Feb 13 2016

Turchia: stop ad orrore e repressione sul popolo curdo! Firma la Petizione!

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Donna curda torturata ed uccisa a Cizre

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Per la pace, la democrazia e i diritti umani in Turchia. Fermare la guerra!

Con il pretesto della “lotta al terrorismo”, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan  da diversi mesi sta portando avanti  un vero e proprio progetto di terrore e di guerra nel suo paese, in particolare nella regione curda della Turchia.

Questo scoppio di violenza contro i curdi ed i popoli della Turchia può essere definito come crimine contro l’umanità e ha già fatto diverse centinaia di vittime ,tra cui molti bambini, e 200.000 sfollati. E ora, Selahattin Demirtas, co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP) che ha ottenuto il 10% alle ultime elezioni,  é direttamente minacciato dal Presidente Erdogan.

“La democrazia, stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro protezione” (articolo 1 bis del trattato di Lisbona) non sono garantiti in Turchia, dove vengono attaccati  attivisti progressisti di tutti i giorni, giornalisti, donne o uomini, avvocati,  uccisi, e intere popolazioni sono terrorizzate. Bombardamenti, omicidi politici, arresti e imprigionamenti di parlamentari eletti e di  giornalisti, città sotto coprifuoco e assedio, circondate dall’esercito, civili uccisi da cecchini sono diventati eventi di routine nella Turchia governata  dall’AKP.

Tutte le persone, in particolare di sinistra e le forze progressiste di opposizione ad Erdogan sono dichiarate “terroriste”. Dare notizie dei crimini AKP é proibito, editori e giornalisti sono in prigione. La libertà popolare di informazione è stata distrutta.

In totale impunità, il presidente turco ha anche attaccato i leader delle organizzazioni europee progressiste che sostengono l’ HDP, come Maite Mola, Vicepresidente del Partito della Sinistra Europea, portata davanti alla giustizia “, per aver insultato il capo dello Stato” a causa della sua partecipazione ad una manifestazione di denuncia della corruzione del governo.

Nonostante I suoi principi, in un momento in cui il mondo sta scoprendo i rapporti ambigui tra la forza al potere in Turchia e ISIS, l’UE ha deciso di riaprire il processo di adesione della Turchia all’Unione europea e monetizzare fino a 3 miliardi di euro un criterio di conservazione sul suo territorio (e in quali condizioni!)  dei migranti in fuga e dei rifugiati della guerra in Iraq e in Siria.
Noi, cittadini europei, uomini e donne di pace e di progresso rifiutiamo l’indifferenza e l’ipocrisia dei leader europei, che devono opporsi alla politica di distruzione e allo stato di terrore organizzato dal presidente turco, dal suo governo e dal suo partito islamico-conservatore, AKP.
E ‘urgente che l’UE ei suoi Stati membri adottino iniziative attive per proteggere i popoli della Turchia, soprattutto nelle province curde, per l’istituzione di un processo negoziale per la pace, la democrazia ei diritti umani in Turchia.

Per il suo successo, è essenziale che, sulla base delle esperienze passate, i negoziati di pace siano intrapresi in modo trasparente e democratico,  coinvolgendo la società civile e discutendone nel parlamento nazionale, come proposto dall’ HDP.

E ‘possibile esercitare pressioni sulle autorità turche attraverso le seguenti misure:

– Cancellazione di tutti i pagamenti di miliardi di euro in sovvenzioni alla Turchia,

– Chiedere al Governo Turco di rompere tutti i rapporti finanziari, logistici ed economici con ISIS,

– Sospendere gli  accordi di cooperazione di polizia , giudiziari e militari,

– Fermare qualsiasi discussione sul processo di adesione della Turchia all’UE fino a quando la violenza continuerà,

– La rimozione della PKK dalle liste delle organizzazioni terroristiche dell’Unione europea.

Noi, cittadini europei, uomini e donne di pace e di progresso chiediamo all’Unione europea di agire per un immediato cessate-il-fuoco in Turchia, l’instaurazione di un dialogo nazionale sul rispetto dei diritti fondamentali, espressione della libertà e della democrazia.

