Monthly Archives: Dicembre 2009

Ma cosa vuol dire Saharawi? E per cosa lotta Aminatou Haidar?

Ma cosa nasconde questa strana parola: Saharawi?


Il popolo sahrāwī ("sahariano", dall’arabo: ﺻﺤﺮﺍء arāʾ, ossia "Sahara"), talvolta trascritto anche sahrawi o saharawi, è costituito dai gruppi tribali tradizionalmente residenti nelle zone del Sahara Occidentale gravitanti sul Sāqiyat al-hamra e sul Wadi al-dhahab (Río de Oro) che, già nel corso della dominazione della Spagna, avevano cominciato negli anni trenta a reclamare la loro indipendenza. Sull’area, ricca di fosfati, avanzava però pretese anche il Marocco
ed è per questo che le popolazioni della regione hanno conosciuto
grandi difficoltà per realizzare le loro ambizioni e vedersi
riconosciuti su un piano internazionale e persino inter-arabo.

Le prime Rivendicazioni Politiche

Il 14 dicembre 1960 l’ONU
votò la risoluzione n. 1514 con la quale si riconosceva il diritto
all’indipendenza per le popolazioni dei paesi colonizzati. Nel 1963
il Sahara Occidentale fu incluso dalle stesse Nazioni Unite nell’elenco
dei paesi da decolonizzare e nel dicembre di due anni dopo l’Assemblea Generale
riaffermò il diritto all’indipendenza del popolo sahrawi, invitando la
Spagna a metter fine alla sua occupazione coloniale dell’area.

Nel 1966 l’ONU ratificò l’atto di autodeterminazione del popolo sahrawi. Il 10 maggio 1973 il Polisario
(Frente Popular de Liberación de Saguia el Hamra y Río de Oro)
organizza il suo primo congresso di fondazione e la Spagna, l’anno
seguente, compie un censimento della popolazione del Sahara Occidentale, atto necessario per organizzare il referendum richiesto dall’ONU fin dagli anni ’60. Il risultato indica la presenza nella regione di 74.902 persone e il 20 agosto 1974 la Spagna annunciò il suo parere favorevole per l’effettuazione del referendum di autodeterminazione del popolo sahrawi.
Pur tuttavia, ai primi del 1975, il re del Marocco Hassan II espresse la sua totale opposizione all’indipendenza del paese, malgrado il 12 maggio 1975
una missione dell’ONU recatasi in visita nei territori del Sahara
Occidentale, riconfermasse il diritto all’autodeterminazione del popolo
sahrawi, riconoscendo di fatto il Polisario che, già da qualche mese,
aveva cominciato ad effettuare operazioni di guerriglia contro la Spagna.

Invasione del Marocco

Il 31 ottobre 1975
il Marocco entrò con un esercito di 25.000 uomini nella zona contigua
ai suoi confini con il Sahara Occidentale mentre la Spagna cominciò lo
sgombero delle aree sotto il proprio controllo. Il 6 novembre
1975 re Hassan II fece organizzare la "marcia verde" con cui 350 mila
Marocchini entrarono nel Sahara Occidentale per vanificare l’eventuale
referendum e per porre le basi di una definitiva appropriazione dei
territori sahariani occidentali, malgrado il 2 novembre dello stesso anno la Spagna confermasse il proprio impegno a rispettare l’autodeterminazione del popolo sahrawi.
Di fatto, però, la Spagna giunse segretamente a un accordo con Marocco
e Mauritania per la spartizione del paese conteso in cui le forze
sahrawi iniziavano un’azione di resistenza armata, non del tutto
documentabile, contro il Marocco e la Mauritania, che portò anche
all’uso di bombe al napalm da parte marocchina contro insediamenti sahrawi. La resistenza dette allora vita nel 1976 alla Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi, RASD, (arabo الجمهورية العربية الصحراويةالديمقراطية, al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-arāwī al-Dīmuqrāiyya). Nel 1979
la Mauritania firmò un accordo separato di pace, riconoscendo la RASD,
lasciando gli oneri del conflitto in corso al solo Marocco che invase
il restante territorio del Sahara Occidentale, costringendo all’esodo
numerosi combattenti e famiglie sahrawi che trovarono rifugio in Algeria, tra l’altro nell’oasi di Tindūf.

