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FMI e OCSE: ridurre le disuguaglianze e introdurre una tassa sui patrimoni

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Per rilanciare l’economia è prioritario ridurre le disuguaglianze e introdurre una tassa sui patrimoni: ora lo dicono anche il FMI e l’OCSE

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di Pio Russo Krauss

L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale) per molti anni hanno predicato la necessità di riforme strutturali tese a ridurre le tasse, diminuire la spesa pubblica, liberalizzare i mercati anche tramite la privatizzazione di beni pubblici. Oggi entrambi hanno cambiato idea.

Il FMI, analizzando la situazione italiana, afferma che per ridurre il debito e mettere a posto i conti pubblici è necessario ridurre il carico fiscale sui lavoratori e aumentare quello su “ricchezze, immobili e consumi”, cioè introdurre una “patrimoniale soggettiva” (che tassi cioè il patrimonio complessivo della persona), reintrodurre la tassa sulla prima casa abolita dal Governo Renzi, e aumentare l’IVA sui beni non di prima necessità (ridotta dal Governo Berlusconi). Altri provvedimenti necessari per il FMI sono il sostegno alle fasce più deboli, il taglio della spesa primaria corrente e l’aumento degli investimenti [1].

L’OCSE, nell’ultimo rapporto [2], ammette che le ricette indicate in questi anni non hanno portato ai risultati sperati, ma ad una stagnazione economica e all’aumento delle disuguaglianze. In particolare il rapporto sottolinea che le disuguaglianze economiche risultano dannose per la crescita di lungo periodo e che le politiche strutturali non servono se non sono accompagnate da misure che distribuiscano in modo più equo la ricchezza prodotta.

Da tempo la maggioranza degli economisti ha richiamato l’attenzione sul ruolo delle disuguaglianze economiche e dell’aumento dei poveri come freno allo sviluppo economico: più poveri ci sono e più i consumi, e quindi le vendite, calano; più i disoccupati e i precari aumentano e più i salari diminuiscono e, quindi, aumentano i poveri; più i salari diminuiscono e più le imprese riescono a fare buoni utili anche vendendo meno e sono meno interessati all’innovazione; più il sistema produttivo è stagnante e meno è conveniente investire in esso, mentre diventa più conveniente dirottare i capitali in attività finanziarie; più aumenta la finanziarizzazione e più l’economia è instabile e a rischio di crisi.

L’ultimo rapporto dell’OCSE fa sua questa analisi e punta il dito soprattutto sul fatto che l’aumento di ricchezza da parte dei più ricchi non si traduce né in aumento dei consumi, né degli investimenti produttivi ma solo in un aumento delle attività finanziarie speculative e, più soldi si hanno più cresce la propensione a investire in attività finanziarie ad alto rischio.

Secondo l’OCSE se non si contrasta questa situazione le disuguaglianze andranno sempre più ad aumentare e l’economia sarà sempre più debole e instabile. Già ora nei 18 paesi OCSE il 40% più svantaggiato detiene solo il 3% della ricchezza. Il 10% più ricco/benestante possiede il 50% e l’1% più ricco ne detiene il 20%. Bisogna quindi levare soldi ai ricchi e darli ai poveri.

Il rapporto punta l’attenzione sulle politiche fiscali attuate in questi ultimi decenni, che hanno ridotto la progressività della tassazione (la fiscalità è progressiva se all’aumentare della ricchezza aumenta la percentuale del reddito o della ricchezza patrimoniale che va versata allo Stato: cioè chi più ha percentualmente deve pagare di più). In questi ultimi decenni vari Paesi hanno abrogato o ridotto le imposte patrimoniali e quelle di successione e hanno diminuito le aliquote per i redditi più alti e per i redditi da capitale e da impresa. Per esempio il valore medio dell’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è diminuita dal 47% al 24% tra il 1981 e il 2017, quello dell’aliquota applicata ai dividendi dal 75 al 42%, le aliquote medie IRPEF dei soggetti ad alto reddito: dal 65,7% nell’81 si sono ridotte al 41,4% nel 2008. Cioè si è dato tanto ai ricchi levandolo ai poveri (tramite tagli alla spesa sociale, aumento delle tariffe e blocco dei salari).

L’Italia tra i vari Paesi OCSE è tra quelli che più si è data da fare in questa assurda politica a favore di ricchi e benestanti e contro i poveri e le persone di basso reddito. Infatti:

– ha ridotto moltissimo la progressività fiscale. Nel 1974 vi erano 32 diversi scaglioni di reddito, l’ultimo quello sopra i 500 milioni (corrispondente a circa 2 milioni e 850 mila euro) pagava l’82% di quanto guadagnava. Oggi ci sono solo 5 scaglioni e l’ultimo paga solo il 43%. In questi anni e come se si fossero quasi dimezzate le tasse ai ricchi e raddoppiate le tasse alle persone di basso reddito;

– ha abolito la tassa sulla prima casa (anche se di lusso) e, in realtà, anche sulla seconda casa, perché lo Stato, in barba all’obbligo di coabitazione per i coniugi, permette che un coniuge abbia la residenza in un comune e l’altro lo abbia dove ha la seconda casa;

– ha ridotto le imposte di successione per i grandi patrimoni;

– ha diminuito le tasse per chi affitta case e palazzi;

– ha abolita l’IVA sui beni di lusso.