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FIRMA LA PETIZIONE!

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Fonte: change.org

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Approfondimento:

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Kurdistan terra divisa, compendio storico

In Turchia orrore senza fine: sui social i corpi di donne curde torturate

Appello Internazionale del popolo curdo: “Basta massacri! Chiediamo una Commissione d’Inchiesta Internazionale Indipendente”

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Lug 6 2015

“The Big Brother” colpisce anche Amnesty International

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Ufficiale: il governo britannico ha spiato Amnesty International

6 luglio 2015

Il 2 luglio, il Tribunale sui poteri d’indagine del Regno Unito ha informato Amnesty International che le agenzie di sicurezza del paese hanno spiato l’organizzazione per i diritti umani, intercettandone le informazioni, esaminandole e archiviandole.

La mail del Tribunale ha chiarito una precedente dichiarazione del 22 giugno secondo la quale una delle due organizzazioni non governative spiate dal governo di Londra – oltre al Centro di risorse legali del Sudafrica – era l’Iniziativa egiziana per i diritti delle persone. Si trattava, invece, di Amnesty International. Non è stato spiegato quando e perché Amnesty International sia stata spiata o cosa sia stato fatto delle informazioni ottenute.

Amnesty International e altre nove organizzazioni per i diritti umani avevano presentato una denuncia contro la sorveglianza illegale delle agenzie di spionaggio del Regno Unito.

“Dopo 18 mesi di dispute in tribunale, di negazioni e sotterfugi, ora sappiamo che Amnesty International è stata spiata dal governo di Londra. Si dice, spesso, che questo avviene unicamente sotto regimi dispotici, e invece è accaduto in terra britannica, da parte del governo britannico. Tutto questo è oltraggioso” – ha commentato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Come potremo svolgere il nostro lavoro nel mondo quando ora i difensori dei diritti umani e le vittime di violazioni dei diritti umani sanno che le loro informazioni confidenziali rischiano di finire nelle mani dei governo?” – si è chiesto Shetty.

“La rivelazione che il governo di Londra stava spiando Amnesty International mette in evidenza le gravi inadeguatezze della legislazione britannica in materia di sorveglianza. Se le agenzie di spionaggio non avessero conservato per troppo tempo rispetto al consentito le nostre comunicazioni, non saremmo venuti a sapere niente. E quel che è peggio, il tutto sarebbe stato considerato perfettamente legittimo”  – ha aggiunto Shetty.

Amnesty International continua a chiedere la fine della sorveglianza di massa sulle comunicazioni da parte dei governi.

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Fonte: Amnesty International Italia

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Apr 8 2015

Nessun premio ad Israele al festival “Cartoons on the Bay”. Lettera aperta di BDS

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Lettera aperta a Rai, Unicef, Asifa-Italia: Non premiate Israele al festival ‘Cartoons on the Bay’

Alla cortese attenzione di:

Luigi Gubitosi, Direttore Generale, RAI
Costanza Esclapon, Presidente, RAI Com

Roberto Genovesi, Direttore, Cartoons on the Bay

Giacomo Guerrera, Presidente, Unicef Italia
Anthony Lake, Executive Director, Unicef

Bruno Bozzetto, Presidente Onorario, Asifa-Italia
Maurizio Forestieri, Presidente, Asifa-Italia
Ed Desroches, President, Asifa

8 aprile 2015

Abbiamo saputo che quest’anno Israele sarà il Paese Ospite a ‘Cartoons on the Bay’, il Festival d’animazione televisiva organizzato dalla RAI che si terrà dal 16 al 18 aprile a Palazzo Labia, Venezia. Inoltre, a Israele verrà conferito il Pulcinella Award 2015 del festival.[1] Felicitazioni sono arrivate dell’ambasciatore israeliano Naor Gilon, intervenuto alla presentazione in Viale Mazzini, mentre Costanza Esclapon, presidente di RaiCom, ha lodato Israele per essere un faro dell’innovazione anche nel campo dell’animazione.[2]

