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Libri: “Cash cow – dieci miti sull’industria del latte”. Il libro nero del latte

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Recensione di Evelina Pecciarini

Cash cow – dieci miti sull’industria del latte è un recentissimo libro della blogger canadese Élise Desaulniers per le edizioni Lantern Books (disponibile a pochi euro nella versione digitale, in francese e in inglese).

La Desaulniers, laureata in scienze politiche e con esperienza decennale di ricerca e marketing, paragona quanto creato dall’industria del latte ad un Truman Show in cui tutti siamo immersi fino a quando non arriviamo a vedere realtà fino ad allora “nascoste” e che poi non possiamo più ignorare. Il riferimento è al film del 1998 interpretato da Jim Carrey in cui il protagonista trentenne vive dalla nascita, del tutto ignaro, nell’immenso set di un reality show, fino a quando per una serie di situazioni si ritrova a scoprire come stanno le cose e ad abbandonare per sempre la trasmissione.

È un’immagine particolarmente calzante, perché se per il consumo di carne in qualche modo è comunque presente, per quanto ignorata o giustificata, più o meno consapevolmente, l’idea che un animale sia stato ucciso, il rapporto con latte e derivati è più complesso e la verità più nascosta.

Per tirare fuori i lettori dal Truman Show dell’industria casearia, il libro sfata i dieci miti su cui si basa il consumo di latte e derivati, che non è naturale o necessario, né normale, ma anzi spesso dannoso per la salute. Non è facile però liberarsi delle false credenze, né dell’attaccamento a certi prodotti.

1. Bere latte è naturale

Lo è, per i bambini, bere latte umano. Per convertire il lattosio (un carboidrato del latte) in galattosio e glucosio, due zuccheri che il corpo usa per produrre energia, serve l’enzima lattasi, che inizia a diminuire nei bambini di pochi anni fino a sparire. Il 75% della popolazione mondiale ne è sprovvisto ed è intollerante al lattosio, mentre il restante 25%, persone con antenati europei o africani nomadi, non lo è a causa di una mutazione genetica detta “persistenza della lattasi” avvenuta a partire da 7 mila anni fa nella mezzaluna fertile in Medio Oriente come vantaggio adattativo nella transizione verso uno stile di vita stanziale basato sull’agricoltura.

Per tutti i mammiferi è naturale consumare il latte della propria specie fino allo svezzamento. L’uomo è l’unico che lo prende ad altre specie, tra l’altro molto diverse: grazie al latte della mucca il vitello raddoppia di peso in 47 giorni, mentre un bambino ci mette circa sei mesi.

L’assenza del disgusto verso il latte di mucca, come spiega Melanie Joy, è acquisita e non naturale. Oltretutto la percezione culturale è diversa in base al tipo di animale: non berremmo latte di cane o di cavallo, e soprattutto neanche latte umano!

2. Il latte rende le ossa sane e forti

Per avere ossa sane e forti nessun animale consuma il latte di un’altra specie. Lo scimpanzé, quanto di più simile all’uomo, non soffre di osteoporosi anche se smette di bere latte una volta svezzato, a tre-quattro anni, e non ne soffrono le popolazioni intolleranti al lattosio.

Abbiamo sicuramente bisogno di calcio, anche se non è ancora ben chiaro quanto, perché vari studi scientifici hanno ottenuto risultati discordi, e sappiamo che le fonti vegetali hanno una maggiore biodisponibilità (percentuale di assorbimento) e che alcune abitudini danneggiano il saldo finale, ad esempio il consumo di caffeina e tabacco, l’eccesso di sale, la vita sedentaria, la mancanza di esposizione alla luce solare per la vitamina D.

Latte e derivati non sono affatto essenziali come affermava più di una pubblicità di yogurt bloccata per falsità. Nessuno studio ha finora trovato la benché minima traccia di benefici dovuti al consumo di latte e derivati sulla mineralizzazione ossea di bambini e adolescenti, anche se i pediatri continuano a raccomandarlo e le scuole a servirlo.