Nel 1991,
con il conseguimento di un cessate il fuoco, l’ONU inviò in missione
nel Sahara occidentale una delegazione (MINURSO) col compito di
vigilare sulla tregua e organizzare il previsto (e mai tenuto) referendum.

Nel 2003
James Baker, inviato speciale delle Nazioni Unite, propose un piano in
2 fasi, che, dopo una transizione di 5 anni in cui il Marocco e il
Sahara Occidentale avrebbero governato insieme nei territori occupati,
sarebbe dovuto culminare con il referendum, ma il piano non trovò il
favore del Marocco. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prorogato fino al 2004 il mandato alla MINURSO in attesa di un ripensamento da parte del
Marocco. Nell’ultima seduta delle Nazioni Unite che si è tenuta il 31
ottobre del 2006 è stata votata una risoluzione che proroga la missione
MINURSO fino al 31 aprile 2007, ma la soluzione continua ad essere una
mera speranza. (Fonte: Wikipedia)

 

Aminatou Haidar: «Continueremo a mostrarci»

 

 

CARTA

Patrizia Esposito (25 novembre 2009)

Chi è l’attivista sahrawi il cui sciopero della fame sta mettendo in
imbarazzo il governo spagnolo e ha fatto puntare i riflettori sul
conflitto dimenticato del Sahara occidentale. Brani di due
conversazioni sulla situazione dei sahrawi e il ruolo dell’occidente.

Aminatou Haidar, militante sahrawi nota per le battaglie della sua
comunità contro la violazione dei diritti dell’uomo nel Sahara
Occidentale, è stata più volte in Italia su invito di varie
amministrazioni pubbliche. Il testo delle conversazioni, ricavato dalla
trascrizione dell’audio di riprese video effettuate a Roma e Napoli nel
2006, in collaborazione con Jacopo Quadri e Fatima Mahfoud, e rivisto
dalla stessa Haidar, è ripreso dal libro «Vedere l’occupazione, 64
fotografie dal Sahara occidentale», edizioni l’alfabeto urbano –
associazione Haima, Napoli febbraio 2007.
Nata nel 1967 a El Aayún, città oggi occupata dal Marocco, Aminatou è
stata arrestata una prima volta nel novembre 1987, restando in carcere
fino al giugno 1991 e poi dal giugno 2005 al gennaio 2006. Liberata
grazie alla tenace pressione di associazioni e personalità di vari
paesi, tra cui Amnesty International, Aminatou è stata invitata a
testimoniare la sua attività politica prima in Europa, poi negli Usa e
in Africa. La città di Napoli le ha conferito la cittadinanza onoraria
nell’ottobre 2006.
Il 13 novembre scorso è stata fermata all’aeroporto di Al Aayún
[capitale del Sahara occidentale], al rientro dalla Spagna, dove è in
cura per le conseguenze delle torture ricevute nelle prigioni
marocchine, e imbarcata, contro la sua volontà e la complicità delle
autorità spagnole, su un volo per le isole Canarie. Trattenuta
all’aeroporto di Lanzarote, senza documenti e assistenza, ha iniziato
uno sciopero indeterminato della fame e denunciato il coinvolgimento
del governo spagnolo nella sua vicenda. La monarchia marocchina è
impegnata da tempo a reprimere sanguinosamente la pacifica sollevazione
popolare dei sahrawi nelle città occupate, senza risultati. Da alcuni
mesi ha inasprito l’attività repressiva delle unità speciali
dell’esercito e della polizia per decapitare la leadership della
resistenza.  (leggi tutto)

 

 
Vinta la resistenza di re Mohamed IV grazie alla mediazione della comunità internazionale
 