La celebrazione di Israele in un festival centrato sull’animazione per bambini ci sembra quanto mai inopportuna, vista la politica discriminatoria e repressiva che esercita sui bambini palestinesi. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana B’Tselem e dell’ONU, dal 2000, sono 1.941 i bambini palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane.[3]

A causa dell’occupazione militare, i bambini sono costretti a vivere in condizioni intollerabili, hanno enormi difficoltà di accesso allo studio, e sono sottoposti a trattamenti disumani e degradanti nelle prigioni israeliane.

La stessa UNICEF, che è tra i patrocinanti del festival, ha documentato più volte il “sistematico e diffuso” maltrattamento dei bambini palestinesi nel regime di detenzione militare israeliana.[4]

I bambini palestinesi vengono arrestati a centinaia ogni anno, nel corso di  raid quasi sempre notturni, e vengono sottoposti ad atroci esperienze dopo l’arresto.

Secondo Defence for Children International-Palestine, dal 2000 al 2013, più di 8.000 bambini palestinesi sono stati rinchiusi.[5] Solo nel 2014 sono 1266 i bambini palestinesi arrestati ed attualmente in carcere ce ne sono più di 200.[6] L’accusa più comune contro i bambini è di lanciare sassi, crimine che, in base alla legge militare israeliana, è punibile fino a 20 anni di carcere, ma il più delle volte vengono imprigionati senza alcun capo d’accusa.

Negli interrogatori, che avvengono quasi sempre senza la presenza di genitori o avvocati, e durante la detenzione, Israele opera costantemente per rompere l’equilibrio psico-fisico dei bambini palestinesi con violenze fisiche e mentali: poiché colpire i bambini significa disintegrare la capacità di lotta delle nuove generazioni, ma anche dei padri e delle madri, intimoriti dalla possibilità che i figli subiscano violenze e abusi. Arrestare i bambini serve anche a raccogliere informazioni su attivisti e leader della resistenza: e infatti, secondo testimonianza raccolte da organizzazioni per i diritti umani palestinesi ed israeliane, maltrattamenti e torture per avere informazioni sono di routine.[7]

Quindi, ci chiediamo in base a quale criterio si invita come “Paese Ospite”, in un Festival di animazione incentrato sui bambini, Israele, che dimostra di non aver assolutamente a cuore né di rispettare i giovani e i bambini palestinesi?

E come può essere accolto ad un festival in cui il tema è “natura e cibo”, così come anche per Expo2015, un paese che costantemente, attraverso lo sradicamento degli ulivi, la confisca delle terre ed il loro utilizzo per insediamenti illegali, l’uccisone e/o il furto degli animali di allevamento e la rapina dell’acqua, toglie la possibilità di vivere alla popolazione nei Territori palestinesi occupati?

Riteniamo che non vada premiato un paese che calpesta sistematicamente i diritti umani.

Chiediamo, quindi, alla RAI di non onorare Israele come “Paese Ospite” del festival e di annullare il conferimento del premio Pulcinella 2015 ad Israele.

Chiediamo, inoltre, all’Unicef, impegnata per i diritti e il benessere dei bambini, e all’ASIFA-Italia, che vede l’arte dell’animazione “come strumento di pace e dialogo tra i popoli”, di ritirare il proprio patrocinio a ‘Cartoons on the Bay’ finché il festival continuerà a celebrare Israele.

Grazie per l’attenzione.

BDS Italia
www.bdsitalia.org
bdsitalia@gmail.com

BDS Italia è un movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, costituito da associazioni e gruppi in tutta Italia che hanno aderito all’appello della società civile palestinese del 2005 e promuovono campagne e iniziative BDS a livello nazionale e locale.

