Nov 5 2016

Amnesty: “…chiesta mano dura sui migranti dall’Unione Europea”. In Italia pestaggi e torture

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“Le autorità italiane dovrebbero accelerare gli sforzi, anche sul piano legislativo, per fornire un quadro giuridico più solido ai fini dello svolgimento delle attività presso i punti di crisi [hotspot], in particolare per consentire l’uso della forza e prevedere disposizioni in materia di trattenimento a più lungo termine nei confronti dei migranti che rifiutano di fornire le impronte digitali. L’obiettivo del 100% dei migranti in ingresso sottoposti a rilevamento delle impronte va raggiunto senza ulteriori indugi” (Commissione europea, Relazione sull’attuazione dei punti di crisi in Italia, 15 dicembre 2015)

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Negli Hotspot italiani

Amnesty conferma: violenze contro i migranti

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di Piero Bosio e Andrea Monti

La denuncia di Amnesty International sulle violenze ai migranti negli hot spot diventa un caso politico, non solo italiano, con pesanti polemiche e accuse.

Le pressioni dell’Unione europea affinché l’Italia usi la “mano dura” nei confronti dei rifugiati e dei migranti hanno dato luogo a espulsioni illegali e a maltrattamenti che, in alcuni casi, possono equivalere a torture. Lo sostiene il rapporto reso pubblico oggi da Amnesty, intitolato “Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti”.

Il ministero dell’Interno e la polizia hanno risposto duramente, contestando il rapporto di Amnesty, parlando di falsità. E’ intervenuta anche la Commissione europea, sostenendo che “non risulta che negli hot spot si siano verificate violazioni”. Amnesty ha confermato tutte le denunce e le accuse.

Le contestazioni al rapporto di Amnesty sono partite dal prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento immigrazione del ministero dell’Interno. “ E’ totalmente falso – ha detto Morcone – che le forze di polizia operino violenze sui migranti. Sono rimasto sconcertato nel leggere queste cretinaggini”.

Poi il capo della polizia, Franco Gabrielli: “Le informazioni di cui si avvale il rapporto di Amnesty fanno riferimento a presunte testimonianze, raccolte in forma anonima e che non risiedevano negli hot spot. Smentisco categoricamente che ci siano state violenze sui migranti”.

Infine l’intervento della Commissione europea.

“Non ci risulta che ci siano state violazioni negli hot spot italiani, non ci è stato riportato nulla di tutto ciò”, ha detto Natasha Bertaud, portavoce della Commissione per l’Immigrazione. “Basta sparare sulla Commissione, l’approccio degli hotspot tramite il dispiegamento delle agenzie Ue lavorando a stretto contatto con le autorità italiane e le ong, è quello di assicurare che la raccolta delle impronte digitali, la registrazione e lo screening di tutti i migranti vengano fatti in accordo con la legislazione e gli standard europei ed internazionali e nel pieno rispetto dei diritti fondamentali”.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, ha respinto le accuse, confermando tutte le denunce, contenute nel rapporto.

Noury, il Prefetto Morcone smentisce categoricamente quello che voi sostenete, parlando di falsità. Cosa risponde?

“Sarebbe bello avere un confronto con lui e a maggior ragione col ministro dell’Interno Alfano. A lui stiamo chiedendo da tempo di incontrarci, ma non ci risponde mai. Tutto quello che è stato documentato in questo rapporto meriterebbe non un diniego puro e semplice, ma un’inchiesta approfondita e indipendente sulle prassi utilizzate negli hot spot e sulle singole denunce raccolte da Amnesty durante le sue missioni di ricerca in Italia, ben quattro durante il 2016”.

Il capo della polizia Gabrielli dice che “le informazioni di cui si avvale Amnesty fanno riferimento a presunte testimonianze anonime di migranti che non risiedevano in alcun hotspot”.

