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Bologna 11 maggio. Cremaschi: Per costruire la sinistra che dice No all’Europa

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Bologna 11 maggio

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di Giorgio Cremaschi

Se qualcuno davvero aveva creduto che il nuovo governo si distaccasse di qualche centimetro dal percorso segnato dal governo Monti, ora dovrebbe ammettere di essersi sbagliato. Il patetico viaggio in Europa di Enrico Letta ha dimostrato che non c’è trippa per gatti. Chi è che diceva che dobbiamo rinegoziare? Cosa poi? Quante inutili chiacchiere. Noi non abbiamo goduto neppure del parziale indulto della pena concesso a Francia e Olanda. Se rispettiamo quel rigore che ha prodotto in Italia la più grave depressione dagli anni trenta del secolo scorso, ci tolgono dalla procedura d’infrazione, cioè ci lasciano esattamente come siamo ora. E poi basta, per il resto dobbiamo fare le “riforme”. Così la crisi diventa eterna. Viene smentita ufficialmente la precedente disonesta previsione di governo e Banca d’Italia, che vedeva la luce della ripresa in fondo al tunnel del 2013. Se ne riparla alla fine dell’anno prossimo. Secondo Prometeia nel 2020 saremo ancora dentro la crisi. I disoccupati ufficiali saliranno ancora fino al 2014, dopo non si sa. Insomma il disastro sociale che è avvenuto in Grecia, Spagna e Portogallo, è alla fine giunto anche da noi. La ragione di fondo è molto semplice, l’Europa non è la soluzione, ma il problema.

Le attuali istituzioni europee sono organizzate e programmate per una politica economica di rigore liberista. Non possono e non sanno fare altro che ciò che stanno facendo, cioè la distruzione dell’Europa sociale. Chi va in Europa o in Germania per rinegoziare l’austerità, se onesto, ha la stessa ingenuità di un liberale che prima del 1848 fosse andato alla corte di Vienna dal conte di Metternich per chiedere la Costituzione. L’Europa ideale non alloggia nelle attuali istituzioni, quella reale invece può solo essere rovesciata se si vuole un nuovo edificio, costruito su altre basi. Siccome la politica italiana dominante considera una bestemmia solo accennare a questo, si condanna all’impotenza e al delirio maniacale su quello che non c’entra.

La convenzione sulla riforma costituzionale è una mostruosità incostituzionale, come ci ripete giustamente Rodotà, ma è il solo modo che la politica dominante ha trovato per compiacere OCSE, Troika, tutti coloro che ci chiedono “riforme”. Siccome accettiamo la controriforma liberista che ci viene imposta dall’Europa e dalla finanza mondiale, dobbiamo per forza fare la controriforma della nostra Costituzione. E se non ci riusciremo, saremo ancora una volta inefficienti, vecchi, non competitivi. Con la stessa logica la disoccupazione di massa è tornata un altra volta ad essere una questione di flessibilità. La legge Fornero è troppo rigida, ci vuole qualche tacca di precarietà in più, la ritoccheremo ha detto Letta. Che così si accinge a vincere la non facile impresa di essere più a destra di Monti. A quando la pensione a ottant’anni?

Rigore, competività, flessibilità sono le parole malate che tornano a dominare il dibattito politico, come accade da trenta anni. Allo stesso modo,la grande novità che CGIL CISL UIL e Confindustria sanno elaborare è un altro patto corporativo, che cancelli il dissenso e il conflitto nei luoghi di lavoro e prometta sviluppo in cambio di produttività. Il fallimento di Marchionne che da tre anni somministra questa nuova dose della stessa ricetta, non insegna nulla, anche questo nuovo giro di vite sul lavoro lo chiede l’Europa. Siamo un paese paralizzato che ripete sempre lo stesso errore perché le classi dirigenti tutte sono o complici o vittime della sindrome europea. Ogni ferocia sociale che ci vien fatta precipitare addosso nasce al grido: “lo vuole l’Europa”.