Note:
[1] http://www.cartoonsbay.com/festival_paese/

[2] http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2015/03/31/cartoons-the-bay-torna-venezia-compie-anni-ospita-israele_Bldaml7WeStCt507h1GLeN.html

[3] http://www.btselem.org/statistics/fatalities/before-cast-lead/by-date-of-event http://www.btselem.org/statistics/fatalities/during-cast-lead/by-date-of-event
http://www.btselem.org/statistics/fatalities/after-cast-lead/by-date-of-event
http://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/annual_humanitarian_overview_2014_english_final.pdf

[4] http://www.unicef.org/oPt/UNICEF_oPt_Children_in_Israeli_Military_Detention_Observations_

 and_Recommendations_-_6_March_2013.pdf

[5] http://www.dci-palestine.org/sites/default/files/report_doc_solitary_confinement_report_2013_final_29apr2014.pdf

[6] http://samidoun.ca/2014/12/6059-palestinians-arrested-in-2014-by-israeli-forces-including-1266-children/

[7] http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=71544

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Fonte: BDS  (Boicottaggio – Disinvestimento – Sanzioni)

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Feb 25 2015

I Diritti Umani nel mondo: Rapporto 2014-2015 (Amnesty International)

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Profughi siriani

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Il Rapporto 2014-2015 di Amnesty International, pubblicato in Italia da Castelvecchi il 25 febbraio, nel giorno del 10° anniversario della scomparsa del suo fondatore Peter Benenson, documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi e territori nel corso del 2014.

Lo scorso anno sarà ricordato per i violenti conflitti e l’incapacità di tanti governi di proteggere i diritti e la sicurezza dei civili.

Un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza di stati e gruppi armati. Di fronte ad attacchi barbarici e repressione, la comunità internazionale è rimasta assente.

Ma il 2014 è stato anche un anno che ha visto significativi progressi nella difesa e nella garanzia di alcuni diritti umani.

Ha segnato date importanti, quali l’anniversario della fuoriuscita di gas a Bhopal nel 1984, la commemorazione del genocidio in Ruanda del 1994 e l’analisi, a 30 anni dalla sua adozione, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Ha visto l’entrata in vigore del Trattato sul commercio di armi.

Momenti che ci fanno riflettere sui passi avanti compiuti ma anche su quanto resti ancora da fare per garantire giustizia alle vittime di gravi violazioni.

Questo rapporto testimonia il coraggio e la determinazione di donne e uomini che si battono per difendere i diritti umani, spesso in circostanze difficili e rischiose. Ed è a queste donne e questi uomini che dedichiamo il nostro rapporto.

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INTRODUZIONE

“Gli scontri tra le forze governative e i gruppi armati avevano trasformato il quartiere Yarmouk, a Damasco, dove vivevo, in un alveare. Era strapieno. Yarmouk era diventato un rifugio per le persone che fuggivano dagli altri quartieri. Lavoravo nell’assistenza umanitaria ed ero un attivista dell’informazione ma gli uomini con il volto coperto non facevano differenze tra operatori umanitari e combattenti dell’opposizione. Io mi nascondevo perché un numero sempre maggiore di miei amici erano stati arrestati. Decisi che era ora di andarmene e radunai le mie cose. Ma dove? I rifugiati palestinesi della Siria non possono entrare in un altro paese senza prima ottenere un visto. Ho pensato che  forse il Libano sarebbe stata la meno complicata delle opzioni ma avevo sentito dire che lì i rifugiati palestinesi erano esposti a razzismo e privati di molti dei loro diritti.”

Un rifugiato palestinese della Siria, che è poi riuscito a raggiungere l’Europa, passando attraverso Egitto e Turchia, e ad approdare in Italia dopo una rischiosa traversata via mare.

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Il 2014 è stato un anno devastante per coloro che cercavano di difendere i diritti umani e per quanti si sono trovati intrappolati nella sofferenza delle zone di guerra.

I governi a parole sostengono l’importanza di proteggere i civili ma i politici di tutto il mondo hanno miseramente fallito nel compito di tutelare coloro che più avevano più bisogno d’aiuto. Amnesty International ritiene che tutto ciò può e deve finalmente cambiare.

