Feb 28 2018

I nostri acquisti restano prima di tutto un atto politico | Un mese senza supermercati!

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Un mese senza supermercati

di mrmondialisation.org

Proprio nello stesso periodo in cui i supermercati e i grandi magazzini sono stati regolarmente sotto il fuoco delle critiche in questi ultimi mesi, soprattutto perché il loro modello economico soffoca i produttori, una iniziativa svizzera, ”Febbraio senza supermercati” sostenuta da En Vert et contre Tout incontra un bel successo mediatico e popolare, sia fra i nostri vicini elvetici che in Francia.

Son già diversi anni che personalità e gruppi locali chiamano a rinunciare ai supermercati. La sfida “Febbraio senza supermercati”, sostenuta e mediatizzato da En Vert et Contre Tout in partenariato con ArboLife, è stata lanciata perché l’idea prenda una dimensione collettiva più globale. Sperimentata nel 2017 e ripetuta quest’anno, conosce un successo sempre più grande. La parola d’ordine, alla quale cittadini e cittadine della Svizzera e della Francia sono chiamati a unirsi in maniera volontaria ai gruppi locali, è un invito a riflettere sui nostri consumi quotidiani ed eventualmente a orientarli verso i prodotti locali, per sostenere un altro modello economico e sociale. E anche molto semplicemente a scoprire che è davvero possibile fare a meno del supermercato senza per questo rovinarsi.

Quando consumare diventa un atto politico

L’obiettivo principale di questa sfida è d’interrogarsi collettivamente e individualmente a proposito del modello economico che desideriamo sostenere attraverso i nostri acquisti, affinché le nostre spese possano trasformarsi in un atto politico. Gli individui passano così dallo statuto di “consumatori” a quello di “consum-attori” come ci spiega Leïla Rölli di EnVert et Contre Tout. In questo contesto, si tratta, secondo l’appello, di “incoraggiare i commerci indipendenti, scoprire i piccoli negozi del quartiere, sostenere i piccoli produttori, favorire la vendita alla rinfusa e il commercio locale, ripopolare i mercati oppure anche reimparare a comprare solo l’essenziale. Ma è anche l’opportunità di far sapere a questi grandi supermercati che non siamo d’accordo su tutto questo impacchettamento o sulla loro politica dei prezzi che schiaccia i produttori”.

In Francia un’iniziativa di questo tipo era nata già nel 2016, sotto la spinta della giornalista Mathilde Golla. Rapidamente, con gli scandali a ripetizione in cui sono impantanati gli attori della grande distribuzione e con l’interesse crescente dei cittadini per le questioni sociali e ambientali, l’idea si è fatta sempre più popolare. Dopo aver trovato un’eco in Svizzera nel 2017, la sfida è stata estesa al 2018. Si tratta di una risposta al “periodo di eccesso di consumo del dopo Natale”, e fa onore a tutti quelli che investono in questa causa, come le cooperative di consumatori o i negozi “Zéro déchets” (1) precisa Leîla Rôlli.

Non fa niente se (non) potete arrivare fino in fondo

Secondo Leîla Rôlli, l’essenziale è partecipare entro i propri limiti, non fa niente se i partecipanti non riescono a mantenere la scommessa per tutto il mese. Infatti, impegnandosi, ognuno può testimoniare della propria sensibilità a questa problematica. “L’importante è approfittare di questa occasione per interrogarsi sui nostri principi e le nostre occasioni di consumo” precisa sul suo sito Léa Candaux Estevez, una cittadina impegnata a Neuchâtel, aggiungendo che ”non fa niente se voi sapete in anticipo che avrete bisogno di andare una, due o anche tre volte nello stesso supermercato, perché non avete altre alternative per uno o un altro prodotto che avete l’abitudine di consumare”. L’entusiasmo è palpabile con più di 20.000 partecipanti in Francia e in Svizzera nel 2018, contro meno di 1.000 in Svizzera l’anno precedente. È che “le mentalità cominciano a cambiare” si rallegra Leïla Rölli, che fa notare come l’iniziativa è sempre più trattata nel dibattito pubblico.

