Nov 16 2017

Disumani

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Libia – Esseri umani venduti all’asta dai trafficanti

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La politica dell’Unione Europea di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità. La comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi sugli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia”.

Questo il duro comunicato dell’ONU sulla strategia adottata dal nostro Governo con l’avvallo e il finanziamento della UE per bloccare chi fugge da guerre, regimi dispotici e fondamentalisti islamici (Iran, Eritrea, Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Nigeria, Niger, Ciad, Ghana, Gambia ecc.) o semplicemente dalla fame e dalla povertà.

La CNN ha poi documentato (anche con un video) la vendita all’asta di migranti in Libia [1].

Sea Watch, una ong tedesca, e la Marina Militare Italiana hanno filmato come la Guardia Costiera libica “salva i migranti” (picchiandoli, partendo a tutta velocità mentre i migranti sono appesi alle corde, lanciando patate ai volontari che si prodigano per salvare chi sta annegando) [2, 3].

I fatti accaduti in questi giorni stanno aprendo gli occhi a tanti che avevano creduto alle rassicurazioni del ministro Minniti che i salvataggi in mare sarebbero stati effettuati dalla Guardia costiera libica, che i migranti nei “CIE libici” sarebbero stati trattati come in Italia, rimpatriando i non aventi diritto e accogliendo gli altri. Una favola raccontata come se fosse realtà, a cui molti hanno voluto credere. Ora si moltiplicano i “Non sapevamo”, “Non immaginavamo”, “Episodi da condannare” ecc. Lacrime di coccodrillo e dichiarazioni ipocrite. In realtà sapevano e sanno benissimo qual è la situazione in Libia. Bastava leggere i rapporti di Amnesty, di Human Right Watch, dell’ONU, degli istituti di studi geopolitici. Oppure sentire le innumerevoli testimonianze dei migranti che sono giunti in Italia o leggere le inchieste del New York Times, del Washington Post, del Guardian, dell’Indipendent, dell’agenzia Reuters (inchieste spesso documentate con foto e video) [4, 5, 6, 7, 8].

Amnesty: “Rifugiati e migranti sono vittime di gravi abusi da parte di gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di esseri umani, oltre che delle guardie dei centri di detenzione amministrati dalle autorità governative”; “I Centri di detenzione sono spesso gestiti dai gruppi armati che operavano al di fuori dell’effettivo controllo del Governo. In queste strutture sono tenuti in condizioni squallide e sottoposti a tortura e altri maltrattamenti da parte delle guardie, compresi pestaggi, sparatorie, sfruttamento e violenza sessuale”; “In alcune occasioni, la guardia costiera si è resa responsabile di abusi, anche aprendo il fuoco contro le imbarcazioni o abbandonandole in mare aperto e picchiando i migranti e i rifugiati, a bordo delle loro motovedette e all’arrivo sulla costa” [9].

Human Right Watch: “La Guardia costiera libica usa metodi violenti nel trattare i migranti”, “E’ collusa con i trafficanti di esseri umani”; “Vengono ricondotti in Libia dove li attende un trattamento disumano fatto di torture e stupri fino ad essere ricattati e venduti come schiavi sessuali o per lavori abbrutenti”; “Gli osservatori sono rimasti sconvolti da ciò che hanno visto: migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammassati l’uno sull’altro, bloccati in capannoni” [10].

ONU (OIM): “La situazione in Libia è terribile. Le notizie di ‘mercati degli schiavi’ si uniscono alla lunga lista di orrori” (dichiarazione dell’aprile 2017); “Il capo della Guardia costiera di Zawiyah è contemporaneamente a capo di una milizia in combutta con i trafficanti”; “I trafficanti di ieri sono le forze anti-trafficanti di oggi” [11].

Potremmo continuare a lungo. La realtà è questa: l’Italia ha fatto accordi con un Governo non unanimamente riconosciuto, con “sindaci”, capimilizie e trafficanti (spesso queste tre figure coincidono), dando loro ingenti somme (decine di milioni di euro) purché fermino i migranti che vogliono venire in Italia, facendo finta di non sapere che in Libia vige l’anarchia (230 milizie che controllano altrettanti parti del territorio) [9]. Che questo avrebbe comportato altri morti, torture, schiavismo, stupri lo sapevano benissimo. Il giorno in cui il Governo italiano esultava per l’accordo raggiunto Amnesty dichiarava: “Oggi le autorità italiane hanno dimostrato che considerano più importante tenere migranti e rifugiati alla larga dalle loro coste piuttosto che proteggere le loro vite e la loro incolumità”.