Per ridurre le disuguaglianze e favorire lo sviluppo economico bisognerebbe fare il contrario di quello che si è fatto in questi ultimi decenni. Ma, secondo l’OCSE, anche questo non è sufficiente ed è necessario che si introduca una “patrimoniale soggettiva”, cioè una tassa sulla ricchezza che tassi non solo alcuni possessi (le case, i terreni, ecc.), ma l’intero patrimonio di un soggetto (compresi titoli finanziari, imbarcazioni, auto, opere d’arte ecc.), in maniera progressiva (niente tassa patrimoniale per chi ha un patrimonio misero e tassa via via maggiore al crescere del patrimonio).

FMI e OCSE oggi dicono quello che gli economisti di sinistra stanno dicendo da molti anni (si vedano le proposte del gruppo Sbilanciamoci) [3].

Purtroppo il programma di governo di Lega e 5Stelle va in tutt’altra direzione da quella indicata dagli economisti di sinistra e, ora, anche dall’OCSE e dal FMI e continua (peggiorandola) l’assurda politica fiscale seguita dai governi di Destra e di Centrosinistra.

Il Fatto Quotidiano, che certo non è ostile ai 5Stelle-Lega, ha calcolato l’effetto che le due sole aliquote (comprese le deduzioni e il cumulo tra coniugi previste dall’accordo Lega-5Stelle) avrebbero sulle varie classi di reddito. Dividendo la popolazione italiana in 10 classi sulla base del reddito, l’effetto è il seguente: il 10% più povero in media pagherebbe solo lo 0,4% di tasse in meno, il 10% più ricco il 51,8% in meno [4].

In termini assoluti significa che chi guadagna meno di 8.174 euro all’anno non avrà nessun vantaggio, chi guadagna fino a 15.000 euro risparmierà al massimo 500 euro di tasse e chi guadagna sopra gli 80.000 euro avrà un vantaggio tra i 21.000 e vari milioni di euro di risparmio (quest’ultimo per i supericchi alla Berlusconi).

Insomma si continua nella politica fiscale a favore ricchi e benestanti e non dei poveri e delle persone di basso reddito.

Questo regalo a ricchi e benestanti costerà circa 50 miliardi di euro all’anno. Lega e 5Stelle dicono che la maggiore disponibilità di spesa da parte delle persone (ricche o benestanti) farà aumentare i consumi e quindi dovrebbe migliorare l’economia e le entrate. Credono cioè nella vecchia ricetta del FMI e OCSE ora criticata da questi stessi organismi. Il Corriere della Sera ci crede ancora e ha calcolato che se si verifica l’effetto positivo previsto potrebbero entrare circa 24 miliardi di nuove entrate [5]. Ma, anche così, una tale riforma costerebbe 26 miliardi di euro. Se si vogliono spendere 26 miliardi (o più realisticamente 50 miliardi), invece di fare un regalo ai ricchi non è meglio utilizzarli per contrastare le disuguaglianze, tutelare l’ambiente, ridurre i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie, potenziare i trasporti pubblici, l’istruzione, la ricerca scientifica e la tutela del patrimonio artistico e culturale?

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Fonte: giardinodimarco.it

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1) IMF: Fiscal Monitor: Capitalizing on Good Times, April 2018; 2) OECD: The role and Design of net wealth taxes in the OECD, 2018; 3) www.sbilanciamoci.org/controfinanziaria; 4) www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/15/flat-tax-m5s-lega-alla-classe-media-non-serve-la-meta-dei-risparmi-va-ai-ricchi/4356881; 5) www.ilpost.it/2018/05/18/costo-programma-lega-movimento-5-stelle.

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I lavoratori dipendenti italiani tra i più protetti d’Europa? Ma mi faccia il piacere!

