Nov 23 2017

Impossible Burger | I rischi della carne vegetale

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Gli sporchi segreti della carne vegetale

 di Silvia Ribeiro

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L’industria della carne è un grave problema per la salute, l’ambiente e per gli animali che sono costretti a vivere tutta la loro vita in condizioni deplorevoli. Per tutte queste ragioni, sempre più persone scelgono di mangiare meno carne o di abbandonare totalmente il suo consumo. Davanti a questa domanda, l’industria dei sostituti vegetali della carne cresce molto rapidamente, ma sono davvero migliori?

Ad esempio, il cosiddetto hamburger impossibile (Impossible Burger) dell’impresa high-tech Impossible Foods, nella quale molti operatori provengono dall’industria biochimica e informatica più che da quella alimentare, è uno dei prodotti di questo fiorente mercato. Lo presentano come completamente vegetale, ma con una salsa segreta che lo fa sanguinare e con un sapore e un colore molto simili a quelli della carne.

L’ingrediente che gli dà questo effetto, la leghemoglobina (abbreviata in inglese SLH o semplicemente heme), è in questo caso un prodotto derivato dall’ingegneria genetica che non è stato approvato come sicuro per la salute umana dall’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti (FDA nel suo acronimo inglese): malgrado ciò, dal 2016 l’azienda lo ha messo sul mercato.

La questione è venuta alla luce per un articolo del New York Times dell’8 agosto 2017, a partire dal quale le organizzazioni Amigos de la Tierra e Grupo ETC hanno ottenuto, mediante la legge di accesso all’informazione, i documenti che l’impresa ha presentato alla FDA, nel tentativo di ottenere la sua approvazione (tinyurl.com).

Secondo quanto ha spiegato Jim Thomas, del Grupo ETC, la FDA ha detto a Impossible Foods che il suo hamburger non raggiunge gli standard di innocuità, e l’impresa ha ammesso di non conoscere tutti i suoi ingredienti. Anche così, lo ha venduto a migliaia di incauti consumatori. L’azienda dovrebbe ritirare dal mercato i suoi hamburger fino a quando la FDA non stabilisce la sicurezza del prodotto e dovrebbe porgere le sue scuse a coloro che sono stati messi a rischio.

La leghemoglobina usata per questo hamburger, è una proteina creata in laboratorio che ne imita una presente nella radice delle piante di soia, ma viene prodotta, all’interno di serbatoi, da microbi alterati mediante la biologia sintetica. Nei documenti presentati dall’azienda alla FDA, l’agenzia ha avvertito che secondo i dati forniti, l’heme, ingrediente chiave dell’hamburger, non rispetta gli standard per lo status di sicurezza generalmente riconosciuti (GRAS, nel suo acronimo in inglese). L’impresa ha ammesso che nel processo di ingegneria genetica per l’heme, si erano generate 46 proteine supplementari inaspettate, nessuna delle quali era stata valutata nel dossier presentato alla FDA. Per evitare che la FDA respingesse la richiesta, l’impresa l’ha volontariamente ritirata, assicurando che avrebbe realizzato nuovi test, che attualmente assicura di aver realizzato con successo – in esperimenti di alimentazione con topi da laboratorio- ma, malgrado questo, lo studio non è pubblico. Anche se l’azienda sostiene che la proteina contenuta nella soia è stata consumata per molto tempo e non sono noti effetti avversi, la versione costruita mediante biologia sintetica, così come le proteine supplementari inaspettate, sono sconosciute e hanno un potenziale allergenico e altri sconosciuti.

Il caso di questo hamburger vegetale sanguinante è significativo dello sviluppo in questo settore. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di alternative sostenibili, ma in molti casi sono sostituti con ingredienti che sono stati secreti, in vasche di fermentazione, da microbi o lieviti alterati geneticamente mediante la biologia sintetica: un settore scarsamente o per nulla regolamentato, nel quale non esistono neanche norme di biosicurezza adeguate a questo processo industriale nuovo e per nulla naturale. Altri esempi dello stesso tipo sono i sostituti che imitano il latte vaccino prodotti dall’azienda Perfect Day o gli albumi di Clara Foods, entrambi prodotti con biologia sintetica.

Sono aziende che cercano di approfittare commercialmente delle lacune normative e della critica e della sensibilità di sempre più persone davanti alla produzione industriale di carne e alla crudeltà degli allevamenti, ma senza spiegare che il processo di produzione si basa su tecnologie rischiose, sia in questi che in altri casi, come quelli che producono carne in laboratorio, un’altra avventura di alta tecnologia che implica rischi sulla salute che non sono stati valutati.