Il diritto internazionale umanitario, ovvero la legislazione che regolamenta la condotta nelle operazioni belliche, non potrebbe essere più chiaro. Gli attacchi non devono mai essere diretti contro i civili. Il principio di distinzione tra civili e combattenti è una salvaguardia fondamentale per le persone travolte dagli orrori della guerra.

E tuttavia, più e più volte, nei conflitti sono stati proprio i civili a essere maggiormente colpiti. Nell’anno della ricorrenza del 20° anniversario del genocidio ruandese, i politici hanno ripetutamente calpestato le regole che proteggono i civili o hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è intervenuto ad affrontare la crisi siriana negli anni precedenti, quando ancora sarebbe stato possibile salvare innumerevoli vite umane. Tale fallimento è proseguito anche nel 2014. Negli ultimi quattro anni, sono morte 200.000 persone, la stragrande maggioranza civili, principalmente in attacchi compiuti dalle forze governative. Circa quattro milioni di persone in fuga dalla Siria hanno trovato rifugio in altri paesi. Più di 7,6 milioni sono sfollate in territorio siriano.

La crisi in Siria è intrecciata con quella del vicino Iraq. Il gruppo armato che si autodefinisce Stato islamico (Islamic State – Is, noto in precedenza come Isis), che in Siria si è reso responsabile di crimini di guerra, nel nord dell’Iraq ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi. Parallelamente, le milizie sciite irachene hanno rapito e ucciso decine di civili sunniti, con il tacito sostegno del governo iracheno.

L’assalto condotto a luglio su Gaza dalle forze israeliane è costato la vita a 2000 palestinesi. E ancora una volta, la stragrande maggioranza di questi, almeno 1500, erano civili. Come ha dimostrato Amnesty International in una dettagliata analisi, la linea adottata da Israele si è distinta per la sua spietata indifferenza e ha implicato crimini di guerra. Anche Hamas ha compiuto crimini di guerra, sparando indiscriminatamente razzi verso Israele e causando sei morti.

In Nigeria, il conflitto in corso nel nord del paese tra le forze governative e il gruppo armato Boko haram è finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo a causa del rapimento, da parte di Boko haram, di 276 studentesse nella città di Chibok, uno degli innumerevoli crimini commessi dal gruppo. Quasi inosservati sono passati gli orrendi crimini commessi dalle forze di sicurezza nigeriane, e da altri che hanno agito per conto loro, contro persone ritenute appartenere o sostenere Boko haram; alcuni di questi crimini, rivelati da Amnesty International ad agosto, erano stati ripresi in un video che mostrava le vittime assassinate e gettate in una fossa comune.

Nella Repubblica Centrafricana, oltre 5000 persone sono morte a causa della violenza settaria, nonostante la presenza sul campo dei contingenti internazionali. Tortura, stupri e uccisioni di massa hanno a stento raggiunto le prime pagine dei giornali a livello mondiale. Ancora una volta, la maggior parte delle vittime erano civili.

E in Sud Sudan, lo stato più recente del mondo, decine di migliaia di civili sono stati uccisi e due milioni sono fuggiti dalle loro case, nel contesto del conflitto armato tra le forze governative e quelle dell’opposizione. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Questo breve elenco, come mostra chiaramente quest’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in 160 paesi, non rappresenta che una parte del problema. Qualcuno potrebbe sostenere che di fronte a tutto questo non è possibile fare nulla, che da sempre la guerra viene fatta alle spese della popolazione civile e che niente potrà mai cambiare.

Ma si sbaglia. È essenziale affrontare la questione delle violazioni contro i civili, oltre che assicurarne alla giustizia i responsabili. C’è una misura evidente e concreta che attende solo di essere adottata: Amnesty International ha accolto con favore la proposta, attualmente appoggiata da circa 40 governi, di dotare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di un codice di condotta che preveda l’astensione volontaria dal ricorso al veto in situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per non bloccare l’azione del Consiglio di sicurezza.