Nel suo appello, la giornalista preferisce anticipare certe critiche che erano state formulate l’anno passato, soprattutto il preconcetto che un tale boicottaggio metterebbe in pericolo i posti di lavoro di questi grandi supermercati. Eppure questo tipo d’azione ha poco impatto sull’economia dei supermercati. Anche se questi dovessero perdere qualche centinaio di clienti, i loro margini di guadagno, in milioni, sono sufficientemente importanti. Al contrario, un pugno di clienti in più per i negozi del quartiere porterebbe a quest’ultimi una boccata d’aria sufficiente e forse anche nuovi posti di lavoro e un rinforzo dell’economia locale.

Del resto, il principio economico sul quale si basano i supermercati è proprio l’effetto di scala che permette di impiegare un minimo di persone per una quantità di vendita più importante e così molti negozi locali possono impiegare più persone che un grande magazzino. Questo principio funziona ugualmente anche con la ristorazione veloce o i centri commerciali. L’apertura di un grande complesso di vendita significa spesso il fallimento invisibile di numerosi commercianti locali facendo allontanare i cittadini consumatori dalle vie commerciali che animano il centro della città. […]

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Traduzione di Livia Puccinelli per Comune.

Fonte: comune-info.net

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Dic 18 2017

Giro d’Italia 2018 | Non pedalate per i crimini israeliani

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Mandate una lettera agli organizzatori della famosa corsa ciclistica italiana per sollecitarli a spostare la corsa da Israele – #RelocateTheRace 

Gli organizzatori della famosa corsa ciclistica italiana Giro d’Italia hanno annunciato la partenza dell’edizione 2018 da Israele, con inizio a Gerusalemme seguita da tappe da Haifa a Tel Aviv e nel Naqab (Negev).

La corsa “celebrerà” il settantesimo anniversario della fondazione di Israele sulle rovine della patria palestinese, con la pulizia etnica, o Nakba, di una maggioranza dei palestinesi indigeni.

Dobbiamo agire per fermare questo mascheramento attraverso lo sport (sport-washing) dell’occupazione e dell’apartheid di Israele, chiamato dai mezzi di comunicazione come “un grande colpo politico per [Israele], che sta sforzandosi di dipingere un’immagine di vita ‘normale’.”

Unitevi a noi nel dire agli organizzatori di RCS di spostare la corsa – #RelocateTheRace –
e andare in bicicletta lontano dall’occupazione e dall’apartheid di Israele.

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FIRMA ORA

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Il Giro d’Italia darà un aiuto a istituzionalizzare la presa di Gerusalemme da parte di Israele. Durante la cerimonia di annuncio, un funzionario israeliano dopo l’altro hanno rivendicato Gerusalemme come capitale di Israele,qualcosa che nessun altro paese nel mondo riconosce. La municipalità di Gerusalemme è attivamente coinvolta nella graduale pulizia etnica illegale dei palestinesi, anche attraverso demolizioni di case ed espulsioni forzate come scelta politica.

Nel Naqab (Negev) nel sud dell’attuale Israele, dozzine di città beduine palestinesi si vedono rifiutati il riconoscimento e i servizi di basee sono sottoposte a ripetute demolizioni, alcune per oltre 100 volte. Israele sta inoltre revocando la cittadinanza dei beduini palestinesi senza alcun motivo, rendendoli apolidi.

Iniziare la corsa in qualsiasi posto sotto il controllo di Israele servirà anche come timbro di approvazione per l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Il Giro d’Italia avrebbe preso in cosiderazione la possibilità di iniziare una corsa nel Sudafrica dell’apartheid negli anni 80?

Agite ora per fare pressione su RCS perché rispetti il diritto internazionale e sposti la corsa.

Assicuriamoci che RCS e squadre ciclistiche ricevano il messaggio: smettete di mascherare con lo sport le vergognose violazioni dei diritti umani da parte di Israele, spostate l’inizio della corsa in un altro paese.

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Campagna #RelocateTheRace

Testo della e-mail

All’attenzione di:

Urbano Cairo, Presidente, RCS Mediagroup

Riccardo Taranto, Presidente, RCS Sport

Mauro Vegni, Direttore, Giro d’Italia

Siamo profondamente preoccupati per gli annunciati piani di fare partire l’edizione 2018 del Giro d’Italia da Israele. Malgrado i vostri tentativi di evitare “zone sensibili”, tenere la corsa in qualsiasi luogo sotto controllo israeliano coinvolge il Giro d’Italia nelle violazioni israeliane del diritto internazionale.

