Dic 7 2015

Sardegna: pacifisti annunciano sabotaggi non violenti contro la produzione di bombe

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Bombe Made in Sardegna: un pacifista annuncia azioni nonviolente di sabotaggio

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di Luca Kocci

«Signor prefetto, signor questore, la informo che per quanto riguarda la fabbrica di bombe di Domusnovas (Ca), potrei attuare delle azioni di sabotaggio nonviolente. Considerato che il governo italiano sta violando la legge 185/90. Infatti in base a quella norma non si possono vendere armi alle nazioni in guerra! L’Arabia Saudita usa queste bombe, ci sono le prove, anche e soprattutto contro civili inermi. La mia coscienza di cristiano mi impone di farlo».

È questa la breve lettera che il pacifista sardo Antonello Repetto, aderente a Pax Christi – ma la sua, precisa, «è una iniziativa personale» – e non nuovo ad iniziative nonviolente antimilitariste, ha inviato al prefetto e al questore di Cagliari per “autodenunciarsi” e, contestualmente, denunciare la condotta illegittima della Rwm Italia munitions (sede centrale a Ghedi, provincia di Brescia, e uno stabilimento a Domusnovas, provincia di Cagliari), costola della Rheinmetall Defence, colosso tedesco degli armamenti, subentrato nel 2010 alla Società esplosivi industriali spa, che dal 2001, dopo aver prodotto per anni esplosivi da cava e per altri usi civili, è stata convertita a fabbrica per ordigni militari.

Secondo un’inchiesta giornalistica di Reported.ly – rilanciata in Italia, fra gli altri, da Famiglia Cristiana, Il fatto quotidiano e l’Unione sarda – a Domusnovas vengono prodotte bombe, vendute, attraverso l’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e regolarmente utilizzate per bombardare lo Yemen (v. Adista Notizie n. 40/15), come denunciano anche Amnesty International, Medici senza frontiere, Rete Disarmo e Opal Brescia. In violazione, quindi della legge 185/90, che regola l’export di armi dall’Italia e vieta la vendita di armamenti a Paesi impegnati in conflitti.

«Mi sono autodenunciato per rendere pubblica, in questo modo, la violazione della legge», spiega ad Adista Antonello Repetto. «È la mia coscienza, di cristiano, che me lo impone, perché il quinto comandamento parla chiaro: non uccidere. E con le bombe fabbricate a Domusnovas si uccide, anche civili inermi. Rilevo poi, con rammarico, che la Chiesa sarda, tranne pochissime eccezioni, continua a restare in un assordante silenzio, facendo il contrario di quello che dice papa Francesco, che in più occasioni ha denunciato la guerra, la produzione e il commercio di armi. Ma io non potevo più tacere». Il prossimo 19 dicembre è in programma un sit-in presso la Rwm di Domusnovas. E in quell’occasione i pacifisti potrebbero mettere in atto nuove inziative nonviolente nei confronti dell’industria.

Repetto ha indirizzato una lettera anche agli operai della Rwm di Domusnovas, allegandole il testo della Preghiera semplice di Francesco d’Assisi. «Mi permetto di scrivervi per invitarvi a riflettere su quello che purtroppo contribuite a fabbricare», si legge nella lettera inviata anche ad Adista. «Come ben sapete gli ordigni da voi prodotti vengono usati dall’Arabia Saudita contro lo Yemen. I raid aerei hanno causato la morte di migliaia di civili. Amnesty International afferma che sono stati compiuti veri crimini di guerra. Sono state infatti distrutte scuole e addirittura ospedali. Capisco cosa vuol dire oggi come oggi avere la fortuna di lavorare, e il posto di lavoro va indubbiamente salvaguardato, soprattutto quando si ha famiglia. Però non me ne vorrete se voglio rammentare che anche in Yemen hanno la famiglia! Quanti civili inermi dovranno ancora morire a causa di questi micidiali ordigni che provengono, purtroppo, anche dalla Sardegna? Vorrei, se mi permettete, farvi una proposta: perché tramite i vostri rappresentanti sindacali non chiedete una riconversione della fabbrica? So benissimo che non è un discorso facile da affrontare. Vorrei che in occasione del Natale prendeste in considerazione la mia proposta».

