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Romney – Obama: l’alternativa non è tra destra e sinistra. E’ tra Obama e morte.

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Se vince Romney

di Nicola Melloni

Per molti, a sinistra, il primo mandato di Obama è stato deludente. Tante le cose che non sono state fatte, tante quelle fatte in maniera parziale. La mancata chiusura di Guantanamo grida vendetta. La riforma sanitaria di modesta portata, ben diversa dalla copertura universale che si credeva, a torto, essere quella proposta dal Presidente. E la riforma della finanza è stata timida, incompleta, che si limita a mettere qualche granello di sabbia nei ben oliati meccanismi di Wall Street. Ma nulla di più.
Deludente, quindi? Sì, forse, per quei tanti che si erano fatti coinvolgere dall’affascinante retorica di Barack. Ma che ben poco conoscono le logiche della politica americana. Un sistema che limita fortemente qualsiasi deviazione dal mainstream liberista. Obama ha fatto quello che poteva (e forse, fin dall’inizio voleva) fare. Nulla di meno.
Il grande equivoco c’è stato perché si è pensato che nel 2008 avesse vinto la sinistra, moderata quanto vogliamo, ma pur sempre sinistra. Ma il partito democratico non è, da almeno qualche decennio, un partito di sinistra. E’ un partito che farebbe sembrare un rivoluzionario terzomondista anche il suo più scatenato fan, il da poco pensionato Walter Veltroni. In America, i finanziamenti delle campagne elettorali – e dunque l’attività di tutti e due i partiti e del parlamento – sono controllate dalle lobby e dalle corporation, che sono l’unico vero dominus della politica a stelle e strisce.  Quello che i poteri forti non vogliono, semplicemente, non lo si fa ed anche un presidente più coraggioso non avrebbe avuto alcuna reale possibilità di cambiare le regole del gioco.
Questo però non vuol dire che non ci sia differenza tra Obama e Romney. Il Great Old Party, il partito repubblicano, è infatti un partito estremista ed una sua vittoria potrebbe provocare danni inimmaginabili. Vediamo con ordine cosa si propone di fare Romney una volta eletto presidente. Il primo punto del programma è la cancellazione della riforma sanitaria di Obama che tanto aveva scatenato le ire dei Tea Party. I repubblicani vogliono tagliare i fondi di MedicAid, togliendo la copertura sanitaria a circa 45 milioni di cittadini e propongono di sostituire la copertura federale data da Medicare con un sistema di voucher – a là Formigoni – con cui ogni cittadino anziano potrà decidere che tipo di assicurazione sottoscrivere. Il discorso è sempre lo stesso che sentiamo da anni, più mercato, meno stato, meno burocrazia, costi inferiori, servizi migliori. Una marea di balle. Nel 2007 la spesa pro-capite americana per i servizi sanitari raggiungeva l’allucinante cifra di 7.290$. Tanto per intenderci, la spesa pro-capite in Norvegia nello stesso anno era di 4.763$. Un business gigantesco fatto sulla pelle dei cittadini, sulla loro salute – e come potrebbe essere altrimenti se si trasforma la sanità in una macchina per fare profitti (questo fanno, legittimamente, le compagnie private)?
Naturalmente poi, se i voucher non saranno abbastanza consistenti da comprare una buona assicurazione questo sarà un problema del cittadino, che dovrà dunque farne a meno, o accontentarsi di un piano assicurativo insufficiente. Non ci può dunque sorprendere che gli Usa siano lo stato “occidentale” con la più bassa aspettativa di vita e con una mortalità infantile superiore a quella di Cuba.
Per quanto riguarda la finanza, Romney vuole ovviamente abolire la modesta riforma Dodd-Frank, supportato in massa da tutte le più grandi compagnie finanziarie. Il candidato repubblicano non dice neppure con cosa vorrebbe rimpiazzarla, probabilmente con nulla, riportando le lancette indietro al 2007 e alle fittizie regole che permisero la crescita sregolata della finanza e la sua successiva esplosione. Per rilanciare l’economia invece il piano è più chiaro. Il primo passo prevede una guerra commerciale contro la Cina, accusata di tenere artificialmente basso il valore del renminbi. Proprio quello che ci vuole per stabilizzare l’economia mondiale.
Sul piano domestico, invece, basta investimenti pubblici (già scarsi con Obama, ma che per quanto modesti almeno avevano leggermente ravvivato l’economia americana) e soprattutto il ritorno ad un grande classico repubblicano: meno tasse per i ricchi, proprio quello che aveva cominciato a fare prima Reagan – con risultati disastrosi – e poi di nuovo Bush junior – creando così quel gigantesco debito che tanto terrorizza gli americani. E per finanziare tasse più basse, giù di accetta sui servizi pubblici. A loro modo, i Repubblicani credono di aver individuato il problema dell’economia americana: i ricchi guadagnano troppo poco, e i poveri sono troppo sovvenzionati. Discorso per altro in linea con quanto disse Romney in un famoso fuori onda poco tempo fa, spiegando che non gli interessava di quel quasi 50% di cittadini con  redditi talmente bassi da non pagare nemmeno le tasse. Figuriamoci se devono essere i ricchi, che tanto han sudato, a dover pagare per le spese.
L’America di Romney è una America egoista, gretta e cattiva. E’ quella dei suoi amici repubblicani che vogliono vietare l’aborto anche in caso di stupro – il concepimento è comunque volere di Dio, e guai a opporsi alla Sua volontà. E’ l’America di Stand your Ground, la legge passata in qualche decina di stati (a maggioranza repubblicana), che trasforma qualsiasi cittadino in un potenziale giustiziere della notte – se qualcuno, magari un nero, si aggira sospetto nel vostro vicinato potete affrontarlo e magari sparargli e ammazzarlo senza incorrere in alcuna sanzione penale – esattamente quello che successe a Trayvon Martin, ucciso senza colpe in Florida all’inizio di quest’anno.
Insomma, l’America di Romney è quella che va in guerra (per ora solo commerciale) con la Cina, si accanisce sui poveri, lascia morire vecchi e malati e incoraggia la giustizia privata a colpi di fucile. L’alternativa non è tra destra e sinistra. E’ tra Obama e morte.