Facendo iniziare la corsa a Gerusalemme, il Giro d’Italia diventerà parte del processo in corso da parte di Israele per istituzionalizzare la sua presa illegale sulla città occupata. La risoluzione 181 (1947) dell’Assemblea Generale dell’ONU ha stabilito Gerusalemme come corpus separatum sotto un regime internazionale speciale e ha ripetutamente affermato che “tutte le azioni intraprese da Israele, la potenza occupante, di imporre le sue leggi, giurisdizione e amministrazione sulla Città Santa di Gerusalemme sono illegali.” Nel 1967, Israele ha occupato Gerusalemme Est, annettendola unilateralmente come parte della sua “capitale unita.” Malgrado le ripetute rivendicazioni da parte dei ministri israeliani durante la cerimonia di annuncio, la comunità internazionale non riconosce alcuna parte di Gerusalemme come capitale di Israele.

Nel sud di Israele, dove è prevista un’altra tappa della corsa, dozzine di città beduine palestinesi si vedono rifiutati riconoscimento e servizi di base da parte di Israele e sono state sottoposte a ripetute demolizioni, nel caso di Al-Araqib oltre 100 volte. Dal 2010, Israele ha revocato la cittadinanza di centinaia, probabilmente migliaia, di beduini palestinesi senza alcuna ragione, rendendoli apolidi.

Queste politiche fanno parte della perdurante pulizia etnica da parte di Israele, che è cominciata 70 anni fa con la fondazione di Israele sulle rovine della patria palestinese e con il trasferimento forzoso di una maggioranza dei palestinesi indigeni.

Questo è ciò che Israele intende ‘celebrare’ l’anno prossimo. Il Giro d’Italia non dovrebbe partecipare a questo.

Come sarebbe stato inaccettabile per il Giro d’Italia cominciare dal Sudafrica dell’apartheid negli anni ’80, è inaccettabile iniziare la corsa in qualsiasi luogo sotto controllo di Israele poiché questo servirà soltanto come timbro di approvazione per l’oppressione dei palestinesi da parte di Israele.

Sollecitiamo RCS a rispettare il diritto internazionale e a spostare l’inizio della corsa in un altro paese. Per favore, non permettete a Israele questo “grande colpo politico”, macchiando uno dei principali eventi sportivi d’Europa.

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Fonte: BDS Italia  (Boigottaggio – Disinvestimento – Sanzioni)

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Aggiornamento

Cambia Giro: 120 gruppi, Noam Chomsky, Moni Ovadia e altri chiedono di spostare il Giro d’Italia da Israele

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Gen 19 2016

Oscar 2016: grido d’indignazione da parte degli afroamericani!

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di maribù duniverse

-Nomination Oscar 2015 i membri dell’Academy escludono attori e registi di colore. Scoppia la polemica e prende vita l’hashtag #OscarsSoWhite (Oscar troppo bianchi). Immediatamente l’hashtag diviene virale come Movimento Social di boicottaggio alla cerimonia.

-18 gennaio 2016 ricorre la festività nazionale statunitense “Martin Luther King Day“, giornata in onore dell’uomo simbolo della lotta contro il razzismo e l’Academy cosa combina? Nella nomination agli Oscar 2016 nessun attore, attrice o regista afroamericano ha ottenuto una candidatura. Come successo nell’anno precedente c’è stato stupore tra gli addetti ai lavori, molti analisti avevano dato per scontato alcune nomination, come: tra i migliori film Straight Outta Compton , tra i migliori registi Ryan Coogler (Creed – Nato per combattere), tra i migliori attori Smith, Idris Elba (Beasts of No Nation) e Samuel L. Jackson (The Hateful Eight).

A questo punto sembra inevitabile l’attacco di diversi attori e registi all’Academy ed in particolare ai suoi membri selezionatori. I primi ad impugnare l’hashtag come protesta sono stati il regista Spike Lee e l’attrice Jada Pinkett Smith chiedendo ai loro colleghi di boicottare la cerimonia che si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles il 28 febbraio 2016.