“Noi abbiamo intervistato 170 migranti. Molti provenivano da hot spot, li abbiamo incontrati a Ventimiglia e a Como. Abbiamo parlato con molti migranti anche dentro gli hot spot: penso in particolare a Taranto, che abbiamo visitato più volte. Naturalmente quando si è vulnerabili l’intenzione di sporgere denuncia alle autorità del paese che li sta sottoponendo a maltrattamenti è molto bassa. Queste denunce sono state rese in forma anonima per proteggere queste persone, ma noi conosciamo l’identità di ognuna di loro. Questo è un metodo che Amnesty applica abitualmente. In molti casi si tratta di persone che hanno cercato o cercano tuttora di abbandonare l’Italia e lasciarsi alle spalle le esperienze che ci hanno vissuto il più presto possibile”.

Il Viminale, attraverso il prefetto Morcone, dice che Amnesty costruisce i suoi rapporti a Londra e non in Italia.

“Ripeto che durante il 2016 abbiamo svolto quattro missioni di ricerca in Italia. Credo che complessivamente abbiamo usato centinaia di ore dietro questo fenomeno. Abbiamo incontrato migranti, autorità, ong a Roma, Palermo, Agrigento, Catania, Lampedusa, Taranto, Bari, Genova, Ventimiglia e Como. I nostri ricercatori sono stati fisicamente in tutte queste città. Se si vuol dire che un rapporto fatto da remoto a Londra non è accurato e approfondito, questa affermazione è smentibile sulla base dei luoghi che ho elencato e che abbiamo visitato”.

Il prefetto Morcone parla addirittura di “cretinaggini e falsità”.

“Mi ricorda situazioni che accadevano a metà dello scorso decennio. Ricordo scontri molto duri con l’allora ministro dell’interno Pisanu. Quella era la stagione dei respingimenti di massa. Qualche anno dopo c’è stata quella degli accordi con la Libia, e anche lì lo scontro fu molto duro. Non è piacevole veder liquidare come falsità questo rapporto che si basa su ore e ore di ricerche e interviste individuali”.

Quindi cosa risponde al ministero dell’Interno?

“Che per quanto riguarda i contenuti del lavoro di Amnesty come sempre la ricerca è stata accurata e c’è materiale non per negare quello che è successo, ma per approfondire attraverso un’inchiesta indipendente. Con una battuta direi che è meglio essere cretini che falsi, ma credo che siano entrambe accuse ingenerose. Nessuno mette in evidenza quanto è scritto sia nel rapporto sia nel comunicato stampa riguardo all’Italia come paese che svolge uno straordinario lavoro di ricerca e soccorso in mare. Poi le cose cambiano spesso quando le persone arrivano sulla terraferma e stanno negli hotspot. Abbiamo anche scritto che nella stragrande maggioranza dei casi il comportamento dei poliziotti è professionale, rispettoso della loro etica e della dignità delle persone che hanno di fronte. Come sempre si citano dei casi, si chiede un accertamento e si risponde che stiamo deligittimando un intero corpo di polizia. Questa storia va avanti da anni, se ne parla ogni volta che si tocca il tema del reato di tortura. Questa fase andrebbe superata”.

La portavoce per l’immigrazione della commissione europea ha detto: “non ci è stato riportato nulla di tutto ciò che sostiene Amnesty. Non ci risulta che negli hotspot italiani si siano verificate violazioni”.

“Qui prendo in prestito le parole del prefetto Morcone e dico che forse da Bruxelles non si ha una visione approfondita di quello che accade. Sul piano politico la commissione europea è la responsabile principale di quello che accade. È sua l’idea degli hotspot come luoghi di identificazione frettolosa e sommaria, di impronte digitali da prendere a tutti i costi, poco dopo l’arrivo di persone traumatizzate da viaggi infernali. È la commissione che ha imposto questo all’Italia, dandole come contentino il programma mai attuato di ricollocamenti. Era stato promesso di prendere 40mila persone dall’Italia nel 2015. ne sono state prese solo 1.200 e nel frattempo ne sono arrivate 160mila. Direi che a Bruxelles c’è un grosso problema di comprensione del fenomeno”.