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Fonte:  Controlacrisi.org

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L’ESTELLE E’ STATA FERMATA

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DALLA REDAZIONE

Aggiornamento:Un comunicato dell’esercito afferma che il raid è stato condotto “in conformità al diritto internazionale.”

Aggiunge inoltre che le forze della marina hanno proceduto secondo le direttive del governo israeliano “dopo tutti i tentativi di impedire alla nave di raggiungere la Striscia di Gaza sono stati effettuati, sia attraverso il contatto diretto sia per via diplomatica, ma senza alcun risultato.”

“L’abbordaggio è stato effettuato solo dopo numerose chiamate ai passeggeri a bordo, a causa della loro mancanza di volontà di cooperare e dopo aver ignorato le chiamate di cambiare rotta, la decisione è stata quindi di salire a bordo della nave e condurla al porto di Ashdod”.

L’esercito ha detto le sue forze hanno preso misure per garantire la sicurezza dei passeggeri senza usare la usare la forza. I passeggeri “sono stati seguiti ed stato offerto loro cibo e bevande.”

Aggiornamento: Su istruzioni del ministro Giulio Terzi, l’ambasciata italiana a Tel Aviv si e’ immediatamente attivata e, in raccordo con la Farnesina, segue costantemente l’evolversi della situazione per assicurare ogni assistenza affinche’ venga garantita l’incolumita’ del nostro connazionale che risulta imbarcato sulla Flotilla”. Lo afferma una nota della Farnesina dopo l’abbordaggio della Estelle da parte della Marina israeliana.

Aggiornamento: l’Estelle è stata costretta a sirigersi verso il porto di Ashdod mentre l’equipaggio sembra essere in stato d’arresto. Intanto la marina militare fa sapere che la nave è stata abbordata pacificamente e senza violenza. Una conferenza stampa si terra questo pomeriggio alle 13:30 a Gaza per esprimere solidarietà con i passeggeri dell’Estelle.