Più volte abbiamo richiamato l’attenzione sulla tragedia di chi subisce la guerra, la dittatura, la persecuzione o la povertà e decide di lasciare il suo Paese per cercare condizioni di vita “umane” in un Paese straniero, come hanno fatto in passato tanti italiani e come un domani potremmo fare noi o i nostri figli [12].

Accogliere chi è in pericolo è un dovere morale al quale siamo obbligati anche dalla nostra Costituzione: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Il numero di persone che chiede di entrare in Italia non è ingente (negli ultimi anni è stato tra i 17.000 e i 170.000 all’anno) per un Paese di 60 milioni di abitanti che ogni anno ne perde 130.000 (saldo morti-nati), con sempre meno giovani e sempre più vecchi, dove nessuno più vuole fare determinati lavori (il pecoraio, il badante ecc.). Che i migranti fanno aumentare la criminalità, portano malattie e ci islamizeranno sono bufale che cozzano con i dati della realtà.

Dobbiamo chiederci chi e perché ci racconta queste bufale? Chi e perché agita le nostre paure? Chi e perché vuole che perdiamo la nostra umanità e adottiamo come massima di vita “Me ne frego”? Chi e perché vuole che perdiamo i valori di fraternità, uguaglianza, libertà così faticosamente affermati?  

Pio Russo Krauss   (Il giardino di Marco)

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Note: 1) http://edition.cnn.com/2017/11/14/africa/libya-migrant-auctions/index.html; 2) www.rainews.it/dl/rainews/media/Naufragio-Migranti-un-video-non-lascia-dubbi-la-motovedetta-libica-se-ne-va-lasciandolo-in-mare-8d5adb02-6004-4010-9406-a30e1924abb9.html; 3) https://sea-watch.org/en/update-evidence-for-reckless-behavior-of-libyan-coast-guards; 4) https://www.nytimes.com/2017/09/25/opinion/migrants-italy-europe.html?mcubz=1; 5) www.washingtonpost.com/news/monkey-cage/wp/2017/09/25/italy-claims-its-found-a-solution-to-europes-migrant-problem-heres-why-italys-wrong/?utm_term=.d297f5baad85; 6) www.theguardian.com/world/2017/may/22/libyan-government-shut-inhumane-refugee-detention-centres-un; 7) www.independent.co.uk/news/world/africa/ross-kemp-libya-migrant-hell-video-documentary-sky-refugees-torture-rape-detention-mediterranean-a7587811.html; 8) www.reuters.com/article/us-europe-migrants-libya-italy-exclusive/exclusive-armed-group-stopping-migrant-boats-leaving-libya-idUSKCN1B11XC; 9) www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/medio-oriente-africa-del-nord/libia; 10) www.hrw.org/world-report/2017/country-chapters/libya; 11) https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/N1711623.pdf; 12) vedi i messaggi del 7/9/17, 9/3/17 e 10/2/17 www.giardinodimarco.it/archivio.htm e vedi i video www.youtube.com/watch?v=pOZvhzfhFfE e www.youtube.com/watch?v=dochQxEMRZA&t=611s

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Nov 6 2012

La Corte europea condanna la Polonia: ostacoli ed intimidazioni per abortire dopo uno stupro

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Strasburgo bacchetta la Polonia: troppi ostacoli per abortire dopo uno stupro

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La Corte europea per i diritti dell’uomo ha recentemente condannato la Polonia perché non garantisce il pieno accesso all’interruzione di gravidanza. L’importante sentenza riguarda il caso di un’adolescente che rimase incinta dopo uno stupro e che, avendo deciso di abortire,  dovette affrontare una vera e propria odissea, incontrando enormi ostacoli nelle strutture pubbliche e subendo pesanti intimidazioni da parte di medici, religiosi e istituzioni. Tutto questo nonostante la normativa polacca — peraltro restrittiva — permetta di interrompere una gravidanza in caso di violenza sessuale.

Vale la pena di raccontare la triste storia di questa ragazza (P. nel procedimento) di Lublino, che nel 2008 viene violentata e scopre di essere incinta. Sostenuta dalla madre (soprannominata S.) e sulla base della legge che dal 1993 consente l’aborto in caso di stupro, ottiene il nulla osta dal procuratore. Quindi P. e S. si rivolgono a due strutture pubbliche, che però frappongono ostacoli insormontabili causando ritardi e disagi.

La ginecologa del primo ospedale, a Lublino, porta la ragazza da un prete senza chiederle se lo volesse. Sacerdote che tra l’altro è già stato preavvisato. Si chiede alla madre di firmare una liberatoria in cui si dice che l’aborto può causare la morte della figlia. Ma la ginecologa si rifiuta poi di eseguire l’interruzione di gravidanza, sulla base del suo credo religioso. In seguito, l’ospedale rende nota la storia, che viene pubblicata sui giornali.