Fonte: Radio Popolare

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Nel 2014, 170mila persone hanno compiuto la traversata e 3.186 sono morte; nel 2015, 153mila hanno compiuto la traversata e 2.794 sono morte; e oltre 153mila persone hanno compiuto la traversata e 3.252 sono morte al 24 ottobre 2016 (Amnesty International)

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Approfondimento:

Hotspot Italia – Amnesty International

(Documento “EUR3050042016ITALIAN.pdf)

Hotspot Italia: i diritti dei rifugiati violati nei centri di identificazione …

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Lug 6 2015

“The Big Brother” colpisce anche Amnesty International

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Ufficiale: il governo britannico ha spiato Amnesty International

6 luglio 2015

Il 2 luglio, il Tribunale sui poteri d’indagine del Regno Unito ha informato Amnesty International che le agenzie di sicurezza del paese hanno spiato l’organizzazione per i diritti umani, intercettandone le informazioni, esaminandole e archiviandole.

La mail del Tribunale ha chiarito una precedente dichiarazione del 22 giugno secondo la quale una delle due organizzazioni non governative spiate dal governo di Londra – oltre al Centro di risorse legali del Sudafrica – era l’Iniziativa egiziana per i diritti delle persone. Si trattava, invece, di Amnesty International. Non è stato spiegato quando e perché Amnesty International sia stata spiata o cosa sia stato fatto delle informazioni ottenute.

Amnesty International e altre nove organizzazioni per i diritti umani avevano presentato una denuncia contro la sorveglianza illegale delle agenzie di spionaggio del Regno Unito.

“Dopo 18 mesi di dispute in tribunale, di negazioni e sotterfugi, ora sappiamo che Amnesty International è stata spiata dal governo di Londra. Si dice, spesso, che questo avviene unicamente sotto regimi dispotici, e invece è accaduto in terra britannica, da parte del governo britannico. Tutto questo è oltraggioso” – ha commentato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Come potremo svolgere il nostro lavoro nel mondo quando ora i difensori dei diritti umani e le vittime di violazioni dei diritti umani sanno che le loro informazioni confidenziali rischiano di finire nelle mani dei governo?” – si è chiesto Shetty.

“La rivelazione che il governo di Londra stava spiando Amnesty International mette in evidenza le gravi inadeguatezze della legislazione britannica in materia di sorveglianza. Se le agenzie di spionaggio non avessero conservato per troppo tempo rispetto al consentito le nostre comunicazioni, non saremmo venuti a sapere niente. E quel che è peggio, il tutto sarebbe stato considerato perfettamente legittimo”  – ha aggiunto Shetty.

Amnesty International continua a chiedere la fine della sorveglianza di massa sulle comunicazioni da parte dei governi.

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Fonte: Amnesty International Italia

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Feb 25 2015

I Diritti Umani nel mondo: Rapporto 2014-2015 (Amnesty International)

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Il Rapporto 2014-2015 di Amnesty International, pubblicato in Italia da Castelvecchi il 25 febbraio, nel giorno del 10° anniversario della scomparsa del suo fondatore Peter Benenson, documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi e territori nel corso del 2014.

Lo scorso anno sarà ricordato per i violenti conflitti e l’incapacità di tanti governi di proteggere i diritti e la sicurezza dei civili.

Un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza di stati e gruppi armati. Di fronte ad attacchi barbarici e repressione, la comunità internazionale è rimasta assente.

Ma il 2014 è stato anche un anno che ha visto significativi progressi nella difesa e nella garanzia di alcuni diritti umani.

Ha segnato date importanti, quali l’anniversario della fuoriuscita di gas a Bhopal nel 1984, la commemorazione del genocidio in Ruanda del 1994 e l’analisi, a 30 anni dalla sua adozione, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Ha visto l’entrata in vigore del Trattato sul commercio di armi.

Momenti che ci fanno riflettere sui passi avanti compiuti ma anche su quanto resti ancora da fare per garantire giustizia alle vittime di gravi violazioni.