Sulla pagina Facebook  di Spike Lee insieme alla foto di un giovanissimo Martin Luter King compare anche una delle frasi più note del Dr. King:  “Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla, perché è giusta”. Lee continua, nel suo post, ringraziando per il premio ricevuto ma che boicotterà l’evento: Vorrei ringraziare il Presidente Cheryl Boone Isaacs ed il Consiglio di Amministrazione dell’ Academy Of Motion Pictures Arts And Sciences per l’attribuzione lo scorso novembre dell’Oscar alla mia carriera. Ho apprezzato molto. Tuttavia mia moglie, la signora Tonya Lewis Lee ed io, il prossimo febbraio,  non saremo presenti alla cerimonia degli Oscar.” Motiva la sua decisone affermando che: “Com’è possibile che per il secondo anno consecutivo, tutti e 20 gli attori nominati siano bianchi? E non parliamo delle altre categorie. 40 attori bianchi in 2 anni e nessun afro!”

Segue immediatamente anche la reazione della Pinkett Smith tramite il social Twitter dove invita tutti i suoi colleghi a boicottare la premiazione: “Agli Oscar le persone di colore sono sempre benvenute per consegnare i premi o al massimo per far divertire…ma raramente siamo riconosciuti per i nostri risultati artistici”. La reazione dell’attrice e stata talmente dura e decisa che in un video ha affermato: “L’Academy ha il diritto di premiare e invitare chiunque abbia scelto. Ma ora penso sia nostra responsabilità, ora, di attuare il cambiamento. Forse è tempo di ritirare le nostre risorse e di metterle nelle nostre comunità e nei nostri programmi e di realizzare dei programmi per noi stessi, che ci riconoscano e ci vedano perfettamente al posto giusto, e che sono altrettanto buoni di quelli definiti “Mainstream”.”

Anche la presidentessa dell’Academy, afroamericana, in un comunicato ha dichiarato: “Voglio riconoscere lo straordinario lavoro dei nominati, ma la mancata inclusione del principio della diversity nella scelta generale mi ha turbata e frustrata. È un argomento difficile, ma importante ed è tempo di attuare grandi cambiamenti.”

Restiamo in attesa degli sviluppi. La protesta incalza e potrebbero esserci delle sorprese.

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Premi Oscar 2016

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Dic 22 2013

5000 accademici statunitensi si schierano con i palestinesi boicottando Israele

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‘Evento storico’: accademici statunitensi si schierano con i palestinesi nel boicottaggio di Israele

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di Sarah Lazare

Un’associazione di 5.000 accademici è diventata lunedì la più vasta organizzazione di studiosi statunitensi che abbia mai aderito al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane.

L’American Studies Association (ASA) che si autodefinisce “la più antica e più vasta associazione della nazione dedita allo studio interdisciplinare della cultura e della storia americana”, ha annunciato lunedì che i suoi membri hanno approvato una risoluzione che stabilisce che l’organizzazione “sottoscrive e onorerà l’appello della società civile palestinese a un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane ”.  

La risoluzione, che era stata proposta l’anno scorso ed è stata approvata all’unanimità dal consiglio nazionale dell’ASA il 4 novembre, ha attirato un numero di votanti senza precedenti, con il 66,05% a favore della risoluzione, il 30,5% contrario e il 3,43% astenuto, secondo la dichiarazione dell’ASA.

“La schiacciante maggioranza che ha votato a favore della risoluzione mostra che ci rifiutiamo di essere complici dell’aggressione israeliana”, ha dichiarato a Common Dreams Steven Salaita, docente associato d’inglese alla Virginia Tech e membro del polo attivista dell’ASA. “Questa posizione di solidarietà con la libertà dei palestinesi è un evento storico e segnala una nuova era di impegno nei confronti delle popolazioni colonizzate”.

La risoluzione è stata approvata con una profusione di sostegno dei membri dell’ASA, tra cui la famosa attivista, scrittrice e studiosa Angela Davis. “Le analogie tra le pratiche storiche in stile Jim Crow e il regime contemporaneo di segregazione nella Palestina occupata fanno di questa risoluzione un imperativo etico per l’ASA”, ha scritto quest’ultima. “Se abbiamo appreso la lezione più importante impartita dal dottor Martin Luther King – che la giustizia è sempre indivisibile – dovrebbe essere chiaro che un movimento di massa di solidarietà con la libertà dei palestinesi è qualcosa di dovuto da molto tempo.”