Il motore di questo settore industriale è che il mercato dei sostituti dei prodotti animali è enorme e in rapida crescita: il fondatore della Impossible Foods stima che, in pochi anni, sarà di miliardi di dollari. Sicuramente è anche il motivo per cui Impossible Foods ha ottenuto investimenti per 200 milioni di dollari da parte di Bill Gates, Khosla Ventures e anche dal miliardario di Hong Kong, Li Ka-Shing, ai quali questo mese si sono aggiunti ulteriori 75 milioni di dollari dal fondo di investimento sovrano di Singapore (NYT).

La messa in discussione dell’allevamento industriale degli animali è completamente giustificata per una vasta gamma di ragioni, ma non abbiamo bisogno di cambiarlo per un’altra industria nociva e rischiosa. La produzione contadina, agro-ecologica, di pastori e pescatori artigianali, ci offre abbondanti alternative reali, sane e provate.

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Fonte: comune-info.net.

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Pubblicato sul blog di Silvia Ribeiro, direttrice del Gruppo ETC per l’America Latina, con il titolo “Secretos sucios de la carne vegetal”.

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Gen 30 2015

“Il cibo è un diritto e non una merce”. Renzi non firmare il Protocollo di Milano!

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Evelyn Mwafulirwa – Malawi.

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Il Protocollo di Milano non si deve firmare!

A giorni, il Primo Ministro Renzi si appresta a firmare il cosiddetto Protocollo di Milano promosso dalla Fondazione BarillaL’idea è quella di ripetere l’esperienza del protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, applicandolo all’agricoltura e l’alimentazione. Il cibo è un diritto universale e non una merce e, per fortuna, gli Stati di tutto il mondo si sono dati, da tempo, luoghi di governo globale delle politiche su sicurezza alimentare e nutrizione. Luoghi dove anche la società civile può partecipare e dare il suo contributo come il Comitato Mondiale per la Sicurezza Alimentare che risponde direttamente all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Da questi luoghi, dove partecipano tutti gli Stati del mondo e tutti i diversi attori interessati, (società civile, settore privato, Fondazioni filantropiche), sono usciti impegni, piani di azione, direttrici volontarie su moltissimi temi che impegnano gli Stati a dover garantire il Diritto Universale al cibo per tutti. E’ a tutti evidente che gli Stati non stanno applicando quanto hanno concordato e vanno messi in piedi strumenti di monitoraggio per obbligarli ad essere conseguenti a quanto si sono impegnati in sede internazionale. Questa è sicuramente una priorità assoluta.

Il Protocollo, iniziativa privata fuori dal contesto delle Nazioni Unite, ha contenuti, su sicurezza alimentare e nutrizione, generici, ancora meno vincolanti di quanto già concordato a livello internazionale e, cosa ancor più grave, teorizza un luogo diverso da quello delle Nazioni Unite per monitorare gli impegni assunti da chi firma il protocollo. 

Il Protocollo è quindi un attacco frontale a tutto il sistema delle Nazioni Unite, che con tutti i suoi limiti, in particolare sulle politiche agricole e nutrizionali, garantisce degli spazi di partecipazione unici alla società civile ovvero a quei piccoli produttori di alimenti (contadini, pescatori, pastori, popoli indigeni…) che l’Anno internazionale dell’agricoltura familiare (2014) ha appena celebrato come coloro che contribuiscono al 70% del cibo oggi prodotto nel mondo. Solo con il rafforzamento di questi luoghi possiamo realmente cambiare il governo mondiale delle politiche agricole e nutrizionali al fine di garantire il diritto universale al cibo per tutti ed i diritti dei piccoli produttori per permettergli di continuare a dare all’umanità una vera sicurezza alimentare e nutrizionale anche in futuro, l’unica veramente sostenibile a lungo termine! 

Il Protocollo è quindi in linea con quanto previsto in EXPO 2015, fiera che mercifica tutto, ed un tentativo maldestro di dare all’Esposizione universale un ruolo che non ha e che non gli riconosce nessuno.

Il Protocollo non si deve firmare, il cibo è un diritto e non una merce, Sovranità alimentare ora!

A cura di Andrea Ferrante

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Fonte: AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica)

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Set 21 2014

Gli Esseni: il popolo della pace ed il cibo

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Fotografia surreale di Caras Ionut.

