’economia è prioritario ridurre le disuguaglianze e introdurre una tassa sui patrimoni: ora lo dicono anche il FMI e l’OCSE

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di Pio Russo Krauss

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale) per molti anni hanno predicato la necessità di riforme strutturali tese a ridurre le tasse, diminuire la spesa pubblica, liberalizzare i mercati anche tramite la privatizzazione di beni pubblici. Oggi entrambi hanno cambiato idea.

Il FMI, analizzando la situazione italiana, afferma che per ridurre il debito e mettere a posto i conti pubblici è necessario ridurre il carico fiscale sui lavoratori e aumentare quello su “ricchezze, immobili e consumi”, cioè introdurre una “patrimoniale soggettiva” (che tassi cioè il patrimonio complessivo della persona), reintrodurre la tassa sulla prima casa abolita dal Governo Renzi, e aumentare l’IVA sui beni non di prima necessità (ridotta dal Governo Berlusconi). Altri provvedimenti necessari per il FMI sono il sostegno alle fasce più deboli, il taglio della spesa primaria corrente e l’aumento degli investimenti [1].

L’OCSE, nell’ultimo rapporto [2], ammette che le ricette indicate in questi anni non hanno portato ai risultati sperati, ma ad una stagnazione economica e all’aumento delle disuguaglianze. In particolare il rapporto sottolinea che le disuguaglianze economiche risultano dannose per la crescita di lungo periodo e che le politiche strutturali non servono se non sono accompagnate da misure che distribuiscano in modo più equo la ricchezza prodotta.

Da tempo la maggioranza degli economisti ha richiamato l’attenzione sul ruolo delle disuguaglianze economiche e dell’aumento dei poveri come freno allo sviluppo economico: più poveri ci sono e più i consumi, e quindi le vendite, calano; più i disoccupati e i precari aumentano e più i salari diminuiscono e, quindi, aumentano i poveri; più i salari diminuiscono e più le imprese riescono a fare buoni utili anche vendendo meno e sono meno interessati all’innovazione; più il sistema produttivo è stagnante e meno è conveniente investire in esso, mentre diventa più conveniente dirottare i capitali in attività finanziarie; più aumenta la finanziarizzazione e più l’economia è instabile e a rischio di crisi.

L’ultimo rapporto dell’OCSE fa sua questa analisi e punta il dito soprattutto sul fatto che l’aumento di ricchezza da parte dei più ricchi non si traduce né in aumento dei consumi, né degli investimenti produttivi ma solo in un aumento delle attività finanziarie speculative e, più soldi si hanno più cresce la propensione a investire in attività finanziarie ad alto rischio.

Secondo l’OCSE se non si contrasta questa situazione le disuguaglianze andranno sempre più ad aumentare e l’economia sarà sempre più debole e instabile. Già ora nei 18 paesi OCSE il 40% più svantaggiato detiene solo il 3% della ricchezza. Il 10% più ricco/benestante possiede il 50% e l’1% più ricco ne detiene il 20%. Bisogna quindi levare soldi ai ricchi e darli ai poveri.

Il rapporto punta l’attenzione sulle politiche fiscali attuate in questi ultimi decenni, che hanno ridotto la progressività della tassazione (la fiscalità è progressiva se all’aumentare della ricchezza aumenta la percentuale del reddito o della ricchezza patrimoniale che va versata allo Stato: cioè chi più ha percentualmente deve pagare di più). In questi ultimi decenni vari Paesi hanno abrogato o ridotto le imposte patrimoniali e quelle di successione e hanno diminuito le aliquote per i redditi più alti e per i redditi da capitale e da impresa. Per esempio il valore medio dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è diminuita dal 47% al 24% tra il 1981 e il 2017, quello dell’aliquota applicata ai dividendi dal 75 al 42%, le aliquote medie IRPEF dei soggetti ad alto reddito: dal 65,7% nell’81 si sono ridotte al 41,4% nel 2008. Cioè si è dato tanto ai ricchi levandolo ai poveri (tramite tagli alla spesa sociale, aumento delle tariffe e blocco dei salari).