Questo rapporto testimonia il coraggio e la determinazione di donne e uomini che si battono per difendere i diritti umani, spesso in circostanze difficili e rischiose. Ed è a queste donne e questi uomini che dedichiamo il nostro rapporto.

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INTRODUZIONE

“Gli scontri tra le forze governative e i gruppi armati avevano trasformato il quartiere Yarmouk, a Damasco, dove vivevo, in un alveare. Era strapieno. Yarmouk era diventato un rifugio per le persone che fuggivano dagli altri quartieri. Lavoravo nell’assistenza umanitaria ed ero un attivista dell’informazione ma gli uomini con il volto coperto non facevano differenze tra operatori umanitari e combattenti dell’opposizione. Io mi nascondevo perché un numero sempre maggiore di miei amici erano stati arrestati. Decisi che era ora di andarmene e radunai le mie cose. Ma dove? I rifugiati palestinesi della Siria non possono entrare in un altro paese senza prima ottenere un visto. Ho pensato che  forse il Libano sarebbe stata la meno complicata delle opzioni ma avevo sentito dire che lì i rifugiati palestinesi erano esposti a razzismo e privati di molti dei loro diritti.”

Un rifugiato palestinese della Siria, che è poi riuscito a raggiungere l’Europa, passando attraverso Egitto e Turchia, e ad approdare in Italia dopo una rischiosa traversata via mare.

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Il 2014 è stato un anno devastante per coloro che cercavano di difendere i diritti umani e per quanti si sono trovati intrappolati nella sofferenza delle zone di guerra.

I governi a parole sostengono l’importanza di proteggere i civili ma i politici di tutto il mondo hanno miseramente fallito nel compito di tutelare coloro che più avevano più bisogno d’aiuto. Amnesty International ritiene che tutto ciò può e deve finalmente cambiare.

Il diritto internazionale umanitario, ovvero la legislazione che regolamenta la condotta nelle operazioni belliche, non potrebbe essere più chiaro. Gli attacchi non devono mai essere diretti contro i civili. Il principio di distinzione tra civili e combattenti è una salvaguardia fondamentale per le persone travolte dagli orrori della guerra.

E tuttavia, più e più volte, nei conflitti sono stati proprio i civili a essere maggiormente colpiti. Nell’anno della ricorrenza del 20° anniversario del genocidio ruandese, i politici hanno ripetutamente calpestato le regole che proteggono i civili o hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è intervenuto ad affrontare la crisi siriana negli anni precedenti, quando ancora sarebbe stato possibile salvare innumerevoli vite umane. Tale fallimento è proseguito anche nel 2014. Negli ultimi quattro anni, sono morte 200.000 persone, la stragrande maggioranza civili, principalmente in attacchi compiuti dalle forze governative. Circa quattro milioni di persone in fuga dalla Siria hanno trovato rifugio in altri paesi. Più di 7,6 milioni sono sfollate in territorio siriano.

La crisi in Siria è intrecciata con quella del vicino Iraq. Il gruppo armato che si autodefinisce Stato islamico (Islamic State – Is, noto in precedenza come Isis), che in Siria si è reso responsabile di crimini di guerra, nel nord dell’Iraq ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi. Parallelamente, le milizie sciite irachene hanno rapito e ucciso decine di civili sunniti, con il tacito sostegno del governo iracheno.

L’assalto condotto a luglio su Gaza dalle forze israeliane è costato la vita a 2000 palestinesi. E ancora una volta, la stragrande maggioranza di questi, almeno 1500, erano civili. Come ha dimostrato Amnesty International in una dettagliata analisi, la linea adottata da Israele si è distinta per la sua spietata indifferenza e ha implicato crimini di guerra. Anche Hamas ha compiuto crimini di guerra, sparando indiscriminatamente razzi verso Israele e causando sei morti.