L’ASA ha affrontato una bufera di critiche e attacchi da parte delle forze filoisraeliane, tra cui appelli dell’ex rettore di Harvard e attualmente dirigente dell’amministrazione Obama, Larry Summers, a boicottare l’ASA sulla base della tesi che la risoluzione viola la libertà accademica e perpetua l’antisemitismo.

Tuttavia Alex Lubin, Direttore del Centro Studi e Ricerche sugli Stati Uniti presso l’American University di Beirut ha stroncato tali accuse scrivendo, il mese scorso, su The Nation:

“La libertà accademica significa ben poco quando ha luogo in un contesto di segregazione e apartheid. Il cambiamento è arrivato nel Sud di Jim Crow non dal dialogo accademico, bensì dalle proteste e, in alcuni casi, da boicottaggio di istituzioni che incoraggiavano la segregazione. Il cambiamento del sistema dell’apartheid sudafricano non è venuto dal dialogo accademico, bensì da proteste, resistenza e da un boicottaggio internazionale. Quelli tra noi che valorizzano la libertà accademica devono sempre lottare per garantire che il mondo che circonda l’accademia assicuri i diritti umani fondamentali che rendono possibile la vita accademica.”

“La risoluzione sul boicottaggio è intesa ad affrontare un caso grave di discriminazione contro il palestinesi ed è coerente con la precedente adesione dell’ASA a posizioni antirazziste in altre aree,” ha affermato Lubin nel sottoscrivere la risoluzione. “La risoluzione non prende di mira gli israeliani, gli ebrei o singole persone; in realtà il sostegno dell’ASA al boicottaggio afferma la sua opposizione a ogni forma di discriminazione razziale, tra cui, ma non limitatamente ad essi, l’antisemitismo e l’islamofobia”.

La chiamata al boicottaggio, ai disinvestimenti e alle sanzioni [BDS] contro Israele è venuta da organizzazioni della società civile palestinese nel 2005 con un invito a rivendicare i diritti umani, l’autodeterminazione e la libertà dall’occupazione per i palestinesi utilizzando tattiche simili a quelle attivate per trasformare il Sudafrica dell’apartheid.

L’attivista palestinese Omar Barghouti scrive su The Nation che il 2013 ha visto grandi progressi di questo movimento per i BDS nel settore accademico:  

“Giorni fa, in una lettera di appoggio all’ASA, la facoltà di studi etnici dell’Università delle Hawaii è stata la prima facoltà accademica dell’occidente ad appoggiare il boicottaggio accademico di Israele. In aprile, l’Association for Asian-American Studies ha sottoscritto il boicottaggio accademico, la prima associazione accademica professionale degli Stati Uniti a farlo. Circa nello stesso periodo il Sindacato Insegnanti dell’Irlanda ha sollecitato all’unanimità i propri membri a “cessare ogni collaborazione accademica e culturale”  con “lo stato israeliano dell’apartheid” e la Federazione degli Studenti Belgi di Lingua Francese (FEF), che rappresenta 100.000 membri, ha adottato “un congelamento di ogni collaborazione accademica con istituzioni accademiche israeliane”. Sempre quest’anno, comitati studenteschi di numerose università nordamericane, tra cui l’Università della California Berkeley, hanno sollecitato disinvestimenti da imprese che traggono profitto dall’occupazione israeliana.”

Quello che segue è il testo completo della risoluzione dell’ASA:

Considerato che l’American Studies Association è impegnata nel perseguimento della giustizia sociale, nella lotta contro ogni forma di razzismo, compresi l’antisemitismo, la discriminazione e la xenofobia e nella solidarietà con chi ne è leso negli Stati Uniti e nel mondo;

Considerato che gli Stati Uniti svolgono un ruolo considerevole nel rendere possibile l’occupazione israeliana della Palestina e l’espansione degli insediamenti illegali e del Muro, in violazione della legge internazionale, nonché nell’appoggiare la discriminazione sistematica contro i palestinesi, che ha avuto un impatto devastante documentato sul benessere generale, l’esercizio dei diritti politici e umani, la libertà di movimento e le opportunità di istruzione dei palestinesi;

