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Messaggistica privata di Facebook utilizzata a scopi pubblicitari

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Facebook, i messaggi privati che privati non sono

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Il social network è stato accusato di essere troppo vago nel dichiarare come gestisce i dati legati ai messaggi privati. Usati per tarare l’advertising e per gonfiare il marketing

di Claudio Tamburrino

Facebook è stata chiamata ad affrontare la giustizia, accusata di aver “utilizzato i contenuti delle comunicazioni degli utenti”, compresi i messaggi privati, per “raccogliere dati da sfruttare economicamente condividendoli con parti terze tra cui inserzionisti, produttori”.

A depositare l’accusa che cerca lo status di class action sono stati due suoi utenti che contestano, in particolare, l’utilizzo dell’aggettivo “privato” in relazione al sistema di messaggistica privato di Facebook ed alcune pratiche che evidenzierebbero evidente ingerenze nelle comunicazioni private.

Il tutto parte da una ricerca condotta nel 2012 dal Wall Street Journal sulla privacy online: in quell’occasione il social network era stato accusato di vendere dati ai pubblicitari in modo tale da permettergli di disseminare pubblicità mirata.

Un’accusa molto simile ha già investito Google: il suo servizio di posta elettronico Gmail è sul banco degli imputati perché attraverso di esso Mountain View scandaglierebbe le email dei suoi utenti. Per il caso di Google, d’altronde, non sembra sufficiente esplicitare questo tipo di utilizzo attraverso le condizioni d’uso fatte accettare agli utenti, né spiegare che la lettura delle email degli utenti avviene in modo automatico (e non attraverso interfacce umane, ma algoritmiche) e forse neanche il fatto che ciò avviene per meglio smistare la posta, tra commerciale, privata e spam.

Allo stesso modo, secondo la nuova accusa, a Facebook non basterebbe esplicitare, attraverso la sua nuova policy in materia di privacy rinnovata da ultimo ad agosto, l’utilizzo che si fa dei dati, oltretutto perché sarebbe ingannevole nel definire “privati” i messaggi scambiati tra gli utenti sulla sua piattaforma.

In particolare, la denuncia accusa Facebook di analizzare i link inviati tramite messaggi privati e considerarli come un “mi piace” se corrispondono a contenuti condivisi anche pubblicamente sulla sua piattaforma: di fatto trasformando così automaticamente una comunicazione privata in una forma pubblica di approvazione.

Secondo l’accusa, per ottenere questo risultato e per raccogliere ulteriori informazioni dai messaggi privati, il social network utilizzerebbe una combinazione di software e controllo umano: per tutte queste ragioni si chiedono più di cento dollari per ogni giorno di violazione, oppure 10mila dollari per partecipante alla class action, più danni pari a un minimo di 5mila dollari.

Facebook ha risposto definendo le accuse “senza merito” e promettendo battaglia.

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Fonte: Punto Informatico

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Autorità Garante : procedura contro Groupon

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AGCM: Groupon sotto sorveglianza

di Claudio Tamburrino

Il garante ha avviato una procedura contro la piattaforma di coupon online, dopo le segnalazioni dei consumatori. Nella lente dell’authority, informazioni commerciali ingannevoli e procedure di rimborso inadeguate

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha aperto un procedimento nei confronti di Groupon che porterà l’antitrust italiano a vigilare sui suoi comportamenti.

AGCM si è attivata in risposta alle denunce inviate da Altroconsumo, Cittadinanzattiva, AdiconsumVeneto, Sportello Europeo Consumatori – Trento, Associazione Consumatori Utenti (ACU) Piemonte, Nero su Bianco e da oltre 600 singoli cittadini.

Cittadinanzattiva, da parte sua, nei mesi scorsi ha tracciato un quadro ben preciso del problema e sulla base di dati relativi al 2012 ha evidenziato come vi sia una denuncia al giorno dei consumatori per disservizi legati a prestazioni sanitarie o dedicate al benessere comprate online. Il problema, sottolinea l’associazione, è che non ci sono regole chiare sull’e-couponing: il mercato è in grande espansione, ma manca una normativa specifica, per assicurare tutte le garanzie del caso a chi per utilizza il servizio.

Secondo AGCM alcune società del gruppo internazionale Groupon (Groupon s.r.l., Groupon International GmbH, Groupon International Travel GmbH, Groupon Goods Global GmbH) potrebbero aver adottato due tipologie di pratiche commerciali scorrette.

Innanzitutto, nello sponsorizzare le offerte pubblicizzate attraverso la propria piattaforma, questi siti avrebbero divulgato “informazioni commerciali ingannevoli, omissive e in grado di creare confusione nel consumatore, in relazione ai prezzi e alle caratteristiche delle offerte”.