 PeaceReporter  (18 dicembre 2009)
 
Aminatou Haidar è tornata ad Elayoun, la città dove vive in Marocco. "È
una vittoria per il diritto internazionale, per la giustizia, per la
causa saharawi", ha detto l’attivista uscendo dall’ospedale dov’era
ricoverata dopo 32 giorni di sciopero della fame. La Spagna ha messo a
disposizione un volo per riportarla in patria dopo una lunga
trattativa, accompagnata dalla protesta della Haidar che per oltre un
mese si è rifiutata di mangiare.

L’accordo per il rimpatrio è arrivato nella serata di ieri.(leggi tutto)

 


Esercito israeliano sequestra scuolabus

Gli ostacoli e le umiliazioni per il popolo palestinese non hanno fine. I loro diritti sono calpestati quotidianamente. Ricordo che lo Stato di Israele è riconosciuto dall’Occidente come una repubblica avanzata e democratica. (madu)

 

Esercito israeliano sequestra scuolabus

 

 

Bambini ed insegnanti costretti a camminare per più di un’ora per tornare a casa

 

Masafer Yatta / Colline a sud di Hebron 

Domenica 20 dicembre 2009

L’esercito
israeliano ha impedito il trasporto di bambini e insegnanti della
scuola di Al-Fakheit verso i rispettivi villaggi, sequestrando il
pick-up utilizzato come scuolabus.


L’autista palestinese, accompagnato da un membro del CPT, stava
raccogliendo bambini e insegnanti dopo la fine della scuola, quando
soldati israeliani a bordo di un Humvee hanno seguito e fermato
l’automezzo. I soldati hanno quindi trattenuto i documenti
dell’autista, lo hanno perquisito e gli hanno ordinato di seguirlo in
un campo a sud del villaggio di Jinba.



A causa del sequestro del mezzo, insegnanti e scolari hanno dovuto
camminare per le colline per circa un’ora. Il direttore della scuola ha
poi riportato che due dei bambini si sono ammalati per aver camminato
da soli fino a casa.



L’autista palestinese e il membro del CPT sono stati trattenuti per
più di un’ora mentre i soldati eseguivano ogni sorta di controllo sul
mezzo. Secondo i soldati la registrazione dell’automezzo non era in
regola e hanno quindi allertato la polizia israeliana per l’effettivo
sequestro del mezzo. Uno dei soldati ha affermato: "In Israele abbiamo
delle regole".



Successivamente, è sopraggiunta un’altra pattuglia di soldati ma
non la polizia israeliana. Intorno alle 14.45 i soldati hanno
restituito i documenti al palestinese, costringendolo a tornare a casa
a piedi.



La scuola di Al-Fakheit è stata aperta quest’anno per accogliere i
bambini provenienti dai vicini villaggi di Maghayir Al-Abeed, Markaz,
Halawe, Fakheit, Majaaz e Jinba. Prima che fosse aperta questa nuova
scuola, i bambini frequentavano la scuola nella città di Yatta,
costringendoli a stare lontani dai propri villaggi durante i giorni di
scuola. In questo modo quindi, i bambini sono potuti ritornare ai
propri villaggi e stare con le proprie famiglie. Ad oggi, gli
insegnanti della nuova scuola viaggiano tutti i giorni da Yatta ad
Al-Fakheit, raccogliendo i bambini lungo la strada.



Insegnanti e bambini devono così affrontare un viaggio pieno di
ostacoli, dal momento che l’esercito israeliano pattuglia di continuo
la strada e tutta l’area circostante, ostacolando il movimento e di
fatto impedendo il libero accesso all’istruzione per i bambini e al
lavoro per gli insegnanti. Lungo la strada i soldati israeliani hanno
in più occasioni bloccato e perquisito il  pick-up utilizzato come
scuolabus. Nell’agosto 2009, l’esercito israeliano aveva tentato di
demolire con bulldozer la strada, già in pessime condizioni.