Sarebbe un primo passo importante e potrebbe già salvare molte vite.

I fallimenti tuttavia non hanno riguardato soltanto l’incapacità d’impedire le atrocità di massa. È stata anche negata l’assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città.

Quei governi, tanto pronti a denunciare a gran voce i fallimenti degli altri governi, si sono poi dimostrati essi stessi riluttanti a farsi avanti e fornire gli aiuti essenziali di cui avevano bisogno i rifugiati, sia in termini di aiuti economici, sia di opportunità di reinsediamento. A fine anno, i rifugiati della Siria reinsediati erano meno del due per cento, una cifra che dovrà almeno triplicarsi nel 2015.

Nel frattempo, un numero enorme di rifugiati e migranti continua a perdere la vita nel Mar Mediterraneo, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. La mancanza di supporto da parte di alcuni stati membri dell’Eu nelle operazioni di ricerca e soccorso ha contribuito allo sconvolgente tributo in termini di vite umane.

Una misura che potrebbe essere adottata per proteggere i civili nei conflitti è limitare ulteriormente l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate. Ciò avrebbe permesso di salvare molte vite in Ucraina, dove sia i separatisti appoggiati dalla Russia (che seppur in maniera poco convincente ha più volte negato un suo coinvolgimento) sia le forze pro-Kiev hanno colpito quartieri abitati da civili.

L’esistenza di regole sulla protezione dei civili è importante in quanto implica un concreto accertamento delle responsabilità e l’ottenimento della giustizia, laddove tali regole siano violate. In questa prospettiva, Amnesty International ha accolto con favore la decisione assunta dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, di avviare un’inchiesta internazionale in merito alle accuse di violazioni dei diritti umani e di abusi commessi durante il conflitto in Sri Lanka, dove, negli ultimi mesi di combattimenti nel 2009, furono uccise decine di migliaia di civili. Amnesty International si è molto impegnata negli ultimi cinque anni affinché fosse istituita quest’inchiesta. Senza un tale accertamento delle responsabilità non sarà possibile compiere alcun passo avanti.

Ma anche altri aspetti inerenti la difesa dei diritti umani devono essere migliorati. In Messico, la sparizione forzata di 43 studenti, avvenuta a settembre, è andata tragicamente ad aggiungersi alle vicende di oltre 22.000 persone scomparse finora o delle quali si sono perse le tracce dal 2006; si ritiene che la maggior parte di queste siano state rapite da bande criminali ma in molti casi le informazioni raccolte lasciano intendere che siano state sottoposte a sparizione forzata per mano di poliziotti o militari, i quali avrebbero agito in alcuni casi in collusione proprio con le bande criminali. Le poche vittime i cui resti sono stati ritrovati mostravano segni di tortura e altro maltrattamento. Le autorità federali e statali non hanno provveduto a condurre indagini su questi crimini per stabilire l’eventuale coinvolgimento di agenti dello stato e garantire un rimedio legale efficace per le vittime, compresi i loro familiari. Oltre a non aver dato una risposta, il governo ha tentato di nascondere la crisi dei diritti umani, in un contesto di elevati livelli d’impunità, corruzione e progressiva militarizzazione.

Nel 2014, i governi di molte parti del mondo hanno continuato a reprimere le Ngo e la società civile, una sorta di perverso riconoscimento dell’importanza del loro ruolo. La Russia ha accresciuto la sua stretta micidiale con l’introduzione di una spaventosa “legge sugli agenti stranieri”, un linguaggio degno della guerra fredda. In Egitto, le Ngo sono state al centro di un grave giro di vite, con l’utilizzo della legge sulle associazioni risalante all’era Mubarak, per mandare il chiaro messaggio che il governo non intendeva tollerare alcun tipo di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani di rilievo hanno dovuto ritirarsi dall’Esame periodico universale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Egitto, per timore di rappresaglie nei loro confronti.