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Fonte: Adista

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AGGIORNAMENTO:

Un altro pacifista, Francesco Arcuri, si è autodenunciato. Anch’egli, come il collega Repetto, attuerà azioni nonviolente per sabotare la produzione di Bombe della fabbrica Rwm Italia Munitions di Domusnovas (CA). Arcuri ha comunicato la sua decisione con due lettere inviate ai vertici di Prefettura e Questura. Nelle lettere affronta anche il problema sui posti di lavoro nella fabbrica: “Sono contro il ricatto occupazionale e non voglio che i cittadini siano costretti a scegliere fra la disoccupazione e il lavoro in fabbriche di morte, diretta o indiretta che sia… io mi autodenuncio per puntare il dito contro lo Stato Italiano che non mi garantisce né un lavoro né una casa a favore di spese belliche, perché voglio che i miei figli crescano in un paese dignitoso, dove possano vivere felicemente e serenamente, senza guerre alimentate da scopi economici e poi spacciate per “sante”.”  (madu)

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Ago 5 2015

Alex Zanotelli: la guerra è alle porte! Mobilitiamoci!

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Manifestazione a Chicago contro la NATO

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“La guerra è alle porte. Non arriva con l’avanzata delle bandiere nere dell’Isis ma con quelle della Nato. E si fa largo sul fronte ucraino come su quello mediterraneo. Così le forze di reazione rapida passano da tredici a quarantamila uomini. Si prepara l’”inevitabile” intervento in Libia e s’intensifica l’utilizzo dei droni con la scusa di combattere i trafficanti di esseri umani. A fine settembre, poi, comincia la più grande esercitazione militare dal tempo della caduta del muro di Berlino. Coinvolgerà 35 mila soldati Nato, 200 aerei e 50 navi da guerra. Sarà pilotata dalla nuova base di Lago Patria a Napoli. Giochiamo in casa e giochiamo con il fuoco. A settembre, durante l’esercitazione, dobbiamo farci sentire […]
E allora mobilitiamoci tutti, credenti e non, uniamoci al di là di ideologie o credi, contro questa gigantesca esercitazione militare Nato “Trident Juncture 2015” che si terrà in autunno.
Lo chiedo da Napoli, il centro comando di questa operazione, insieme al comitato napoletano “Pace e Disarmo”.
Perché non pensare a una manifestazione nazionale a Napoli o altrove, promossa da tutte le realtà del movimento per la pace, dalla Rete della pace come dal Tavolo della Pace, dai No Muos come dai No Nato?”  (leggi tutto)

Alex Zanotelli

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Fonte: comune-info

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Approfondimento

NATO

Trident Juncture 2015

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Feb 18 2015

Fermatevi, la guerra non è la soluzione. Esistono altre strade.

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Testo congiunto diffuso da Rete della Pace, Campagna Sbilanciamoci e Rete Italiana per il Disarmo

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Il caos libico non accetta scorciatoie, semplificazioni e improvvisazione. L’intervento armato non può che aggravare la situazione.

Fermare la violenza in Libia, contrastare le milizie affiliate ad ISIS e tutti i gruppi armati è possibile senza più ripetere gli errori del passato, senza gettare ulteriore benzina sull’incendio.

L’intervento del 2011 dimostra pienamente in questi giorni tutto il proprio fallimento. La situazione è drammatica in tutta la regione del medio Oriente e dell’Africa Sub Sahariana, non solamente in Libia, e occorre agire con urgenza per mettere in sicurezza vite umane, per fermare le azioni criminali e terroriste, per ricomporre e riconciliare le diverse comunità etniche e religiose dell’intera regione. Questo l’obiettivo, la cui realizzazione dipende fortemente dal “modo” in cui si cercherà di metterlo in pratica: fondamentale per non produrre ulteriori vittime e caos.