Fotografia surreale di Caras Ionut.

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Vangelo Esseno della Pace (2° secolo a.c.)

…non uccidete nè uomini, nè animali, né il cibo che va nella vostra bocca…se vi nutrite di cibi vivi questi vi vivificheranno, se uccidete il vostro cibo, il cibo morto vi ucciderà…la vita viene dalla vita, dalla morte viene sempre la morte…ciò che uccide il vostro cibo, uccide anche le vostre anime…i vostri corpi diventano ciò che mangiate, come le vostre anime diventano ciò che voi pensate. Perciò non mangiate ciò che il gelo e il fuoco hanno distrutto, perché i cibi bruciati, gelati e decomposti, bruceranno, geleranno e decomporranno il vostro corpo. Mangiate frutti e erbe…alimentati e maturati dal fuoco della vita.

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Gli Esseni furono un gruppo ebraico di incerta origine, nato forse attorno alla metà del II secolo a.C. e organizzato in comunità monastiche isolate di tipo eremitico e cenobitico.
I resoconti di Giuseppe e Filone mostrano che gli Esseni (Filone: Essaioi) conducevano una vita strettamente celibe, ma comunitaria − spesso paragonata dagli studiosi alla vita monastica buddista e in seguito cristiana − anche se Giuseppe parla di un altro “rango di Esseni” che si sposavano (Guerra 2.160-161). Secondo Giuseppe, avevano usanze e osservanze come la proprietà collettiva (Guerra 2.122; Ant. 18.20), eleggevano un capo che attendesse agli interessi di tutti e i cui ordini venivano obbediti (Guerra 2.123, 134), era loro vietato prestare giuramento (Guerra 2.135) e sacrificare animali (Filone, §75), controllavano la loro collera e fungevano da canali di pace (Guerra 2.135), portavano armi solo per protezione contro i rapinatori (Guerra 2.125), e non avevano schiavi, ma si servivano a vicenda (Ant. 18.21) e, come conseguenza della proprietà comune, non erano dediti ai commerci (Guerra 2.127). Sia Giuseppe sia Filone hanno lunghi resoconti dei loro incontri comunitari, pranzi e celebrazioni religiose. Da quanto si è dedotto, il cibo degli Esseni non poteva essere alterato (con la cottura ad esempio); e potrebbero essere stati strettamente vegetariani, mangiando principalmente pane, radici selvatiche e frutta. [senza fonte] Dopo un totale di tre anni di prova (Guerra 2.137-138), i membri appena unitisi prestavano un giuramento che comprendeva l’impegno a praticare la pietà verso la divinità e l’aderenza a principi morali verso l’umanità, per mantenere uno stile di vita puro, di astenersi da attività criminose e immorali, di trasmettere intatte le loro leggi e di preservare il libro degli Esseni e il nome degli Angeli (Guerra 2.139-142). La loro teologia includeva il credo nell’immortalità dell’anima e il fatto che avrebbero ricevuto indietro le loro anime dopo la morte (Guerra 2.153-158, Ant. 18.18).

(Wikipedia)

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Gen 18 2013

Contro lo spreco di cibo: baratto o condivisione! In Germania è nata una piattaforma online.

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foodsharing

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Non sprecare il cibo. Condividilo!

La parola più usata per non lasciarsi travolgere dalla crisi è baratto. E se fosse possibile barattare anche il cibo? Una piattaforma online segue questo principio etico e si prefigge come scopo quello di sconfiggere lo spreco alimentare. Ecco come

Quanti tra voi si sentono in colpa ogni qual volta gettate nella spazzatura il cibo avanzato o la spesa dimenticata nel frigo? Certo in questi tempi di crisi, oltre alle critiche e agli sguardi di disapprovazione nel vederci compiere un gesto del genere, si aggiunge anche il rimprovero da parte di noi stessi per non aver saputo razionalizzare i cibi comprati e di conseguenza i soldi impiegati. Una delle lezioni positive che stiamo imparando dalla crisi che imperversa in Europa è proprio quella di cambiare le nostre abitudini e atteggiamenti, abbandonando soprattutto quella tendenza allo spreco e al consumismo a cui eravamo ormai troppo avvezzi. Ogni giorno, infatti, in Europa tonnellate di cibo vengono destinate alla spazzatura, eppure per buona parte degli alimenti in scadenza questo triste destino potrebbe essere evitato. A volte con il passaparola dei vicini o dagli amici è possibile riuscire a non sprecare alimenti e bevande, ma se riuscissimo a trasformarlo in un autentico stile di vita? La stessa domanda se la sono posta Valentin Thurn e Stefan Kreutzberger, un regista e un giornalista che hanno creato la piattaforma web foodsharing.de. Dal titolo esplicativo, è chiaro il fine dell’iniziativa: mettere in contatto, sfruttando internet, produttori, privati cittadini e chiunque voglia condividere la propria spesa con gli utenti del sito. Un autentico social della spesa dove trovare gli utenti per vedere cosa mettono a disposizione gratuitamente nella loro lista e scoprire gli indirizzi e i recapiti presso cui ritirarli. Conoscendosi nel sito, inoltre, è facile mettersi d’accordo per organizzare una cena o un pranzo assieme agli altri utenti, usufruendo proprio dei prodotti provenienti dal paniere online.