In Nigeria, il conflitto in corso nel nord del paese tra le forze governative e il gruppo armato Boko haram è finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo a causa del rapimento, da parte di Boko haram, di 276 studentesse nella città di Chibok, uno degli innumerevoli crimini commessi dal gruppo. Quasi inosservati sono passati gli orrendi crimini commessi dalle forze di sicurezza nigeriane, e da altri che hanno agito per conto loro, contro persone ritenute appartenere o sostenere Boko haram; alcuni di questi crimini, rivelati da Amnesty International ad agosto, erano stati ripresi in un video che mostrava le vittime assassinate e gettate in una fossa comune.

Nella Repubblica Centrafricana, oltre 5000 persone sono morte a causa della violenza settaria, nonostante la presenza sul campo dei contingenti internazionali. Tortura, stupri e uccisioni di massa hanno a stento raggiunto le prime pagine dei giornali a livello mondiale. Ancora una volta, la maggior parte delle vittime erano civili.

E in Sud Sudan, lo stato più recente del mondo, decine di migliaia di civili sono stati uccisi e due milioni sono fuggiti dalle loro case, nel contesto del conflitto armato tra le forze governative e quelle dell’opposizione. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Questo breve elenco, come mostra chiaramente quest’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in 160 paesi, non rappresenta che una parte del problema. Qualcuno potrebbe sostenere che di fronte a tutto questo non è possibile fare nulla, che da sempre la guerra viene fatta alle spese della popolazione civile e che niente potrà mai cambiare.

Ma si sbaglia. È essenziale affrontare la questione delle violazioni contro i civili, oltre che assicurarne alla giustizia i responsabili. C’è una misura evidente e concreta che attende solo di essere adottata: Amnesty International ha accolto con favore la proposta, attualmente appoggiata da circa 40 governi, di dotare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di un codice di condotta che preveda l’astensione volontaria dal ricorso al veto in situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per non bloccare l’azione del Consiglio di sicurezza.

Sarebbe un primo passo importante e potrebbe già salvare molte vite.

I fallimenti tuttavia non hanno riguardato soltanto l’incapacità d’impedire le atrocità di massa. È stata anche negata l’assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città.

Quei governi, tanto pronti a denunciare a gran voce i fallimenti degli altri governi, si sono poi dimostrati essi stessi riluttanti a farsi avanti e fornire gli aiuti essenziali di cui avevano bisogno i rifugiati, sia in termini di aiuti economici, sia di opportunità di reinsediamento. A fine anno, i rifugiati della Siria reinsediati erano meno del due per cento, una cifra che dovrà almeno triplicarsi nel 2015.

Nel frattempo, un numero enorme di rifugiati e migranti continua a perdere la vita nel Mar Mediterraneo, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. La mancanza di supporto da parte di alcuni stati membri dell’Eu nelle operazioni di ricerca e soccorso ha contribuito allo sconvolgente tributo in termini di vite umane.

Una misura che potrebbe essere adottata per proteggere i civili nei conflitti è limitare ulteriormente l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate. Ciò avrebbe permesso di salvare molte vite in Ucraina, dove sia i separatisti appoggiati dalla Russia (che seppur in maniera poco convincente ha più volte negato un suo coinvolgimento) sia le forze pro-Kiev hanno colpito quartieri abitati da civili.

L’esistenza di regole sulla protezione dei civili è importante in quanto implica un concreto accertamento delle responsabilità e l’ottenimento della giustizia, laddove tali regole siano violate. In questa prospettiva, Amnesty International ha accolto con favore la decisione assunta dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, di avviare un’inchiesta internazionale in merito alle accuse di violazioni dei diritti umani e di abusi commessi durante il conflitto in Sri Lanka, dove, negli ultimi mesi di combattimenti nel 2009, furono uccise decine di migliaia di civili. Amnesty International si è molto impegnata negli ultimi cinque anni affinché fosse istituita quest’inchiesta. Senza un tale accertamento delle responsabilità non sarà possibile compiere alcun passo avanti.