Noi riteniamo che sia necessario dispiegare una molteplicità di azioni, tra le quali:

  • Chiedere ai Ministri degli Affari Esteri dei paesi europei di presentare richiesta presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia di avviare un processo nei confronti di Abu Backr Al-Baghdadi: sia chiamato a giudizio come responsabile del sedicente «Stato Islamico» insieme agli esecutori e finanziatori dei crimini di genocidio, contro l’umanità e di guerra, così come previsto nello Statuto della stessa Corte.
  • Sostenere la ricostruzione dell’assetto statuale libico, con tutte le forze della diplomazia e della politica, a partire dall’iniziativa dell’Onu per un accordo tra le parti: solo un’azione internazionale sotto egida Onu, costruita con il pieno coinvolgimento dei rappresentanti delle comunità locali e della società civile, potrà raggiungere un accordo che freni gli scontri tra gruppi armati.
  • La comunità internazionale, sotto guida ONU e con l’impegno e la cooperazione della Lega araba e dell’Organizzazione degli stati africani, deve farsi garante e protettrice di un futuro accordo di pace, anche al fine di mettere alle strette Qatar, Arabia Saudita ed altri paesi della regione che – in maniera ipocrita – sono responsabili nel sostegno e nella propagazione delle guerre in corso
  • L’Unione Europea può inviare personale civile nelle zone più sicure per sostenere il protagonismo della società civile, delle comunità religiose e delle donne nella costruzione di un processo di pace, tutelando i difensori dei diritti umani e gli operatori di pace locale che più si espongono in questo momento. Questa sarà la missione dei futuri Corpi Civili di Pace.
  • Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e di petrolio, le complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione. Un modo per non diventare complici in un conflitto che ci vede già molto responsabili, e per non essere “imprenditori di morte pronti a fornire armi a tutti” come ha ricordato oggi lo stesso Papa Francesco.

L’Unione Europea e i suoi stati membri devono fare la propria parte, garantendo assistenza umanitaria a profughi e migranti e cooperando con i paesi della regione che se ne stanno facendo carico, per mettere in campo un’operazione di salvataggio in mare e di accoglienza dei profughi e migranti.

Abbiamo bisogno di una politica ed un impegno internazionale che dichiarino finita la stagione degli errori armati e degli interessi di parte riportando al centro l’interesse generale della comunità globale per la Pace, la libertà e per l’accesso ai diritti universali per tutte e per tutti.

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Fonte: disarmo.org

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Approfondimento

Libia: pacifisti, no a intervento militare, non si ripeta errore fatto con Gheddafi

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Feb 16 2015

Seminando violenza si raccoglie violenza

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ISIS  ISLAMICO

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Il terrore che procuriamo è il terrore che riceviamo

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di Chris Hedges

Noi lanciamo missili dal cielo che inceneriscono le famiglie raccolte  nelle loro case. Loro inceneriscono un pilota  che si fa piccolo piccolo  in una gabbia. Noi torturiamo gli ostaggi nei nostri siti segreti e li facciamo morire soffocati ficcandogli degli stracci in gola. (1) Loro torturano gli ostaggi in squallidi tuguri e li decapitano. Noi organizziamo squadre della morte sciite per uccidere i Sunniti. Loro organizzano squadre della morte sunnite per uccidere gli Sciiti. Noi produciamo film ad alto costo come “American Sniper” [Il cecchino americano] per glorificare i nostri crimini di guerra. Loro producono video stimolanti per glorificare la loro versione della jihad.

La barbarie che condanniamo è la barbarie che commettiamo. La linea che ci separa dallo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) è tecnologica, non morale. Noi siamo quelli che combattono.

“Dalla violenza nasce soltanto violenza,” ha scritto Primo Levi,” (2) seguendo un’azione pendolare che, mentre il tempo passa, invece che attenuarsi, diventa più frenetica.”

Il fatto che l’ISIS abbia bruciato vivo il pilota giordano, Luogotenente Muath-Al-Kaseasbeh, dopo che il suo F-16 si era schiantato vicino a Raqqa, in Siria, è stata una cosa tanto raccapricciante quanto qualsiasi cosa ideata per l’anfiteatro romano. E si intendeva che fosse tale. La morte è il fondamentale spettacolo della guerra. Se l’ISIS avesse jet da combattimento,  missili, i droni e l’artiglieria pesante per bombardare le città americane non ci sarebbe bisogno di dare fuoco a un pilota dopo averlo catturato; l’ISIS sarebbe in grado di bruciare degli esseri umani, come facciamo noi, da un’altezza di varie migliaia di piedi. Però,  dal momento che l’ISIS è limitata nella sua efficienza bellica, deve trasmettere al mondo una versione in miniatura di quello che facciamo noi in Medio Oriente. Il processo dell’ISIS è più grezzo. Il risultato è lo stesso.