Il progetto è nato in Germania e per adesso infatti la totalità degli utenti si trovano in territorio tedesco. Inoltre il sito è accessibile esclusivamente in lingua tedesca, ma l’idea sta riscuotendo un notevole successo e ogni giorno c’è sempre un nuovo utente che decide di unirsi all’iniziativa.

Una delle sezioni del sito inoltre è dedicata ai consigli su come riconoscere gli alimenti freschi e in che modo conservarli correttamente all’interno del proprio frigo. Lo scopo non è quindi solo quello di riciclare i prodotti prima che scadano definitivamente evitando lo spreco, ma anche quello di educare l’utente per prestare maggiore attenzione alla propria alimentazione e alla qualità del cibo che viene ingerito.

Un’iniziativa volta al risparmio e alla prevenzione dello sperpero delle risorse, nel rispetto dell’antico detto dei nostri nonni secondo il quale il cibo non si butta mai, perché un bene prezioso, come sanno bene coloro che vivono in quei paesi in cui la fame è la prima causa di mortalità. E se il progetto è partito dalla Germania, paese in cui la crisi di certo non è diffusa come da noi, è auspicabile che possa presto anche diffondersi nel Belpaese, sia per arginare la crisi dei consumi che per riscoprire il valore vero e proprio di quello che mangiamo.

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Fonte: TAFTER

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Ott 1 2012

Agosto 2013: multinazionali del cibo e rivolte globali

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Le rivolte di domani saranno per il cibo, e l’Italia è in prima linea

Uno studio del 2011 metteva in relazione lo scoppio di sanguinose rivolte in tutto il mondo con l’aumentare dei prezzi del cibo, e prevedeva un forte scoppio di violenza per l’agosto 2013. Le multinazionali che gestiscono le sementi si stanno preparando, mettendo in cassaforte la loro esclusiva di commercializzare e scambiare i semi. E il governo italiano dà loro una mano, mettendo al bando i prodotti a chilometro zero.

di Andrea Degl’Innocenti

Siamo a un anno dall’esplosione di una serie di rivolte globali. Stavolta il calendario Maya non c’entra, né le profezie di Nostradamus: a predirlo è un indice elaborato scientificamente da un gruppo di esperti del Complex Systems Institute, rilanciato ultimamente da un articolo di Mother Board. Il motivo sarà il più elementare dei bisogni umani: il cibo.

Nel 2011 un gruppo di studiosi dei sistemi complessi, capeggiato dall’italiano Marco Lagi, ha analizzato una serie di fattori mettendoli in relazione temporale con le rivolte scoppiate nel mondo negli ultimi anni. I risultati hanno mostrato che esiste un fattore che più di ogni altro influisce sullo scoppio delle rivolte: il prezzo del cibo.

Il grafico qua sotto riassume bene le evidenze emerse dallo studio:

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Il grafico elaborato dal Complex Systems Institute

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La linea nera rappresenta l’andamento del prezzo del cibo nel tempo ed è stata elaborata in base ai dati forniti dal cosiddetto indice dei prezzi alimentari della Fao, che segue mensilmente i prezzi di un paniere di 55 prodotti, tra cui cereali, oli, carni, latte, etc. Le linee rosse verticali invece indicano le date delle rivolte nel mondo. La relazione è evidente: all’aumentare del prezzo del cibo aumenta la probabilità che si verifichi una rivolta.

