Lug 19 2014

Israele – L’arte di vendere la guerra!

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‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi. – Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

‘Che cosa faresti?’ Condividilo se sei d’accordo che Israele ha il diritto di difendersi.  Esercito Israeliano (Letteralmente: forze israeliane di difesa)

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I media raccontano o spacciano?

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di Danny Schechter

New York: c’è un’arte della guerra e un’arte di vendere la guerra, al proprio popolo e al mondo in generale.
Israele è maestro in entrambe. Quando parliamo della “sola democrazia” del Medio Oriente si dimentica spesso, forse deliberatamente, che il paese è governato da un Gabinetto di Guerra, o di “Sicurezza”. E’, ed è stato, in effetti, un regime militare con molti fanatici religiosi potenti, come la sua nemesi iraniana.
Dalla proclamazione della sua “indipendenza” nel 1948 è rimasto dipendente a un vasto versamento di “aiuti dall’estero” dagli Stati Uniti, oggi più di 3 miliardi di dollari l’anno e in aumento, molto, molto di più che molti paesi poveri che hanno un bisogno disperato d’aiuto ma non lo ottengono.
A integrazione di questi sussidi Israele il proprio complesso industriale e tecnologico militare avanzato che aggiorna e personalizza gli armamenti nelle industrie militari e aerospaziali.
La sua attuale intensificazione della guerra contro Gaza è solo la più recente, sulla scia di sette guerre “riconosciute”, due intifada palestinesi, molte operazioni di rappresaglia e innumerevoli azioni clandestine, tra cui ingerenze e assassinii.
La sua capacità di punire e la sua disponibilità a usare armi avanzate in aree dense di civili come Gaza è terrificante e premeditata. Gli USA possono aver utilizzato la tattica dello ‘shock and owe’ [paralizza e colpisci] per scatenare la propria guerra in Iraq, ma Israele l’ha resa routine con 2.360 attacchi aerei nella sola sua campagna “Piombo fuso” del 2008-2009 contro Gaza. Sinora ce ne sono stati 1.000 in questa sanguinaria blitzkrieg. Non sorprende che di tutte le sue forze militari sia l’aviazione che è dominata da estremisti e coloni della West Bank.
E, in tutti i suoi conflitti, Tel Aviv inventa e poi conquista una posizione di superiorità “morale” costantemente rafforzata, proponendosi come vittima e giustificando le proprie azioni come difensive. Quella visione è poi incessantemente trasmessa al pubblico 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 da gruppi di pressione, agenzie di pubbliche relazioni e governative a, e attraverso, una ben orchestrata rete di alleati e sostenitori politici di tutto il mondo.
Nulla di nuovo, dice il rispettato storico israeliano Ilan Pappe: “La macchina israeliana della propaganda tenta in continuazione di raccontare le proprie politiche fuori contesto e trasforma il pretesto che ha scovato per ogni nuova ondata di distruzione nella principale giustificazione di un’altra orgia di massacri indiscriminati dei campi della morte della Palestina”.
Come in tutti i suoi conflitti le operazioni di propaganda intese a conquistare la stampa e l’opinione pubblica godono di priorità pari a quella delle sue operazioni militari.
Oggi unità a guida militare ed eserciti di gruppi/eserciti cibernetici studenteschi tentano di dominare il discorso in rete a proposito della guerra, enfatizzando ripetutamente punti prefabbricati e testati, come incolpare Gaza di aver respinto un cessate il fuoco che si ripete continuamente Israele appoggiava. Non c’è menzione dei costi umani, della sproporzione tra le vittime e la copertura mediatica o di approcci alternativi.
I media principali sembrano abbracciare la narrativa senza discussioni o servizi o analisi indipendenti, per non dire critiche.
Ecco Bloomberg: “Israele riprende i bombardamenti su Gaza dopo che Hamas respinge il piano di tregua”. Ecco il Washington Post: “Anche se Israele trattiene il fuoco, Hamas non lo ha fatto.” In continuazione, ventiquattr’ore su ventiquattro. In molti di questi resoconti Hamas è descritto solo come “militanti”, non un partito o un governo eletto. Il messaggio perenne: Israele è ragionevole, mentre Hamas è irresponsabile e arriva a volere la morte del suo stesso popolo. La colpa è sempre sua! Non si sente mai che cosa Hamas sta dicendo, o tentando di dire, salvo frammenti selezionati di retorica surriscaldata utilizzata per demonizzarlo.
Israele è passato dalle PR [propaganda, pubbliche relazioni] alla PM: gestione della percezione.
All’interno di Israele, dice Neve Gordin, la situazione è ancor peggiore, con ripetuti appelli a una maggior intensificazione, in mezzo a richieste neo-genocide di una soluzione finale, del tipo “distruggeteli tutti, una volta e per sempre”.
In un pezzo su “La camera d’eco bellica israeliana” egli scrive: “Il dibattito pubblico oggi non verte su se interrompere gli attacchi aerei ma piuttosto se impiegare o no forze di terra”. In un editoriale il corrispondente militare di Channel 2, Ronnie Daniel, ha affermato che soltanto “un’operazione di terra farà pagare a Hamas un prezzo sufficientemente pesante” al fine di garantire a Israele un prolungato periodo di pace. Il giorno successivo il conduttore di Channel 2 ha riflettuto: “Volevamo Hamas in ginocchio e sinora non è successo”. E Daniel ha risposto: “Sinora non sta succedendo, e la conclusione, a mio parere, è che non ne ha avuto abbastanza”.
Amira Hass, la coraggiosa corrispondente israeliana di Ha’aretz, spiega:
“Entrambe le parti (Hamas e Israele) dicono di sparare per legittima difesa. Sappiamo che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. La politica di Israele è chiara (salvo che per i consumatori dei media israeliani): isolare ancor di più Gaza, impedire qualsiasi possibilità di unità palestinese e distrarre l’attenzione dall’accelerazione della spinta colonialista nella West Bank.
