Lug 31 2019

Lasciamoli vivere | Amazzonia: video di un uomo Awá incontattato

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I Guajajara del Brasile vogliono che guardiate e diffondiate questo emozionante video di un uomo Awá incontattato, colto di sorpresa mentre vive la sua vita nella foresta.

Midía Índia, un’associazione cinematografica indigena, ha diffuso la clip per richiamare attenzione sul dramma degli Awá incontattati, con cui i Guajajara condividono il territorio.

GUARDA IL VIDEO

Immagini come queste ci aiutano a ricordare quale battaglia stanno combattendo tutti i sostenitori di Survival International: difendere le vite e le terre dei popoli più vulnerabili del pianeta.

L’ultimo lembo di foresta degli Awá viene rapidamente distrutto man mano che i taglialegna e gli allevatori si avvicinano alle loro terre, senza dubbio incoraggiati dalle politiche anti-indigene e dalla retorica razzista del presidente Bolsonaro.

Come potete immaginare, affrontare questa situazione è una priorità assoluta per noi.

Lavoriamo accanto ai Guardiani dell’Amazzonia per sostenere il loro vitale lavoro di difesa della foresta. E stiamo facendo pressione su ministri e funzionari governativi affinchè proteggano le terre indigene. Non cederemo di un passo e, con il vostro sostegno, non ci arrenderemo mai.

Con speranza e determinazione,

Francesca Casella
Direttrice per l’Italia

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Fonte: Survival Italia

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Lug 1 2013

Tribù amazzoniche Vs petrolieri

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Il Popolo del Giaguaro - Foto: Revistamundoverde.net

Il Popolo del Giaguaro – Foto: Revistamundoverde.net

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di Alessandro Graziadei

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C’era chi i giaguari voleva “smacchiarli” e c’è la tribù amazzonica dei Matsés che vive lungo la frontiera tra Perù e Brasile e prova a non far “smacchiare” i suoi fratelli incontattati minacciati dalla multinazionale petrolifera Pacific Rubiales. Il “Popolo del Giaguaro”, chiamato così per i tatuaggi e le decorazioni del viso, vive attorno al “Lotto 135” nel dipartimento di Loreto dell’Amazzonia peruviana, dove la compagnia canadese-colombiana ha già iniziato le prospezioni petrolifere nonostante questo si estenda in un’area proposta come riserva per le tribù incontattate, ed ha in progetto ulteriori esplorazioni nel territorio Matsés con un progetto da 36 milioni di dollari che prevede lo sfruttamento della foresta pluviale utilizzata dagli Indiani per cacciare e raccogliere.

Vicino ai Matsés, un popolo di circa 2.200 persone, vivono, infatti, altri gruppi indigeni incontattati, sia in Perù sia in Brasile. Negli anni ‘90, i taglialegna invasero la terra Matsés e gli Indiani incontattati fuggirono. “Oggi abbiamo mandato via i taglialegna e gli Indiani stanno tornando. Ma le ambizioni della compagnia petrolifera li costringerà a fuggire di nuovo” ha dichiarato Salomon Dunu, un capo Matsés a Survival International. “I nostri fratelli incontattati vivono nella foresta. Li abbiamo sentiti molte volte, sappiamo che ci sono”, ma “Se i lavori dovessero continuare, gli Indiani incontattati e gli operai della compagnia petrolifera si ritroverebbero entrambi a rischioha ricordato la scorsa settimana il direttore generale di Survival International Stephen Corry. “Gli Indiani sono particolarmente vulnerabili alle malattie trasmesse dall’esterno, verso cui non hanno difese immunitarie, mentre i lavoratori rischiano di essere attaccati dagli Indiani, che li vedranno come invasori nel loro territorio”. Inoltre ha ricordato in un video messaggio Dunu “Siamo un popolo indigeno, e abbiamo bisogno di spazio per vivere. Non abbiamo solo bisogno di spazio per i nostri orti e le nostre case, ma anche per cacciare. Ora, i luoghi dove cacciavamo abitualmente sono tagliati dalle linee sismiche della compagnia petrolifera. Dite al mondo che i Matsés rimangono fermamente contrari alla compagnia petrolifera. Non la vogliamo nella nostra terra per il bene e il rispetto dei diritti nostri e dei nostri fratelli incontattati”.

