La Corte europea condanna la Polonia: ostacoli ed intimidazioni per abortire dopo uno stupro

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Strasburgo bacchetta la Polonia: troppi ostacoli per abortire dopo uno stupro

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La Corte europea per i diritti dell’uomo ha recentemente condannato la Polonia perché non garantisce il pieno accesso all’interruzione di gravidanza. L’importante sentenza riguarda il caso di un’adolescente che rimase incinta dopo uno stupro e che, avendo deciso di abortire,  dovette affrontare una vera e propria odissea, incontrando enormi ostacoli nelle strutture pubbliche e subendo pesanti intimidazioni da parte di medici, religiosi e istituzioni. Tutto questo nonostante la normativa polacca — peraltro restrittiva — permetta di interrompere una gravidanza in caso di violenza sessuale.

Vale la pena di raccontare la triste storia di questa ragazza (P. nel procedimento) di Lublino, che nel 2008 viene violentata e scopre di essere incinta. Sostenuta dalla madre (soprannominata S.) e sulla base della legge che dal 1993 consente l’aborto in caso di stupro, ottiene il nulla osta dal procuratore. Quindi P. e S. si rivolgono a due strutture pubbliche, che però frappongono ostacoli insormontabili causando ritardi e disagi.

La ginecologa del primo ospedale, a Lublino, porta la ragazza da un prete senza chiederle se lo volesse. Sacerdote che tra l’altro è già stato preavvisato. Si chiede alla madre di firmare una liberatoria in cui si dice che l’aborto può causare la morte della figlia. Ma la ginecologa si rifiuta poi di eseguire l’interruzione di gravidanza, sulla base del suo credo religioso. In seguito, l’ospedale rende nota la storia, che viene pubblicata sui giornali.

P. e S. si rivolgono quindi ad un ospedale di Varsavia. Qui il dottore fa sapere che “varie persone” stanno facendo pressione all’ospedale. Anche la ragazza viene tempestata di sms dal sacerdote del primo ospedale, cui aveva dato il numero, e da altri sconosciuti. Le due decidono di lasciare l’ospedale, ma vengono molestate da manifestanti antiabortisti e condotte in una stazione di polizia. Oltre alle intimidazioni già subite, il tribunale di Lublino manifesta l’intenzione di togliere la potestà genitoriale alla madre, sostenendo che voglia costringere la figlia ad abortire. L’intento è di segregare la ragazza in una casa-famiglia.

Solo dopo essersi rivolta al ministro della Salute polacco la madre può accompagnare la figlia — in maniera riservatissima — ad abortire in una clinica nella lontana città di Danzica. Si confermerà che la madre non aveva affatto costretto la figlia ad interrompere la gravidanza. Storia che ricorda sinistramente quella della ragazza italiana su cui si accanirono alcuni giornali (in particolare Libero) che montarono il caso, diffamando lei e la sua famiglia e smerciando questa crudeltà come “libertà di espressione”.

La Cedu ha riscontrato, verso P. e S., violazioni dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), dell’articolo 5.1 (libertà e sicurezza) e dell’articolo 3 (proibizione di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Lo stato polacco è stato condannato a pagare 30mila euro alla ragazza e 15mila euro a sua madre per danni morali, più altri 16mila per rimborsi e spese, visti i viaggi affrontati. Non è strano che, tra i sette giudici europei, l’unico ad esprimere un parere parzialmente dissenziente sia stato quello di Malta, ossia del paese dell’Unione Europea che per ultimo, solo l’anno scorso, ha legalizzato il divorzio e dove l’aborto è ancora proibito.

La Corte inoltre ha evidenziato che la vittima ha avuto “informazioni fuorvianti e contraddittorie” e “non ha ricevuto un’assistenza medica obiettiva”. E che la virulenza del dibattito in Polonia — dove, come accade in molti altri paesi, impera la demonizzazione e la criminalizzazione dei sostenitori della libertà di scelta — “non assolve lo staff medico dai propri obblighi professionali inerenti la riservatezza medica”.

Non è la prima volta che il tribunale di Strasburgo bacchetta la Polonia. Accadde già l’anno scorso quando una donna incinta si vide negare da medici antiabortisti in ospedali pubblici la possibilità di fare l’amniocentesi e di ricorrere all’interruzione di gravidanza: la figlia nacque poi gravemente malata. In Polonia, paese fortemente cattolico, l’influenza delle gerarchie ecclesiastiche e di politici e attivisti no-choice è tuttora pesantissima. Ma proprio per questo le donne e le attiviste femminili in particolare sono molto sensibili al tema e molto attive nella lotta per il diritto all’autodeterminazione.

