Nov 30 2014

Il Libro: “Quando Google incontrò WikiLeaks” di Julian Assange

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JULIAN ASSANGE (IN VIDEO-CONFERENZA DA LONDRA) PRESENTA  IL NUOVO LIBRO  A MADRID  IL 3 DICEMBRE   AL “CIRCULO DE BELLAS ARTES”.

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Assange: “Google permise alla NSA e all’FBI di leggere le email degli utenti.“

I legami tra il gigante del software di Google e il governo degli Stati Uniti sono al centro del nuovo libro di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, che presenta a Madrid nella prossima settimana dal suo rifugio di Londra.

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Nel libro “Quando Google incontrò WikiLeaks” viene analizzata la strada e le attività studiate da Eric Schmidt, presidente di Google e Jared Cohen, direttore di “Google Ideas”.

Assange riporta in dettaglio la sua intervista durante gli arresti domiciliari in Gran Bretagna nel giugno 2011, con i due alti dirigenti accompagnati da Lisa Shields e Scott Malcomson, che in seguito ha rivelato come consiglieri del Dipartimento di Stato.

Scrive Assange, citato nel portale “Pùblico”: “Google permise alla NSA e all’FBI di leggere le e-mail. Anche in una stazione di polizia o in un tribunale, è possibile accedere a tali messaggi di posta elettronica senza un mandato.”

L’opera è stata scritta presso l’Ambasciata dell’Ecuador a Londra, che ha concesso l’asilo politico ad Assange più di due anni fa. Il libro contiene anche riferimenti a Schmidt presidente e fondatore del centro di analisi “New American Foundation”, che rappresenta la forza aggressiva centrista e liberale di Washington.

Inoltre, viene sottolineato che sia Schmidt che Cohen hanno promosso gli interessi degli Stati Uniti in diversi paesi come l’Afghanistan e il Libano.

Il libro sarà presentato al “Circulo de Bellas Artes” il prossimo 3 dicembre in un evento che comprenderà una tavola rotonda con i giornalisti e una videoconferenza via internet con l’autore.

Fonte: RT

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Approfondimento

Julian Assange

WikiLeaks  (en.)

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Ott 15 2014

Datagate agenti infiltrati dalla NSA nelle aziende di tutto il mondo

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Datagate, i segreti più segreti di NSA

di Alfonso Maruccia

Le ultime rivelazioni dello scandalo Datagate riguardano gli agenti infiltrati dalla NSA nelle aziende di tutto il mondo, mentre il dibattito sulla crittografia si fa sempre più acceso, ed Edward Snowden recita la parte di se stesso

I “Core Secrets”, i segreti più inconfessabili di NSA, classificati con un livello di sicurezza superiore a quello “Top Secret”, sono ora parte integrante delle rivelazioni pubbliche sul Datagate rese possibili dalla testimonianza di Edward Snowden e dal malloppo di documenti super-segreti appartenenti all’intelligence statunitense.

Mancano i dettagli, ma quel che è noto basta per danneggiare grandemente – e ulteriormente – l’operato della NSA, come d’altronde la stessa agenzia aveva preconizzato: l’intelligence USA si serve di agenti infiltrati per “guastare” software e dispositivi e piegarli alle proprie specifiche esigenze, rivelano i succitati Core Secrets.

Gli infiltrati al soldo di NSA sono impiegati presso le aziende specializzate in hi-tech in paesi amici (Germania, Corea del Sud) e nemici (Cina) ma anche negli stessi Stati Uniti, rivelano i documenti di Snowden, e i loro nominativi segreti sono condivisi solo ai gradi più alti della piramide di comando dell’intelligence a stelle e strisce.

Uno degli obiettivi degli agenti sotto copertura di NSA era (i documenti risalgono al 2004), e con tutta probabilità continua a essere, la co-optazione del codice crittografico alle esigenze di tecnocontrollo dell’agenzia, e non è un caso che la crittografia rappresenti uno degli argomenti più “caldi” dell’attuale dibattito sulla sicurezza tecnologica e questioni affini.

Il direttore dell’FBI James Comey aveva già espresso e continua a ribadire le proprie critiche alle nuove politiche pro-privacy di colossi come Apple e Google, aziende responsabili – a dire di Comey – di garantire ai propri clienti uno status “superiore alla legge” con le tecnologie crittografiche abilitate di default nei nuovi sistemi operativi per gadget mobile.
Alle geremiadi di Comey fanno eco le lamentele dell’Europol, che incolpano le rivelazioni di Edward Snownden e il crescente interesse per la crittografia (e l’anonimato) per rendere il lavoro degli investigatori molto più difficile.