Alle 10:15 di questa mattina la nave partita dalla Svezia e diretta a Gaza per rompere l’embergo imposto da Israele è stata affiancata da 5 o 6 navi israeliane. Secondo le prime notizie soldati israeliani mascherati avrebbero tentato di salire a bordo. Gli attivisti sembrerebbero essere in stato d’arresto.

L’Estelle si trova in acque internazionali, ad oltre 30 miglia nautiche da Gaza. Israele aveva annunciato nei giorni scorsi la netta contrarietà a lasciar arrivare la nave nella Striscia. Pressioni erano state fatte direttamente sui governi dei membri dell’Estelle ed in particolare sul governo svedese. Sulla nave anche 5 parlamentari di Grecia Svezia Norvegia e Spagna.

Israele negli ultimi giorni si era rivolto anche all’Onu, avvertendo l’organizzazione che in mancanza di un suo intervento avrebbe provveduto da solo a fermare l’Estelle, creando una certa preoccupazione tra gli attivisti che ricordano ancora molto bene l’attacco israeliano alla prima Freedom Flottilla, la Mavi Marmara, quando oltre 9 attivisti furono uccisi in accue internazionali. Ancora nessuno per quell’attacco è stato condannato.

Presto nuovi aggiornamenti.

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Per maggiori info sull’Estelle:

La Estelle domani nel mare di Gaza

Israele a Onu: fermate Estelle o la fermeremo noi

Estelle, Israele minaccia la Finlandia

L’Estelle naviga verso Gaza, Napoli un punto di svolta?

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Fonte: NENA News

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Diaz: De Gennaro incompatibile con l’incarico di governo

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Pubblichiamo il commento di Vittorio Agnoletto sulla sentenza Diaz.

Le motivazioni della sentenza Diaz sono di estrema importanza. Stabiliscono infatti definitivamente che l’assalto alla scuola fu totalmente immotivato e avvenne in assenza di qualunque provocazione; individuano precise responsabilità in tutta la catena di comando, dai dirigenti presenti davanti alla scuola fino ai vertici nazionali della polizia, senza nessuna esclusione, cancellando così qualunque tentativo di relegare le responsabilità delle violenze a qualche singola “mela marcia”.

Ma il punto più importante delle motivazioni oggi depositate è l’esplicito coinvolgimento di De Gennaro nelle responsabilità della notte cilena; infatti secondo la Cassazione l’ordine di De Gennaro di procedere ad arresti di massa prevalse sulla necessità di rispettare la legalità durante la perquisizione. De Gennaro non è stato condannato perché non era imputato in questo processo, ma, dopo quanto ha scritto la Cassazione, la sua permanenza nel governo Monti come sottosegretario alla sicurezza è incompatibile con la lealtà democratica e il rispetto della Costituzione che deve avere chi è chiamato a ricoprire ruoli di tale responsabilità. Mi auguro che ci sia qualche parlamentare che abbia un sussulto di dignità e ne chieda le immediate dimissioni.

Il coinvolgimento di De Gennaro da parte della Corte di Cassazione apre anche un’altra questione di enorme importanza: è impensabile che il capo della polizia di allora abbia potuto assumere simili decisioni senza il coinvolgimento, o almeno senza aver informato il governo nelle figure del Presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno, nelle persone di Berlusconi e Scajola, che dovrebbero essere chiamati pubblicamente a rispondere delle loro responsabilità.

Le motivazioni della sentenza restituiscono dignità e speranza ad una generazione e a centinaia di migliaia di giovani che, andati a Genova per manifestare per un mondo migliore, sono stati prima stritolati dalla violenza dello stato e poi criminalizzati come se fossero dei delinquenti.

Vittorio Agnoletto, portavoce del GSF – Genoa Social Forum- nel luglio 2001.

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Fonte:  Pressenza

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