P. e S. si rivolgono quindi ad un ospedale di Varsavia. Qui il dottore fa sapere che “varie persone” stanno facendo pressione all’ospedale. Anche la ragazza viene tempestata di sms dal sacerdote del primo ospedale, cui aveva dato il numero, e da altri sconosciuti. Le due decidono di lasciare l’ospedale, ma vengono molestate da manifestanti antiabortisti e condotte in una stazione di polizia. Oltre alle intimidazioni già subite, il tribunale di Lublino manifesta l’intenzione di togliere la potestà genitoriale alla madre, sostenendo che voglia costringere la figlia ad abortire. L’intento è di segregare la ragazza in una casa-famiglia.

Solo dopo essersi rivolta al ministro della Salute polacco la madre può accompagnare la figlia — in maniera riservatissima — ad abortire in una clinica nella lontana città di Danzica. Si confermerà che la madre non aveva affatto costretto la figlia ad interrompere la gravidanza. Storia che ricorda sinistramente quella della ragazza italiana su cui si accanirono alcuni giornali (in particolare Libero) che montarono il caso, diffamando lei e la sua famiglia e smerciando questa crudeltà come “libertà di espressione”.

La Cedu ha riscontrato, verso P. e S., violazioni dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), dell’articolo 5.1 (libertà e sicurezza) e dell’articolo 3 (proibizione di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Lo stato polacco è stato condannato a pagare 30mila euro alla ragazza e 15mila euro a sua madre per danni morali, più altri 16mila per rimborsi e spese, visti i viaggi affrontati. Non è strano che, tra i sette giudici europei, l’unico ad esprimere un parere parzialmente dissenziente sia stato quello di Malta, ossia del paese dell’Unione Europea che per ultimo, solo l’anno scorso, ha legalizzato il divorzio e dove l’aborto è ancora proibito.

La Corte inoltre ha evidenziato che la vittima ha avuto “informazioni fuorvianti e contraddittorie” e “non ha ricevuto un’assistenza medica obiettiva”. E che la virulenza del dibattito in Polonia — dove, come accade in molti altri paesi, impera la demonizzazione e la criminalizzazione dei sostenitori della libertà di scelta — “non assolve lo staff medico dai propri obblighi professionali inerenti la riservatezza medica”.

Non è la prima volta che il tribunale di Strasburgo bacchetta la Polonia. Accadde già l’anno scorso quando una donna incinta si vide negare da medici antiabortisti in ospedali pubblici la possibilità di fare l’amniocentesi e di ricorrere all’interruzione di gravidanza: la figlia nacque poi gravemente malata. In Polonia, paese fortemente cattolico, l’influenza delle gerarchie ecclesiastiche e di politici e attivisti no-choice è tuttora pesantissima. Ma proprio per questo le donne e le attiviste femminili in particolare sono molto sensibili al tema e molto attive nella lotta per il diritto all’autodeterminazione.

La vicenda ricorda sinistramente anche le tante uscite dei repubblicani Usa negli ultimi tempi. Come quella di Richard Mourdock, candidato del Senato in Indiana vicino al Tea Party, il quale ha affermato che pure la gravidanza in caso di stupro è un qualcosa “che Dio ha voluto“. Ulteriore dimostrazione che l’aborto motivato da violenza è un tema che il mondo cristiano ha grosse difficoltà a comprendere. E che, per difendere in maniera fanatica un possibile nascituro, si preferisce calpestare la dignità e l’autodeterminazione delle donne costrette a portare avanti una gravidanza.

La possibilità di interrompere la gravidanza, soprattutto in situazioni gravi come lo stupro, nella sostanza viene troppo spesso negata anche in Italia. Mentre in Polonia si condannano illegittime pressioni e, con fatica, le donne vedono riconosciuti i propri diritti, da noi i politici clericali invertono la rotta minando conquiste laiche. Oltre a supportare attivamente i movimenti no-choice, lavorano per affidare al volontariato dei movimenti ‘per la vita’ la gestione di consultori, o per permettere a questi di infiltrarsi pesantemente nelle strutture pubbliche. Senza contare le percentuali bulgare di ginecologi ed anestesisti obiettori, che di fatto impediscono alle donne di accedere all’interruzione di gravidanza in alcune zone d’Italia, rendendo inapplicabile la legge 194.

In poche parole, si fa di tutto per favorire quelle situazioni che vengono invece denunciate — e condannate — in Polonia. Un confronto che dovrebbe mettere in guardia prima di tutto le donne e coloro che si battono per i loro diritti.

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Fonte: UAAR

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