3. Più se ne consuma meglio è

Latte e derivati contengono ormoni, allergeni, colesterolo, e grassi saturi, causa di numerosi problemi di salute. Anche nei Paesi dove non vengono somministrati negli allevamenti, gli ormoni sono naturalmente nel latte, quelli della gravidanze e quelli della crescita del vitello. La gestazione delle mucche dura nove mesi, a cui seguirebbero in natura sei-nove mesi di svezzamento. Negli allevamenti vengono munte per 305 giorni l’anno, di cui per l’80% del tempo mentre è in corso una gravidanza.

È stato verificato che dopo aver bevuto latte negli uomini cala il livello di testosterone mentre nelle donne sono più alti i livelli di estrogeni e progesterone, ormoni collegati all’ovulazione multipla e alle gravidanze gemellari. È difficile valutare gli effetti sulla salute degli ormoni del latte – sono però stati collegati all’acne, in forme di diversa gravità, e ad alcuni tumori (ovaie, utero, testicoli, prostata e seno nelle donne che ne bevono molto dopo la menopausa).

Il latte può causare allergie (in particolare tramite la beta-caseina, un proteina) più subdole e quindi più difficili da identificare rispetto ad altre. Nei bambini l’allergia al latte è la più diffusa, e vi vengono associati il diabete di tipo 1, le infezioni alle orecchie, la carenza di ferro e le coliche.

Ma anche gli adulti sono a rischio: il latte di mucca contiene almeno trenta proteine che possono causare reazioni allergiche, i cui sintomi si manifestano anche dopo 72 ore e possono durare per settimane. Tra i più comuni ci sono asma e mal di testa: il corpo si difende producendo muco, fluidi e infiammazione nella gola, nel naso e nei canali auricolari. Anche artrite e dolori articolari hanno spesso come origine l’allergia al latte.

Tre quarti della popolazione mondiale è inoltre intollerante al lattosio: i sintomi sono gastrointestinali, come gonfiore, dolore, diarrea, crampi, vomito e costipazione. Anche in questo caso non è sempre facile identificare con certezza la causa, ma rimuovere dalla dieta latte e derivati porta spesso alla sparizione dei sintomi.

Il latte contiene grassi saturi e colesterolo, che causano problemi cardiovascolari, e pesticidi, legati al morbo di Parkinson.

Le sostanze della famiglia delle morfine contenute nel latte sono tra le cause di morte improvvisa nei bambini che bevono latte di mucca (anche indirettamente se assunto dalla madre) perché agiscono su un sistema nervoso ancora non del tutto sviluppato, influendo sulla respirazione e provocando apnea e anche morte.

È facile ricavare da tutto questo che bere latte è un rischio per la salute, mentre eliminarlo dalla dieta può rimuovere numerosi problemi.

4. Ci possiamo fidare degli esperti

Gli studi indipendenti sugli effetti del consumo di latte e derivati contraddicono quelli finanziati da organizzazioni con un interesse nel settore.

Sono tanti i modi in cui si può esercitare un’influenza subdola:

  • vengono pubblicati solo gli studi che presentano il prodotto in modo favorevole
  • i ricercatori progettano lo studio, formulano le ipotesi e analizzano i dati in modo coerente con gli interessi dei finanziatori
  • si aggiustano le dosi e/o il campione di controllo in modo che i risultati negativi non abbiano rilevanza statistica
  • si ritarda o evita la pubblicazione di risultati con effetti negativi (gli sponsor possono avere per contratto diritto di veto sulla pubblicazione)
  • vengono inseriti nei comunicati e nelle presentazioni solo i risultati favorevoli, cosicché quelli negativi saranno resi noti molto più difficilmente
  • gli autori di rassegne di altri studi possono interpretare la letteratura in materia in modo selettivo favorendo gli interessi dei finanziatori, o dare troppa importanza a un punto di vista che li sostiene o troppo poca ad uno contrario.