Ma anche altri aspetti inerenti la difesa dei diritti umani devono essere migliorati. In Messico, la sparizione forzata di 43 studenti, avvenuta a settembre, è andata tragicamente ad aggiungersi alle vicende di oltre 22.000 persone scomparse finora o delle quali si sono perse le tracce dal 2006; si ritiene che la maggior parte di queste siano state rapite da bande criminali ma in molti casi le informazioni raccolte lasciano intendere che siano state sottoposte a sparizione forzata per mano di poliziotti o militari, i quali avrebbero agito in alcuni casi in collusione proprio con le bande criminali. Le poche vittime i cui resti sono stati ritrovati mostravano segni di tortura e altro maltrattamento. Le autorità federali e statali non hanno provveduto a condurre indagini su questi crimini per stabilire l’eventuale coinvolgimento di agenti dello stato e garantire un rimedio legale efficace per le vittime, compresi i loro familiari. Oltre a non aver dato una risposta, il governo ha tentato di nascondere la crisi dei diritti umani, in un contesto di elevati livelli d’impunità, corruzione e progressiva militarizzazione.

Nel 2014, i governi di molte parti del mondo hanno continuato a reprimere le Ngo e la società civile, una sorta di perverso riconoscimento dell’importanza del loro ruolo. La Russia ha accresciuto la sua stretta micidiale con l’introduzione di una spaventosa “legge sugli agenti stranieri”, un linguaggio degno della guerra fredda. In Egitto, le Ngo sono state al centro di un grave giro di vite, con l’utilizzo della legge sulle associazioni risalante all’era Mubarak, per mandare il chiaro messaggio che il governo non intendeva tollerare alcun tipo di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani di rilievo hanno dovuto ritirarsi dall’Esame periodico universale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Egitto, per timore di rappresaglie nei loro confronti.

Come già accaduto in varie occasioni in precedenza, i manifestanti hanno dimostrato il loro coraggio malgrado le minacce e la violenza contro di loro. A Hong Kong, a decine di migliaia hanno sfidato le minacce delle autorità e affrontato un uso eccessivo e arbitrario della forza da parte della polizia, in quello che è diventato il “movimento degli ombrelli”, esercitando i loro diritti fondamentali alle libertà d’espressione e di riunione.

Le organizzazioni per i diritti umani sono talvolta accusate di essere troppo ambiziose nei loro sogni di dar vita a un cambiamento. Dobbiamo comunque ricordare che i traguardi straordinari sono raggiungibili. Il 24 dicembre, è entrato in vigore il Trattato internazionale sul commercio di armi, dopo che tre mesi prima era stata superata la soglia delle 50 ratifiche.

Amnesty International, tra gli altri, si è impegnata a favore del trattato per 20 anni. Più volte ci era stato detto che non saremmo mai arrivati a ottenerlo. Ebbene, il trattato adesso esiste e servirà a proibire la vendita di armi a quanti potrebbero utilizzarle per commettere atrocità. Potrà pertanto svolgere un ruolo decisivo negli anni a venire, quando la questione della sua implementazione sarà cruciale.

Nel 2014 ricorrevano anche i 30 anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, un’altra convenzione per la quale Amnesty International si è battuta per molti anni e una delle motivazioni per le quali le fu conferito il premio Nobel per la pace nel 1977.

Questo anniversario è, sotto un certo punto di vista, un momento da celebrare ma è anche l’occasione per sottolineare come la tortura sia ancora dilagante in molte parti del mondo, motivo per cui Amnesty International, proprio quest’anno, ha lanciato la sua campagna globale “Stop alla tortura”.

Questo messaggio contro la tortura ha avuto una particolare risonanza in seguito alla pubblicazione a dicembre di un rapporto del senato statunitense, che ha dimostrato la facilità con cui era stato tollerato l’uso della tortura negli anni successivi agli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001. È sconcertante come alcuni dei responsabili per quegli atti criminali di tortura sembrassero ancora convinti di non avere alcun motivo di cui vergognarsi.