La vicenda ricorda sinistramente anche le tante uscite dei repubblicani Usa negli ultimi tempi. Come quella di Richard Mourdock, candidato del Senato in Indiana vicino al Tea Party, il quale ha affermato che pure la gravidanza in caso di stupro è un qualcosa “che Dio ha voluto“. Ulteriore dimostrazione che l’aborto motivato da violenza è un tema che il mondo cristiano ha grosse difficoltà a comprendere. E che, per difendere in maniera fanatica un possibile nascituro, si preferisce calpestare la dignità e l’autodeterminazione delle donne costrette a portare avanti una gravidanza.

La possibilità di interrompere la gravidanza, soprattutto in situazioni gravi come lo stupro, nella sostanza viene troppo spesso negata anche in Italia. Mentre in Polonia si condannano illegittime pressioni e, con fatica, le donne vedono riconosciuti i propri diritti, da noi i politici clericali invertono la rotta minando conquiste laiche. Oltre a supportare attivamente i movimenti no-choice, lavorano per affidare al volontariato dei movimenti ‘per la vita’ la gestione di consultori, o per permettere a questi di infiltrarsi pesantemente nelle strutture pubbliche. Senza contare le percentuali bulgare di ginecologi ed anestesisti obiettori, che di fatto impediscono alle donne di accedere all’interruzione di gravidanza in alcune zone d’Italia, rendendo inapplicabile la legge 194.

In poche parole, si fa di tutto per favorire quelle situazioni che vengono invece denunciate — e condannate — in Polonia. Un confronto che dovrebbe mettere in guardia prima di tutto le donne e coloro che si battono per i loro diritti.

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Fonte: UAAR

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Anonymous – #OpNov5 #OpIndect #OpTrapwire – 5 novembre Rivolta Digitale – Difendi la tua libertà (Protesta sul Worldwide)

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Anonymous ricorda il 5 novembre

di Mauro Vecchio

Scoppia la rivolta digitale nel giorno dedicato al rivoluzionario Guy Fawkes. Hacktivisti attaccano i siti di NBC e PayPal. Assaltato il sito del governo australiano, e persino quello di Lady Gaga

“Ricorda, ricorda il cinque novembre, polvere da sparo, tradimento e complotto. Non vedo alcuna ragione per cui la congiura delle polveri dovrebbe mai essere dimenticata”. È la celebre filastrocca che accompagna i festeggiamenti nella giornata dedicata al rivoluzionario mascherato Guy Fawkes, che alla mezzanotte del 5 novembre 1605 veniva arrestato da un drappello di uomini armati, mentre si apprestava a far esplodere la Camera dei Lord.

Una storia lontana, immortalata nell’immaginario popolare e riattivata dai gruppi hacker nell’underground cibernetico. All’alba di oggi, una raffica di attacchi DDoS ha colpito i bersagli digitali più disparati, dal sito ufficiale del governo australiano al broadcaster statunitense NBC. Sulle homepage del programma Saturday Night Live (SNL) e della super-star del pop Lady Gaga, la filastrocca cantata dai bambini nella notte di Guy Fawkes.

Dalle prime ore di questa mattina (fuso statunitense), gli hacker di Anonymous hanno attaccato] le infrastrutture della piattaforma di micropagamenti PayPal, riversando online un documento di cinque pagine con quasi 30mila account. Subito intervenuto in pubblico, il capo della divisione public relations della società statunitense ha smentito le dichiarazioni degli Anonimi, in mancanza di prove fondate che confermino il furto dei dati personali.

Dal profilo Twitter @Par_AnoIA, una serie di rivendicazioni sulla pubblicazione di diversi documenti riservati provenienti dai database dell’organizzazione internazionale Organization for Security and Co-operation in Europe (OSCE). Dalle imminenti elezioni presidenziali negli States a presunti brogli elettorali in terra ucraina, contenuti trafugati da Anonymous dagli archivi con base a Vienna.

Mentre il broadcaster NBC ha faticato per far tornare tutti i suoi siti alla normalità – l’hacker Pyknic ha rivendicato il furto di una quantità indecifrata di account e password – Anonymous è pronto ad una marcia fisica sui simboli governativi di Londra, in ricordo delle gesta già ammirate dai cinefili in V per Vendetta. Al momento la divisione hacktivista più attiva resta quella australiana, che è riuscita a mettere KO il sito del governo con un DDoS.

Avvertenza: al momento della pubblicazione, la Congiura delle Polveri è ancora in corso. Daremo conto di eventuali altre evoluzioni nel corso delle prossime ore.

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Fonte: Punto Informatico

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Furto di bicicletta. Un ladro svela i trucchi del mestiere.

