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“Il cibo è un diritto e non una merce”. Renzi non firmare il Protocollo di Milano!

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Evelyn Mwafulirwa – Malawi.

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Il Protocollo di Milano non si deve firmare!

A giorni, il Primo Ministro Renzi si appresta a firmare il cosiddetto Protocollo di Milano promosso dalla Fondazione BarillaL’idea è quella di ripetere l’esperienza del protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, applicandolo all’agricoltura e l’alimentazione. Il cibo è un diritto universale e non una merce e, per fortuna, gli Stati di tutto il mondo si sono dati, da tempo, luoghi di governo globale delle politiche su sicurezza alimentare e nutrizione. Luoghi dove anche la società civile può partecipare e dare il suo contributo come il Comitato Mondiale per la Sicurezza Alimentare che risponde direttamente all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Da questi luoghi, dove partecipano tutti gli Stati del mondo e tutti i diversi attori interessati, (società civile, settore privato, Fondazioni filantropiche), sono usciti impegni, piani di azione, direttrici volontarie su moltissimi temi che impegnano gli Stati a dover garantire il Diritto Universale al cibo per tutti. E’ a tutti evidente che gli Stati non stanno applicando quanto hanno concordato e vanno messi in piedi strumenti di monitoraggio per obbligarli ad essere conseguenti a quanto si sono impegnati in sede internazionale. Questa è sicuramente una priorità assoluta.

Il Protocollo, iniziativa privata fuori dal contesto delle Nazioni Unite, ha contenuti, su sicurezza alimentare e nutrizione, generici, ancora meno vincolanti di quanto già concordato a livello internazionale e, cosa ancor più grave, teorizza un luogo diverso da quello delle Nazioni Unite per monitorare gli impegni assunti da chi firma il protocollo. 

Il Protocollo è quindi un attacco frontale a tutto il sistema delle Nazioni Unite, che con tutti i suoi limiti, in particolare sulle politiche agricole e nutrizionali, garantisce degli spazi di partecipazione unici alla società civile ovvero a quei piccoli produttori di alimenti (contadini, pescatori, pastori, popoli indigeni…) che l’Anno internazionale dell’agricoltura familiare (2014) ha appena celebrato come coloro che contribuiscono al 70% del cibo oggi prodotto nel mondo. Solo con il rafforzamento di questi luoghi possiamo realmente cambiare il governo mondiale delle politiche agricole e nutrizionali al fine di garantire il diritto universale al cibo per tutti ed i diritti dei piccoli produttori per permettergli di continuare a dare all’umanità una vera sicurezza alimentare e nutrizionale anche in futuro, l’unica veramente sostenibile a lungo termine! 

Il Protocollo è quindi in linea con quanto previsto in EXPO 2015, fiera che mercifica tutto, ed un tentativo maldestro di dare all’Esposizione universale un ruolo che non ha e che non gli riconosce nessuno.

Il Protocollo non si deve firmare, il cibo è un diritto e non una merce, Sovranità alimentare ora!

A cura di Andrea Ferrante

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Fonte: AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica)

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E’ attivo il sito “iostoconerri.net”: sosteniamo Erri De Luca!

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E’ attivo il sito http://iostoconerri.net/ dove si potranno manifestare le adesioni, le iniziative, le proposte, le notizie riguardanti il caso giudiziario che vede coinvolto Erri De Luca per le sue dichiarazioni pubbliche contro la Tav.

“Alcuni amici si stanno impegnando a tenere aperta una pagina internet dal titolo “iostoconerri”. Lì raccolgono le dimostrazioni di sostegno, di affetto, di condivisione, iniziative, filmati.
Nata spontaneamente l’ idea “iostoconerri” ha già dato prova concreta che l’incriminazione non mi ha isolato, anzi ha istigato il risultato opposto. Sì, anche i pubblici ministeri nel mio caso possono istigare, a loro insaputa.
Molte persone hanno sottoscritto “iostoconerri”. E io con chi sto? Io sto con tutti loro e con la Val di Susa. Questo processo contro di me è appendice di innumerevoli processi al popolo della vallata.
Sul banco degli imputati mi possono piazzare da solo, ma possono farlo solo lì. Già dentro l aula e poi fuori di lì, isolata è l’ accusa.”
Erri De Luca

