Il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Saviano

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di Paolo Persichetti

Dopo Gomorra anche l’ultimo libro di Roberto Saviano, La parola contro la camorra, sta suscitando polemiche. Questa volta è il Centro Peppino Impastato a sollevare il problema con una diffida inviata all’editore Einaudi. Umberto Santino, presidente del Centro e antico amico e compagno di lotte di Peppino Impastato, lamenta le gravi inesattezze storiche presenti alla pagine 6 e 7 del volume dove si ricostruisce con una incredibile dose di superficialità la vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio nel maggio 1978 del giovane militante di Democrazia proletaria su ordine del boss di Cinisi Tano Badalamenti. Nella ricostruzione proposta da Saviano il merito di aver lacerato il velo di silenzio sulla morte di Impastato, consentendo anche la riapertura dei processi, viene attribuito per intero al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presentato al festival di Venezia nel settembre 2000. I due decenni precedenti, il fondamentale lavoro di controinformazione, condotto all’inizio in piena solitudine, dal Centro Impastato e dai suoi familiari scompaiono nel buco nero della storia. L’omissione, segnalano i legali del Centro, è tanto più grave perché l’operazione editoriale mira ad una diffusione di massa del testo che così contribuirebbe a edificare una riscrittura del passato contraria alla verità storica. (leggi tutto)

Fonte: Liberazione


Noi eredi di Bush, quel “caro amico George”: la trappola insanguinata dell’Afghanistan

Le signore del Tea Party che minacciano Obama dovrebbero andare in gita a Kabul per capire cos’ha combinato la politica, bombe e mitraglia della destra americana. Che è anche la destra italiana: Berlusconi e Frattini ricordano come “grande Presidente” il figlio meno intelligente di Bush padre. Intanto gli alpini muoiono per “difendere la libertà del mondo libero”

italiani in afghanistan

di Raniero La Valle

L’Afghanistan è l’ultimo – ma non ultimo – frutto avvelenato che si è lasciato dietro il fallimento del “nuovo secolo americano”: un secolo che, nella visione parossistica di Bush e della destra americana, irresponsabilmente sostenuta dai Blair e dai Berlusconi europei, avrebbe dovuto fare degli Stati Uniti il sovrano del mondo, del dollaro il metro di misura dell’universo, del sistema neoliberista l’unico regime economico e politico consentito, e degli “Stati canaglia” un deserto. Questa politica ha devastato l’economia mondiale, ha diffuso la povertà perfino tra i ricchi e reso più miserabili i poveri, ha distrutto l’Iraq, ha compromesso le prospettive di pace in Medio Oriente e ha impantanato gli eserciti occidentali in Afghanistan.

Se noi stiamo in Afghanistan a morire, ci stiamo per questo; ma non moriamo solo noi, ma anche sono morti quasi 2000 soldati della coalizione, e 40.000 afghani tra militari e civili, mentre centinaia di reduci americani ed inglesi si sono suicidati, come denuncia un appello lanciato dall’ex vescovo di Caserta mons. Nogaro. Se siamo lì in quel contagio di morte, ci stiamo non perché abbiamo fatto una scelta di valori (mettendo in campo per esempio la Costituzione italiana), ma perché, senza scelta, ci siamo messi al servizio di quell’empio disegno. Poi, quando tornano nelle bare, un vescovo militare dice a quei ragazzi uccisi che erano “profeti del bene comune, decisi a pagare di persona per ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto”, e che lo stavano facendo “nella consapevolezza di una strategia chiara e armonica”; ma non è vero, né per la coscienza di ciò che essi stavano facendo (in realtà “lavoravano”), né per la chiarezza della strategia, di cui l’unica cosa chiara è che non si sa come uscirne.

Neanche Obama lo sa; perché è più facile entrare in una guerra che uscirne. Quando ci si entra garriscono i gagliardetti e la stampa incita al rapido massacro; ma quando se ne esce si porta a casa una sconfitta, e la colpa di un’inutile strage. (leggi tutto)

Fonte: Domani


Contro la crisi, ecco la Generazione P.

di Daniele Nalbone

“Questa volta non è uno scherzo”. Firmato: Generazione P. Dopo il falso blitz alla sede Cisl nel quartiere Casilino di Roma, diventata un vero e proprio “caso mediatico”, la Generazione P torna a far parlare si sé: come, lo leggerete in fondo a queste righe. P sta per “precaria”. E accanto a una casa, chiede lavoro, diritti, una scuola e un’università pubbliche, welfare vero. Chiede e ottiene, con le proprie pratiche di lotta, dignità. Questa generazione negli ultimi giorni ha ribaltato dal basso un modo di fare informazione, o meglio, disinformazione, non solo condannando al ridicolo diversi organi di stampa, ma addirittura scoprendo i bluff di diversi politici. Certo, alcuni, come Susanna Camusso, sono caduti nel tranello in buonafede, rispondendo da lontano, da Venezia, alla domanda di un giornalista “disinformato” su cosa ne pensasse del blitz, lanciato da tutte le agenzie intorno alle ore 10.40 di mercoledì: «Cisl, Generazione P, uova e vernice contro sede Casilino a Roma». Altri invece, come il senatore del Pd Vannino Chiti, hanno sparato a zero su «estremisti che devono essere isolati». Come detto, però, la notizia delle uova contro la sede Cisl del Casilino era un bluff. Così come un bluff la scritta “Polpette al potere”. La Generazione P ha così smascherato chi, anziché guardare la luna, guarda (e fa guardare) il dito. «Non sappiamo nemmeno se esiste una sede Cisl al Casilino» hanno spiegato. Ma incentrando l’analisi sulla luna, e non sul dito, emerge tutta la pericolosità di questa stampa, disinformata o che disinforma fa poca differenza: il fatto che qualcuno scriva “La Generazione P. cerca casa” su un muro dovrebbe far pensare, tanto i giornalisti quanto i politici, al fatto che ci sia gente che vive in situazioni di drammatica precarietà. Invece no. L’unica cosa che questa stampa denuncia, e questa classe politica condanna, è il fatto che qualcuno abbia scritto su un muro. È così che pensano ad affrontare i problemi che un’intera generazione, la Generazione P, vive tutti i giorni? Ecco allora che l’occupazione di questa mattina, nel quartiere Pigneto di Roma, di uno dei tantissimi palazzi abbandonati presenti nella Capitale assume un valore ancora più alto: «Questa volta non è uno scherzo» hanno scritto raccontando di questa occupazione.         (leggi tutto)

Fonte: Controlacrisi.org