.
.

Henri Matisse – La danza (1910)
.
E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi
da quelli che non potevano sentire la musica.
.
.
.
.
"L'informazione è potere! L'informazione deve essere libera!"
.
.

Henri Matisse – La danza (1910)
.
E coloro che furono visti danzare vennero giudicati pazzi
da quelli che non potevano sentire la musica.
.
.
.
.
.
.

.
LA LETTURA IN CARCERE È UN DIRITTO
Così si esprime in proposito M., detenuto in un carcere italiano, in questa recente lettera:
#LaBuonaLettura, l’iniziativa che porta i libri nelle carceri italiane
Dal 12 ottobre fino al 31 ottobre 2015, grazie all’iniziativa “La buona lettura” promossa dai librai italiani, in particolare dal libraio di Roma Massimiliano Timpano, chi lo vorrà potrà donare libri alle carceri italiane. Si potranno donare con il sistema del #Librosospeso, recandosi in una qualsiasi Libreria italiana che aderisce, e donare un libro che sarà poi consegnato al centro raccolta di Roma, che provvederà in seguito alla consegna presso le carceri italiane.
LEGGI ANCHE: UN LIBRO SOSPESO, QUANDO LA LETTURA DIVENTA VIRALE E CONTAGIOSA IN LIBRERIA
L’IDEA – L’idea nasce per diffondere il libro e la lettura, e attraverso la stessa, aiutare le persone a ritrovare fiducia e senso della vita, affinchè non si sprofondi nell’ emarginazione, ma verso la correzione ed il recupero. Quali libri si possono donare? Tutti: poesie, fumetti e graphic novel, aforismi e saggi. A partire dal 31 ottobre poi, tutti i libri che saranno stati raccolti saranno distribuiti presso i diversi istituti di detenzione. Le librerie e gli editori che vogliono aderire all’iniziativa possono scrivere all’indirizzo: m.timpano79@hotmail.it
.
Fonte: libreriamo.it
.
.
.
.
.

.
di
Le dita di un signore tengono insieme una sigaretta e con le punte raccolgono i pezzi di vetro sparsi per la scrivania e li mettono nel posacenere, tra i mozziconi precedenti. E mentre il fumo della sigaretta sale ed esce verso la finestra dove prima c’era il vetro grande, quel signore racconta le storie dei pazienti che sono entrati lì e gli hanno chiesto una mano. E racconta di Dio. Di quando ha iniziato a lavorare all’Isola Tiberina come medico, più di venticinque anni fa. E quando racconta dei suoi cinque figli e dei due nipoti i baffi gli arrivano fino agli occhi strizzati al punto di fargli fare con le rughe, una sola riga tonda che fa un giro su tutto il volto.
Per arrivare a trovarlo nel suo ambulatorio bisognava arrivare a Piazza dei Decemviri, vicino a Cinecittà (periferia sud est di Roma), in un posto che a vederlo dovrebbe essere un giardino in uno spartitraffico. Fatto sta che in mezzo c’è uno container pieno di graffiti su tutti i lati. Da una parte c’è scritto “La follia di Giovanni”, dall’altra “assistenza sanitaria gratuita per chi non ne ha” con i giorni e gli orari di apertura. Dall’altra parte ancora c’è una finestra, una porta e la scritta: “Ambulatorio medico” su una bandiera della pace. Tutte scritte e disegni fatte dai writer.
Quella sera aveva trovato i vetri della finestra in tutto l’ambulatorio, ma non sembrava arrabbiato. Continuava a fumare e a raccogliere i pezzi di vetro nel posacenere e a parlare su una sedia bianca, di quelle di plastica, come se niente fosse. Nella stanza delle visite un lettino e una dispensa bianca con un lavabo. Raccontava di quanto fosse dura continuare a tenere aperto l’ambulatorio per lui che usciva dal Fatebenefratelli, all’Isola Tiberina, e che arrivava fino a Cinecittà a fare il medico per tutti, per chi aveva bisogno. E che era riuscito a coinvolgere altri medici che davano una mano all’ambulatorio. Raccontava delle sue iniziative con Alex Zanotelli. Diceva che quella era la follia di Giovanni perché San Giovanni di Dio è il nome dell’ospedale Fatebenefratelli, Giovanni Paolo XXIII era il papa alla base della sua formazione, Giovanni era il nome di Francesco d’Assisi e che lui lì, facendo il medico per tutti, faceva politica. E poi citava Tommaso D’Aquino e diceva “nell’estrema necessità i beni tornano ad essere di tutti cioè i poveri hanno il diritto di appropiarsene”. Lo aveva scritto anche su Facebook, che però non usava tanto.
La sera che avevano rotto i vetri dell’ambulatorio eravamo andati a incontrarlo con Antonio Marcello per fotografarlo e raccontare la sua storia in una mostra fotografica dedicata a chi presta cura e soccorso a chi ha bisogno. Si era voluto far fotografare vicino al lettino, con la sua borsa consumata, i capelli arruffati, senza sigaretta. Poi ci ha salutati e ha continuato a mettere i pezzi di vetro nel posacenere.
Alla notizia della morte hanno detto che era il “medico scalzo” o “il medico dei poveri”. Forse era più semplicemente il medico di tutti, il medico per chi non ne ha. Si chiamava Antonio Calabrò* e da domenica a Roma manca uno che rimetteva le cose a posto, che raccoglieva i pezzi di vetro o di persone e li rimetteva insieme.
.
Fonte: comune-info.net
.
.
.