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La scuola e la patetica resa dei bimbi

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Scuola elementare americana: Boris e Peggy

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“…Ecco un altro esempio addotto da Henry (professore americano di antropologia e sociologia):

Boris trovava difficoltà nel ridurre 12/16 ai minimi termini…L’insegnate gli chiese tranquillamente se quello fosse il massimo cui poteva arrivare;… Dopo un minuto o due si volta verso la classe e dice: ‘Bene, chi sa dire a Boris qual’è il divisore? Si leva una foresta di mani, e l’insegnante chiama Peggy. Peggy dice quattro è il massimo comun divisore.

E questo è il commento di Henry:

L’insucesso di Boris rese possibile il successo di Peggy; la sua infelicità è un’occasione per l’esultanza di lei: ecco una situazione tipica dell’attuale scuola elementare americana. Ad un indiano Zuni, Hopi o Dakota l’esibizione di Peggy sembrerebbe incredibilmente crudele, perché la competizione, lo strappare il successo mediante l’altrui fallimento, è una forma di tortura estranea a quelle culture non competitive.

La tesi di Henry è che in pratica l’educazione non è mai stata uno strumento per rendere liberi la mente e lo spirito dell’uomo, ma al contrario per costringerli. Crediamo di volere nei fanciulli la creatività, ma cosa vogliamo che creino?

Il compito della scuola è quello di indurre i bambini a voler pensare nel modo in cui la scuola vuole che pensino. “Ciò che vediamo” nei giardini d’infanzia e nei metodi delle prime classi americane, dice Henry, “è la patetica resa dei bimbi”

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Dal Libro “La politica dell’esperienza” – Ronald Laing (Feltrinelli 1967)

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Approfondimento

Ronald Laing

L’uomo attuale – secondo Ronald D. Laing

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Padova – Giornata nazionale di studi : senza ergastoli. Per una società meno vendicativa

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Ristretti Orizzonti – Centro di Documentazione Due Palazzi – Casa di Reclusione di Padova – Università di Padova

 

 Giornata nazionale di studi

 Senza ergastoli. Per una società meno vendicativa

Venerdì 6 giugno 2014, ore 9.30-16.30, Casa di Reclusione di Padova

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Durante un incontro con i detenuti di Ristretti Orizzonti, Agnese Moro sull’ergastolo ha detto che “L’ergastolo è come dire ad una persona ‘ti vogliamo buttare via’, ma io non voglio buttare via nessuno”.

In Italia gli ergastolani condannati in via definitiva al 31 dicembre del 2013 erano 1.583. Circa la metà si trova nei circuiti differenziati, tra regime di Alta Sicurezza e 41 bis. Questo significa che una buona parte di loro è esclusa dalle misure alternative al carcere.

In nome della sicurezza le emergenze non hanno mai una fine e le continue richieste di inasprimenti delle pene hanno portato all’aumento delle condanne all’ergastolo. Ormai, le condanne considerate “esemplari” non vengono date solo per reati legati al crimine organizzato, ma anche per reati in famiglia, dove le storie ci insegnano come la funzione deterrente della pena non ha alcuna efficacia. Ma si può ancora sognare una società che si rifiuta di condannare a vita i suoi membri?

Abbiamo organizzato una giornata di studi rivolta a tutti sul tema dell’ergastolo perché pensiamo che occorre aprire un dibattito, non tra gli “addetti ai lavori” ma dentro alla società, su una giustizia più mite, perché crediamo che un sistema penale più umano renda la società più civile.

“Senza l’ergastolo. Per una società meno vendicativa” è un convegno promosso dall’Università, ma che si svolge in un carcere, poiché queste due realtà, apparentemente lontane, dovrebbero collaborare per dare vita ad un processo di trasformazione culturale, affinché si possa convivere senza il desiderio “di buttare via nessuno”.

1)“No, questa non è giustizia, dovevano dargli non trent’anni ma l’ergastolo!”

Solitamente, si sente parlare di ergastolo quando qualche fatto di cronaca, per la sua stessa natura oppure per una costruzione mediatica, fa inorridire l’opinione pubblica a tal punto, che la condanna è accolta con soddisfazione solo se cala sulla testa del colpevole la spada del carcere a vita. Ci domandiamo allora che cosa è la giustizia: “ottenere giustizia” può essere davvero una questione di anni di galera comminati?

Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, uomo politico e giurista ucciso dalle BrigateRosse il 9 maggio del 1978

Intervento di un detenuto ergastolano

 

2) Una società libera dall’ergastolo è possibile?

L’idea della pena che c’è oggi è sempre ed esclusivamente l’idea che la pena deve fare soffrire, e la sofferenza deve essere prima di tutto fisica. Se dolore deve essere, ci può essere “un altro tipo di sofferenza”, un’altra pena anche per reati gravissimi?

Massimo Pavarini, Professore ordinario di diritto penale, Università di Bologna

Intervento di un detenuto ergastolano

 

3) L’ergastolo sta dentro o sta fuori l’orizzonte costituzionale della pena?