L’Italia tra i vari Paesi OCSE è tra quelli che più si è data da fare in questa assurda politica a favore di ricchi e benestanti e contro i poveri e le persone di basso reddito. Infatti:

– ha ridotto moltissimo la progressività fiscale. Nel 1974 vi erano 32 diversi scaglioni di reddito, l’ultimo quello sopra i 500 milioni (corrispondente a circa 2 milioni e 850 mila euro) pagava l’82% di quanto guadagnava. Oggi ci sono solo 5 scaglioni e l’ultimo paga solo il 43%. In questi anni e come se si fossero quasi dimezzate le tasse ai ricchi e raddoppiate le tasse alle persone di basso reddito;

– ha abolito la tassa sulla prima casa (anche se di lusso) e, in realtà, anche sulla seconda casa, perché lo Stato, in barba all’obbligo di coabitazione per i coniugi, permette che un coniuge abbia la residenza in un comune e l’altro lo abbia dove ha la seconda casa;

– ha ridotto le imposte di successione per i grandi patrimoni;

– ha diminuito le tasse per chi affitta case e palazzi;

– ha abolita l’IVA sui beni di lusso.

Per ridurre le disuguaglianze e favorire lo sviluppo economico bisognerebbe fare il contrario di quello che si è fatto in questi ultimi decenni. Ma, secondo l’OCSE, anche questo non è sufficiente ed è necessario che si introduca una “patrimoniale soggettiva”, cioè una tassa sulla ricchezza che tassi non solo alcuni possessi (le case, i terreni, ecc.), ma l’intero patrimonio di un soggetto (compresi titoli finanziari, imbarcazioni, auto, opere d’arte ecc.), in maniera progressiva (niente tassa patrimoniale per chi ha un patrimonio misero e tassa via via maggiore al crescere del patrimonio).

FMI e OCSE oggi dicono quello che gli economisti di sinistra stanno dicendo da molti anni (si vedano le proposte del gruppo Sbilanciamoci) [3].

Purtroppo il programma di governo di Lega e 5Stelle va in tutt’altra direzione da quella indicata dagli economisti di sinistra e, ora, anche dall’OCSE e dal FMI e continua (peggiorandola) l’assurda politica fiscale seguita dai governi di Destra e di Centrosinistra.

Il Fatto Quotidiano, che certo non è ostile ai 5Stelle-Lega, ha calcolato l’effetto che le due sole aliquote (comprese le deduzioni e il cumulo tra coniugi previste dall’accordo Lega-5Stelle) avrebbero sulle varie classi di reddito. Dividendo la popolazione italiana in 10 classi sulla base del reddito, l’effetto è il seguente: il 10% più povero in media pagherebbe solo lo 0,4% di tasse in meno, il 10% più ricco il 51,8% in meno [4].

In termini assoluti significa che chi guadagna meno di 8.174 euro all’anno non avrà nessun vantaggio, chi guadagna fino a 15.000 euro risparmierà al massimo 500 euro di tasse e chi guadagna sopra gli 80.000 euro avrà un vantaggio tra i 21.000 e vari milioni di euro di risparmio (quest’ultimo per i supericchi alla Berlusconi).

Insomma si continua nella politica fiscale a favore ricchi e benestanti e non dei poveri e delle persone di basso reddito.

Questo regalo a ricchi e benestanti costerà circa 50 miliardi di euro all’anno. Lega e 5Stelle dicono che la maggiore disponibilità di spesa da parte delle persone (ricche o benestanti) farà aumentare i consumi e quindi dovrebbe migliorare l’economia e le entrate. Credono cioè nella vecchia ricetta del FMI e OCSE ora criticata da questi stessi organismi. Il Corriere della Sera ci crede ancora e ha calcolato che se si verifica l’effetto positivo previsto potrebbero entrare circa 24 miliardi di nuove entrate [5]. Ma, anche così, una tale riforma costerebbe 26 miliardi di euro. Se si vogliono spendere 26 miliardi (o più realisticamente 50 miliardi), invece di fare un regalo ai ricchi non è meglio utilizzarli per contrastare le disuguaglianze, tutelare l’ambiente, ridurre i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie, potenziare i trasporti pubblici, l’istruzione, la ricerca scientifica e la tutela del patrimonio artistico e culturale?

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Fonte: giardinodimarco.it

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1) IMF: Fiscal Monitor: Capitalizing on Good Times, April 2018; 2) OECD: The role and Design of net wealth taxes in the OECD, 2018; 3) www.sbilanciamoci.org/controfinanziaria; 4) www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/15/flat-tax-m5s-lega-alla-classe-media-non-serve-la-meta-dei-risparmi-va-ai-ricchi/4356881; 5) www.ilpost.it/2018/05/18/costo-programma-lega-movimento-5-stelle.