Bene la sola vera e utile novità politica è che anche in Italia ci sia finalmente un movimento politico che nel nome della democrazia e dei i diritti sociali dica no a questa Europa. Qualcuno che oggi governa con Berlusconi ci risponderà che questo è populismo di destra. No è questa Europa che alimenta il peggio di sé con il liberismo delle sue istituzioni. È questa Europa che fornisce sempre nuova vita a Berlusconi e a quelli come lui. Rovesciare questa Europa è condizione necessaria per riprendere il cammino della democrazia e della crescita sociale. Di questo si devono convincere tutte le forze democratiche che oggi siano davvero intenzionate ad opporsi al governo. Non basta dire un semplice no a Letta e a Alfano, bisogna alzare la voce fino a che quel no lo senta quella Troika che guida autoritariamente tutti i governi del continente. Ci vuole anche in Italia una sinistra radicale che dica no all’Europa, come c’è in tutto il continente. Per cominciare a costruirla ci troviamo a Bologna, alla Bolognina, l’11 maggio.

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Fonte: controlacrisi

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Biancofiore: no pari opportunità ma ultima opportunità!

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Niente Pari Opportunità, Letta cambia le deleghe alla Biancofiore

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Enrico Letta ha sostituito la delega alle Pari Opportubità con quelle alla Pubblica Amministrazione. E’ l’ultima opportunità per lei di stare nel Governo, hanno detto fonti di Palazzo Chigi.

Enrico Letta ha ritirato la delega alle Pari Opportunità a Micaela Biancofiore sostituendola con quella alla Pubblica Amministrazione e alla semplificazione. Palazzo Chigi considera “ultima chance” per la permanenza al Governo della deputata del Pdl il cambio deciso oggi dal presidente del Consiglio. A far scattare la decisione sono state le interviste apparse stamani nella quali Biancofiore si è difesa, contraccando, dalle accuse delle associazioni gay nelle quali le sfidava a prendere posizione sul tema del femminicidio.

Il premier, secondo quanto è stato riferito, sarebbe rimasto contrariato ancora prima del merito delle affermazioni dall’essere la Sottosegretario venuta meno al richiamo alla sobrietà nella comunicazione fatto solo ieri a tutta la squadra al momento del giuramento dei sottosegretari.

Le tre interviste di questa mattina – “Non sono omofoba. Mi piacerebbe per una volta che

anche le associazioni gay, invece di autoghettizzarsi e sprecare parole per offendere chi non conoscono, magari condannassero i tanti femminicidi delle ultime ore. Difendono solo il loro interesse di parte”. Parlando a Repubblica, Messaggero e Corriere della Sera, la sottosegretaria si era difesa dalle accuse di omofobia, a modo suo. “Nei miei confronti – ha detto – è stata messa in atto una discriminazione preventiva ingiustificata e fondata su presunte dichiarazioni malamente estrapolate”. “I gay sono discriminati? Se è per questo sono più discriminate le donne. Perché, invece di fare queste sterili polemiche, le associazioni gay non fanno comunicati sugli omicidi delle donne? E perché non lo hanno fatto per il ferimento dei carabinieri?”. “Odio le discriminazioni verso gli animali, figuriamoci verso le persone! Potrei anche prendere qualche collaboratore gay. E sono pronta a incontrare le associazioni”, aveva proseugito Biancofiore. Al prossimo Gay Pride “se mi invitano ci andrò, ma non mi metterò a ballare seminuda sui carri”. Sulle unioni omosessuali, “alle nozze gay sono contraria, da cattolica, ma se il governo decidesse di vararle mi atterrei al mio governo”, aggiunge, mentre sulle unioni civili “non ho preclusioni”.

Stima da Alfano – “Il cambio della delega al sottosegretario Biancofiore è un atto del presidente del consiglio Enrico Letta che non ha e non avrà alcuna ripercussione sul governo”, hanno affermato all’Adnkronos fonti del Pdl che sottolineano che Michela Biancofiore continua a godere della massima fiducia e stima da parte del Pdl e del suo segretario.

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Fonte: Gay.it

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La fabbrica del Bangladesh e il terrorismo delle multinazionali

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Bangladesh Factory Fire

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di Paula Chakravartty e Stephanie Luce – 3 maggio 2013

Com’è che attribuiamo a certi atti di violenza la qualifica di terrorismo globale mentre altri sono relegati alla categoria più banale della violenza ordinaria? I fratelli Tsarnaev sono immediatamente classificati terroristi, e terroristi mussulmani, quanto a questo, con una frenesia nazionale e dei media sociali a sezionare i loro crimini promossa dallo spettacolo dal vivo della “caccia all’uomo” di Boston.