In particolare gli studiosi hanno evidenziato una soglia oltre la quale il rischio di rivolte diffuse diventa tangibile: 210. Quando il prezzo del paniere di beni alimentari primari superò quella cifra nel 2008 fecero seguito una serie di rivolte in tutto il mondo; nel 2010 al superamento della soglia di 220 corrisposero le rivoluzioni della primavera araba.

Oggi il prezzo del paniere oscilla pericolosamente attorno alla drammatica soglia e da qualche settimana si è attestato a quota 213. Ma le conseguenze sempre più evidenti dei cambiamenti climatici, unite al sovraconsumo, faranno con ogni probabilità salire ulteriormente il livello fino a 240 entro l’agosto del 2013. Sempre secondo le previsioni del gruppo di studiosi.

Cosa tutto ciò potrebbe causare non è neppure immaginabile. Un’ondata di fame di livelli mai visti porterebbe con sè un’ondata di violenza di pari entità. Le multinazionali del cibo devono esserne consapevoli e già da diversi anni stanno cercando di accaparrarsi i diritti di produzione alimentare in tutto il mondo, scippandoli con la violenza ai contadini.

Se prima ciò accadeva solo nelle zone più povere del mondo – si pensi ai “campesinos” di Haiti o alle lotte di Vandana Shiva per preservare le antiche sementi dall’aggressione Ogm di Bayer e Monsanto – adesso l’offensiva ha raggiunto anche la “sviluppata” Europa.

Il 12 luglio scorso la Corte di giustizia europea ha confermato il divieto di commercializzare e persino scambiare le sementi che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo. La sentenza fa riferimento ad una direttiva europea del ’98 che di fatto riserva il diritto di commerciare le sementi alle multinazionali.

Come? Il meccanismo non è troppo complesso. Perché una sementi possa essere commercializzata o scambiata deve essere iscritta nel catalogo ufficiale. Iscriverla costa e tanto. Inoltre il prodotto deve rispettare dei criteri di “Distinzione, Omogeneità e Stabilità”, vale a dire che deve garantire “una accresciuta produttività agricola”.

Risultato? Gli Ogm possono essere iscritti senza problemi al catalogo ufficiali, visto che le multinazionali che li producono non hanno problemi a sganciare il denaro necessario e rispettano alla perfezione i criteri di produttività. Le sementi antiche e tradizionali invece, essendo patrimonio comune di tutti agricoltori ma proprietà esclusiva di nessuno, difficilmente trovano qualcuno disposto ad investire dei soldi per registrarle e dunque finiscono per diventare illegali. Stessa fine per le specie antiche, che alcune associazioni che lottano per la biodiversità cercano di mantenere in vita.

Nella corsa a favorire le multinazionali a scapito dell’agricoltura tradizionale il governo “dei poteri forti” guidato da Monti non può che essere in prima fila. L’esecutivo si è scagliato contro una legge della regione Calabria che intendeva tutelare i prodotti a chilometro zero.

La legge in questione è la numero 22 dell’11 giugno 2012 recante “Norme per orientare e sostenere il consumo di prodotti agricoli anche a chilometri zero”. “Ostacola la libera circolazione delle merci, è in contrasto con i principi comunitari” hanno tuonato dal governo. Il provvedimento è stato etichettato come una legge quasi autarchica che avvantaggia i prodotti regionali rispetto a quelli extra-regionali, in netta contrapposizione al principio di libera circolazione delle merci.

A dire l’ultima parola sulla questione sarà la Corte Costituzionale che dovrà chiarire se la Regione Calabria è andata oltre le sue competenze legiferando in materia. Resta comunque il tentativo del governo, in linea con le strategie dell’Unione europea, di aprire il campo agli investimenti dei grandi gruppi multinazionali e spazzar via i produttori locali, attenti custodi della biodiversità.

La strategia di certo non è nuova, ma è tanto più pericolosa quanto più si avvicina ad elementi che stanno alla base della vita sul pianeta. Le multinazionali, vere e proprie “istituzioni dominanti della società contemporanea” (per citare il documentario The Corporation) si stanno pian piano appropriando degli aspetti più elementari della nostra vita: il cibo, l’acqua, persino il codice della vita stessa attraverso la mappatura “privatizzata” del genoma umano.

Se allo scoppiare delle rivolte predette per l’agosto 2013 buona parte della produzione di cibo a livello mondiale sarà gestito da un manipolo di enormi società globali, bé, sappiamo già chi avrà il coltello dalla parte del manico.

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Fonte:  il Cambiamento

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Approfondimento

Monti e la Sovranità alimentare, Monsanto e Anonymous

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