L’ordinamento italiano prevede l’ergastolo declinandolo al plurale: comune (art. 22 c.p..), con isolamento diurno (art.  72  c.p.), ostativo (art. 4-bis ord. penit.). Sovraordinata alla legge, c’è però una Carta costituzionale che esige una pena finalizzata alla risocializzazione del reo (art. 27, 3° comma), rifiuta ogni trattamento contrario al senso di umanità (art. 27, 3° comma), vieta la pena di morte (art. 27, 4° comma), vieta la tortura (art. 13, 4° comma), e riconosce come sempre possibile l’errore giudiziario (art. 24, 4° comma). La domanda è giuridicamente doverosa: gli ergastoli rispettano la legalità costituzionale?

Andrea Pugiotto, Professore di diritto costituzionale, Università di Ferrara

Intervento di un detenuto ergastolano

 

4) Si può inasprire ancora il regime di 41-bis?

Sono ormai 20 anni che assistiamo a continui inasprimenti del regime di 41-bis. Tuttavia, dopo le minacce di Toto Riina contro il magistrato De Matteo, registrate e poi trasmesse dai media, il ministro Alfano ha chiesto un ulteriore indurimento. Ma è rimasto ancora qualcosa da togliere nella vita di quei 600 detenuti, quasi tutti ergastolani, segregati in regime di 41-bis?

Maurizio Turco, già parlamentare radicale, autore diTortura democratica. Inchiesta su «La comunità del 41 bis reale»”.

Intervento di un detenuto ergastolano

 

5)Per un ripristino dei diritti sospesi, dopo vent’anni di emergenza mafia

Parlare dell’ergastolo ostativo ci costringe a sollevare il problema di una legge nata sull’onda emotiva delle stragi mafiose di vent’anni fa. Quella legge forse aveva un senso in quel momento storico, ma se l’emergenza implica la sospensione di alcuni diritti per un limitato periodo di tempo, non è giunta l’ora di considerare l’emergenza conclusa e ripristinare tutti i diritti sospesi?

Luciano Eusebi, Professore di diritto penale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

Intervento di un detenuto ergastolano

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6)Ergastolo ostativo e collaborazione inesigibile

L’art. 4-bis fa coincidere il sicuro ravvedimento esclusivamente con un comportamento di collaborazione fruttuosa con la giustizia. Ma ci sono anche storie di detenuti che non collaborano perché non sanno, o perché non vogliono mettere a rischio la vita dei propri famigliari. Dopo tanti anni di pena, la collaborazione può essere considerata ormai inesigibile?

Carmelo Musumeci e Biagio Campailla, detenuti ergastolani della redazione di Ristretti Orizzonti

 

7)Ma quando un condannato all’ergastolo sarà fuori?

Sempre di più dobbiamo fare i conti con l’ipocrisia di chi dice che l’ergastolo nei fatti non c’è più, perché dopo 26 anni si può ottenere la liberazione condizionale. È vero?

Elton Kalica, Ristretti Orizzonti

Intervento di un detenuto ergastolano

 

8)L’ergastolo come cancellazione fisica per le famiglie

Se lo Stato dovrebbe stare tra la vittima e l’autore di reato come un’entità che sanziona le condotte illegali senza cercare la vendetta, come si può definire uno Stato che in nome delle vittime ricorre sempre di più alla pena estrema, all’ergastolo? Nonostante la Costituzione dica che la pena non può consistere in un trattamento inumano e degradante, l’ergastolo ostativo cancella il condannato dalla società, negando alla famiglia anche la speranza di riavere il proprio caro, vivo.

Ornella Favero, giornalista, direttore di Ristretti Orizzonti

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9) Condannato all’ ergastolo, ma avere un padre è un mio diritto

Si prevede l’intervento di alcuni famigliari di ergastolani ostativi

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10)Una battaglia radicale contro il carcere a vita

Per parlare di temi delicati come l’ergastolo non si dovrebbe più dire “non è il momento, la situazione è difficile…”. DEVE essere sempre il momento per fare con coraggio una battaglia culturale per una giustizia più mite.

Rita Bernardini, segretario nazionale Partito Radicale Italiano

 

Modera Giuseppe Mosconi,Professore Ordinario di Sociologia del diritto, Università di Padova

Interverrà con alcuni pezzi musicali, la pianista e compositrice Alessandra Celletti

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Fonte: Ristretti Orizzonti

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Mujica: “Ecco cosa fare contro la violenza negli stadi”

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Violenza calcio uruguay

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«Basta con questa irrazionalità e con questa stupidaggine. Non possiamo continuare così, bisogna reagire… o fermiamo questo fenomeno o non potremo continuare ad avere il piacere degli spettacoli dello sport…dovremo fermare il calcio“. Prima di queste affermazioni il presidente dell’Uruguay Josè Mujica aveva chiesto insieme alla federcalcio alle due più importanti squadre locali, Nacional e Penarol, i nomi degli ultrà violenti ma senza alcuna risposta. Allora è passato dalle parole ai fatti:  prima ha ritirato tutti gli agenti di polizia per la sicurezza dagli stadi, azione che ha costretto alle dimissioni il Consiglio della Federcalcio locale,  e poi ha fermato il campionato.

Questo significa dare un segnale forte contro le violenze ed il razzismo negli stadi. Ma questa decisione è ancora più importante perché significa far prevalere l’interesse sociale su quello economico.

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