5. I bambini in età scolare hanno bisogno del latte

I bambini sono da sempre al centro della strategia di marketing dell’industria del latte (anche da adulti, con le pubblicità basate sulla nostalgia). A far bere latte nelle scuole si è cominciato in tempi di crisi, per contrastare la malnutrizione con un cibo facilmente reperibile grazie agli accordi con l’industria e concentrato (serve appunto a trasformare un vitellino in un toro o una mucca).

Oggi semmai i bambini soffrono di sovrappeso e dei problemi che ne derivano, ma continuano a consumare latte e altri prodotti creati appositamente per attirare la loro attenzione, con l’aggiunta di cioccolata, o frutta, ed inevitabilmente di molto zucchero.

Per rivolgersi alle mamme, il marketing usa il coinvolgimento di pediatri e nutrizionisti per la produzione di materiale promozionale di tipo informativo che non sembra pubblicità ed ha lo scopo di cambiare le abitudini di lungo periodo.

6. Se le mucche non fossero felici non farebbero il latte

Le mucche fanno il latte per i vitellini, così come ogni altra femmina di mammifero, donna compresa, lo fa per la propria prole. La pubblicità mostra mucche felici al pascolo, ma la realtà sono stalle industriali enormi ed affollate, continui cicli di gravidanze per ricavarne latte con minime interruzioni, e con una produttività sempre maggiore grazie alla selezione genetica. Lo sforzo fisico richiesto alle mucche causa gravi disordini metabolici, mastiti e malattie articolari, e richiede una maggiore energia e quindi mangimi per loro innaturali che portano a problemi digestivi anche fatali. Inoltre, devono subire l’amputazione delle corna e spesso anche della coda.

E la sofferenza emotiva è ancora maggiore di quella fisica: la separazione dal vitellino appena nato, che si ripete ogni anno, è straziante per entrambi, e per molto tempo. Le mucche sono poi animali che in natura intrattengono rapporti sociali intensi: possono tenere il muso per anni o passare il tempo a leccare le amiche. Alla fine della vita in allevamento vengono sottoposte al viaggio verso il mattatoio e all’ultima esperienza dell’attesa del proprio turno.

Non c’è distinzione morale tra il consumo di latte e di carne, per quanto bravi siamo diventati a giustificare il primo cancellando la sofferenza e l’uccisione delle mucche e dei vitelli.

7. Gli abusi sugli animali sono illegali

La legislazione può far pensare che gli animali siano tutelati negli allevamenti e che sia obbligatorio rispettarli e tutelare il loro benessere. In realtà non hanno protezione, ed è l’industria a decidere quali sono le pratiche accettabili. Le mucche da latte vengono trattate come macchine, torturate per tutta la vita, e subiscono poi lo stress e la sofferenza ulteriori del trasporto, dalla vendita all’asta e del mattatoio. Le norme sono spesso soggette a interpretazione e quindi in qualche modo aggirabili – gli unici adempimenti davvero obbligatori sono quelli relativi dalla sicurezza del cibo – e i pochi cambiamenti favorevoli messi in atto servono più ad aumentare la produttività che a far stare meglio gli animali.

8. La produzione di latte bio è ecologica e rispetta le mucche

Anche se il latte bio costa il doppio, la differenza con quello tradizionale è poca per gli animali e ancora meno per l’ambiente. I mangimi devono essere biologici, ma non c’è traccia dell’immagine bucolica a cui può far pensare un allevamento bio. Anche se hanno un po’ più libertà di movimento, le mucche vengono comunque inseminate artificialmente, munte durante la gravidanza e separate dal vitello dopo pochi giorni (vitellino che verrà macellato a 6 mesi), e finiranno la loro vita in un mattatoio come quelle allevate in modo convenzionale.