Come risultato di questa strategia, i palestinesi impiegano molto
più tempo per raggiungere la propria destinazione e talvolta arrivano
tardi a scuola. 

Inoltre, l’esercito israeliano minaccia di chiudere
la strada in modo permanente, il che significherebbe negare ai
palestinesi il diritto all’istruzione, al lavoro e al libero accesso
alle proprie terre.


La presenza costante dell’esercito e l’ingerenza sul libero movimento
nell’area mina di fatto i diritti umani fondamentali dei palestinesi,
ostacolando la possibilità di vivere nei propri villaggi e di coltivare
le proprie terre.



Video sulla scuola di Al-Fakheit: http://snipurl.com/tsq3j
Foto della scuola di Al-Fakheit: http://snipurl.com/tsq3b
Foto dei blocchi di terra sulla strada per Jinba: http://snipurl.com/tsq45
Per ulteriori informazioni sulle comunità palestinesi dell’area di Masafer Yatta, scarica il report di B’Tselem: http://snipurl.com/tsq72

Fonte:
Operation Dove – Nonviolent Peace Corps
Palestine/Israel
Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII

Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org

 


Copenhagen 2009 – Summit sul Clima: Il fallimento!

Copenhagen 19 dicembre 2009 – Accordo sul Clima: La vittoria della morte sulla vita!  (madu)

 

 

Kumi Naidoo,

Direttore esecutivo di Greenpeace International, a Copenhagen.

 

 

Copenhagen: il fallimento non è un’opzione. La lettera di Kumi Naidoo

 

Copenhagen, Danimarca
— Quella che segue è la lettera aperta di Kumi Naidoo, Direttore
esecutivo di Greenpeace International, ai nostri sostenitori in tutto
il mondo, a conclusione del Summit sul clima di Copenhagen.

Come le decine di migliaia di attivisti attorno al globo che hanno
lavorato in modo così duro perché da Copenhagen uscisse un trattato
equo, ambizioso e legalmente vincolante, ho sperato fino all’ultimo che
i nostri leader avrebbero agito, raggiungendo un accordo sul clima
sufficiente a evitare la catastrofe climatica
.

Ma la realtà è stata diversa. Nonostante il mandato ricevuto dai
cittadini di tutto il mondo, e più di un centinaio di capi di governo
arrivati a Copenhagen, il battibecco continua. I nostri leader non
hanno agito come tali. Non hanno portato a termine il loro compito.

Il risultato non è equo, né ambizioso e legalmente vincolante. Oggi,
i potenti della Terra hanno fallito l’obiettivo di impedire cambiamenti
climatici disastrosi.

La città di Copenhagen è la scena di un crimine climatico, con i
colpevoli che scappano verso l’aeroporto, coperti di vergogna. I leader
mondiali hanno avuto un’occasione unica per cambiare il pianeta in
meglio, evitando i cambiamenti climatici. Alla fine hanno prodotto un
debole accordo, pieno di lacune, abbastanza grandi da farci passare
dentro tutto l’Air Force One.

Il fallimento è dovuto in parte alla mancanza di fiducia reciproca
tra nazioni sviluppate e in via di sviluppo. I leader dei Paesi
industrializzati hanno avuto moltissimo tempo per fissare obiettivi
ambiziosi e impegnativi di riduzione dei gas serra. E, allo stesso
tempo, per accordarsi sui miliardi di euro che avrebbero permesso alle
nazioni in via di sviluppo di fare la propria parte per ridurre i gas
serra da combustibili fossili e arrestare la deforestazione su larga
scala.

Nel corso dell’anno, le nazioni in via di sviluppo hanno mostrato la
volontà di impegnarsi in questa direzione. Ma sono le nazioni
industrializzate che non si sono mosse a sufficienza. E i meno pronti
sono stati gli Usa, che ora meritano la parte del leone nella nostra
condanna.
(leggi tutto
)
 
 
Fonte: Greenpeace