Come già accaduto in varie occasioni in precedenza, i manifestanti hanno dimostrato il loro coraggio malgrado le minacce e la violenza contro di loro. A Hong Kong, a decine di migliaia hanno sfidato le minacce delle autorità e affrontato un uso eccessivo e arbitrario della forza da parte della polizia, in quello che è diventato il “movimento degli ombrelli”, esercitando i loro diritti fondamentali alle libertà d’espressione e di riunione.

Le organizzazioni per i diritti umani sono talvolta accusate di essere troppo ambiziose nei loro sogni di dar vita a un cambiamento. Dobbiamo comunque ricordare che i traguardi straordinari sono raggiungibili. Il 24 dicembre, è entrato in vigore il Trattato internazionale sul commercio di armi, dopo che tre mesi prima era stata superata la soglia delle 50 ratifiche.

Amnesty International, tra gli altri, si è impegnata a favore del trattato per 20 anni. Più volte ci era stato detto che non saremmo mai arrivati a ottenerlo. Ebbene, il trattato adesso esiste e servirà a proibire la vendita di armi a quanti potrebbero utilizzarle per commettere atrocità. Potrà pertanto svolgere un ruolo decisivo negli anni a venire, quando la questione della sua implementazione sarà cruciale.

Nel 2014 ricorrevano anche i 30 anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, un’altra convenzione per la quale Amnesty International si è battuta per molti anni e una delle motivazioni per le quali le fu conferito il premio Nobel per la pace nel 1977.

Questo anniversario è, sotto un certo punto di vista, un momento da celebrare ma è anche l’occasione per sottolineare come la tortura sia ancora dilagante in molte parti del mondo, motivo per cui Amnesty International, proprio quest’anno, ha lanciato la sua campagna globale “Stop alla tortura”.

Questo messaggio contro la tortura ha avuto una particolare risonanza in seguito alla pubblicazione a dicembre di un rapporto del senato statunitense, che ha dimostrato la facilità con cui era stato tollerato l’uso della tortura negli anni successivi agli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001. È sconcertante come alcuni dei responsabili per quegli atti criminali di tortura sembrassero ancora convinti di non avere alcun motivo di cui vergognarsi.

Da Washington a Damasco, da Abuja a Colombo, i leader di governo hanno giustificato orrende violazioni dei diritti umani sostenendo che era necessario commetterle in nome della sicurezza. In realtà, è semmai vero il contrario. Questo tipo di violazioni sono uno dei motivi principali per i quali oggi viviamo in un mondo tanto pericoloso. Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani. Abbiamo ripetutamente visto che, anche nei momenti più bui per i diritti umani, e forse in special modo in tempi come questi, è possibile dar vita a un cambiamento straordinario.

Dobbiamo solo sperare che, quando negli anni a venire guarderemo indietro al 2014, ciò che abbiamo vissuto in quest’anno ci sembrerà il fondo, l’ultimo punto più basso da cui siamo risaliti e abbiamo creato un futuro migliore.

Salil Shetty

Segretario generale di Amnesty International

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Fonte: Amnesty International

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Ago 8 2014

9 agosto 2014: Giornata ONU dei Popoli Indigeni. Survival dimostra che è possibile salvarli!

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Un rituale notturno degli Awá, la tribù più minacciata del mondo.

Un rituale notturno degli Awá, la tribù più minacciata del mondo.

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Giornata ONU dei popoli indigeni – Survival denuncia: non stanno ‘scomparendo’!

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di Redazione Survival

In occasione della Giornata ONU per i popoli indigeni, che si celebra ogni anno il 9 agosto, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni Survival International ricorda all’opinione pubblica internazionale che i popoli indigeni non sono “primitivi” e non stanno “scomparendo”, bensì “sono portati alla scomparsa” dall’avidità e dal razzismo delle nostre società, che continuano a privarli delle loro terre e delle loro risorse.

La differenza è sostanziale: non si tratta di un fenomeno storicamente inevitabile, naturale e inarrestabile come molti vorrebbero credere, bensì della drammatica conseguenza di azioni criminali che, in quanto tali, possono e devono essere fermate.