Dall’altra parte della barricata, l’esperto di sicurezza Mikko Hypponen (F-Secure) dice che la responsabilità è solo e soltanto degli agenti di intelligence e forze dell’ordine, visto che sono stati i primi a spiare il mondo intero e ad abusare delle tecnologie crittografiche per violare la privacy degli utenti nei modi più disparati.

Il fatto che la segretezza di NSA sia oramai risibile non impedisce a ogni modo all’agenzia di continuare a frapporre ostacoli quando si tratta di informare il pubblico sulla propria attività di intelligence, mentre di qua dell’Atlantico si viene a sapere che gli agenti segreti hanno praticamente garantito l’accesso libero ai dati sulle chiamate degli utenti sulle reti di tre dei quattro maggiori operatori mobile del Regno Unito.

E Snowden? La Primula Rossa del Datagate continua a parlare dal suo esilio russo dispensando consigli sui servizi di rete da non usare più per evitare di facilitare l’attività di tecnocontrollo della NSA (Dropbox e Facebook, su tutti), mentre un documentario su come sia cambiata la vita dell’ex-analista della CIA ha appena debuttato con un’anteprima mondiale al New York Film Festival. Titolo del lungometraggio: “CitizenFour”, vale a dire lo pseudonimo usato da Snowden durante i primi contatti avuti con i giornalisti che hanno contribuito all’esplosione dello scandalo mondiale del Datagate.

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Fonte: Punto Informatico

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Ott 20 2013

Italiani invocano difesa privacy online ma postano la loro vita su Facebook

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Contrappunti/ Il pudore di Internet

di M. Mantellini

Temono il Grande Fratello ma postano tutta la loro vita su Facebook. Invocano l’intervento dello Stato. Gli Italiani in Rete sono soggetti passivi: alla mercé di social network e business altrui

Più di un italiano su due interpellato dal Censis chiede norme più severe per la difesa della propria privacy online. E già questo è strano, l’Italia è probabilmente uno dei paesi al mondo con le normative più stringenti per quanto riguarda la tutela della riservatezza. Una simile invocazione, fatta da un popolo di persone che poco o nulla fa per tutelare la propria privacy online, sembra la usuale delega in bianco data al potere salvifico della norma: scriviamo abbastanza leggi, articoli e commi e i problemi di cui trattano come per magia scompariranno.

Sono dati importanti quelli raccontati dal Censis perché, leggendoli in maniera non casuale, raccontano l’esatto opposto di quello che sembrerebbero dirci ad un esame superficiale. L’83 per cento dei navigatori pensa che sia pericoloso lasciare online le proprie informazioni, il 72 per cento ritiene che tali dati possano essere utilizzati per scopi commerciali, l’88 per cento pensa che Google e Facebook abbiano raccolto enormi database con informazioni personali. Contemporaneamente tutti usiamo i servizi di Google e oltre 20 milioni di italiani gestiscono un profilo su Facebook. Come se non bastasse, quando si affrontano temi del genere torna sempre a galla la usuale paranoia italica sull’utilizzo della carta di credito in Rete: dieci anni di demonizzazione sui media hanno del resto saputo produrre i loro effetti.

Gli italiani, per riassumere, non fanno nulla per tutelare la propria privacy in Rete, ma interpellati al riguardi sono prodighi di consigli su norme più stringenti e mostrano di conoscere perfettamente i rischi del Grande Fratello che però scelgono di ignorare appena l’intervistatore gira l’angolo. Inoltre il grande pericoloso e infido raccoglitore di dati è ai loro occhi quasi sempre un soggetto economico: la grande azienda Internet Usa, il sistema bancario, l’hacker cattivo che ci clonerà la carta di credito. Mai o quasi mai il sistema politico al quale anzi, curiosamente, scegliamo in massa di affidarci per risolvere i nostri problemi di riservatezza. E questa forse è la curiosità delle curiosità.

Nel frattempo il mondo va avanti e sembra disinteressarsi dei moralismi sulla riservatezza dei cittadini italiani: nel corso degli ultimi giorni, per rimanere ai soggetti appena citati, Google ha annunciato una variazione dei termini di servizio che consentirà di utilizzare le nostre foto e i nostri dati nelle pubblicità dei suoi inserzionisti mentre Facebook ha sancito definitivamente l’impossibilità di essere iscritti alla propria piattaforma senza essere rintracciabili da altri utenti. Si tratta di due ennesimi passettini che vanno nella direzione solita della maggiore esposizione possibile dei dati che ciascuno di noi fornisce alle piattaforme di rete. Una tattica passo a passo che ricorda molto mia figlia quando gioca a uno-due-tre-stella. Tutto, ogni volta che giriamo la testa sembra placidamente immobile ma ogni volta il nostro avversario, se così lo vogliamo chiamare, è più vicino.