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Ott 23 2015

Antonio “Il medico scalzo” catalizzatore d’umanità

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La follia di giovanni

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Il medico

di

Le dita di un signore tengono insieme una sigaretta e con le punte raccolgono i pezzi di vetro sparsi per la scrivania e li mettono nel posacenere, tra i mozziconi precedenti. E mentre il fumo della sigaretta sale ed esce verso la finestra dove prima c’era il vetro grande, quel signore racconta le storie dei pazienti che sono entrati lì e gli hanno chiesto una mano. E racconta di Dio. Di quando ha iniziato a lavorare all’Isola Tiberina come medico, più di venticinque anni fa. E quando racconta dei suoi cinque figli e dei due nipoti i baffi gli arrivano fino agli occhi strizzati al punto di fargli fare con le rughe, una sola riga tonda che fa un giro su tutto il volto.

Per arrivare a trovarlo nel suo ambulatorio bisognava arrivare a Piazza dei Decemviri, vicino a Cinecittà (periferia sud est di Roma), in un posto che a vederlo dovrebbe essere un giardino in uno spartitraffico. Fatto sta che in mezzo c’è uno container pieno di graffiti su tutti i lati. Da una parte c’è scritto “La follia di Giovanni”, dall’altra “assistenza sanitaria gratuita per chi non ne ha” con i giorni e gli orari di apertura. Dall’altra parte ancora c’è una finestra, una porta e la scritta: “Ambulatorio medico” su una bandiera della pace. Tutte scritte e disegni fatte dai writer.

Quella sera aveva trovato i vetri della finestra in tutto l’ambulatorio, ma non sembrava arrabbiato. Continuava a fumare e a raccogliere i pezzi di vetro nel posacenere e a parlare su una sedia bianca, di quelle di plastica, come se niente fosse. Nella stanza delle visite un lettino e una dispensa bianca con un lavabo. Raccontava di quanto fosse dura continuare a tenere aperto l’ambulatorio per lui che usciva dal Fatebenefratelli, all’Isola Tiberina, e che arrivava fino a Cinecittà a fare il medico per tutti, per chi aveva bisogno. E che era riuscito a coinvolgere altri medici che davano una mano all’ambulatorio. Raccontava delle sue iniziative con Alex Zanotelli. Diceva che quella era la follia di Giovanni perché San Giovanni di Dio è il nome dell’ospedale Fatebenefratelli, Giovanni Paolo XXIII era il papa alla base della sua formazione, Giovanni era il nome di Francesco d’Assisi e che lui lì, facendo il medico per tutti, faceva politica. E poi citava Tommaso D’Aquino e diceva “nell’estrema necessità i beni tornano ad essere di tutti cioè i poveri hanno il diritto di appropiarsene”. Lo aveva scritto anche su Facebook, che però non usava tanto.

La sera che avevano rotto i vetri dell’ambulatorio eravamo andati a incontrarlo con Antonio Marcello per fotografarlo e raccontare la sua storia in una mostra fotografica dedicata a chi presta cura e soccorso a chi ha bisogno. Si era voluto far fotografare vicino al lettino, con la sua borsa consumata, i capelli arruffati, senza sigaretta. Poi ci ha salutati e ha continuato a mettere i pezzi di vetro nel posacenere.

Alla notizia della morte hanno detto che era il “medico scalzo” o “il medico dei poveri”. Forse era più semplicemente il medico di tutti, il medico per chi non ne ha. Si chiamava Antonio Calabrò* e da domenica a Roma manca uno che rimetteva le cose a posto, che raccoglieva i pezzi di vetro o di persone e li rimetteva insieme.

* Cardiologo al Fatebenefratelli di Roma, Antonio Calabrò nel 2008 aveva creato il suo ambulatorio “di strada” in un container: qui visitava migranti e non, coinvolgendo amici medici e volontari, i salesiani come i centri sociali. Da quest’estate era ricoverato, per un grave virus al midollo: è morto domenica 18 ottobre. Qualche mese fa aveva confessato alla redazione di Comune di aver smesso di leggere i giornali, preferifa pochi blog e la newsletter di Comune. Antonio mancherà molto a noi e a quei pezzi di città che non smettono di ribellarsi facendo.

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Fonte: comune-info.net

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