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Le fandonie sui lavoratori troppo protetti

In Italia i lavoratori sono meno protetti che in Francia e Germania. L’accanimento sull’art.18 è inutile e solo simbolico. Il vero problema è la scarsa produttività del sistema

Il Governo ha approvato il testo del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro da presentare alle Camere. La sostanza delle variazioni apportate all’assetto del mercato è relativamente limitata e non va sempre nel senso di un miglioramento. Salvo alcuni effetti di breve periodo auspicabilmente positivi derivanti dall’introduzione dell’Aspi, l’altra principale modifica, quella dell’art.18 potrebbe portare essenzialmente ad un aumento del contenzioso, peggiorando i rapporti di lavoro. Sembra quasi che le ragioni della riforma siano essenzialmente di natura cosmetica (abbattimento di simboli che denoterebbero l’attuale presunto ingessamento del mercato del lavoro italiano). Una ventata di liberismo, da lungo tempo auspicata dalla grancassa mobilitata dal più becero capitalismo nostrano e stranamente sostenuta e utilizzata in alcuni ambienti accademici, doveva essere il suggello della positiva novità apportata dal governo Monti alla licenziabilità dei lavoratori a tempo indeterminato.

È strano però che questa ripetizione di falsità che accreditano l’idea di lavoratori italiani eccessivamente protetti non regga il confronto dei dati. A parte il fatto che ormai 3/4 dei nuovi lavori sono di carattere temporaneo e assolutamente non protetti, ciò che accomuna l’Italia a pochi altri paesi europei, quella che è stata per anni la stessa giustificazione di questa anomalia, ossia l’esistenza di lavoratori a tempo indeterminato eccessivamente protetti, è infondata. Infatti, l’indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori permanenti elaborato dall’Ocse è in Italia inferiore da tempo a quello dei nostri principali concorrenti, in primis Francia e Germania (in una scala di crescente protezione, 1,69 contro 2,60 e 2,85, rispettivamente, nel 2008) (cfr. Figura 1).


Scala da “0” (massima possibilità di licenziare) a “6” (minima possibilità di licenziare). Protezione dei lavoratori permanenti contro i licenziamenti individuali

Fonte: OECD indicators on Employment Protection (Version 2 - Last updated 24-09-2010) - OCSE

Figura 1 – Protezione dell’occupazione in alcuni paesi dell’Unione Europea 2008

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Si sono perciò preferiti target simbolici rispetto ad obiettivi reali, eludendo il principale problema del quale soffre il nostro sistema economico, quello della bassa crescita della produttività. Per ciò che si è appena detto, questo problema non può avere fondamento in una scarsa collaborazione dei lavoratori dovuta alla loro elevata protezione. La scarsa dinamica della produttività non è imputabile a lavoratori fannulloni perché protetti, semplicemente perché la nostra legislazione non protegge i lavoratori più di quanto essi non siano protetti all’estero; anzi, li protegge di meno. Ciò a cui essa va invece imputata è l’incapacità della nostra classe dirigente, sia imprenditori sia politici. I primi hanno seguito strategie aziendali di breve respiro, che sono risultate negative per il nostro sistema economico (scarsa innovazione tecnologica e organizzativa e mancato riposizionamento della specializzazione produttiva). I secondi hanno peggiorato la performance del settore pubblico, contribuendo negativamente ai fattori esterni all’impresa che influenzano la produttività.

Ma il paese sembra avere le energie per rinascere. Si tratta soltanto di individuare le modalità per valorizzarle, anziché farle retrocedere nella spirale che ha operato a partire dagli anni Novanta, per gli effetti prodotti sulle strategie aziendali dalla tregua salariale, prima, e dall’’invenzione’ di soluzioni di ripiego come quella del lavoro temporaneo, nonché per le conseguenze negative della ridotta efficienza del settore pubblico. Partendo da produzioni mature, con limitati incrementi di produttività che ‘giustificano’ una bassa dinamica salariale e, negli intendimenti dell’attuale governo, con liberalizzazioni tendenti a ridurre le presunte incrostazioni del mercato del lavoro, ma che abbassano ulteriormente i salari si riducono ulteriormente le spinte alla crescita della produttività e si rimane confinati entro le nicchie delle produzioni mature.

La ricetta non può dunque essere il liberismo, ma proprio quella di un’appropriata concertazione tra le forze sociali più produttive e il policy maker, criticata invece da Monti in molteplici dichiarazioni, che ne ha enfatizzato alcuni aspetti deteriori della pratica italiana. Il Presidente ne ha però dimenticato le potenzialità e, al tempo stesso, ha sottovalutato i danni della soluzione alternativa, fondata su un liberismo spinto, specialmente se applicato ad un mercato, quello del lavoro, nel quale l’oggetto del lavoro non riguarda cose, ma coinvolge la vita, le aspirazioni e i sentimenti di persone. Dopo le mancate concertazioni sulla riforma delle pensioni, sugli ammortizzatori sociali e soprattutto sui criteri di licenziabilità dei singoli lavoratori, appare estremamente difficile poter contare sulla collaborazione del movimento dei lavoratori per affrontare eventuali ulteriori sacrifici, qualora non si riuscisse a contenere le bramosie degli speculatori internazionali, dei corrotti della politica e degli evasori-elusori fiscali.

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Fonte: Sbilanciamoci.info

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