L’impronta ambientale comincia con la produzione e il trasporto dei mangimi per le mucche, continua con il metano che gli animali emettono nell’aria con la digestione e l’energia e gli scarti degli impianti, e prosegue per i formaggi, che necessitano di ulteriore lavorazione. Secondo un rapporto della FAO, la produzione di latte, crema, yogurt e formaggio provoca il 4% delle emissioni dei gas che causano l’effetto serra (in realtà, secondo altri studi, la percentuale è ancora più alta). Per ridurre l’impatto ambientale non serve scegliere latte e latticini bio – avrebbe un effetto molto maggiore diminuirne il consumo il più possibile (l’ottimo è, ovviamente, azzerarlo).

9. L’industria casearia è un’industria come tutte le altre

Non lo è: è una lobby molto potente ed ha un ruolo particolare nell’immaginario individuale e collettivo. Ma soprattutto usa macchinari diversi da tutte le altre: le mucche sono considerate mezzi di produzione ma sono esseri viventi. L’industria casearia ci vende invece il prodotto delle loro sofferenze come una cosa qualsiasi, come un succo di frutta. Anche i prodotti collaterali sono esseri viventi: i vitellini maschi verranno macellati ancora da cuccioli, le femmine diventeranno anch’esse produttrici di latte (una parte: un’altra parte verrà macellata).

10. Non potrei vivere senza formaggio

Il formaggio ha davvero il potere speciale di riuscire a farsi amare: dipende dall’innata predisposizione verso i grassi e i sapori ricchi, e dalla presenza di componenti della famiglia delle morfina. Durante la fermentazione si formano nel formaggio le casomorfine, una serie di oppiacei. Consumarli crea una dipendenza sia psicologica che fisica – l’attrazione verso i grassi è un residuo di una biologia antica e ormai obsoleta almeno nel mondo occidentale. Come da tutte le dipendenze, però, si può guarire.

Al consumo di latte e derivati, conclude l’autrice di Cash Cow, si applicano gli stessi argomenti usati per la carne. Se non si ritiene etico mangiare carne, non si può pensare che lo sia bere latte o mangiare latticini. Lo è anzi ancora meno se si pensa che le mucche da latte, poi comunque macellate, hanno una vita più lunga e con sofferenze ancora più gravi.

È un libro ben scritto, è chiaro che c’è molta ricerca dietro, e anche se alcune parti sono specifiche sul Canada o ancora più in particolare sulla regione del Quèbec, è una lettura utile ed interessante per tutti, perché le pratiche utilizzate nell’industria lattiero-casearia sono le stesse in tutto il mondo.

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Autore Élise Desaulniers

Editore Edizioni Sonda

Anno 2016

Genere Saggio

Categoria: Libri
Argomento: Scelta vegan

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Fonte: AgireOra

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Luis Sepulveda: “Il ricordo di Fidel e della Rivoluzione cubana”

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Mi fa piacere pubblicare questa riflessione poetica del mio amico Luis Sepulveda che, come spesso gli capita, interpreta la nostalgia della gente e dei luoghi che amiamo. In questo caso il ricordo di Fidel e della Rivoluzione cubana. (Gianni Minà)

“FIDEL…

La noticia llega con las primeras luces del día, tal vez con la misma intensa luminosidad del amanecer que vieron los tripulantes del “Gramma” en la costa de la isla antes de desembarcar y empezar la gesta que inauguró la dignidad latinoamericana.

En las pupilas de ese grupo de hombres y mujeres que tocaron la arena blanca de Cuba, iba también la luz de los caídos en el asalto al cuartel Moncada y, por eso, el brazalete con la leyenda”26 de Julio” era la gran identidad de aquellos que, como más tarde escribiría un argentino al que llamaban simplemente Che, daban el paso a la condición superior del insurgente, del rebelde, del militante, y se convertían en Guerrilleros.

La dignidad latinoamericana se inauguró de verde olivo y con olor a cordita, a pólvora, al sudor de las marchas selva adentro, a la fatiga combatiente que, lejos de cansar, entregaba más ánimo a la vocación justiciera de los guerrilleros, de los combatientes de Fidel, de “los barbudos” vestidos con retazos, armados de machetes zafreros y de las armas arrebatadas al enemigo en cada combate.