La terza notizia di questa settimana è che Mark Zuckerberg, definitivamente dismessi i panni del nerd che si disinteressa di quisquiglie come domicilio ed arredamento, ha acquistato per circa 30 milioni di dollari le quattro proprietà che confinano con la sua a Palo Alto. Come tanti italiani voleva essere sicuro che la propria privacy fosse tutelata e che i confinanti non sbirciassero in casa sua. In un mondo perfetto Mark, supremo esempio contemporaneo del predicatore che razzola male, avrebbe scelto i vicini dall’elenco “persone che potresti conoscere”.

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Fonte: Punto Informatico

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Set 27 2013

Come evitare di essere tracciati da Google nelle ricerche sul Web

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Quando cerchi con Google, e clicchi su un link, il tuo termine di ricerca viene solitamente inviato a quel sito, insieme alle informazioni sul tuo browser e sul tuo computer, che spesso possono identificarti univocamente.

Tutto ciò é spaventoso, ma d’altronde a chi interessa di qualche sito casuale?

Quei siti di solito hanno pubblicità di terze parti e quelle terze parti costruiscono profili sulla tua persona, ecco perchè quelle pubblicità ti seguono ovunque.

Anche questo è spaventoso, ma a chi possono interessare delle pubblicità sull’herpes? Il tuo profilo può anche essere venduto e potenzialmente apparire in posti indesiderati, come prezzi più alti e stipulare un’assicurazione.

Ma c’è di più. Ricordi le tue ricerche? Google salva salva (anche) quelle (full sentence is “Ricordi le tue ricerche? Google salva [=saves] anche [=also] quelle [=them]) .

Le tue ricerche salvate possono venire richieste legalmente  e poi ti si ritorcono contro (può succedere).

Oppure un malintenzionato impiegato di Google potrebbe mettersi a curiosare (può succedere).

O i server di Google potrebbero essere violati (può succedere).

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Ecco perchè noi non inviamo le tue ricerche ad altri siti.

O perchè non memorizziamo alcuna informazione personale.

Questa é l’essenza della la nostra politica sulla Privacy.

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Perciò non farti tracciare quando cerchi.

Usa DuckDuckGo invece.  Add to Browser

La Privacy è solo una (ragione) or un (motivo) dei tante (ragioni) or tanti (motivi) motivi per il quale è fantastico.

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Fonte: http://donttrack.us/

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Feb 10 2013

Elezioni in Rete: chi vince?

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Chi vince le elezioni su Internet?

I valori in campo in Rete non ricalcano necessariamente quelli del Paese. Un’analisi dei cinguettii e dei mi piace rivela le migliori strategie digitali

di Luca Annunziata

Se le prossime elezioni politiche le vincesse chi ha più follower e like in Rete, non ci sarebbe storia: Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle avrebbero vita facile. Segue Vendola, poi Renzi, Berlusconi, Bersani e infine Monti. Ma, oltre a questo, conta anche la capacità del politico nel coinvolgere i propri sostenitori nella conversazione: in quel caso Ingroia batte tutti, e anche Casini non scherza.

I risultati di questa sorta di “sondaggi” in Rete sono raccolti nello studio SocialWebPolitik, realizzato da Almawave (una società del gruppo Almaviva), che ha analizzato le conversazioni su Twitter e Facebook per valutare le differenze tra le diverse strategie di comunicazione adottate su Internet dai diversi candidati e schieramenti politici. Oppure, anche, per cercare valutare il peso che le dichiarazioni di un personaggio o le materie che affronta su Web possano influire sul successo presso il pubblico dei suoi profili social.

“Per effettuare questa analisi è stata utilizzata una parte della nostra piattaforma tecnologica Iride, chiamata IrideAware, utile per approfondire le discussioni e i commenti su un certo argomento – spiega a Punto Informatico Valeria Sandei, che di Almawave è amministratore delegato – In realtà la nostra piattaforma può effettuare un monitoraggio più ampio e in tempo reale delle dinamiche Web, e oltre a un’analisi quantitativa può produrre anche un’analisi qualitativa: comprendere quello che noi definiamo sentiment associato a un argomento, in altre parole se di un dato fenomeno si parla bene o male, oppure cogliere temi emergenti”.