Il terrore ha una sua coreografia. Ricordate “Shock and Awe”? (“Colpisci e terrorizza) (3 e 3 bis). Il terrore deve essere visto e sentito perché sia efficace. Il terrore richiede immagini raccapriccianti. Il terrore deve instillare una paura paralizzante. Il terrore richiede la sofferenza delle famiglie. Richiede cadaveri mutilati. Richiede appelli angosciati da ostaggi e prigionieri impotenti. Il terrore è un messaggio mandato avanti e indietro nel contorto dialogo della guerra. Il terrore crea un vortice di rabbia, orrore, vergogna, dolore, disgusto, pietà, frustrazione e impotenza. Consuma i civili e i combattenti. Eleva la violenza al livello di più alta virtù, giustificata in nome di nobili ideali. Scatena un carnevale di morte e fa cadere una società in una follia inzuppata di sangue.

Durante la guerra in Bosnia degli anni ’90, i parenti pagavano enormi somme per recuperare i corpi dei loro figli o mariti che erano nelle mani di commercianti di cadaveri della parte opposta.

E pagavano ancora di più nel tentativo di assicurarsi il rilascio di figli e mariti quando erano ancora vivi. Questi “commerci” sono vecchi quanto la guerra. Gli esseri umani, sia che si trovino nei nostri siti segreti dove vengono torturati,  o nelle mani dei militanti islamici, sono effetti collaterali della guerra.

Non tutti gli ostaggi o i prigionieri suscitano lo stesso grido di protesta nazionale. Non tutti reclamano lo stesso prezzo. E non tutti si programma che vengano rilasciati. Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) che si sono date ai rapimenti, e a negoziati per il riscatto in un giro di affari efficiente e che hanno preso  prigionieri centinaia di persone, tenevano vari livelli di ostaggi. Le celebrità prese in ostaggio, compresa la politica Ingrid Betancourt (4) che è stata catturata mentre si stava  candidando  alla presidenza della Colombia e che è stata liberata dai militari colombiani dopo essere stata tenuta prigioniera per 6 anni – erano fondamentalmente fuori mercato. Le FARC avevano anche ostaggi di prezzo medio come poliziotti e soldati, e ostaggi di basso prezzo, che comprendevano i contadini.

Le celebrità prese in ostaggio valgono di più per ognuna delle parti di un conflitto quando sono in prigionia. Questi ostaggi, l’allora  Primo ministro italiano Aldo Moro (5), che è stato rapito e giustiziato dalle Brigate Rosse nel 1978, è un altro esempio – intensificare il dramma della guerra. Saddam Hussein in una gabbia serviva a questo scopo. Le celebrità prese in ostaggio, dato che il prezzo richiesto per il loro rilascio è così esagerato, spesso sono condannati a morte in anticipo. Sospetto che  questo sia stato il caso del giornalista americano  James Foley, che è stato decapitato mentre era prigioniero. Il riscatto proposto era così follemente esorbitante – 100 milioni di euro e il rilascio degli estremisti islamici tenuti prigionieri dagli Stati Uniti – che i coloro che lo hanno catturato probabilmente non si sono mai aspettati che venisse pagato.

Il governo giordano sta lottando per contenere un movimento islamico virulento, anche se piccolo. C’è disagio tra la popolazione della Giordania come c’è anche negli Stati Uniti a proposito degli attacchi aerei americani contro l’ISIS. La morte del pilota giordano rafforza, tuttavia, le affermazioni di Washington e di Amman che la battaglia con l’ISIS è una lotta tra stati democratici, illuminati (anche se la Giordania non è una democrazia) e  jihadisti selvaggi. E l’impiccagione avvenuta mercoledì di due membri di Al-Qaida (6) è stata calcolata, insieme agli attacchi con fatti con jet da combattimento in Siria contro la capitale de facto dell’ISIS, per mettere in luce queste ipotetiche differenze e intensificare il conflitto.

