Piemonte – Referendum sulla Caccia, dopo 23 anni si dovrà votare

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Nel 1987 vennero raccolte in Piemonte 60.000 firme alla richiesta di un referendum popolare sulla caccia. I cittadini del Piemonte avrebbero dovuto votare nel 1988. Per 23 anni le Amministrazioni regionali di ogni colore, con strumentali iniziative legislative ed illegittimi provvedimenti amministrativi hanno sempre impedito il voto popolare. Dopo ben 23 anni la Corte d’Appello di Torino – Sezione prima civile, con sentenza del 29 dicembre 2010 ha dato ragione al Comitato promotore del referendum regionale.  La Regione Piemonte dovrà da subito riattivare le procedure referendarie per fare esprimere gli elettori piemontesi sulla caccia.

Il quesito chiede ai cittadini se sono favorevoli a ridurre drasticamente l’attività venatoria attraverso le seguenti azioni:


a) protezione per 25 specie selvatiche oggi cacciabili (17 specie di uccelli e 8 specie di mammiferi);

b) divieto di caccia sul terreno innevato;

c) abolizione delle deroghe ai limiti di carniere per le aziende faunistiche private;

d) divieto di caccia la domenica.


Non era possibile nel 1987 proporre un quesito che abolisse del tutto la caccia attraverso un referendum regionale, essendo l’attività venatoria prevista da una legge nazionale.

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Fonte:  LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia)


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Spagna: il potere dell’ingiustizia

Condannato Simone Righi, il nostro connazionale a cui hanno ucciso i cani.

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Si è concluso nel peggiore dei modi il processo che il Tribunale di Cadice, in Spagna, ha intentato contro Simone Righi, il nostro connazionale al quale avevano ucciso i cani. I fatti risalgono al 2007 quando Simone Righi e Jo Fiori (vedi articolo GeaPress) si recano in vacanza in Spagna. Pensano di trasferirsi e per questo mettono per alcuni giorni i loro cani a pensione. Li ritroveranno, invece, uccisi da un miorilassante vietato dalla legge. Qual canile funziona anche come canile convenzionato con le pubbliche amministrazioni ed a leggere le cronache dei giornali locali vengono in mente tante ipotesi di inciuci politici imprenditoriali da ricordarci le disgrazie gestionali del randagismo di casa nostra. I cani, in Spagna, dopo alcuni giorni dall’accalappiamento vengono uccisi e forse quelli di Jo e Simone vengono scambiati per randagi.

Gli animalisti locali non ne possono più e denunciano le strane connivenze che si vociferano esserci anche nel corso di una manifestazione indetta dopo la morte dei tra cagnetti di Simone. Partecipano anche i nostri connazionali. Simone mostra a tutti le foto dei suoi cani e mentre sta gridando la sua rabbia, nel vicolo dove erano stati chiusi dalla Polizia locale, viene gettato a terra e trasportato in prigione. Intanto, distante dal vicolo, vi è anche il Sindaco del paese. Il tutto viene filmato (vedi filmato) e ben documentato dai giornalisti locali.

Parte la denuncia contro il canile e stranamente parte anche il processo contro Simone. Accusato di che cosa? Dell’inverosimile. Nonostante quanto documentato dal video, Simone viene ora ritenuto colpevole di avere tentato l’aggressione al Sindaco. Poi viene anche accusato di avere resistito ai poliziotti, ed infine di aver loro procurato delle lesioni. Nel processo di primo grado, conclusosi lo scorso 24 gennaio, la Corte accetta l’improbabile tesi che il video è antecedente all’aggressione. Non si capisce però come Simone possa aver successivamente aggredito visto che viene portato via dalla Polizia locale. Il documento è talmente palese che dopo il primo arresto di Simone Righi la nostra rappresentanza diplomatica interviene finanche in una nota trasmissione televisiva condotta da Giancarlo Magalli per prendere le difese di Righi. Così la pensano centinaia di spagnoli presenti nei luoghi che hanno dato manforte alla tesi del nostro connazionale. Dello stesso tenore i racconti dei giornalisti locali che confermano al processo la sua deposizione.  (leggi tutto)

Guarda il video

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Fonte:  GeaPress

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Giornalisti. Storie allucinanti che nessuno ha mai raccontato

Qualcuno ha parlato, ma ha chiesto di rimanere anonimo. Qualcun altro ha scelto di firmare, ma non se la sente di rifiutare il lavoro sottopagato perché ha bisogno di soldi. Tutti hanno paura. Disponibili pure a Natale, per pochi spiccioli, ma senza diritti e dignità. Queste storie sono una prima breccia nel muro di silenzio. I giornalisti umiliati e sfruttati non devono sentirsi isolati. Non è un problema personale, ma collettivo. Il primo passo è immaginarsi come categoria.

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In questa bacheca ci sono le storie di chi ha deciso di dire `basta` allo sfruttamento dentro e fuori le redazioni giornalistiche. Le storie non corrispondono alle adesioni della campagna perche` ci sono giornalisti che hanno deciso di inviare una testimonianza pur non sentendosi pronti a rifiutare il lavoro sottopagato. E viceversa c`è chi ha aderito senza inviare testimonianze. Alcune le pubblichiamo anonime, garantendo la riservatezza alle nostre fonti. A queste persone va tutto il nostro sostegno. A chi si espone e a chi non vuole dire il suo nome.

I giornalisti italiani hanno paura. Temono gli altri colleghi e l`editore, temono il sindacato che non li tutela. Hanno subito ricatti e intimidazioni all`interno delle redazioni perchè chiedono un lavoro dignitoso. Hanno motivo di credere che potrebbero perdere il poco ottenuto, cioè l`elemosina dei pochi euro a pezzo. Spesso i più timorosi non sono giovani alle prime armi, ma professionisti con dieci anni di esperienza alle spalle e le agendine piene di contatti che servono come il pane al datore di lavoro che li sfrutta. Ecco la verità nascosta dell`informazione italiana. I giornalisti precari e freelance sono minacciati dalle redazioni con cui collaborano nel momento in cui chiedono dignitose condizioni di lavoro. E` lo scandalo e la vergogna dell`informazione italiana.

Speriamo che questo racconto possa servire da traino per altri colleghi che vogliano raccontare la loro storia, da sostegno per chi subisce lo sfruttamento del lavoro intellettuale e si sente isolato, per i giovani che si affacciano ora al mestiere e per gli studenti delle scuole di giornalismo, perché capiscano che se accettano di lavorare gratis anche all`inizio si stanno bruciando il futuro con le loro stesse mani.

Non da ultimo, ma come prima cosa, ci rivolgiamo ai lettori italiani perchè chiedano a gran voce che l`informazione che consumano non sia prodotta sfruttando gli schiavi della notizia. Se la prima agenzia di stampa italiana, l`Ansa, si basa sul lavoro sottopagato, come saranno le realtà più piccole?

Le testimonianze dei giornalisti. (leggi tutto)

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Fonte:  terrelibere.org

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