I popoli indigeni che nel corso del XX secolo hanno subito persecuzioni, violenze e persino il genocidio sono incalcolabili. Tra questi:

– gli Aché, che nell’aprile 2014 hanno trascinato il governo del Paraguay in tribunale per il genocidio subito negli anni ’50 e ’60, quando i colonizzatori organizzavano spedizioni per uccidere gli uomini, mentre le donne e i bambini venivano solitamente catturati e venduti come schiavi. Oggi, nonostante le foreste della tribù siano state quasi totalmente distrutte per far spazio ad allevamenti di bestiame e piantagioni di canna da zucchero, la loro popolazione è di nuovo in crescita.

– gli Akuntsu, con cui alcuni operatori del governo brasiliano sono entrati per la prima volta in contatto nel 1995, scoprendo che solo 7 di loro erano sopravvissuti allo sterminio ordinato dagli allevatori che avevano invaso le loro terre negli anni precedenti. I linguisti stanno cercando di registrare e interpretare la loro lingua, per permettere loro di raccontare al mondo tutto l’orrore di cui sono stati testimoni. Ma il tempo stinge perché tra poco la loro piccola e vulnerabile tribù, ormai scesa a 5, sarà cancellata dalla faccia della terra per sempre.

– gli Jumma del Bangladesh, vittime dell’esercito e dei coloni, promotori di una sistematica campagna genocida fatta di uccisioni, stupri, torture. Nel 1997, un accordo di pace ha messo fine alle atrocità peggiori, ma le uccisioni, gli incendi dei villaggi, il furto della terra e gli arresti continuano a dilagare ancora oggi.

– molte tribù incontattate di Perù e Brasile, come i Nahua e quel piccolo gruppo isolato che alla fine di giugno è uscito dalla foresta brasiliana dopo aver attraversato il confine con il Perù. Gli Indiani hanno raccontato agli interpreti di aver subito un violento attacco al loro villaggio nel corso del quale la maggior parte degli anziani sono stati uccisi e le loro case sono state incendiate. “Sono morte così tante persone che non hanno potuto seppellirli tutti e, quindi, gli avvoltoi hanno mangiato i loro corpi”. Secondo gli esperti brasiliani, se il territorio non sarà protetto subito dai taglialegna e dai trafficanti di droga sospettati di compiere queste atrocità, si rischierà un “altro genocidio”.

“I popoli indigeni hanno sviluppato stili di vita largamente auto-sufficienti e straordinariamente diversi” dichiara Francesca Casella, direttrice di Survival Italia. “Molti dei medicinali e degli alimenti base del mondo ci vengono da loro, e hanno salvato milioni di vite. Tuttavia, continuano ad essere descritti come “arretrati” e “primitivi” semplicemente perché hanno scelto modalità differenti. La verità con cui dobbiamo confrontarci è che fin dagli albori dell’età della ‘Scoperta’, i popoli indigeni sono stati vittime innocenti della colonizzazione aggressiva delle loro terre. Rifiutandoci di riconoscerli come parti vitali e integranti del mondo moderno, al pari di tutti gli altri, l’annientamento sistematico e crudele avviato dai primi invasori continuerà inesorabile. È arrivato il momento di fermarsi. Il futuro dei popoli indigeni è solo e realmente nelle mani di ognuno di noi.”

E a dimostrare che il cambiamento è possibile, nella Giornata ONU per i popoli indigeni, Survival diffonde le immagini emozionanti di una mobilitazione pubblica che in soli due anni ha salvato gli Awá, la tribù più minacciata del mondo. Quando Survival lanciò la campagna internazionale in loro sostegno, il 25 aprile 2012, gli esperti ritenevano gli Awá ad imminente rischio d’estinzione. Oggi hanno la concreta possibilità di riprendere il controllo delle loro terre e del loro futuro, alle proprie condizioni.

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Guarda il Video: Da parte degli Awà, grazie!

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Fonte: Survival

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