Sajida al-Rishawi, una delle due persone impiccate, era stata nel braccio della morte fin dal 2005 per il suo ruolo negli attacchi agli alberghi di Amman (7) che hanno causato 60 morti. Era stata collaboratrice del leader di al-Qaida, nato in Giordania, Abu Musab al-Zarqawi, che è stato ucciso in Iraq nel 2006. Le esecuzioni fatte per vendetta dalla Giordania e dall’ISIS, come gli attacchi aerei, sono utili nel gioco del terrore contro terrore. Favoriscono la duplice visione di una battaglia tra bene e male che è fondamentale per mantenere il tono febbrile della guerra. Non si vuole che il proprio nemico sembri umano. Non si vuole lasciare che la popolazione si stanchi delle strage. Si devono sempre fabbricare il terrore e la paura.

La Francia e la maggior parte degli stati europei, al contrario degli Stati Uniti, trattano con i rapitori e pagano per gli ostaggi. Questo si è trasformato in una pratica commerciale costituita. Le diecine di milioni di dollari raccolti dall’ISIS tramite i rapimenti, sono una fonte significativa di entrate, che ammontano forse alla metà del loro bilancio operativo. Il New York Times, in un’indagine, nel luglio 2014 ha scritto che “Al Qaida e i suoi diretti affiliati hanno incassato almeno 125 milioni di dollari di entrate provenienti dai rapimenti fin dal 2008, dei quali 66 milioni sono stati pagati proprio l’anno scorso.” Ma negoziare e pagare riscatti ha delle conseguenze. Mentre per i francesi e per gli altri cittadini europei è più probabile che venga chiesto un riscatto, è anche più probabile che essi vengano presi come ostaggi. Però alla Francia vengono risparmiate le scene che devono sopportare gli americani che si rifiutano di pagare. E per questo la Francia è in grado di rimanere sana di mente.

Il terrore è utile agli interessi dei guerrafondai su entrambi i lati della divisione. Questo è ciò che è avvenuto durante la crisi degli ostaggi americani in Iran durata 444 giorni e che ha avuto luogo dal 1979 al 1981. E questo è il motivo per cui la Giordania, al contrario del Giappone, che ha visto giustiziare due dei suoi connazionali, ma che non è coinvolta militarmente contro l’ISIS, ha reagito con tale furia bigotta e ha compiuto una vendetta. E’ per questo motivo che l’uccisione di Foley ha rafforzato l’invito da parte della lobby di Washington di dare il via a una campagna di bombardamenti contro l’ISIS. Il terrore, quello che procuriamo e il terrore che ci viene procurato– nutre la brama di guerra. E’ uno strumento di reclutamento per la crociata della guerra. Se l’ISIS non fosse brutale, si dovrebbe farla sembrare brutale. E’ la fortuna dei fanatici cui ci opponiamo e dei fanatici in mezzo a noi, che le necessità della propaganda siamo ampiamente soddisfatte. La tragedia è che così tanti innocenti soffrono.

I governi del Medio Oriente alleati con l’Occidente, compresi Giordania, Iraq e Arabia Saudita, hanno osservato con orrore l’ISIS che  si ritagliava parti della Siria e dell’Iraq per creare un califfato che si auto-proclamava tale, grande quanto il Texas. Per mezzo di esportazioni di petrolio, l’ISIS e “l’affare” di prendere persone in ostaggio, è riuscita a diventare economicamente auto-sufficiente. L’area sotto il suo controllo è diventata una mecca per i jihadisti. Ha attirato circa 12.000 combattenti stranieri, compresi 2.000 che arrivano dall’Europa.

Più a lungo il califfato canaglia rimane in esistenza, più diventa una minaccia mortale agli alleati dell’Occidente nella regione. L’ISIS non invaderà paesi come l’Arabia Saudita e la Giordania, ma il fatto che continui a esistere autorizza  gli scontenti e gli estremisti in quei paesi, molti dei quali gemono a causa di economie che stanno crollando, ad alimentare insurrezioni interne. Gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione sono decisi a cancellare l’ISIS dalla carta geografica. E’ troppo destabilizzante. Drammi come questi, poiché servono agli scopi dell’ISIS e anche a quelli delle nazioni che cercano di distruggerlo, continueranno a essere messi in scena    fino a quando esisterà il califfato.