Per questo i Matsés in collaborazione con Survival hanno inviato un appello urgente agli azionisti della Pacific Rubiales (tra cui Citigroup, JP Morgan, General Electric, Blackrock, HSBC, Allianz, Santander, Legal and General e gli azionisti italiani come ARCA, BNP Paribas, Credit Suisse e Rossini Lux Funds) chiedendo di disinvestire dalla Pacific Rubiales e nella speranza che l’intera area sia al più presto protetta, come le vite degli Indiani incontattati. “Vi scriviamo per farvi pervenire un messaggio da parte degli Indiani Matsés del Perù settentrionale – si legge nella lettera agli investitori (.pdf) – È noto che alcune tribù incontattate vivono nel Lotto 135: se dovessero entrare in contatto con l’esterno, le loro vite, e quelle dei lavoratori petroliferi, sarebbero messe in grave pericolo. I Matsés hanno diritti territoriali sull’area che si trova proprio a nord del Lotto 135, e utilizzano l’area dove lavora la compagnia per cacciare e raccogliere cibo. Il loro territorio ufficiale è stato inserito all’interno di un secondo lotto (il 137), sempre di proprietà della PacificRubiales e in cui la compagnia ha confermato di avere in progetto future prospezioni. […] Vi preghiamo di rispettare le leggi internazionali proteggendo il diritto dei popoli tribali alle loro terre e alla vita. Per questo, chiediamo alla vostra società di disinvestire dalla Pacific Rubiales”.

Una battaglia persa in partenza? No perché cacciare una multinazionale dal proprio territorio è possibile, così come denunciarla di fronte alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani e veder riconosciuti i propri diritti: ce lo hanno insegnato gli indigeni Sayaraku, un popolo composto da non più di mille abitanti che abita in Ecuador, sulle rive del Rio Bobonaza, nella zona orientale del paese, anche loro residenti in piena foresta amazzonica. La loro incredibile storia è stata raccontata dall’attivista Sayaraku Eriberto Gualinga, uno dei leader della sua comunità, che ha girato il documentario I discendenti del giaguaro, visibile in Italia grazie ad un tour organizzato all’inizio di giugno di quest’anno da Amnesty International che ha permesso a questa piccola comunità ecuadoriana di far conoscere la sua storia di dignità e resistenza di fronte all’invasione straniera, quando un’impresa petrolifera argentina ha iniziato all’improvviso a svolgere i primi sondaggi petroliferi sotto la protezione militare del Governo ecuadoregno nel territorio Sayaraku. Eriberto ha filmato questi primi tentativi di estrarre il petrolio nel 2002 e le sue riprese sono servite a bilanciare una comunicazione che fino ad allora era stata manipolata dall’impresa petrolifera e dai militari. Nel documentario emerge più volte l’arroganza dei militari e la fierezza dei Sarayaku, con le donne in prima fila durante l’assemblea durante la quale viene scelta la delegazione che si recherà in Costarica per presentare la denuncia di fronte alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani.

Il risultato? La Commissione Interamericana ha visitato il territorio Sayaraku e ha toccato con mano i disastri compiuti dall’impresa argentina. Si è trattato di un fatto storico perché mai la stessa Corte, prima d’ora, si era occupata di un popolo indigeno e tantomeno aveva messo alle strette uno stato. Dopo dieci anni di lotte per la difesa del proprio territorio, infatti, la Corte ha reso pubblica la sua sentenza nel giugno 2012, stabilendo che sull’Ecuador pesa “la responsabilità di non aver consultato i Sarayaku in relazione al progetto petrolifero appaltato all’impresa argentina”. Inoltre, la Commissione ha ribadito l’obbligo, per qualsiasi stato, di svolgere una consultazione previa con i popoli indigeni. L’Ecuador ha calpestato questo principio mettendo a rischio il diritto alla vita e all’integrità personale dei Sarayaku, soprattutto permettendo all’impresa argentina di introdurre oltre 1.400 chilogrammi di esplosivo in varie zone del territorio indigeno. Ora dopo l’interruzione dei lavori, l’Ecuador avrebbe l’obbligo di risarcire i Sarayaku con un indennizzo significativo.

Per fortuna non si tratta solo di un lieto fine in stile Avatar, ma di una storia vera che sarà raccontata da Eriberto Gualinga in un nuovo documentario che si chiamerà El canto de la flor: uscirà a settembre e racconterà i festeggiamenti della sua comunità in seguito alla sentenza del giugno 2012, ma la battaglia non è finita. L’Ecuador deve ancora attenersi alla sentenza imposta dalla Commissione Interamericana e non è detto che lo faccia.

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Fonte: unimondo.org

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Ott 12 2011

Bolivia: gli indios affossano la TAV amazzonica

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Il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato la sospensione del progetto autostradale contro il quale, da circa un mese, protestavano i nativi Guaranì. Il progetto prevedeva un collegamento autostradale che da Manaus, in Brasile, doveva arrivare fino a Manta, porto ecuadoriano sul Pacifico. Un pezzo del tratto boliviano, quello che va dalla città di Cochabamba, alle pendici dell’altopiano andino, fino alla città di San Ignacio de Moxos, in Amazzonia, doveva attraversare l’area del Territorio indigeno e parco naturale Isiboro Sécure (Tipnis), una zona nella quale vivono 16 comunità indigene, per un totale di circa 50 mila persone.