Da Washington a Damasco, da Abuja a Colombo, i leader di governo hanno giustificato orrende violazioni dei diritti umani sostenendo che era necessario commetterle in nome della sicurezza. In realtà, è semmai vero il contrario. Questo tipo di violazioni sono uno dei motivi principali per i quali oggi viviamo in un mondo tanto pericoloso. Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani. Abbiamo ripetutamente visto che, anche nei momenti più bui per i diritti umani, e forse in special modo in tempi come questi, è possibile dar vita a un cambiamento straordinario.

Dobbiamo solo sperare che, quando negli anni a venire guarderemo indietro al 2014, ciò che abbiamo vissuto in quest’anno ci sembrerà il fondo, l’ultimo punto più basso da cui siamo risaliti e abbiamo creato un futuro migliore.

Salil Shetty

Segretario generale di Amnesty International

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Fonte: Amnesty International

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Nov 23 2014

Amnesty International: un software per proteggere i PC dei giornalisti ed attivisti dallo spionaggio governativo

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Image by wpremedy.com

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Nuovo strumento per le vittime di spionaggio da parte dei governi

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Oggi e stato rilasciato un nuovo strumento che permette ai giornalisti e ai difensori dei diritti umani di eseguire la scansione dei loro computer per scoprire se sono sotto controllo. Questo strumento è stato pensato da un gruppo di associazioni da Amnesty International a una coalizione di associazioni che lottano per di diritti umani e aziende informatiche.
Detekt è il primo strumento messo a disposizione del pubblico che rileva nei computer, pericolosi spyware di sorveglianza, alcuni dei quali sono utilizzati dai governi.
Ha spiegato Marek Marczynski, responsabile della divisione Military, Security and Police per Amnesty International, che: “I governi stanno sempre più utilizzando tecnologia pericolosa e sofisticata che permette loro di controllare gli attivisti, le email private dei giornalisti e in remoto accendere la fotocamera del loro computer o del microfono per registrare segretamente le loro attività. Usano la tecnologia in maniera vile per evitare abusi da esposizione. ”
“Detekt è un semplice strumento che avvisa gli attivisti di tali intrusioni in modo che possano difendersi. Rappresenta una forma d’azione contro i governi che utilizzano le informazioni ottenute attraverso lo spionaggio, per detenere arbitrariamente con arresti illegali e con torture i difensori dei diritti umani ed i giornalisti.”
Sviluppato dal ricercatore per la sicurezza Claudio Guarnieri, Detekt è stato lanciato in collaborazione con Amnesty International, Digitale Gesellschaft, Electronic Frontier Foundation e Privacy International.
Negli ultimi anni l’adozione ed il commercio di tecnologie di sorveglianza e della comunicazione è cresciuta in modo esponenziale.
La Coalizione Contro le Esportazioni di Sorveglianza Illecite, di cui Amnesty International è membro, stima il commercio globale annuo in tecnologie di sorveglianza intorno ai 5 miliardi di dollari, ed è in crescita.
Alcune tecnologie di sorveglianza sono facilmente disponibili su Internet; mentre altre più sofisticate sono state sviluppate da aziende private con sede nei paesi sviluppati e venduti alle forze dell’ordine e agenzie di intelligence dei paesi in cui si commettono persistenti violazioni dei diritti umani.
FinFisher, un’azienda tedesca che faceva parte della britannica Gamma International, ha sviluppato lo spyware FinSpy che può essere utilizzato per monitorare le conversazioni di Skype, estrarre file dall’hard disk, registrare l’uso del microfono ed e-mail, fare screenshot e foto utilizzando la fotocamera del dispositivo.
Secondo una ricerca effettuata da Citizen Lab e dalle informazioni pubblicate da Wikileaks, Finfisher è stato utilizzato per spiare avvocati e attivisti di spicco per i diritti umani in Bahrain.
Amnesty International sollecita i governi a stabilire rigorosi controlli sul commercio, prima di autorizzare il trasferimento, chiedendo alle autorità nazionali di valutare il rischio che le attrezzature di sorveglianza potrebbero essere usate per violare i diritti umani.
Ha detto Marek Marczynski: “Detekt è un ottimo strumento che può aiutare gli attivisti a stare al sicuro, ma in ultima analisi, l’unico modo per evitare che queste tecnologie vengano usate per le violazioni dei diritti umani è quello di stabilire e far rispettare rigorosi controlli sul loro commercio ed uso.”