Tuttavia nella stessa settimana un’esplosione in una fattoria di fertilizzanti ha ucciso quattordici persone e causato danni enormi in una cittadina del Texas occidentale, con scarsa attenzione mediatica. Le Bombe di Boston sono state atti deliberati di terrorismo commessi da delinquenti che hanno preso di mira innocenti; l’esplosione del Texas, pur tragica, è stata considerata accidentale – anziché una conseguenza della regolamentazione dell’industria e degli standard di sicurezza – e perciò agevolmente dimenticata.

L’orrendo incendio di una fabbrica, avvenuto il 24 aprile fuori Dhaka, in Bangladesh, che ha ucciso più di 400 persone, prevalentemente donne mussulmane, e ferito altre mille potrebbe plausibilmente essere interpretato come un esempio di una rete globale di violenza.

L’edificio di otto piani del Rana Plaza, dove si è scatenato l’incendio, ospitava una molteplicità di aziende, tra cui una banca e cinque fabbriche di abbigliamento che impiegavano 3.122 lavoratori di sartoria. I lavoratori avevano notato il 23 aprile una grande fessura nell’edificio, che è crollato il giorno successivo. La polizia aveva ordinato che fosse evacuato e la banca al secondo piano aveva detto ai suoi dipendenti di non presentarsi il giorno successivo.

Tuttavia le fabbriche di abbigliamento avevano deciso di restare in attività e la conseguenza è stata l’insensata e prevedibile tragedia. Si è trattato solo del più recente di una serie di incendi nelle fabbriche e di edifici crollati in Bangladesh che dal 2005 hanno ucciso più di 900 lavoratori e ne hanno ferito migliaia di altri.

Di chi la colpa?

I grandi dettaglianti negli Stati Uniti e in Europa hanno additato i subappaltatori del Bangladesh come responsabili di questi “tragici incidenti”. Ma non c’è nulla di accidentale in questi troppo comuni atti di terrorismo contro lavoratori, e nel comportamento di società come Walmart, The Gap, H&M e centinaia di altre, che si sono rifiutate di affrontare le fondamentali esigenze di sicurezza dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh.

L’incendio al Rana Plaza ha portato nelle strade a esigere giustizia migliaia di lavoratori, le loro famiglie e i loro sostenitori. Una coalizione di ONG e organizzatori di lavoratori hanno chiesto alle multinazionali di aderire a un programma che crei comitati indipendenti di controllo e di sicurezza nelle fabbriche e che si occupi di alcune delle strategie fondamentali di prevenzione degli incendi.

Sin qui solo due società (Phillips van Heusen, che rappresenta marchi come Calvin Klein e Tommy Hilfiger e la società tedesca Tchibo) vi hanno aderito, mentre la maggioranza si è rifiutata. Società come la Walmart si sottraggono a qualsiasi tentativo dei lavoratori di aver voce nel garantirsi la sicurezza nel luogo di lavoro in Bangladesh, sviando le critiche mediante la promessa di autoregolamentazione e investendo in atti di beneficienza finalizzati alla propaganda.

Il Bangladesh è il secondo maggior produttore di abbigliamento di un’industria globale da un trilione di dollari, spremendo profitti dai lavoratori che assemblano secondo i dettati della rincorsa alla moda del momento in condizioni pericolose e a velocità sbalorditiva. Un rapporto ha rilevato che i lavoratori dovevano cucire un paio di jeans ‘Faded Glory’ per la Walmart ogni sei minuti, a volte sino a 12 ore al giorno.

Potenti dettaglianti e marchi multinazionali arrivano in Bangladesh pretendendo il prezzo più basso possibile, costringendo i produttori locali a tagliare i costi della manutenzione degli edifici, della sicurezza e dei salari.

Dove stanno le opportunità e i vantaggi della globalizzazione per i lavoratori che stanno alla base della piramide? Negli anni ’80 il governo del Bangladesh fu spinto a concentrarsi sulle esportazioni, promuovendo la sua abbondanza di manodopera a basso costo e il suo “vantaggio competitivo” sia in patria, nell’industria tessile, sia all’estero dalle rimesse dei lavoratori che vivevano oltre confine.