Dalle comunità residenti era partita la protesta contro il governo, accusato di perseguire una politica favorevole alle industrie minerarie e alle grandi opere che contrasta con i principi di difesa della Pachamama (la Madre terra) sanciti anche nella nuova costituzione boliviana, approvata con un referendum promosso dal governo a febbraio del 2009. L’intero progetto, avrebbe avuto un impatto devastante nel territorio amazzone boliviano che avrebbe accusato un enorme disboscamento con la conseguente espropriazione dei terreni alle comunità indigene native.

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Fonte: Salva le Foreste

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Feb 18 2011

Ecuador, sentenza storica contro Chevron

L’Amazzonia e i suoi abitanti vittime dell’inquinamento sfrenato prodotto dalla multinazionale del petrolio saranno risarciti a suon di milioni.

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di Stella Spinelli

La giustizia ecuadoriana ha condannato lunedì la Chevron a pagare una multa milionaria per i danni ambientali provocati all’Amazzonia ecuadoriana durante tredici anni di trivellazioni a opera della Texaco, compagnia che la multinazionale Usa ha acquisito nel 2001. Una sentenza storica, che ripagherà di anni di sofferenze e malattie, lotte e speranze le tante famiglie colpite da questo disastro. Scarti di petrolio mischiati a velenosi agenti chimici lasciati in pozzi a cielo aperto sono filtrati nel terreno, impregnandolo, distruggendo coltivazioni e contaminando la vita di tanta gente. Che si è ammalata ed è morta per le conseguenze riportate.

Il giudice che ha emesso la sentenza, Nicolás Zambrano, ha dichiarato che la compagnia petrolifera dovrà versare 8.646 milioni di dollari per danni ecologici, più un dieci percento per i danni provocati alle comunità colpite. Una cifra che il battagliero avvocato Pablo Fajardo, l’uomo cresciuto con i piedi nelle pozze nere di Sucumbíos, laureatosi in legge solo per farla pagare alla Texaco e grazie al supporto morale ed economico della comunità vittima della multinazionale, ha definito “irrisoria, ma significativa“, visto che la difesa aveva richiesto ben 27 miliardi di dollari. “Abbiamo combattuto giuridicamente per ottenere che l’impresa Chevron, prima Texaco, risponda del suo crimine e paghi per riparare il danno ambientale provocato. È chiaro che si tratta di una somma insignificante rispetto al reale crimine commesso, un crimine ambientale sì, ma anche culturale e umano. Resta comunque il fatto che siamo di fronte a un vero passo avanti verso il trionfo della giustizia”.  (leggi tutto)

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Fonte: PeaceReporter

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Ott 17 2010

SIAMO TUTTI UNO

Omaggio ai popoli indigeni della Terra.

Disponibile nelle migliori librerie  Edito da Logos Edizioni

Le vendite del libro contribuiscono a finanziare le campagne di Survival per i popoli indigeni più minacciati del mondo

“Mori Kami Yamaki – Siamo tutti uno. Condividiamo tutti la stessa umanità e a unirci è nostra madre, la Terra. Abbiamo culture e lingue differenti, ma in ognuno di noi vive lo stesso spirito della vita. Siamo tutti legati gli uni agli altri; e questo non cambierà mai”…

Sono queste le parole con cui il leader degli Yanomami Davi Kopenawa apre uno dei libri più raffinati e appassionanti che siano mai stati scritti sui popoli indigeni.

Frutto della collaborazione tra Joanna Eede e Survival International, Siamo tutti uno è una raccolta esclusiva di voci e immagini di popoli indigeni di ogni continente – dagli Yanomami dell’Amazzonia brasiliana ai Penan del Borneo, agli Innu del Canada – amplificate dal contributo suggestivo e stimolante di sostenitori, scrittori, filosofi, poeti, artisti, antropologi, giornalisti e fotografi di fama internazionale.

Pubblicato in edizione originale inglese con il titolo We Are One in concomitanza con il 40° anniversario della fondazione di Survival, Siamo tutti uno racconta le vite, le terre e le culture dei popoli indigeni e mette in luce l’importanza che i loro valori e la loro saggezza rivestono per il mondo contemporaneo. In un atto straordinario di solidarietà, la voce collettiva di Siamo tutti uno denuncia anche la repressione che li affligge in ogni continente e diffonde il messaggio che i popoli tribali sono nostri uguali: moderni e contemporanei quanto le nostre società e con lo stesso nostro diritto a una vita di pace e giustizia.  (leggi tutto)

Fonte: Survival