Daily Archives: 20/12/2012

Elezioni politiche 2013: vogliamo un paese per donne

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Il nostro Paese attraversa una congiuntura difficile e pericolosa e ha bisogno di energia e coesione per affrontarla.

Le donne italiane, dai margini della vita pubblica e lavorativa in cui sono ancora costrette, sanno che ci sono le risorse per cambiare e lo hanno già dimostrato rivendicando dignità il 13 febbraio 2011 e aprendo così una stagione di risveglio civile.

Si cambia la politica se le donne vi avranno voce e forza. Si cambia se si ascolta il paese e lo si rimette insieme indicando una comune idea di civiltà che ha il suo centro nel progetto dell’unione politica dell’Europa.

Noi vogliamo per l’Italia il medesimo grande futuro che vogliamo per le nostre bambine e i nostri bambini e vogliamo che si realizzino quelli che ancora sembrano desideri impossibili: diventare madri, avere un lavoro, un’impresa, una scuola di qualità, fare ricerca, unire Sud e Nord, affermare la propria personalità e sentirsi parte di una vita e di una storia comune.

Sappiamo che si può fare, se si vincono resistenze e diffidenze.

Per questo noi, donne di diverso orientamento culturale, religioso, politico– dentro e fuori le istituzioni – chiediamo a tutti i partiti e movimenti politici, per meritarsi il voto delle donne italiane nelle prossime elezioni politiche e amministrative:

-la formazione di liste paritarie (con alternanza donna uomo) allo scopo di raggiungere l’effettiva parità tra uomini e donne, 50 e 50, nei luoghi della decisione pubblica,

-la riduzione drastica dei costi della politica, a partire dalle spese elettorali, trasparenza e democrazia nella vita interna dei partiti politici.

– l’inserimento nei loro programmi di alcune basilari misure per cominciare a fare dell’Italia un paese per donne e uomini, come:

  • un welfare che consenta l’occupazione femminile e offra alle famiglie indispensabili servizi di cura per le bambine e i bambini, le persone anziane e quelle disabili,
  • politiche contro la precarietà lavorativa di giovani e donne,
  • l’estensione dell’indennità di maternità e del congedo di paternità obbligatorio,
  • il contrasto della violenza contro le donne e del femminicidio,
  • la ridefinizione del servizio pubblico radiotelevisivo italiano in funzione di una nuova idea di cittadinanza, per una rappresentazione rispettosa e plurale delle donne,
  • la promozione di una cultura di genere a tutti i livelli dell’educazione,
  • la pienezza dei diritti civili per tutte le donne, omosessuali ed eterosessuali, italiane e straniere, e la cittadinanza per chi nasce in Italia,
  • la difesa e l’applicazione della 194 su tutto il territorio,
  • l’obbligo di valutazione dell’impatto di genere di tutti i provvedimenti legislativi e governativi, in linea con le raccomandazioni europee.

Vogliamo siano candidate ed elette numerose donne, forti ed autorevoli, che si impegnino a modificare la realtà e l’immagine delle italiane, ad agire per un’effettiva democrazia paritaria nelle istituzioni, nella vita economica e sociale, nelle relazioni familiari e nella informazione e comunicazione. Per fare dell’Italia una nazione più giusta, più forte, più coesa, più autorevole in Europa e nel mondo.

Se Non Ora Quando?

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Fonte: senonoraquando.eu

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Quando gli stati salvano le banche

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di Chiara Filoni

Lunedì scorso sono arrivati i primi 3,9 miliardi di euro da parte del Tesoro Italiano con destinazione Monte dei Paschi di Siena, approvati dalla Commissione Europea in cambio di un piano di ristrutturazione del debito. Questo prestito, si legge nella nota della Commissione, consentirà alla banca di conformarsi alle raccomandazioni dell’autorità bancaria europea (Eba) e costituirà una riserva supplementare temporanea di patrimonio per contrastare la sua esposizione al rischio di debito sovrano.

Galeotta fu la nascente Unione bancaria europea di qualche giorno fa tra i 27 ministri economici dell’Unione, a favore di un piano di ricapitalizzazione (propagandisticamente meglio definita come “vigilanza bancaria”) da parte della BCE per quelle banche con un patrimonio superiore ai 30 miliardi di euro (per il resto delle banche, l’accordo prevede saranno gli stati nazionali a provvedere).

Spiacente, si fa per dire, per tutti coloro che credevano che in Italia non ci sarebbero stati salvataggi bancari grazie alla indubitabile stabilità di cui gli istituti finanziari si supponeva godessero.

Ecco appunto, perché di salvataggio si parla nel caso della Mps. Che tra l’altro, come anticipato da Standard & Poor’s il 6 dicembre, potrebbe non essere sufficiente per impedire comunque un deterioramento in materia di capitale della banca, la quale, è bene sottolineare, era stata classificata dall’agenzia nella categoria “speculativa”.

A detta dei ministri comunque la decisione dell’unione bancaria sarà un passo fondamentale per la sicurezza dei depositi bancari, ma nulla nell’accordo si dice per esempio a proposito di ciò che Chesnais definisce come la socializzazione delle perdite, ovvero il fatto che milioni di cittadini stiano pagando i debiti che in realtà sono le banche ad aver accumulato.

Crediamo veramente che le banche europee, anche quelle italiane, non abbiano nulla a che vedere con la crisi del debito? E’ un fatto che esse si siano fatte impigliare, non certo ingenuamente, dalla crisi immobiliare e bancaria negli Stati Uniti. Meno evidente è sbrogliare la matassa del cosiddetto sistema ombra che le stesse banche (insieme ai fondi e società di investimento ecc.) hanno creato indebitandosi attraverso l’investimento in prodotti derivati, che non risultano nei loro bilanci contabili. Ora, quando queste attività subiscono, come hanno subito, delle perdite, ciò si ripercuote su tutto il sistema bancario.

Secondo il Rapporto del Consiglio di Stabilità Finanziaria (organo creato dal G20) dello scorso novembre infatti, il peso del cosiddetto del cosiddetto shadow banking system per i 25 paesi che possiedono il 90% degli attivi finanziari mondiali è di 67.000 miliardi di dollari, ovvero la metà degli attivi totali delle banche e circa l’equivalente della somma del Pil di tutti i paesi del mondo. E’ un altro fatto che questa cifra sfugge e probabilmente sfuggirà a qualsiasi regolamentazione e unione bancaria europea.

Infine, contrariamente a ciò che si crede, ciò che minaccia le banche non è e non sarà un default di pagamento da parte degli stati per una ragione molto semplice: ciò che minaccia le banche dal 2007 ad oggi è la montagna di debiti privati (molto più alti di quelli pubblici) accumulati grazie alla deregolamentazione bancaria creata a partire dagli anni ’70 e implementata dagli anni ’90. A riprova di ciò il fatto che nessun fallimento bancario a partire dal 2007 è stato causato da un default di pagamento sovrano.

La domanda è ora, vogliamo davvero seguire l’esempio della franco-belga Dexia, della spagnola Bankia e degli Stati Uniti in primis, trasformando il debito privato in pubblico, o vogliamo finalmente denunciare questi fatti, rimettendo in campo la questione non più procrastinabile della necessità di una nuova finanza pubblica.

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Fonte: il Manifesto

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