E Hamas? Vuole promuovere la sua posizione di movimento di resistenza dopo i colpi che ha subito come movimento di governo. Forse pensa davvero di poter cambiare l’intera strategia della dirigenza palestinese nei confronti dell’occupazione israeliana. Forse vuole che il mondo (e gli stati arabi) si svegli dal suo sonno.
Tuttavia, con tutto il dovuto rispetto a Clausewitz, i calcoli razionali non sono la sola spiegazione. Non dimentichiamo l’invidia dei missili: quelli di chi sono i più grossi, più lunghi, più impressionanti e arrivano più lontano? I bambini giocano con i loro giocattoli e ci siamo abituato a chiamare questo politica.”
In tutta questa palude di melma aggressiva, che cosa ce ne facciamo di una spiegazione alternativa abbracciata da autori che seguono questi eventi con la maggiore competenza, se mai sentiamo la loro voce? Ecco un attivista pacifista, Richard Silverstein:
“Parliamo di un cessate il fuoco falso. Di un cessate il fuoco realmente fraudolento. Il cessate il fuoco dell’Egitto con nessuno. La mia fonte israeliana, che è stata consultata come parte nei negoziati, mi dice che non si è trattato, in realtà, di una proposta egiziana. E’ stata, di fatto, una proposta israeliana presentata come proposta egiziana. Il protocollo del cessate il fuoco lo ha scritto Israele. Gli egiziani ci hanno messo il timbro e lo hanno messo sulla propria carta intestata ed è diventato loro.
Jody Rudoren ha usualmente definito “unilaterale” il cessate il fuoco, intendendo dire che Israele lo ha onorato e Hamas no. Ma è stato unilaterale in un modo che lei non ha preso in considerazione. E’ stata soltanto una parte a preparare il cessate il fuoco ed essenzialmente lo ha presentato a sé stessa, accettandolo. L’altra parte non è stata consultata.
Anche i contenuti della proposta di cessate il fuoco sono stati una frode. Non hanno promesso né mantenuto niente. Chiedevano soltanto una cessazione delle ostilità da parte di Israele e Hamas. Lo stesso documento è stato firmato in passato solo per vedere Israele violarlo quasi appena l’inchiostro era asciutto. Non c’erano clausole di un allentamento dell’assedio israeliano. Niente previsioni di un’apertura del confine con l’Egitto. Cosa più importante, il cessate il fuoco non affrontava nessuno dei problemi sottostanti tra le parti. Era una garanzia di ripresa delle ostilità alla prima occasione possibile: queste guerre sono avvenute a intervalli di due anni negli ultimi sei anni. La prossima sarà nel 2016, se non prima.”
Il giornale israeliano Ha’aretz ha scritto che non sono state consultate né l’ala politica né quella militare di Hamas. Dunque se questa non è una farsa, che cos’è? L’obiettivo non è stato di coinvolgere Hamas in un processo di pace, bensì di creare una narrazione mediatica unilaterale come pretesto e ultimatum per altra guerra.
Risulta che è stato Tony Blair, l’ex primo ministro britannico favorevole alla guerra in Iraq e rappresentante del cosiddetto “quartetto”, a organizzare la conversazione telefonica tra i dirigenti israeliani ed egiziani.
Questo non significa che alla fine non ci saranno negoziati di qualche genere tra le parti in guerra. Christiane Amanpour ha parlato sulla CNN con un ex capo dei servizi segreti israeliani. Questi ha sollecitato negoziati con Hamas.
“Hamas è indubbiamente un’opzione pessima. Ma ci sono opzioni peggiori di Hamas”, ha affermato Efraim Halevy, già capo del Mossad.
“E sappiamo già quali potrebbero essere alcune di esse, specialmente una: l’ISIS – che attualmente sta operando nell’Iraq settentrionale e centrale – ha i suoi tentacoli anche nella Striscia di Gaza.”
Halevy ha detto che, proprio come in Europa, l’ISIS sta reclutando a Gaza.
E’ “politicamente sconveniente”, ha detto Halevy, ammettere, sia da parte di Israele sia di Hamas, che si sta negoziando. Ma la verità, ha detto, è che lo sono già andati facendo per anni.
“Abbiamo coniato un nuovo metodo di diplomazia nel ventunesimo secolo: non li incontriamo, non parliamo con loro, ma li ascoltiamo. Ciascuno ascolta l’altra parte. In qualche modo alla fine si addiviene a un accordo.”
“Abbiamo avuto numerose tornate con Hamas in anni recenti e le tornate precedenti sono finite in accordi … intese di massima [arrangements], com’erano chiamati … ‘intese di massima’, nemmeno accordi.”
Chissà se una tale ‘intesa’ può essere possibile oggi, visto che sembra chiaro che Hamas ha ancora molti missili da lanciare contro Israele. I paesi destinatari della propaganda israeliana più intensa sono ciecamente solidali, ma non è così uniformemente in tutto il mondo. Il fanatismo d’Israele erode lentamente ma decisamente il sostegno globale al suo atteggiamento.
Oggi, grazie alla programmazione giornalistica televisiva bullista, la guerra è diventata una forma di intrattenimento militare [militainment] per gli spettatori israeliani. L’Atlantic riferisce dalle Alture del Golan: “Qui la gente viene ogni giorno a vedere” dice Marom, 54 anni, colonnello in pensione dell’esercito israeliano che oggi lavora per l’industria del turismo e guida regolarmente gruppi in questo punto per osservare la strage siriana. “Per chi visita l’area, è interessante. Sentono di parteciparvi. Possono tornare a casa e dire agli amici ‘Sono stato sul confine e ho assistito a una battaglia’”.
Sopra una valle nelle Alture del Golan occupate da Israele i turisti israeliani hanno una vista panoramica di questa località strategicamente importante, nota anche come la Porta per Damasco. Gruppi in gita, freschi di puntate alle aziende vinicoli, ai mercati di ciliegie e ai negozi di cioccolato artigianale dell’area si fermano qui a dozzine ogni giorno, armati di binocoli e videocamere, in ansiosa attesa di scorgere del fumo e persino una carneficina. E’ a questo che siamo arrivati? Sfortunatamente sì.
L’analista d’attualità Danny Schechter scrive su Newsdissector.net ed è redattore di Mediachannel.org. Ha girato il documentario ‘Weapons of Mass Deception’ [Armi d’inganno di massa] a proposito dei servizi dei media sull’Iraq e ha scritto due libri sulla rappresentazione della realtà del paese falsata dai media. Commenti a dissector@mediachannel.org.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte: Z Net Italy