L’industria tessile è stata a lungo una parte prevalente dell’economia in gran parte dell’Asia Meridionale e con l’indipendenza dal Pakistan nel 1972 il Bangladesh ha nazionalizzato le sue grandi fabbriche tessili. La privatizzazione dell’industria è iniziata negli anni ’80 ed è stata accelerata dopo 1986, quando il governo ha aderito alle politiche di aggiustamento strutturale del FMI.

Nonostante il suo perseguimento del “libero mercato”, l’aggiustamento strutturale dell’economia del Bangladesh ha implicato una mano pesante dello stato nel promuovere e sostenere l’industria dell’abbigliamento in serie (RMG) assieme a duri interventi contro i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori.

Crescita dell’industria dell’abbigliamento

Gli ultimi tre decenni hanno visto un’esplosione della crescita dell’industria del RMG che oggi rappresenta quasi l’ottanta per cento delle esportazioni totali della nazione. I salari notoriamente bassi di questa industria sono rimasti virtualmente stagnanti, rendendo il Bangladesh “competitivo” rispetto a Cina, India, Cambogia, El Salvador e virtualmente tutti gli altri esportatori di abbigliamento che hanno visto crescere le paghe nel settore.

Questa manifestazione della corsa al ribasso contribuisce direttamente ad accrescere i tassi di disuguaglianza nella società del Bangladesh e al crescente numero dei poveri tra i lavoratori. In altre parole, mentre la produzione di abbigliamento ha portato a un’impressionante crescita del PIL complessivo del paese, i profitti dell’industria finiscono principalmente nelle casse dei dettaglianti e dei marchi in Europa e negli USA e, in misura minore, nelle tasche degli intermediari e dei proprietari delle fabbriche del Bangladesh. Il governo ha scarsi incentivi a turbare questa comodo relazione, visto che l’industria conta così tanto nella sua economia.

La maggior parte della produzione ha luogo in zone di lavorazione riservate all’esportazione dove le società sono esenti dal rispetto di molte leggi elementari, e pagano poche tasse. Con una limitata base fiscale il governo ha poche risorse che creare i propri uffici del lavoro e altri meccanismi di controllo del rispetto delle norme. Alcuni negli USA hanno sollecitato un boicottaggio o un bando all’abbigliamento prodotto in Bangladesh, ma ciò non farebbe che esacerbare il problema e danneggiare i lavoratori.

In questo Primo Maggio potremmo voler tornare alle analogie tra gli atti di violenza all’esterno di Dhaka e a Boston, entrambi gli eventi conseguenza di insensati bagni di sangue di vittime innocenti. Mentre possiamo discutere di come prevenire tragedie come l’attentato alla maratona di Boston, è abbondantemente chiaro che l’imposizione di standard di sicurezza e regole di base aiuterebbe a prevenire l’assoluta dimensione del terrore e della violenza scatenata ancora una volta in Bangladesh.

Il Forum Internazionale sui Diritti del Lavoro (ILRF), il Consorzio per i Diritti dei Lavoratori (WRC) e la campagna per i Salari Minimi in Asia stanno attuando sforzi per chiedere responsabilità in Bangladesh.

Costerebbe solo una piccola frazione dei profitti che questa industria globale sottrae aggressivamente. La Walmart, ad esempio, dovrebbe pagare 500.000 dollari l’anno per due anni per finanziare il programma ILRF, cioè circa il 2% dello stipendio del suo Direttore Generale nel 2012.

Il WRC stima che il programma per la sicurezza dell’ILRF costerebbe solo circa dieci centesimi per capo d’abbigliamento se il costo fosse distribuito su tutte le esportazioni del paese; una piccola somma per le industrie multinazionali o anche per i consumatori occidentali, che si avvantaggiano della violenza imposta da un modello economico che promuove i profitti piuttosto che la vita umana.

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Paula Chakravartty è docente associato di comunicazioni presso l’Università del Massachusetts – Amherst.

Stephanie Luce è docente associato di studi sindacali al Murphy Institute, Università della Città di New York.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/bangladesh-factory-and-corporate-terror-by-paula-chakravartty

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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