Il terrore è il motore della guerra. E il terrore è quello che tutte le parti presenti in questo conflitto producono in eccesso.

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Lug 19 2014

Israele – L’arte di vendere la guerra!

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‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi. – Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi.  Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

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I media raccontano o spacciano?

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di Danny Schechter

New York: c’è un’arte della guerra e un’arte di vendere la guerra, al proprio popolo e al mondo in generale.
Israele è maestro in entrambe. Quando parliamo della “sola democrazia” del Medio Oriente si dimentica spesso, forse deliberatamente, che il paese è governato da un Gabinetto di Guerra, o di “Sicurezza”. E’, ed è stato, in effetti, un regime militare con molti fanatici religiosi potenti, come la sua nemesi iraniana.
Dalla proclamazione della sua “indipendenza” nel 1948 è rimasto dipendente a un vasto versamento di “aiuti dall’estero” dagli Stati Uniti, oggi più di 3 miliardi di dollari l’anno e in aumento, molto, molto di più che molti paesi poveri che hanno un bisogno disperato d’aiuto ma non lo ottengono.
A integrazione di questi sussidi Israele il proprio complesso industriale e tecnologico militare avanzato che aggiorna e personalizza gli armamenti nelle industrie militari e aerospaziali.
La sua attuale intensificazione della guerra contro Gaza è solo la più recente, sulla scia di sette guerre “riconosciute”, due intifada palestinesi, molte operazioni di rappresaglia e innumerevoli azioni clandestine, tra cui ingerenze e assassinii.
La sua capacità di punire e la sua disponibilità a usare armi avanzate in aree dense di civili come Gaza è terrificante e premeditata. Gli USA possono aver utilizzato la tattica dello ‘shock and owe’ [paralizza e colpisci] per scatenare la propria guerra in Iraq, ma Israele l’ha resa routine con 2.360 attacchi aerei nella sola sua campagna “Piombo fuso” del 2008-2009 contro Gaza. Sinora ce ne sono stati 1.000 in questa sanguinaria blitzkrieg. Non sorprende che di tutte le sue forze militari sia l’aviazione che è dominata da estremisti e coloni della West Bank.
E, in tutti i suoi conflitti, Tel Aviv inventa e poi conquista una posizione di superiorità “morale” costantemente rafforzata, proponendosi come vittima e giustificando le proprie azioni come difensive. Quella visione è poi incessantemente trasmessa al pubblico 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 da gruppi di pressione, agenzie di pubbliche relazioni e governative a, e attraverso, una ben orchestrata rete di alleati e sostenitori politici di tutto il mondo.
Nulla di nuovo, dice il rispettato storico israeliano Ilan Pappe: “La macchina israeliana della propaganda tenta in continuazione di raccontare le proprie politiche fuori contesto e trasforma il pretesto che ha scovato per ogni nuova ondata di distruzione nella principale giustificazione di un’altra orgia di massacri indiscriminati dei campi della morte della Palestina”.
Come in tutti i suoi conflitti le operazioni di propaganda intese a conquistare la stampa e l’opinione pubblica godono di priorità pari a quella delle sue operazioni militari.
Oggi unità a guida militare ed eserciti di gruppi/eserciti cibernetici studenteschi tentano di dominare il discorso in rete a proposito della guerra, enfatizzando ripetutamente punti prefabbricati e testati, come incolpare Gaza di aver respinto un cessate il fuoco che si ripete continuamente Israele appoggiava. Non c’è menzione dei costi umani, della sproporzione tra le vittime e la copertura mediatica o di approcci alternativi.
I media principali sembrano abbracciare la narrativa senza discussioni o servizi o analisi indipendenti, per non dire critiche.
