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Atene: comunisti in piazza. Syriza si spacca!

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Athens, Greece, 26 February 2015.  EPA/ORESTIS PANAGIOTOU

Athens, Greece, 26 February 2015. EPA/ORESTIS PANAGIOTOU

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Syriza si divide. Scontri ad Atene, oggi in piazza i comunisti

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“Presentare una sconfitta come un successo è forse peggio della sconfitta stessa. (…) Da una parte perché si trasforma il discorso del governo in politichese, in una serie di luoghi comuni e banalità che hanno semplicemente lo scopo di legittimare a posteriori qualsiasi decisione, trasformando il nero in bianco; e dall’altra perché prepara il terreno, ineluttabilmente, per le prossime, più definitive, sconfitte, perché confonde i criteri attraverso i quali il successo può essere distinto da una sconfitta”. Il duro giudizio di Stathis Kouvelakis, professore di scienze politiche al King’s College di Londra ed esponente del comitato centrale di Syriza, è condiviso da molti dei suoi compagni di partito. Non solo quelli della piccola ‘Tendenza Comunista’ (che chiedono di votare la proposta parlamentare del KKE di rifiuto in blocco del memorandum), ma anche i militanti e i dirigenti di Syriza appartenenti alla ‘Piattaforma di Sinistra’ e addirittura alcune aree della maggioranza del partito, sempre più insofferenti.

Per ora, sembra, i critici sono comunque una minoranza, per quanto consistente. Al termine di una vera e propria maratona durata 11 ore, ieri la maggioranza dei deputati di Syriza eletti il 25 gennaio ha approvato il modo in cui, insieme con il ministro delle Finanze Yannis Varufakis, il premier Alexis Tsipras ha gestito i negoziati con i cosiddetti partner europei per ottenere dall’Eurogruppo una proroga di quattro mesi del prestito in scadenza domani.

Ma la fronda interna è più che evidente, il dibattito di ieri è stato costellato da critiche a volte anche molto dure e dal voto contrario di un certo numero di parlamentari.
A dar voce al diffuso malcontento all’interno di Syriza sono stati il ministro dello Sviluppo Economico, Ambiente ed Energia Panagiotis Lafazanis e la presidente della Camera, Zoe Konstantopoulou. I due esponenti della sinistra interna del partito hanno contestato la lista delle “riforme” proposte da Varoufakis, sostenendo che in molti punti esse sono, in sostanza, un’estensione del pre-esistente Memorandum firmato tra i precedenti governi e la Troika (rimasta a decidere le sorti di Atene, seppur con un’altra denominazione). Un Memorandum che Tsipras aveva promesso di stracciare il giorno dopo la costituzione del governo, gli hanno ricordato i critici.

Quella delle opposizioni interne è di fatto la stessa accusa mossa a Varoufakis dall’ex partito di governo di centrodestra Nea Dimokratia, secondo cui la lista delle misure proposte all’Eurogruppo dal ministro delle Finanze – che ha accettato varie correzioni da Bruxelles prima di presentare la versione finale del testo – “è una copia esatta del Memorandum” concordato dell’ex premier Antonis Samaras con Ue, Bce ed Fmi.
Secondo una “nota per uso interno” di 12 pagine dattiloscritte diffusa da Nea Dimokratia, diversi estratti dall’elenco di Varoufakis sarebbero stati letteralmente copiati dal precedente “accordo di salvataggio” concordato con la Troika.

Quando il segretario Tsipras ha chiesto ai suoi di votare a favore o contro l’accordo concluso dal suo governo con l’Eurogruppo per alzata di mano, un certo numero di deputati – 20 su 149 secondo alcune fonti, 35 secondo altre – avrebbero espresso parere negativo. Secondo un’altra versione invece i voti contrari sarebbero stati solo 5, ma solo perché ben 30 deputati avrebbero scelto di non partecipare al voto. Racconta Stathis Kouvelakis sul suo profilo di Facebook: “Circa 30 parlamentari su un totale di 149 erano fuori dalla sala al momento del voto. Non c’è stato un conteggio formale (si è votato per alzata di mano), ma si sono astenuti o hanno votato contro circa 40 deputati. I quattro ministri della Piattaforma Sinistra sui sono astenuti, ma il numero di deputati che ha respinto l’accordo è andato ben al di là dei sostenitori della Corrente di Sinistra”.

A preoccupare la dirigenza del partito sono soprattutto i “mal di pancia” del ministro Lafazanis (che si sarebbe astenuto, nonostante l’opposizione interna gli chiedesse di marcare il suo disaccordo in modo più netto) e della presidente della Camera Konstantopoulou. Quest’ultima e il deputato Dimitris Mitropoulos hanno inoltre espresso “grave preoccupazione” che il nuovo accordo implichi altri pesanti obblighi per la Grecia. Secondo il deputato Stathis Leoutsakos alcune delle proposte inserite nella lista di Varoufakis, nella loro formulazione, assomigliano agli antichi oracoli che “i creditori possono interpretare come vogliono”. Anche le parlamentari Ioanna Gaitanis ed Eleni Psareas hanno votato “no” all’intesa con i creditori internazionali.
Forti critiche alla strategia del governo sono arrivate addirittura dal capo del dipartimento delle politiche economiche di Syriza, Yannis Milios, che in un documento scritto insieme a Spyros Lapatsiras e Dimitris Sotiropoulos, intitolato “L’accordo del 20 febbraio: un primo passo su un terreno scivoloso”, afferma: “Il fatto che il governo abbia deciso di descrivere la parziale ritirata e il cambiamento “imposto” al suo programma come una “vittoria” è un cattivo segnale per il futuro, perché dimostra che è più interessato alla comunicazione che alla sostanza. Potrebbe tramutarsi in una vera sconfitta.”