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Approfondimento

Erri De Luca

No Tav

Tav. Erri De Luca: va sabotata, è l’unico modo che c’è per fermarla. Il procuratore Caselli esagera – (L’Huffington Post)

Prigionieri di una grande opera – (il Manifesto)

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USA: 5 anni a Barrett Brown. Colpito il giornalismo libero ed indipendente

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Barrett Brown condannato a 5 anni con l’accusa di essere il portavoce di Anonymous

Barrett Brown è un giornalista indipendente americano (ha lavorato, tra gli altri, per Huffington Post e Guardian) che dal settembre 2012 si trova in carcere – senza processo – con l’accusa di essere il portavoce del movimento di hacktivisti Anonymous.
Il suo arresto, avvenuto in diretta streaming mentre parlava via chat con la fidanzata, era avvenuto sulla base di numerose accuse che, globalmente avrebbero potuto condannarlo a più di cento anni di reclusione. Il capo di imputazione più grave riguardava la pubblicazione di un link su una chat pubblica (preso a sua volta da una chat privata) in cui  si rimandava a un sito contenente informazioni riservate (tra cui mail private e dati bancari), precedentemente rubate da alcuni hacker all’agenzia di sicurezza Stratfor Global Intelligence.

Sebbene l’hackeraggio sia dunque da attribuire, verosimilmente, ad Anonymous e Barrett Brown non abbia mai preso parte alle azioni del gruppo, nel pomeriggio di ieri il giornalista è stato condannato a 63 mesi di carcere (5 anni) e al pagamento di una sanzione pecuniaria da 890mila dollari. Le accuse (dopo che nel 2013 Brown aveva patteggiato per il ritiro di alcuni capi d’imputazione) sono di avere favorito l’attività degli hacktivisti, di minacce contro un agente federale – tramite un video su youtube – e di aver ostacolato una perquisizione in casa sua (fu in realtà la madre di Barrett a nascondere i suoi notebook in cucina, per essere poi condannata, a sua volta, a sei mesi di libertà vigilata).

Il commento, sarcastico, di Barrett alla notizia della condanna è stato: Il governo degli Stati Uniti ha deciso oggi che, avendo io fatto un buon lavoro indagando il complesso cyber-industriale, ha ora intenzione di mandarmi a studiare quello carcerario-industriale […] Voglio ringraziare il Dipartimento di Giustizia per aver impiegato così tanto tempo ed energia per indagare sul mio conto”.

Probabilmente, e ce lo auguriamo tutti, tra un anno Barrett Brown potrà beneficiare della libertà vigilata; nel frattempo non resta che riflettere, ancora una volta, su una condanna esemplare che è volta a colpire nel vivo una delle forme di azione più temute dai governi mondiali. Vale la pena ricordare, infatti, che la sentenza di ieri è avvenuta in Texas, USA, non in Iran o a Cuba, o in un paese dove è facile, per i media occidentali, puntare il dito contro una presunta mancanza di “giornalismo libero e indipendente”.
Per quanto ci riguarda, ovviamente, l’informazione ha un valore concreto quando è di parte e diviene in grado di inceppare gli ingranaggi della vulgata a senso unico del potere, e non ci stancheremo mai di supportare Anonymous e Wikileaks per i grandi sforzi compiuti in questo senso.

Ci sembra comunque ipocrita che, a distanza di pochi giorni dalla più imponente alzata di scudi a difesa della libera stampa e del dissenso, gli organismi di informazione mainstream non facciano sentire neanche il più flebile sussulto di indignazione di fronte alla condanna di un giornalista (o alla reclusione “obbligata” di Assange, all’incarcerazione di Jeremy Hammond, di Edward Snowden…la lista è lunga!).

Con il sorriso sulle labbra, infine, ci viene da dire: come si racconta, in questi casi, la storia della libertà d’espressione?


#FreeBarrettBrown

https://freebarrettbrown.org/

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Fonte: InfoAut

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