Ecco Bloomberg: “Israele riprende i bombardamenti su Gaza dopo che Hamas respinge il piano di tregua”. Ecco il Washington Post: “Anche se Israele trattiene il fuoco, Hamas non lo ha fatto.” In continuazione, ventiquattr’ore su ventiquattro. In molti di questi resoconti Hamas è descritto solo come “militanti”, non un partito o un governo eletto. Il messaggio perenne: Israele è ragionevole, mentre Hamas è irresponsabile e arriva a volere la morte del suo stesso popolo. La colpa è sempre sua! Non si sente mai che cosa Hamas sta dicendo, o tentando di dire, salvo frammenti selezionati di retorica surriscaldata utilizzata per demonizzarlo.
Israele è passato dalle PR [propaganda, pubbliche relazioni] alla PM: gestione della percezione.
All’interno di Israele, dice Neve Gordin, la situazione è ancor peggiore, con ripetuti appelli a una maggior intensificazione, in mezzo a richieste neo-genocide di una soluzione finale, del tipo “distruggeteli tutti, una volta e per sempre”.
In un pezzo su “La camera d’eco bellica israeliana” egli scrive: “Il dibattito pubblico oggi non verte su se interrompere gli attacchi aerei ma piuttosto se impiegare o no forze di terra”. In un editoriale il corrispondente militare di Channel 2, Ronnie Daniel, ha affermato che soltanto “un’operazione di terra farà pagare a Hamas un prezzo sufficientemente pesante” al fine di garantire a Israele un prolungato periodo di pace. Il giorno successivo il conduttore di Channel 2 ha riflettuto: “Volevamo Hamas in ginocchio e sinora non è successo”. E Daniel ha risposto: “Sinora non sta succedendo, e la conclusione, a mio parere, è che non ne ha avuto abbastanza”.
Amira Hass, la coraggiosa corrispondente israeliana di Ha’aretz, spiega:
“Entrambe le parti (Hamas e Israele) dicono di sparare per legittima difesa. Sappiamo che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. La politica di Israele è chiara (salvo che per i consumatori dei media israeliani): isolare ancor di più Gaza, impedire qualsiasi possibilità di unità palestinese e distrarre l’attenzione dall’accelerazione della spinta colonialista nella West Bank.
E Hamas? Vuole promuovere la sua posizione di movimento di resistenza dopo i colpi che ha subito come movimento di governo. Forse pensa davvero di poter cambiare l’intera strategia della dirigenza palestinese nei confronti dell’occupazione israeliana. Forse vuole che il mondo (e gli stati arabi) si svegli dal suo sonno.
Tuttavia, con tutto il dovuto rispetto a Clausewitz, i calcoli razionali non sono la sola spiegazione. Non dimentichiamo l’invidia dei missili: quelli di chi sono i più grossi, più lunghi, più impressionanti e arrivano più lontano? I bambini giocano con i loro giocattoli e ci siamo abituato a chiamare questo politica.”
In tutta questa palude di melma aggressiva, che cosa ce ne facciamo di una spiegazione alternativa abbracciata da autori che seguono questi eventi con la maggiore competenza, se mai sentiamo la loro voce? Ecco un attivista pacifista, Richard Silverstein:
“Parliamo di un cessate il fuoco falso. Di un cessate il fuoco realmente fraudolento. Il cessate il fuoco dell’Egitto con nessuno. La mia fonte israeliana, che è stata consultata come parte nei negoziati, mi dice che non si è trattato, in realtà, di una proposta egiziana. E’ stata, di fatto, una proposta israeliana presentata come proposta egiziana. Il protocollo del cessate il fuoco lo ha scritto Israele. Gli egiziani ci hanno messo il timbro e lo hanno messo sulla propria carta intestata ed è diventato loro.
Jody Rudoren ha usualmente definito “unilaterale” il cessate il fuoco, intendendo dire che Israele lo ha onorato e Hamas no. Ma è stato unilaterale in un modo che lei non ha preso in considerazione. E’ stata soltanto una parte a preparare il cessate il fuoco ed essenzialmente lo ha presentato a sé stessa, accettandolo. L’altra parte non è stata consultata.
Anche i contenuti della proposta di cessate il fuoco sono stati una frode. Non hanno promesso né mantenuto niente. Chiedevano soltanto una cessazione delle ostilità da parte di Israele e Hamas. Lo stesso documento è stato firmato in passato solo per vedere Israele violarlo quasi appena l’inchiostro era asciutto. Non c’erano clausole di un allentamento dell’assedio israeliano. Niente previsioni di un’apertura del confine con l’Egitto. Cosa più importante, il cessate il fuoco non affrontava nessuno dei problemi sottostanti tra le parti. Era una garanzia di ripresa delle ostilità alla prima occasione possibile: queste guerre sono avvenute a intervalli di due anni negli ultimi sei anni. La prossima sarà nel 2016, se non prima.”