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Un ladro spiega come si ruba una bici (e come non farsela rubare)

Dal crick delle auto all’azoto liquido per ghiacciare e frantumare i lucchetti, ecco i trucchi del mestiere. Più qualche dritta su come proteggere la nostra due ruote

di Michela Dell’Amico

Ha 37 anni ed è nato a Milano, ama le bici e le ruba per se stesso e per gli amici, ma solo “ogni tanto”. Le apre di notte, di giorno, in centro o in periferia, senza curarsi dei passanti e neppure della polizia. Le rivende nei “soliti” mercatini di Milano – a volte anche ai negozi di bici -, ma più spesso agisce su commissione.  Alcune bici però le lascia perdere, se sono legate in un certo modo o appese troppo in alto, perché nessuno dei suoi metodi sarebbe sicuro per rubarle. Ecco come ruba un ladro di biciclette, e quanto ci guadagna.

Come si ruba una bici?
“Dipende da come è legata. Una prima differenza si vede subito se c’è la catena o il bloster (il lucchetto a U). Se la bici è legata con un bloster è più difficile da aprire. Una sezione d’acciaio più grossa della catena, e tagliarla è fatica. Posso dire che il nemico numero uno per me è il Criptonite newyorker, costa parecchio ma ha una sezione d’acciaio di 18 mm; pesa tanto, ma è quasi impossibile aprirlo. Si può fare tutto, intendiamoci, ma in questo caso secondo me solo usando una trancia pneumatica”.

Cosa si usa per aprire una catena o un bloster?
“Una volta si usava l’azoto liquido. Porta a bassissima temperatura il lucchetto, e quando è ghiaccio – dopo pochi secondi – si frantuma con una botta. Però si trova difficilmente e se ti va sulle mani ti si staccano le dita. Io uso soprattutto il tronchese taglia-bulloni o il seghetto. Il primo devi saperlo usare, bisogna esercitare molta forza, in genere si appoggia uno dei due manici per terra e poi spingi con tutto il corpo sull’altro. Un secondo e apri tutto. Si usa per le catene e i bloster piccoli. Altrimenti c’è il crick delle macchine, che spacca il bloster dilatandolo. Anche con il crick servono non più di due minuti. Il seghetto al carbonio, con l’archetto, lo uso per tagliare i bloster, ma serve di più, circa 10 minuti, quindi si fa solo se la bici è abbastanza appartata”.

Tornando a come è legata una bici, cos’altro c’è da dire?
“Beh, se la catena è in alto è difficile utilizzare il tronchese, che come ho detto va appoggiato a terra. Il bloster lo si può legare ovunque, e più è corto, più è difficile tagliarlo. Per le moto e gli scooter la catena è del tutto inutile. Bisogna mettere come minimo un blocca-disco, quelli che si mettono sul freno a disco e non si riesce ad afferrarli e quindi a tagliarli, e allora l’unico modo per rubare è sollevare e mettere la moto su un camion. Ecco diciamo che la catena può servire in aggiunta al blocca -disco, legando il mezzo a un palo, quindi per evitare che te lo carichino su un camion”.

Qual è quindi la soluzione più sicura?
“Per una bici direi un bloster, il più corto possibile, legato a un palo, e con l’aggiunta del cavo che attraversa le ruote o la sella. Ottimo il KryptoFlex. Lo passi nelle ruote e poi leghi il cavo al bloster e il bloster al palo. A proposito di pali: è bene stare attenti che quello scelto sia solido. Spesso facciamo prima a tagliare il palo che non il lucchetto, perché magari è debole o traballante”.

Rubi di notte o di giorno?
“In genere si ruba di notte nelle zone meno frequentate, ma capita di rubare in pieno giorno e a volte è anche più facile. Una volta stavo aprendo una catena, in centro, e mi si è avvicinato un vigile. Mi ha chiesto ‘Cosa stai facendo?’. E io: ‘Ho perso le chiavi e cerco di recuperare la mia bici‘. Lui mi guarda e mi fa: ‘Posso aiutarti?‘. Comunque per rubare di giorno devi essere bravo piuttosto ad aprire i lucchetti. Per fare in un lampo” .

Aprire i lucchetti? Come si fa?
“I lucchetti a u classici li apri con una falsa chiave o un semplice cacciavite. Lo metti dentro la serratura: martelli, giri e si apre”.

Rubi in periferia o in centro?
“Indifferente. Tanto guarda, se ti vedono rubare di notte nessuno ti dice niente, non mi guardano neppure in faccia. Una volta ho aperto una catena multifilo – formata da tanti fili d’acciaio intrecciati – che è difficile da aprire con un tronchese taglia-bulloni ma con tronchesino da 5 euro ci vogliono 3 minuti, perché tagli un filo alla volta. Mentre lo stavo facendo mi è passato accanto un ragazzo, ma non ha alzato lo sguardo da terra”.

Ha fatto bene?
“Mah, in generale secondo me quando si vedono furti o borseggi non ha senso intervenire, meglio piuttosto chiamare la polizia o cercare di fare rumore e richiamare l’attenzione della gente”.

