40 anni fa la strage di Piazza Fontana

 

Dall’intervista del 1982 a Licia Pinelli:

"Pino è stato il granellino di sabbia
che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato
la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte
di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più
comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…"

 

 

40 anni fa la strage di Piazza Fontana


È
sempre stupefacente come – in Italia, almeno – i «cercatori ufficiali
di verità» si guardino bene dal fare domande ai testimoni diretti. Un
caso esemplare
di questa malattia è quello di Pasquale Valitutti.
Appena ventenne all’epoca della strage di piazza Fontana, come tanti
altri in quei giorni fece l’esperienza della questura. Non di una
qualsiasi, ma proprio quella di Milano. Anzi, è stato l’ultimo
compagno a parlare con Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre; poi
lo ha sentito cadere dalla finestra. In questi 40 anni non ha
mai cambiato la sua versione.

Com’è stato il tuo 15 dicembre 1969?
Dopo il 12 dicembre è iniziata la caccia all’anarchico. La polizia ha praticamente fermato
tutti gli anarchici noti. Io non ero a Milano quel giorno; sono andati
a casa mia, han preso mia sorella (che non faveva politica!) e han
detto a mia madre che l’avrebbero lasciata andare solo se mi
fossi consegnato. Quando sono andato in questura, il giorno dopo, c’era
un sacco di gente. Poco alla volta hanno cominciato ad andar via e alla
fine siam rimasti solo in due: io e Pino, in uno stanzone. Pino aveva
una ventina di anni più di me che, da ragazzi, son tanti. Si
scherzava un po’, cercava di consolarmi dicendo «Dai Lello, ‘sta
cosa qui ora finisce, tra un po’ ce ne andiamo a casa». Intanto faceva
dei bei disegni per le sue bambine, che poi ho dato a Licia. Poi son
venuti a prendere Pino e lo hanno portato nella stanza vicina per
interrogarlo. L’ufficio della «squadra politica» era come un
appartamento: una porta d’ingresso, un corridoio lungo con tante stanze. (leggi tutto)
 
 
 
 
 
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Approfondimento:
 
 
 
 
 
 

Nobel per la pace: Obama ritira il premio ed in Afghanistan continuano a morire civili innocenti!

 

 

 

 

 

Mentre Obama ritira il Nobel per la pace, il suoi soldati in Afghanistan continuano a uccidere civili innocenti

di Enrico Piovesana

Amrul è un piccolo villaggio sulle montagne innevate di Laghman, un
centinaio di chilometri nordest di Kabul, abitato da poche centinaia di
pastori e contadini. Come ormai quasi tutti i villaggi
dell’Afghanistan, Amrul è sotto il controllo dei talebani.

"Perché gli danno una medaglia per la pace?". Lunedì
notte, attorno alle due, decine di soldati delle forze speciali
statunitensi accerchiano le case di argilla dell’abitato dove, secondo
le informazioni raccolte, si nasconde un ‘bombarolo’ talebano ritenuto
il responsabile di numerosi agguati dinamitardi contro i convogli delle
truppe Usa.
I talebani, appostati sui tetti delle abitazioni,
aprono il fuoco e in un istante si scatena l’inferno. I soldati
americani sparano contro tutto quello che si muove, sparando fanno
irruzione in alcune abitazioni, uccidendo sette guerriglieri ma anche
sei civili, tra cui una donna.
Il mattino successivo, partiti i
militari Usa, gli uomini di Amrul raccolgono i loro morti e li portano
a Mehtarlam, il capoluogo della provincia, per protestare davanti al
palazzo del governatore.
Dal corteo funebre di protesta si alzano
urla contro l’America, contro Obama: "Perché danno a Obama una medaglia
per la pace? Dice di volerci portare sicurezza, ma ci porta solo morte!
Morte a lui!", urla un parente delle vittime alle telecamere di Al Jazeera. "Morte a Obama! Morte all’America!", gli fa eco la folla attorno a lui alzando i pugni al cielo.
La
rabbiosa processione degli abitanti di Amrul avanza tra i campi
Mehtarlam, ma alle porte della città trova la strada sbarrata dai
soldati dell’esercito afgano, il loro esercito. I militari aprono il
fuoco contro il corteto, uccidendo tre persone. (leggi tutto)

 

Fonte: PeaceReporter

 


Copenhagen Conferenza ONU sul Clima: Azione “preventiva” della polizia sui Movimenti.

 

 

 

 

Copenhagen, irruzione «preventiva» della polizia

 

Che il governo danese e la sua capitale si fossero preparati a
«prevenire» e a fronteggiare con «fermezza» le proteste dei movimenti e
delle associazioni arrivati da ogni parte del mondo lo sapevamo, anche
perché lo ha raccontato a Carta [n. 44 in edicola dopodomani] una delle
attiviste di Climate justice action. La conferma è arrivata stanotte,
quando oltre duecento poliziotti in tenuta antisommossa hanno fatto
irruzione in una delle strutture che ospitano gli attivisti arrivati a
Copenhagen per la conferenza dell’Onu sul clima, iniziata il 7 dicembre
e che si concluderà il 18. Come è andata lo testimonia sul sito di
Amisnet un intervento sonoro di Iskra, una attivista italiana presente
nella struttura di accoglienza al momento dell’irruzione delle forze
dell’ordine. «Sono arrivati con 10 o 15 camionette intorno alle 2,30 di
questa notte in assetto da combattimento. Ci hanno detto di stare
tranquilli perché cercavano solo oggetti. Intanto però erano in assetto
antisommossa e avevano i cani», dice Iskra, che descrive le due ore e
oltre di perquisizione. Dopo aver concentrato tutti gli attivisti nella
zona dormitorio, i poliziotti hanno preso possesso della zona comune
della struttura, dedicata a preparare striscioni e quant’altro per
cortei e manifestazioni. Poi è arrivato un tir che ha caricato e
portato via praticamente tutto il materiale necessario a preparare le
attività e le azioni del movimento. Il fatto curioso è che la struttura
è stata autorizzata dalle autorità competenti. «Non sono spazi occupati
ma regolarmente autorizzati – dice Iskra – Già l’altro giorno la
polizia ha fatto irruzione in un’altra struttura come questa, alle 6
del mattino». In questa situazione, si chiede l’attivista italiana
«come possiamo difenderci e come possiamo continuare a fare le cose per
cui siamo venuti qua?». Ha tutta l’aria di un’operazione «preventiva»
non solo per scoraggiare le azioni dei movimenti, ma anche l’arrivo e
la partecipazioni di altri attivisti, che comunque continuano a
convergere su Copenhagen per salvare il clima.

 

Fonte: