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Mario Draghi. Chi l’ha voluto al governo e cosa farà contro l’Italia

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di Francesco Amodeo

Le frasi che vanno per la maggiore da alcune settimane in TV, ripetute da tanti come fossero mantra, sono: “Draghi è un personaggio di alto profilo”.Draghi è una persona competente”.

Fin qui non ci piove. Ma la competenza ed il profilo autorevole di una persona sono una risorsa per coloro, di cui porta avanti gli interessi. Per gli altri diventano un’arma puntata addosso contro la quale diventa sempre più difficile difendersi. Allora invece di concentrarci sull’indubbia autorevolezza di Mario Draghi e sulla sua indiscussa competenza, dovremmo chiederci: le userà a favore o contro i popoli? A favore o contro i lavoratori? A favore o contro gli interessi nazionali? Questo a noi deve importare. E non possiamo avere risposta più attendibile se non giudicandolo da come si è già comportato in passato, quando gli interessi dell’Italia, si contrapponevano agli interessi di quelle élite finanziarie, di cui lui è autorevole espressione.

Non dimentichiamo che Mario Draghi proviene dal Gruppo dei 30 il più esclusivo dei Club dei membri delle élite della finanza internazionale, non viene certo da un sindacato dei lavoratori, quindi il problema dobbiamo porcelo. Questa competenza a disposizione di chi vuole metterla?

Nel 1992 a bordo dello yacht dei reali inglesi, il Britannia, nella conferenza per le privatizzazioni, quella sua competenza la usò per permettere, alla spietata e controversa banca d’investimenti americana Goldman Sachs, di fare affari d’oro. Ed infatti, fece poi carriera in quella stessa banca. Col senno di poi si possono analizzare i dati. Quelle privatizzazioni del 92 furono un disastro per il paese, una vera e propria svendita. Ultimamente ne abbiamo avuto testimonianza anche con la sciagurata gestione di Autostrade per l’Italia. Eppure Draghi in quella occasione usò la sua competenza. Ma lo fece a favore di Goldman Sachs che poi lo volle nel proprio organico. Con i derivati di stato abbiamo visto nuovamente tutta la competenza di Draghi. Ci sono banche che hanno fatto registrare introiti miliardari con quei controversi strumenti, ma per le casse dello stato si sono dimostrate delle armi finanziarie di distruzione di massa. Nel 2011 abbiamo dovuto dare 4 miliardi alla banca Morgan Stanley dove (tra l’altro) lavorava proprio il figlio di Mario Draghi. C’è stata una inchiesta giudiziaria per una clausola inserita in quei contratti che potrebbe aver causato un danno erariale incommensurabile: 4 mila milioni di euro solo per quella operazione. Draghi ancora una volta aveva esercitato, in quel settore, tutta la sua competenza ma per gli interessi privatistici del mondo bancario, che infatti lo volle poi nel ristrettissimo Gruppo dei 30, dove intanto avevano preparato il “Derivatives, practice and principles” ossia il manuale delle istruzioni dei derivati che arrivò sulla scrivania di tutti i pezzi da novanta del mondo e bancario e finanziario, che adottarono quegli strumenti senza regolamentarli come prescritto nel lavoro del G30, contribuendo a causare il più grande crack finanziario della storia moderna. Nel 2011, Draghi avrebbe potuto usare finalmente la sua competenza e la sua autorevolezza a favore del popolo italiano. Evitando che crollasse un governo democraticamente eletto e che l’Italia venisse commissariata dagli “aguzzini” della finanza internazionale. Bastava soltanto una sua frase. Invece quel “Whatever in Takes” lo pronunciò solo quando il governo crollò. Con il Quantitative Easing, e con gli atri strumenti di finanziamento adottati dalla Bce, avrebbe potuto vincolare le banche a far arrivare soldi all’economia reale, a diminuire il debito privato, ad aiutare direttamente cittadini, aziende, lavoratori. Invece ha prima vincolato le banche italiane ad acquistare i titoli di stato in pancia alle banche straniere e poi ha vincolato la Banca d’Italia a rastrellare quei titoli in pancia alle nostre banche. In pratica il debito delle banche diventava un nostro debito.

Se analizziamo il grafico del saldo Target 2 tra Germania e Italia, saltiamo dalla sedia. Ci accorgiamo, infatti, che con l’inizio delle operazioni di rifinanziamento della Bce, l’Italia è passata da un saldo positivo ad un saldo estremamente negativo. Ma quei debiti dell’Italia sono diventati crediti della Germania.

Ancora una volta la competenza di Draghi è stata mal riposta ed è servita a togliere dai guai le banche tedesche, e come dice lo stesso Mario Draghi, per salvare la moneta unica. E qui arriviamo al punto. Se la nostra idea è quella che si debba salvare l’euro, gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie, allora serve la competenza e l’autorevolezza di Draghi. Se invece volessimo salvare gli italiani ed il paese dai danni incommensurabili del sistema che l’euro ci impone e dalla supremazia delle speculazioni finanziarie sull’economia reale, siamo proprio sicuri che non stiamo armando il nostro aguzzino?

A me pare invece evidente che chi stia appoggiando questo governo, stia attirando gli italiani in una trappola per topi chiamata governo tecnico, usando la promessa delle future elezioni come esca al posto del pezzo di formaggio. Le forze politiche in Parlamento hanno votato la fiducia al nuovo governo. A questo proposito leggo commenti provenienti dai partiti, anche di quella che dovrebbe essere considerata l’aria sovranista che parlano delle urne come via maestra. “La parola dovrebbe passare agli italiani” però a “certe condizioni e per un periodo limitato di tempo, abbiamo deciso di dare l’assenso al governo Draghi”, dicono.

Allora chiariamo subito una cosa. Il precedente governo tecnico è stato quello di Mario Monti anche lui uomo Goldman Sachs come Draghi. Prendiamo per ipotesi, che anche in passato, avessimo imposto a Monti una finestra temporale per governare molto breve, in attesa di rimandare al voto gli italiani.

Mario Monti entra in carica a novembre 2011. Ad aprile 2012 (ossia 5 mesi dopo) viene modificata la Costituzione per inserire il pareggio di bilancio. Non si era mai visto, nella storia della Repubblica italiana, una legge costituzionale approvata in tempi così brevi, se si pensa che tra una lettura e l’altra devono passare almeno 3 mesi.

Mario Monti ratifica anche il Fiscal Compact ed il MES a luglio 2012 ( dopo 8 mesi di governo). A quel punto la parentesi di quel governo tecnico poteva anche chiudersi lì. Quello che aveva firmato in pochi mesi, aveva già vincolato per sempre l’Italia all’austerity. Qualsiasi governo venuto dopo, anche se uscito da elezioni democratiche, anche se di natura sovranista, avrebbe avuto le mani legate su tutto. Sulla spesa pubblica; sull’intervento dello stato; sulle politiche di spesa, di bilancio, sulle politiche fiscali. Tutto era stato compromesso. L’Italia in 8 mesi di quel governo tecnico passava, infatti, da Repubblica democratica fondata sul lavoro ad una tecnocrazia fondata sul pareggio di bilancio. Fine della storia.

Quando entrano in campo gli uomini Goldman Sachs il parametro tempo diventa ingannevole e irrisorio. Quello che avrebbe salvato l’Italia da Monti e che oggi potrebbe salvare l’Italia da Draghi – o comunque dalla cricca a cui entrambi appartengono – non è il fattore tempo su cui si sta concentrando la politica e l’opinione pubblica per gettare fumo negli occhi, ma sulla natura limitata del mandato. Bisognava pretendere in passato e bisogna pretendere oggi, che un governo tecnico possa svolgere solo mansioni di ordinaria amministrazione per traghettare il paese verso elezioni democratiche. Non può firmare trattati internazionali, perché non ha la legittimazione popolare per farlo. Non può firmare accordi con istituti finanziari; non può sottoscrivere vincoli o trattati. Solo ordinaria amministrazione. Provate a proporre una condizione del genere e vedrete che Draghi toglierà il disturbo. Intanto, se questa condizione l’avessimo pretesa con Monti, avrei voluto vedere quale partito si sarebbe poi presentato agli elettori affermando di voler ratificare il Mes, il Fiscal Compact, il Pareggio di Bilancio.

Chi oggi invita a sostenere il governo Draghi, purché abbia un mandato a tempo, sta trascinando l’Italia in una trappola. Punto. Sanno tutti bene che alle prossime elezioni vincerà il centro destra ed ora approfitteranno di questo intermezzo tecnico per blindare il paese. Per ingabbiare il paese. Fine della storia.

Oltretutto gli uomini Goldman Sachs hanno da sempre agito come fossero un Cartello.

Analizziamo i fatti. Nel 2011 due uomini provenienti della Goldman Sachs, Mario Monti e Mario Draghi, diventano rispettivamente, presidente del Consiglio del governo tecnico in Italia e Governatore della Banca Centrale Europea. Tutto avviene nell’arco di due settimane: Draghi il 1 novembre 2011 e Monti il 16 novembre 2011. Ma tra quelle due date, si inserisce quella di un’altra figura collegata a Goldman Sachs: Lucas Papademos diventa il presidente del Consiglio tecnico in Grecia l’11 novembre del 2011. Già la tempistica detta qualche sospetto sul legame tra i tre ma proviamo ad analizzare cosa avessero in comune e che ruolo abbia avuto la Goldman Sachs nell’intreccio.

Monti era arrivato al governo tecnico in Italia a causa della crisi dello spread indotta dalle grandi banche tra cui proprio la Goldman Sachs.

La stessa Goldman Sachs che aveva contribuito a truccare i conti della Grecia per permetterle di entrare nella gabbia dell’euro, insieme all’allora Governatore della Banca di Grecia che era proprio Lucas Papademos ed utilizzando dei derivati che chiamano in causa proprio Mario Draghi.

A denunciare pubblicamente che i conti della Grecia fossero stati truccati dalla Goldman Sachs, fu l’ex primo ministro greco Giorgos Papandreou. E sapete cosa accade dopo? Papandreou fu costretto dai “mercati” alle dimissioni e fu sostituito proprio da chi quei conti aveva contribuito a truccarli, ossia Papademos, che è stato anche vicepresidente della Banca Centrale europea.

In pratica Goldman Sachs, operando sui mercati, tra crisi indotte e conti truccati aveva piazzato nella stessa settimana, tre dei suoi uomini in posti chiave in Europa.

Queste dinamiche sono state da me ampiamente descritte e documentate nel libro inchiesta La Matrix Europea.

Draghi, come abbiamo anticipato, ebbe i primi rapporti con la banca d’affari americana nel 1992 offrendole su un piatto d’argento e a prezzi di saldo, le aziende e le banche pubbliche italiane, nella conferenza sulle privatizzazioni che si tenne a bordo del Panfilo Britannia, tra champagne e caviale, nonostante la sfarzosa minicrociera fosse stata organizzata soltanto dieci giorni dopo l’omicidio di Giovanni Falcone, con tutto il paese in lutto.

Oggi l’uomo Goldman Sachs prende in mano le redini del governo italiano. Volevo che anche voi conosceste questa storia.

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Fonte: sinistrainrete.info

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Approfondimento (madu)

Mario Draghi
Group of 30  (Gruppo dei 30)
Goldman Sachs
Privatizzazioni dal 1987 al 1999

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Transizione Ecologica | Messaggio di H. David Thoreau

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Comportati in modo che l’aroma delle tue azioni possa migliorare la dolcezza generale dell’atmosfera.

                                                                                              (Henry David Thoreau)

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Approfondimento

Ministero della transizione ecologica (MiTE)
Henry David Thoreau
Walden ovvero Vita nei boschi

 

 

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Luci e ombre del reddito di cittadinanza

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di Pio Russo Krauss

Molti credono che i poveri sono quelli che non hanno un lavoro. Ma le cose non stanno così. In Italia il 10% degli operai e l’1% degli impiegati è “in povertà assoluta” (cioè guadagna così poco da non riuscire a soddisfare i suoi bisogni primari: meno di 603 euro al mese per una persona di 18-59 anni che abita a Napoli, meno di 566 euro se abita in un piccolo comune, meno di 980 euro per una coppia di napoletani con un bimbo piccolo [1]). Il 12% di tutti i lavoratori è a rischio povertà [2].

Le persone in povertà assoluta sono 4,6 milioni (di cui 1,4 milioni minorenni) e si trovano soprattutto al Sud: l’8,5% delle famiglie del Meridione si trova in questa situazione, al Nord è il 6% e al Centro il 4,5% [1].

Un altro indicatore di quanto sia diffusa la precarietà economica è il numero di persone che non hanno alcun euro da parte o una quantità davvero misera: in Italia 10 milioni di persone hanno meno di 400 euro di “risparmi”.

Questi dati si riferiscono al 2019, prima della crisi economica determinata dal covid, e dipingono un quadro drammatico. Eppure nel 2019 la situazione è migliorata: dopo quasi 10 anni la povertà per la prima volta diminuisce e in maniera molto significativa. Infatti le persone a rischio di povertà sono diminuite di un milione, quelle in povertà assoluta di circa mezzo milione e chi rimane povero lo è un poco meno [1].

La causa principale di tale miglioramento è l’istituzione del cosiddetto reddito di cittadinanza (in realtà un sostegno al reddito per persone povere o a rischio di povertà). Probabilmente non è l’unica causa (come qualche giornale e qualche politico ha detto). Ciò è vero soprattutto per la riduzione del numero delle persone a rischio di povertà, perché in tutta la UE c’è stata una diminuzione di tale categoria, anche se da noi è stata doppia (-1,7% contro -0,8% della UE [3]).

La povertà è un fenomeno complesso e per giudicare i provvedimenti per contrastarla bisogna cercare di non avere preconcetti, conoscere bene le caratteristiche del provvedimento e cercare verificare tutti gli effetti. Qui cercheremo di analizzare il reddito di cittadinanza (RdC)

Il reddito di cittadinanza si propone tre obiettivi: 1) sostenere economicamente chi è povero; 2) far lavorare i poveri che possono lavorare; 3) recuperare socialmente quelli che non possono lavorare.

Esso è condizionato a determinati requisiti e obblighi. Tra i requisiti: essere cittadino italiano o straniero regolare risiedente in Italia da almeno 10 anni; avere un reddito complessivo ISEE inferiore a 9.360 euro annui (se si è in casa in affitto); non avere depositi bancari/postali superiori a determinate cifre; non avere proprietà immobiliari del valore superiore a 30.000 euro (esclusa la casa dove si abita); non possedere veicoli superiori a un determinato valore ecc.

Per quanto riguarda gli obblighi essi variano a seconda se si viene giudicati idonei a lavorare o bisognosi di un reinserimento sociale. Nel primo caso si è obbligati a svolgere corsi di qualificazione, accettare il lavoro offerto, prestare tra 8 e 16 ore settimanali di lavori socialmente utili organizzati dal Comune ecc. Nel secondo caso a partecipare a un patto personalizzato per l’inclusione sociale, che può prevedere obblighi quali: sottostare a determinate cure (psichiatriche, di disassuefazione da dipendenze ecc.), mandare i figli a scuola ogni giorno, partecipare a colloqui o corsi, accettare l’aiuto di operatori sociali ecc.

L’assegno economico che si riceve varia in base al reddito, al numero di componenti della famiglia, alla presenza di persone disabili ecc. e può andare da 40 euro a oltre i 1.000 euro al mese (per 200mila percettori è inferiore a 200 euro, per 60mila superiore a mille euro, la media è 253 euro per i pensionati e 573 euro per chi non lo è [4]).

Come ogni intervento esso è esposto a due tipi di “errore”: 1) non raggiungere le persone che si prefiggeva di aiutare; 2) reclutare persone che non si voleva aiutare. Dall’analisi dei vari tipi di sostegno al reddito attuati nella UE si sa che circa il 20% dei soggetti bisognosi del sostegno non lo riceve [5]. I motivi possono essere vari: mancata conoscenza di questa opportunità, convinzione che non si è capaci di presentare la domanda, sfiducia, difficoltà di poter fornire i dati richiesti, timore di perdere condizioni che non si vuole perdere (lavoro a nero, altri sussidi), indisponibilità a sottostare agli obblighi richiesti, vergogna a svelarsi come povero, criteri troppo stringenti ecc.

L’altro tipo di “errore” può avere due ordini di cause: la difficoltà di individuare efficaci criteri (e buoni strumenti per certificane il possesso) e i comportamenti illegali (evasione fiscale, lavoro nero, dichiarazioni false, documentazione contraffatta ecc.). In genere più si cerca di evitare uno dei due errori e più aumenta la probabilità di cadere nell’altro. Secondo alcuni autorevoli esperti [5, 6] il reddito di cittadinanza cade soprattutto nell’errore di primo tipo (non riesce a raggiungere il 30% di quelli che ne avrebbero realmente bisogno [5]). Non c’è molto da stupirsi: questa misura di sostegno ai poveri è stata molto avversata e con argomentazioni che facevano riferimento solo al secondo tipo di “errore”: “Soldi ai nullafacenti”, “Così si invoglia la gente a starsene seduta sul divano”, “Lo Stato aiuta i disonesti e non si interessa dei lavoratori”, “No all’assistenzialismo” ecc. Per alcuni opinion leader la possibilità di percettori impropri era un motivo sufficiente per non introdurre una tale misura (come a dire che poiché alcuni non pagano il biglietto sui mezzi pubblici si può anche abolire il servizio). Così sono stati aumentati criteri e obblighi per accedere al sussidio: forse abbiamo avuto meno non aventi diritto che l’hanno percepito, ma abbiamo sicuramente avuto più aventi diritto che non lo hanno avuto. Ci si dovrebbe chiedere se ne è valsa la pena. Soprattutto in considerazione del fatto che i non aventi diritto che ricevono il sussidio sono comunque persone con basso reddito anche se non povere (è difficile che un ricco o un benestante acceda al RdC, ma proprio per questo riceve enorme attenzione dai media). Certo bisogna impedire tali comportamenti delittuosi, ma il problema lo si deve affrontare con attività investigativa (controlli incrociati) e con la certezza della pena. Quanti siano i percettori illeciti del reddito di cittadinanza è impossibile saperlo. Nel 2019 sono state denunciate alla magistratura 709 persone e, spesso, grazie a questi controlli, sono state scoperte aziende in nero. Sarebbe bene che la lotta al lavoro nero fosse molto più incisiva, perché in tal modo diminuirebbe l’evasione fiscale, lo sfruttamento dei lavoratori, l’inquinamento ambientale e anche il fenomeno dei finti “privi di reddito” che percepiscono sussidi.

Malgrado i limiti sopra esposti possiamo dire che il primo obiettivo (sostenere i poveri e le persone a rischio di povertà) è stato abbastanza raggiunto.

Esaminiamo ora il secondo obiettivo (far lavorare i poveri che possono lavorare). Il 55% dei percettori del reddito di cittadinanza non è, al momento, idoneo al lavoro (perché pensionato, malato, responsabile della cura di un minore o di un disabile, disoccupato da troppo tempo ecc.). Il restante 45% (1.369.000 persone) ha sottoscritto il patto per il lavoro ma solo 352mila persone, cioè il 26%, hanno avuto almeno un rapporto di lavoro (il 65% a tempo determinato, il 15,5% a tempo indeterminato) [4]. Tale magro risultato è solo in parte ascrivibile al ritardo col quale sono entrati in servizio i cosiddetti “navigator”. Due sono i motivi principali: 1) l’offerta di lavoro è scarsa; 2) le persone povere, anche se teoricamente adatte a lavorare, non sono quelle che il mercato del lavoro oggi cerca (per esempio il 70% ha solo un titolo di studio inferiore, mentre oggi si vuole personale qualificato [5]).

Pensare che i corsi di formazione e i centri per l’impiego avrebbero potuto risolvere la questione era ingenuo e velleitario. Ancora più fuori dalla realtà è pensare che servano le minacce (togliere il sussidio) o costringere i datori di lavoro a prendere personale non qualificato o non idoneo (si pensi alle proposte della Lega e di Fratelli d’Italia di utilizzare i percettori del reddito di cittadinanza per svolgere i lavori agricoli). Proposte demagogiche che però fanno presa su chi non conosce le situazioni.

Il secondo obiettivo, quindi, in parte è fallito, ma è fallito perché era velleitario. La disoccupazione la si combatte con la politica economica, industriale, del lavoro, agricola, turistica, sanitaria, educativa, con la velocizzazione della giustizia civile ecc. molto più che con una misura come il reddito di cittadinanza.

Per quanto riguarda il terzo obiettivo (il recupero sociale di soggetti problematici) a oggi non vi sono dati sufficienti per dare un giudizio.

Un’altra accusa che è stata fatta al reddito di cittadinanza è di favorire “l’indolenza e la pigrizia” dei poveri (come se la povertà fosse una colpa dei poveri e non un’ingiustizia sociale). In realtà le ricerche effettuate in altri Paesi UE evidenziano che tale fenomeno è del tutto marginale e ciò, molto probabilmente, vale anche per il reddito di cittadinanza, perché utilizza accorgimenti, quale la riduzione scalare dell’assegno in base al numero dei componenti il nucleo familiare, che hanno proprio questo fine [7]).

Un’altra critica che viene mossa è che pochissimi percettori del reddito hanno svolto le 8-16 ore settimanali di lavori socialmente utili, ed è vero (sono solo 7.000 persone). Bisogna però considerare che il decreto attuativo è stato varato a ottobre 2019, dopo il quale i Comuni hanno potuto attivarsi (deliberare i progetti di lavoro ecc.), ma da marzo a luglio a causa del covid si è fermato tutto e quando si è ripartiti c’erano tutte le difficoltà legate alla pandemia. In realtà è molto più complicato di quel che si pensa impiegare i percettori di reddito in lavori socialmente utili. Come ha detto il responsabile per il welfare dell’ANCI: “È un problema di risorse umane e finanziarie. Risorse che i Comuni non hanno. Dietro ai Puc (i lavori socialmente utili, ndr) c’è un gran lavoro: programmazione, raccordi con i nuclei familiari, i Centri per l’impiego e il Terzo settore, predisposizione di bandi, stipula di convenzioni e assicurazioni, formazione, tutoraggio, acquisto dei dispositivi di protezione, predisposizione di schede e via di seguito. Un insieme di attività che richiede personale e fondi, spesso sottratti ad altri compiti” [8]. Tutto ciò scoraggia molti Comuni dal servirsi di questa opportunità.

Una critica che noi facciamo al RdC è la scarsa considerazione per gli stranieri in povertà. Concedere il sussidio solo agli stranieri che da almeno 10 anni risiedono legalmente in Italia è, a nostro giudizio, una scelta ingiusta e sbagliata. Questi lavoratori hanno pagato per 3, 5, 7, 9 anni contributi pensionistici e tasse e a moltissimi di loro l’INPS non verserà mai la pensione (perché avranno lasciato il nostro Paese o perché non avranno raggiunto il minimo): se ora una parte di loro è povera, perché non aiutarla? L’integrazione degli stranieri non passa anche dal venire incontro ai loro bisogni e dal farli sentire parte della nostra società? Meno disuguaglianze non significa anche meno tensioni e conflitti?

Purtroppo per vari esponenti politici e opinion leader dare soldi agli stranieri è una bestemmia e darli ai poveri quasi. Il reddito di cittadinanza è costato 3,8 miliardi nel 2019 e poco meno di 6 miliardi nel 2020 e c’è stato un coro di voci di protesta, come se per colpa di questa manovra l’Italia andasse in bancarotta. L’abolizione dell’IMU costa 4 miliardi all’anno, il superbonus al 110% 10 miliardi (che per il 35% andranno a famiglie ad alto reddito [9]), eppure sono pochissime le voci contrarie a tali provvedimenti. Forse perché i beneficiari non sono i poveri (la maggioranza dei poveri abita in case in affitto e un centinaio di migliaia abita per strada)? Lo Stato regala 8.000 euro a chi compra un’auto elettrica (prezzo da 26.000 a 116.000 euro), 4.500 a chi compra un’auto ibrida (prezzo da 30.000 a 182.000 euro), 260 milioni alle aziende delle acque minerali, 1.316 milioni alle proprietarie di centrali elettriche a combustibili fossili (i principali responsabili del cambiamento climatico) eppure solo qualche associazione ambientalista protesta [10]. Si sono fatti innumerevoli regali ai ricchi (abolizione dell’IVA sui beni di lusso, riduzione delle aliquote IRPEF per i redditi alti, diminuzione delle tasse di successione ecc.) e solo pochi hanno protestato. Insomma in Italia ci si indigna solo quando sono i poveri a essere aiutati. Forse anche perché la maggioranza dei poveri è al Sud e il Sud deve sempre avere meno finanziamenti del Nord e del Centro.

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Fonte: Associazione Marco Mascagna

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Note: 1) Istat: Report povertà 2019; 2) Per l’Istat le persone “a rischio di povertà” sono quelle che vivono in famiglie con un reddito equivalente inferiore al 60 per cento del reddito equivalente mediano, per una famiglia composta da una sola persona significa guadagnare meno di 1100 euro lorde al mese; 3) Eurostat 2020; 4) INPS: www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51758; 5) www.eticaeconomia.it/le-critiche-al-reddito-di-cittadinanza-proviamo-a-fare-chiarezza; 6) ci riferiamo alle analisi degli economisti Maurizio Franzini e Michele Raitano (docenti alla Sapienza) e Elena Granaglia (doc. a Roma Tre); 7) www.eticaeconomia.it/le-critiche-al-reddito-di-cittadinanza-proviamo-a-fare-chiarezza-seconda-parte; 8) VITA: reddito di cittadinanza e progetti utili alla collettività; 9) Lo dichiara un documento del Governo Italiano che stima che solo il 10% dei fondi del superbonus avvantaggeranno le persone di basso reddito, mentre per il 35% quelle ad alto reddito. Si veda: Bloomberg: Climate Adaptation Italy Bets on a Low-Tech Plan to Green the Economy and Save Jobs, 29 dicembre 2020; 10) Legambiente: Stop sussidi alle fonti fossili e ambientalmente dannosi, 2020

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Approfondimento

Reddito di Cittadinanza  (RDC)

Redditodicittadinanza – Ministero Lavoro

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