Tsipras ha tentato di placare gli animi promettendo che “Il risultato dell’accordo dipenderà e sarà giudicato dal modo in cui lavoreremo come governo. Faremo in modo che l’esecutivo lavori in maniera rapida e governeremo sulla base del mandato popolare che ci è stato dato”. “Aspetteremo di vedere ciò che faranno i parlamenti degli altri Paesi e poi formuleremo una proposta politica nei due o tre giorni successivi”, ha concluso il capo del governo.
Il ministro Vaorufakis, dal canto suo, ha annunciato che i risparmiatori greci hanno ripreso a depositare i loro soldi nelle banche elleniche dopo l’estensione di 4 mesi degli aiuti europei. Intervistato da Bloomberg TV, il ministro delle finanze ha detto che 700 milioni di euro sono stati depositati nelle banche elleniche nella sola giornata di martedì dopo che dall’inizio di dicembre circa 20 miliardi di euro sono usciti dalle banche di Atene e finiti all’estero.
Oltre all’esplicitazione delle divisioni interne al partito di governo – e che potrebbero emergere in misura maggiore nel corso del Comitato Centrale di Syriza previsto nel fine settimana – per la prima volta dal giorno delle elezioni ieri il governo ha dovuto fare i conti anche con una piazza ostile.
Durante la giornata di ieri alcune centinaia di persone, per lo più militanti e simpatizzanti della coalizione di sinistra radicale anticapitalista Antarsya e di alcuni collettivi anarchici, sono scese in piazza nella capitale ellenica contro “la reintroduzione dell’austerity da parte del nuovo governo”. Al termine della marcia diretta verso il parlamento una cinquantina di persone hanno iniziato a lanciare bottiglie molotov contro la famigerata squadra Delta della polizia greca; alcune auto bruciate, la vetrina di una banca sfondata e improvvisate barricate erette dai manifestanti nel quartiere di Exarchia per coprirsi la ritirata hanno concluso la giornata.
Oggi si è avuto una replica assai più consistente, visto che a protestare in piazza Syntagma contro l’intesa rinunciataria raggiunta dall’esecutivo con la Troika è stato il KKE.
Nonostante le pioggia scrosciante e a tratti anche la grandine, il segre­ta­rio del Partito Comunista di Gre­cia, Dimi­tris Kou­tsou­bas, davanti a migliaia di persone ha accu­sato Tsipras di essersi pie­gato alla troika, seppur ribattezzata con un altro nome, «dimenticando in tempo record le pro­messe elettorali fatte al popolo greco». “Nessuna tolleranza su questo accordo”, hanno scandito in piazza più di 10 mila partecipanti alla protesta, per lo più militanti e simpatizzanti del partito che alle legislative del 25 gennaio ha ottenuto il 5,5% dei voti e 15 deputati su un totale di 300.
Solidarietà ai comunisti è arrivata dall’anziano ma ancora influente compositore Mikis Theodorakis, come Manolis Glezos assai critico nei confronti dell’accordo imposto dall’Eurogruppo e accettato dal governo Syriza-Anel. «La sovra­nità nazio­nale è stata persa, il patri­mo­nio pub­blico è stato ven­duto, la poli­tica eco­no­mica ha stran­go­lato il popolo» aveva detto Teodorakis pochi giorni fa nel corso di un incontro con i leader del Kke.

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Fonte: contropiano.org

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Ascanio Celestini: “Gramsci non farebbe così!”

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Al  “The Show must go Off”   Ascanio Celestini

Splendido monologo di Ascanio Celestini sul disfacimento della sinistra italiana.

Uno dei più sensibili e preparati esponenti del teatro di narrazione italiano propone una sua visione della sinistra oggi.

Anche se il video è datato (31 marzo 2012) mi sembra giusto e stimolante riproporlo oggi con un partito al governo di pseudo-sinistra

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 “Gramsci non farebbe così”

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“…Gramsci chiamerebbe un poeta a fare il ministro della cultura, non un barone universitario. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe un lavoratore precario a fare il ministro del lavoro. Uno per il quale la precarietà non è una parola da pronunciare con la lacrima bensì una condizione per la quale si vive quotidianamente e per la quale non ci sono più neppure lacrime da versare. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe un contadino, umiliato sulla sua terra costretto a vendere primizie a un decimo di quanto le rivende il suo mediatore. Lo chiamerebbe a fare il ministro dell’agricoltura. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe la sorella di Stefano Cucchi o di una qualunque altra vittima che uscendo di casa, incontrando una divisa, in un modo o nell’altro non è tornata a casa viva. La chiamerebbe a fare il ministro, una persona che può parlare della giustizia perché ha conosciuto l’ingiustizia. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe un pacifista, un cardiochirurgo che invece di fare i miliardi nelle cliniche svizzere, se ne va ad operare i bambini gratis in africa e lo metterebbe a fare il ministro della difesa. Non un generale con i cannoni in mano e il mitra in tasca! Mettere un generale come ministro della difesa è come mettere un piromane a capo dei pompieri. Gramsci non farebbe così. Chiamerebbe un italiano, uno di quelli che è nato in italia ma che si è fatto 18 mesi di detenzione in un CIE solo perché figlio di stranieri. Si scuserebbe con quell’italiano e gli chiederebbe di fare il ministro degli esteri. Gramsci farebbe così. Chiamerebbe il parente di una vittima di una strage di stato a fare il ministro degli interni. Sì, Gramsci farebbe così…

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