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Nov 27 2012

USA – Deputati repubblicani: chiudete l’account Twitter del gruppo palestinese di Hamas

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USA: soffocate i cinguettii di Hamas

Un gruppo di deputati repubblicani chiede di chiudere l’account Twitter del gruppo palestinese, considerato una minaccia terroristica per gli Stati Uniti. L’FBI si riserva di valutare il caso

di Cristina Sciannamblo

Una richiesta netta che non ammette mediazioni: sette deputati repubblicani statunitensi hanno chiesto ai vertici di Twitter e alle autorità federali di chiudere l’account dell’organizzazione politica palestinese Hamas, considerata alla stregua di un gruppo terrorista.

La richiesta giunge dopo la recrudescenza delle ostilità tra Israele e il movimento palestinese, che ha eletto proprio la piattaforma cinguettante a teatro mediatico della contesa bellica. Il gruppo di politici d’Oltreoceano è guidato dal membro del Congresso Ted Poe, il quale avrebbe inviato una lettera formale all’FBI per esprimere i propri timori circa un potenziale attentato che Hamas potrebbe compiere nei confronti di obiettivi a stelle e strisce. “Autorizzare organizzazioni terroristiche come Hamas a operare su Twitter significa supportare il nemico”, ha spiegato Poe.

Il deputato texano ha quindi aggiunto che la piattaforma di microblogging fungerebbe da supporto all’azione terroristica in quanto fornirebbe ai terroristi “l’abilità di diffondere liberamente la propria propaganda violenta e di mobilitare nuove forze nella guerra contro Israele”.

Al momento, l’FBI non ha trasmesso alcuna replica anche se le autorità hanno spiegato di dover valutare l’entità del pericolo e dunque procedere alla risposta. Non rimane che attendere se la polizia federale deciderà di optare per la repressione dei canali di comunicazione.

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Fonte: Punto Informatico

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