Le bici “brutte” sono al riparo dai furti?
“In genere sì, si rubano le ‘medie’, le classiche city bike, e le ‘belle’, che oggi sono quelle a scatto fisso”.

Quanto rende una “media” e una “bella”
“Una city normale ti rende 50 euro mediamente. Il prezzo si fissa magari su 70, 80, e poi dipende da come sei bravo a contrattare. Al mercato di Senigallia, appena fuori, si vendono bici rubate, in Bovisa o Bonola. Anche alcuni negozi rivendono le bici rubate, in zona Navigli ad esempio ce ne sono un paio. Una scatto fisso la rivendi a 300, quando il suo valore è intorno ai 700. Ma queste non le trovi nei negozi, sono troppo facili da individuare, ma ai mercati sì” .

Quante bici rubi?
“Mah, io rubo di tanto in tanto. Ci sono quelli che lo fanno proprio di mestiere e ne rubano una, due al giorno”.

Esiste un racket delle bici?
“Ci sono zone controllate dove puoi andare o no a vendere, ma è un mercato abbastanza libero, almeno a Milano”.

E qual è l’identikit del ladro?
“Quello di uno che tira a campare, non è che si guadagnano tanti soldi. Sono principalmente extracomunitari, arabi, africani. Ai Rom e sudamericani non interessa”.

Da ottobre 2011 a oggi la polizia municipale di Milano ha sequestrato nei mercatini 136 biciclette e ne ha riconsegnate ai legittimi proprietari solo 30. Eppure solo i furti denunciati sono un paio al giorno.

Secondo te perché non ne sequestrano di più?
“Secondo me per attirare l’attenzione su questo tema bisogna rubare la bici di un politico. I vigili non sono attivi perché non hanno mezzi e non possono dimostrare nulla. Alla fiera di Senigallia ogni sabato c’è gente che vende bici sempre diverse e lì davanti ci sono i vigili”.

Perché non rompono almeno un po’ le scatole, che ne so, chiedendo i documenti?
“Probabilmente non sono interessati perché il giro di denaro è limitato. E poi i ladri sono 50 e tu uno, magari hanno anche paura”.

L’assessore milanese Pierfrancesco Maran ha proposto un registro nazionale, un modo unico per i produttori di registrare le bici con un codice, per poi legare quel codice a un proprietario. L’obiettivo è anche svuotare i depositi di bici rubate, accatastate lì e impossibili da restituire ai legittimi proprietari. Secondo te funzionerebbe?
“Guarda che a Milano due anni fa hanno lanciato il chip, che era un’idea intelligente, da inserire nel tubo verticale sotto il sellino. Solo che poi non hanno mai distribuito i lettori del chip, che servono per leggere appunto chi è il proprietario una volta che si trova la bici rubata. Mi sembra che in tutta Milano ce ne sono 2 e oltretutto i vigili non sanno usarli. Questo per dire che non credo sarà mai organizzato un registro nazionale. Costerebbe anche troppo”.

Invece cosa funzionerebbe?
“Il chip, come ho detto. Ma bisogna anche fornire i poliziotti di lettore e fare una campagna che spieghi ai ciclisti come funziona, ovvero 5 minuti di tempo per istallarlo e 5 euro si spesa. La polizia potrebbe bloccare il mercato almeno dove è più evidente, cioè nei mercatini. Adesso, anche se le sequestrano, non riescono a riconsegnarle, perché il proprietario non è identificabile. Il chip sarebbe molto meglio di un numero seriale da punzonare alle bici, perché è retroattivo, si mette dentro il tubo di tutte le bici, anche quelle vecchie. Punzonare un telaio poi costa caro, e rischi di storcere i tubi o di far saltare la vernice, e la bici si arrugginisce. Il chip è più facile, non serve neppure un registro, perché vai con il lettore e compare il nome del proprietario. C’è poi una password per riprogrammare se il mezzo cambia proprietario”.

Hai qualche altro consiglio per la sicurezza dei ciclisti?
“Legate le vostre bici sempre vicino a dove andate, se vi spostate portatela con voi e parcheggiate in modo da averla sott’occhio. In generale, ovviamente, legatela in posti illuminati, visibili e trafficati, in modo da rendere più visibile anche il ladro. Per lo stesso principio, cercate di legarla in modo eccentrico: appesa a un palo o a una ringhiera, a testa in giù, sollevata da terra. Se nel tuo gruppo ci sono altri ciclisti, legate una bici al palo e le altre tra loro. Catene e bloster devono essere il più corti possibile, ma comunque devono arrivare ad agganciare anche il palo. Legate sempre il telaio e la ruota anteriore (la più facile da portare via) e poi accendete un cero alla madonna”.

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Fonte:  WIRED.it

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