Il giornale israeliano Ha’aretz ha scritto che non sono state consultate né l’ala politica né quella militare di Hamas. Dunque se questa non è una farsa, che cos’è? L’obiettivo non è stato di coinvolgere Hamas in un processo di pace, bensì di creare una narrazione mediatica unilaterale come pretesto e ultimatum per altra guerra.
Risulta che è stato Tony Blair, l’ex primo ministro britannico favorevole alla guerra in Iraq e rappresentante del cosiddetto “quartetto”, a organizzare la conversazione telefonica tra i dirigenti israeliani ed egiziani.
Questo non significa che alla fine non ci saranno negoziati di qualche genere tra le parti in guerra. Christiane Amanpour ha parlato sulla CNN con un ex capo dei servizi segreti israeliani. Questi ha sollecitato negoziati con Hamas.
“Hamas è indubbiamente un’opzione pessima. Ma ci sono opzioni peggiori di Hamas”, ha affermato Efraim Halevy, già capo del Mossad.
“E sappiamo già quali potrebbero essere alcune di esse, specialmente una: l’ISIS – che attualmente sta operando nell’Iraq settentrionale e centrale – ha i suoi tentacoli anche nella Striscia di Gaza.”
Halevy ha detto che, proprio come in Europa, l’ISIS sta reclutando a Gaza.
E’ “politicamente sconveniente”, ha detto Halevy, ammettere, sia da parte di Israele sia di Hamas, che si sta negoziando. Ma la verità, ha detto, è che lo sono già andati facendo per anni.
“Abbiamo coniato un nuovo metodo di diplomazia nel ventunesimo secolo: non li incontriamo, non parliamo con loro, ma li ascoltiamo. Ciascuno ascolta l’altra parte. In qualche modo alla fine si addiviene a un accordo.”
“Abbiamo avuto numerose tornate con Hamas in anni recenti e le tornate precedenti sono finite in accordi … intese di massima [arrangements], com’erano chiamati … ‘intese di massima’, nemmeno accordi.”
Chissà se una tale ‘intesa’ può essere possibile oggi, visto che sembra chiaro che Hamas ha ancora molti missili da lanciare contro Israele. I paesi destinatari della propaganda israeliana più intensa sono ciecamente solidali, ma non è così uniformemente in tutto il mondo. Il fanatismo d’Israele erode lentamente ma decisamente il sostegno globale al suo atteggiamento.
Oggi, grazie alla programmazione giornalistica televisiva bullista, la guerra è diventata una forma di intrattenimento militare [militainment] per gli spettatori israeliani. L’Atlantic riferisce dalle Alture del Golan: “Qui la gente viene ogni giorno a vedere” dice Marom, 54 anni, colonnello in pensione dell’esercito israeliano che oggi lavora per l’industria del turismo e guida regolarmente gruppi in questo punto per osservare la strage siriana. “Per chi visita l’area, è interessante. Sentono di parteciparvi. Possono tornare a casa e dire agli amici ‘Sono stato sul confine e ho assistito a una battaglia’”.
Sopra una valle nelle Alture del Golan occupate da Israele i turisti israeliani hanno una vista panoramica di questa località strategicamente importante, nota anche come la Porta per Damasco. Gruppi in gita, freschi di puntate alle aziende vinicoli, ai mercati di ciliegie e ai negozi di cioccolato artigianale dell’area si fermano qui a dozzine ogni giorno, armati di binocoli e videocamere, in ansiosa attesa di scorgere del fumo e persino una carneficina. E’ a questo che siamo arrivati? Sfortunatamente sì.
L’analista d’attualità Danny Schechter scrive su Newsdissector.net ed è redattore di Mediachannel.org. Ha girato il documentario ‘Weapons of Mass Deception’ [Armi d’inganno di massa] a proposito dei servizi dei media sull’Iraq e ha scritto due libri sulla rappresentazione della realtà del paese falsata dai media. Commenti a dissector@mediachannel.org.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: Z Net Italy

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