Considerato che non esiste un’effettiva o sostanziale libertà accademica per gli studenti e gli studiosi palestinesi nelle condizioni dell’occupazione israeliana e che istituzioni israeliane di istruzione superiore sono partecipi delle politici statali israeliane che violano diritti umani e che hanno un impatto negativo sulle condizioni di lavoro degli studiosi e degli studenti palestinesi;

Considerato che l’American Studies Association è a conoscenza di studiosi e studenti israeliani critici delle politiche statali di Israele e che appoggiano il movimento internazionale per il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni (BDS) in condizioni di isolamento e di minaccia di sanzioni;

Considerato che l’American Studies Association è impegnata per il diritto degli studenti e degli studiosi a perseguire l’istruzione e la ricerca senza indebita interferenza, repressione e violenza militare dello stato e che, coerentemente con lo spirito di dichiarazioni precedenti, appoggia il diritto degli studenti e degli studiosi alla libertà intellettuale e al dissenso politico da cittadini e da studiosi;

Si delibera che l’American Studies Association (ASA) sottoscrive e onorerà l’appello della società civile palestinese a un boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane. Si delibera altresì che l’ASA appoggia i diritti protetti degli studenti e degli studiosi di tutto il mondo a impegnarsi in ricerche e dichiarazioni pubbliche riguardo al rapporto Israele-Palestina e a sostegno del movimento per il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni (BDS).

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Fonte: www.znetitaly.org

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Set 26 2013

Omofobia alimentare: boicottare Barilla! L’urlo del mondo LGBT

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Aziende: mondo Lgbt in rivolta contro la Barilla che nega famiglie gay nei propri spot

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Mondo Lgbt in rivolta contro le affermazioni di Guido Barilla, mercoledì durante la trasmissione radiofonica ‘La Zanzara’. Il presidente della nota azienda alimentare ha affermato che non avrebbe mai fatto una pubblicità con protagonista una famiglia gay “perché noi siamo per la famiglia tradizionale”.
Dopo le proteste, Guido Barilla ha precisato: “Mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche, o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone”. “Nell’intervista – prosegue – volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia”.
“Per chiarezza desidero precisare: ho il massimo rispetto – aggiunge – per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità – conclude – rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca”
Sui social network è rivolta contro le sue dichiarazioni. Il trend di discussione su Twitter è ai primi posti, con le consuete ironie della Rete che utilizzano tutte le sfumature, fino a fotomontaggi di note campagne pubblicitarie della casa dedicati alla vicenda.
Montano, in particolare, proposte di boicottaggio dei prodotti Barilla. E’ Aurelio Mancuso, di Equality Italia, a proporre l’utilizzo della leva economica: “nessuno ha mai chiesto alla Barilla di fare spot con le famiglie gay, è evidente che si è voluta lanciare una offensiva provocazione per far sapere che si è infastiditi dalla concreta presenza sociale, che è anche un segmento importante di consumatori. Raccogliendo l’invito del proprietario della Barilla a non mangiare la sua pasta, rilanciamo con una campagna di boicottaggio di tutti i suoi prodotti. Per intanto è già partito su Twitter l’hastag #boicottabarilla.
“Dopo le dichiarazioni di Guido Barilla ci chiediamo se dovesse scegliere come testimonial tra Obama e Giovanardi chi sceglierebbe – scrive Fabrizio Marrazzo, presidente di Gay Center – . Il primo è a favore dei matrimoni gay, il secondo è un omofobo. Alla Barilla scegliere le strategie di comunicazione migliori”.

Mentre dal mondo della politica è Alessandro Zan, deputato di Sel ed esponente del movimento gay, a rilanciare l’idea del non acquisto: “Aderisco al boicottaggio della Barilla e invito gli altri parlamentari, almeno quelli che non si dimettono, a fare altrettanto”.
Franco Grillini, presidente di Gaynet Italia, commenta: “Tra i tanti tipi di omofobia ci mancava quella alimentare. Ci ha pensato Guido Barilla a colmare il vuoto invitando addirittura a boicottare il marchio se al gentile pubblico non piace la sua politica familista basata sugli spot zuccherosi che rappresentano una famigliola sempre felice e senza macchia, rigorosamente etero”.

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Fonte: Adnkronos

Da: tafter.it

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