L’altro aspetto della questione è quello legato al servizio di assistenza clienti dei siti in questione, che non sembra in grado di rispondere ai reclami efficacemente, in particolare a causa di “comportamenti dilatori del call center”, e appare incapace di offrire soluzioni nelle situazioni in cui si è impossibilitati ad utilizzare il coupon acquistato, soprattutto se a cause addebitabili a Groupon o ai suoi partner, come accade in caso di overbooking. In questo secondo caso, tra le pratiche commerciali scorrette potrebbe rientrare anche quella di offrire come rimborso dei buoni acquisto anziché la restituzione dei soldi, nonché alcune clausole contrattuali che permettono al sito di mantenere la massima discrezionalità nello stabilire le condizioni nelle quali l’utente ha diritto ad un rimborso. Per questo tipo di pratica, peraltro, Groupalia è già stata spinta dall’Antitrust a modificare i suoi contratti, che adesso prevedono il diritto al rimborso nei casi di disservizio notificati entro 5 giorni lavorativi dal verificarsi dello stesso.

Oltre a questo, come sottolinea Adiconsum, chi usufruisce di offerte attraverso e-couponing si sente spesso trattato come un cliente di serie B: “La quantità delle porzioni è diversa dagli altri clienti, la stanza del l’hotel è la peggiore, il taglio di capelli è affrettato o realizzato dal personale meno esperto”.
Si tratta certamente di un atteggiamento miope da parte dei commercianti italiani che dovrebbero sfruttare il mezzo come una forma di pubblicità, ciò non toglie che l’utente dovrebbe essere comunque tutelato sia dall’autorità che dall’intermediario che sottopone l’offerta e che potrebbe effettuare, come sottolinea Altroconsumo Veneto, un minimo controllo di qualità.

Per quanto riguarda Altroconsumo, già a marzo aveva iniziato a raccogliere le lamentele dei clienti di servizi che offrono coupon digitali localizzati come Groupon, Groupalia o Letsbonus ed ha predisposto un form apposito per raccoglierle.

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Fonte: PuntoInformatico

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Pressione per un testo di legge che contrasti REALMENTE l’omofobia e la transfobia. Firma la Petizione!

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NUGfGzkxvrAUeBv-44x44-square    Lanciata da  ARCIGAY – Associazione LGBT Italiana

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Alle Senatrici e ai Senatori della Commissione Giustizia 2

Approvate un testo di legge che contrasti REALMENTE l’omofobia e la transfobia, senza se e senza ma.

Alcuni ritengono che non vi sia una emergenza omofobia in Italia, nonostante l’Italia sia superata persino da Albania, Lituania e Polonia nella classifica del riconoscimento dei diritti civili lgbt in Europa, nonostante la
 European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) individui nell’Italia uno dei paesi a più alto rischio omofobo, nonostante il Parlamento europeo e la CEDU abbiano più e più volte richiamato l’Italia. Non bastano i richiami e non bastano i morti (si ricordi che l’Italia è il secondo stato in europa per omicidi di persone transessuali). Non bastano i pestaggi delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT). Non bastano le parole d’odio puntualmente vomitate anche sui mass media, oltre che nella quotidianità della vita sociale, come se fosse cosa normale. Non bastano i gesti estremi di chi non ce la fa a rispondere all’odio con l’autoaccettazione e l’autoaffermazione di sé (almeno il doppio delle probabilità di aver pensato al suicidio, rispetto alle persone eterosessuali, secondo gli studi).

 

Mentre l’Europa da diversi anni ha adottato politiche ben precise e determinate per tutelare i cittadini LGBT con reali misure di inclusione sociale (pensiamo solamente ai Paesi Bassi che hanno predisposto un piano triennale con ben quaranta progetti in materia LGBT ed hanno una percentuale imbarazzante di accoglimento sociale… ben l’87% delle persone si sono dette favorevoli a una assoluta equiparazione tra persone eterosessuali e omosessuali sul piano normativo) l’Italia è riuscita a far sistematicamente naufragare tutti i progetti di legge, ad oggi anche il testo sull’omo-transfobia.

 

Quel che è peggio, proprio sull’estensione della Legge Reale-Mancino oggi assistiamo ad un offensivo e imbarazzante balletto attorno ad una non meglio identificata libertà di opinione, con emendamenti e subemendamenti decisamente peggiorativi. La legge Reale-Mancino c’è dal ‘75, è stata modificata e ampliata nel tempo, fino ad includere i fenomeni di intolleranza e di violenza nei confronti degli appartenenti alle minoranze linguistiche. Nessuno che sia mai stato messo in carcere per la semplice espressione di opinioni, perché il sistema giuridico ha i suoi anticorpi per contemperare i diritti, quello ad esprimere opinioni e quello a non essere oggetto di violenza motivata da odio. E infatti nessuno che abbia mai posto la questione della libertà di opinione. Perché proprio oggi?

 

Semplice: perché si parla di persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. E perché omofobia e transfobia, nella loro violenza pratica o verbale, difendono un’idea di società che ritiene le persone LGBT fondamentalmente inferiori. Un’idea di società che è dura a morire.

 

Noi non ci arrendiamo all’odio e diciamo no a questa idea di società. Vogliamo una legge che senza se e senza ma, senza salvacondotti e annacquamenti, stabilisca anche per i crimini d’odio omofobico e transfobico quello che stabilisce da decenni anche per diverse altre fattispecie.

Possiamo farcela. Firma e condividi anche tu questa petizione indirizzata ai senatori della Commissione Giustizia del Senato.

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FIRMA LA PETIZIONE!!

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Fonte: change.org

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