Anche così, tuttavia, si possono raccogliere informazioni interessanti: per esempio, nello studio relativo a metà gennaio si scopre che l’interazione dei follower di Berlusconi era decisamente maggiore che all’inizio di febbraio, confermando il trend: segno probabilmente che l’attenzione del suo elettorato si è spostata su altri canali di comunicazione, o che è cambiata la strategia per avvicinare i cittadini. Su Twitter si muove invece molto bene Monti, che ha un indice di gradimento da parte dei navigatori in termine di follower rispetto al numero di tweet molto alto, e lo stesso si può dire per Renzi. Giannino si difende bene su Twitter, mentre su Facebook il vero asso è Ingroia: il 93 per cento di chi ha cliccato su “like” sulla sua pagina ufficiale interagisce con il candidato e il suo staff.

Lo studio Almawave poi mette in evidenza un altro tipo di analisi: quella del buzz su Twitter, ovvero quanto effettivamente gli utenti della piattaforma discutano di un personaggio e delle sue idee nei loro cinguettii. In questo caso il più costante di tutti è ancora una volta Grillo, che rimane sempre sul podio; Berlusconi, dopo l’exploit iniziale, ancora una volta cede terreno e alla fine il distacco tra lui, il comico leader del M5S e il premier uscente Monti non è troppo marcato.

Diverso il discorso per la eco, ovvero la capacità di un messaggio di farsi strada tra i netizen: un indice che, almeno in teoria, dovrebbe premiare i contenuti (pur nella loro discutibilità) rispetto alla vastità delle platee. La sorpresa è che Oscar Giannino detiene il primato indiscusso di questa classifica: il distacco in termini di efficacia comunicativa rispetto agli avversari supera il 20 per cento, con punte anche del 50 rispetto a leader affermati come Gianfranco Fini.

Si tratta in ogni caso di dati la cui natura può essere soggetta a interpretazioni: “Il nostro software consente di integrare informazioni e contenuti che provengono da qualsiasi canale di contatto – prosegue Sandei – che siano SMS, che siano email, messaggi lasciati su un portale, telefonate a un contact center: qualunque tipologia di canale contribuisce a trarre evidenze. Il software esegue l’analisi in forma autonoma, e presenta il risultato in una dashboard: il risultato non viene manipolato, e deve essere interpretato. Avere un retweet su un argomento può essere un fattore positivo o negativo a seconda dell’argomento”.

Valutare quindi la mera quantità di cinguettii e mi piace non basta a rappresentare il quadro dell’elettorato in Rete: il fatto che Grillo sia indubitabilmente il più popolare dei protagonisti di questa campagna per le politiche su Facebook e Twitter dice poco rispetto all’effettiva portata della sua base elettorale o del successo che otterrà al voto. Nella versione “rosa” dello studio, il primato va a un politico giovane come Deborah Serrachiani: a dimostrazione del fatto che la platea Internet non è direttamente sovrapponibile all’elettorato complessivo. “È chiaro che per dare un’interpretazione ai contenuti che emergono è necessaria una figura esperta della materia – continua ancora Sandei – esperti di comunicazione e sociologia in grado di comprendere i dati e trarne valore per consigliare una strategia di marketing a un’azienda o di suggerire un approccio diverso per il rapporto col pubblico”.

Il principio si applica, come detto, a tutte le sorgenti analizzate: nel caso di SocialWebPolitik sono stati analizzati solo Twitter e Facebook, ma ad esempio l’altro studio SentiMonti prende in considerazione anche Google+, e la piattaforma Iride include altri moduli in grado di applicare criteri semantici e ontologie ai dati aziendali e persino alle conversazioni che intercorrono tra gli operatori telefonici e i clienti che chiamano il servizio di assistenza. In altre parole, quello della politica è solo un passatempo che mostra di cosa è in grado la tecnologia sviluppata da Almawave.

Il prossimo pallino dell’azienda italiana, che è parte del gruppo Almaviva (22mila dipendenti) ed è anche già attiva sul mercato brasiliano mentre progetta di adattare il suo software anche alla lingua russa, cinese e turca, è il Festival della Canzone. SocialWebSanremo è il primo capitolo dell’analisi delle reazioni in Rete rispetto all’appuntamento musicale, che sarà seguito in tempo reale per valutare il gradimento per i cantanti in gara e su tutto quanto accadrà sul palco del Teatro Ariston da parte di blog, social network e YouTube.

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Fonte: Punto Informatico