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Fonte: Amnesty International

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Nov 8 2013

Pussy Riot – Liberate Nadia e Masha! Amnesty: Firmate l’Appello!

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Nel febbraio 2012 le Pussy Riot hanno eseguito per pochi secondi nella cattedrale ortodossa di Mosca una canzone di protesta con cui criticavano le autorità russe. Due di loro, Nadezhda “Nadya” Tolokonnikova e Maria “Masha” Alekhina, sono state giudicate colpevoli di “vandalismo per motivi di odio religioso” e stanno scontando le condanne a due anni di reclusione in colonie penali note per essere luoghi brutali.

La condanna di una terza Pussy Riot, Ekaterina Samutsevich, è stata sospesa in appello.
Purtroppo, sia per Masha che per Nadia – entrambe con figli piccoli – è stata respinta la domanda di rilascio anticipato e differimento della pena per accudire i loro figli.

Aggiornamenti:

Nel luglio 2013, oltre 100 musicisti di fama internazionale si sono uniti per chiedere la liberazione delle due donne. L’evento è stato promosso e diffuso da 43 sezioni nazionali di Amnesty International.

Nell’agosto 2013, Maria Alekhina è stata trasferita campo di lavoro di Nizhnii Novgorod.  In una lettera aperta diffusa il 23 settembre, Nadezhda Tolokonnikova aveva reso noto di aver intrapreso uno sciopero della fame in segno di protesta per il trattamento ricevuto nella colonia penale in cui è detenuta da quasi un anno, tra cui l’obbligo di lavori forzati in “un modo che ricorda la schiavitù” e le minacce di morte ricevute da un dirigente del campo di lavoro e da altre detenute. Per questo è stata messa in isolamento.

Il 26 agosto 2013, Maria Alekhina ha informato telefonicamente alcuni amici che la colonia penale ha fatto distruggere alcune lettere a lei indirizzate, perché contenevano “critiche di regime e nei confronti del sindaco di Mosca Sergei Sobianin”.

Il 30 agosto l’avvocato Irina Khrunova, difensore di Maria Alekhina, ha depositato un appello alla Corte di Nizhnii Novgorod chiedendo che venga rivista la sentenza e che le venga concesso di scontare la pena svolgendo lavori di pubblica utilità, in alternativa alla detenzione. La data dell’udienza di appello non è stata stabilita.

Le due donne sono prigioniere di coscienza e Amnesty International è preoccupata per la loro incolumità.

Firma subito la Petizione!

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Egregio procuratore generale,

Desideriamo esprimere la nostra profonda preoccupazione per Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhina, condannate a due anni di carcere in una colonia penale per aver partecipato, nel febbraio 2012, a un’azione di protesta del gruppo femminista punk Pussy Riot nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca.

Queste due donne, entrambe ventenni e madri, sono state arrestate solo per aver espresso pacificamente le proprie idee e sono quindi prigioniere di coscienza.

Le chiediamo di assicurare che Maria Alekhina e Nadezhda Tolokonnikova siano rilasciate immediatamente e senza condizioni. Le chiediamo di garantire che durante la loro permanenza in carcere, non vengano maltrattate dal personale carcerario o dai detenuti, e che siano loro assicurati regolari contatti con le loro famiglie e i legali.

Accogliamo con favore la notizia del rilascio di Ekaterina Samutsevich, ma rimaniamo preoccupati per lo stato condizionale della sua libertà. Le tre Pussy Riot non avrebbero dovuto essere perseguite.

Chiediamo a Lei e a tutte le autorità del Suo Paese di rispettare e sostenere il diritto alla libertà di espressione nella Federazione russa, e di rimediare immediatamente al trattamento ingiusto nei confronti di queste giovani donne.

La ringraziamo per l’attenzione.

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Approfondimento (madu)

Guarda il Video

Il Collettivo Pussy Riot

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