Los combatientes de Sierra Maestra, los guajiros, estudiantes y poetas, paso a paso, tiro a tiro, enseñaron a Latinoamérica que la estrella de Comandante Guerrillero era el distintivo del primero en el fragor de la lucha, del que combatía en primera fila, del que sembraba ejemplo y confianza en un destino superior.

Y mientras los guerrilleros del “26 de Julio” avanzaban por las sierras y las selvas, en todo el continente latinoamericano, desde el río Bravo hasta la Tierra del Fuego, los humildes alzaban sus banderas de harapos, “porque ahora la historia tendrá que contar con los pobres de América”.

Hoy es un día de recogimiento revolucionario. Hoy es el día del dolor de aquellos que se atrevieron a dar el paso imprescindible, a romper con la existencia dócil y sumisa, y se unieron al camino sin retorno de la lucha revolucionaria.

¡Hasta la Victoria Siempre, Fidel! ¡Hasta la Victoria Siempre, Comandante Guerrillero!”

(Luis Sepulveda)

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” FIDEL…

La notizia arriva con le prime luci del giorno, forse con la stessa intensa luminosità dell’alba che vide l’equipaggio del ‘Granma’ sulla costa dell’isola prima di sbarcare e iniziare le gesta che inaugurarono la dignità latinoamericana.

Nelle pupille di questo gruppo di uomini e donne che toccarono la sabbia bianca di Cuba, c’era anche la luce dei caduti nell’assalto alla caserma Moncada e, per questo, la fascia recante la scritta ’26 de Julio’ era l’identità di quelli che, come più tardi scriverà un argentino chiamato semplicemente Che, si apprestavano a trasformarsi da insorgenti, ribelli, militanti a Guerriglieri.

La dignità latinoamericana si è aperta con il colore verde olivo e l’odore di cordite, polvere da sparo, il sudore delle marce nella selva, la fatica dei combattimenti che, lungi dall’abbattere, donava più animo alla vocazione di giustizia dei guerriglieri di Fidel, i ‘barbuods’ malvestiti, armati di machete e armi strappate al nemico in ogni combattimento. 

I combattenti della Sierra Maestra, i contadini, gli studenti e i poeti, passo dopo passo, sparo dopo sparo, insegnarono all’America Latina che la stella del Comandante Guerrigliero era il distintivo del primo nel fragore della battaglia, di chi combatteva in prima fila, che dava l’esempio e infondeva speranza in un destino superiore.

Mentre i guerriglieri del  ’26 de Julio’ attraverso le montagne e le giungle, in tutto il continente latinoamericano, dal Río Bravo fino alla Terra del Fuoco, gli umili innalzavano le proprie bandiere fatte di stracci, «perché adesso la storia dovrà confrontarsi con i poveri d’America». 

Oggi è una giornata di raccoglimento rivoluzionario. Oggi è il giorno del dolore di quelli che osarono fare il passo essenziale, rompere l’esistenza docile e sottomessa, per unirsi al cammino senza ritorno della lotta rivoluzionaria. 

¡Hasta la Victoria Siempre, Fidel! ¡Hasta la Victoria Siempre, Comandante Guerrillero! ” 

(Luis Sepulveda)

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Fonte: Facebook

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Approfondimento

Ciao Fidel“: serie di articoli esteri, dal sito “l’Antidiplomatico”, sulla morte di Fidel Castro.

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Padova 20 gennaio 2017: “Contro la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”

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Giornata di dialogo con ergastolani, detenuti con lunghe pene, loro famigliari

20 gennaio 2017 – Casa di reclusione di Padova

Giornata di dialogo con ergastolani, detenuti con lunghe pene, e con i loro figli, mogli, genitori, fratelli, sorelle.
Da tempo la redazione di Ristretti Orizzonti pensava a una giornata di dialogo sull’ergastolo, ma anche sulle pene lunghe che uccidono perfino i sogni di una vita libera, una giornata che avesse per protagonisti anche figli, mogli, genitori, fratelli e sorelle di persone detenute, perché solo loro sono in grado di far capire davvero che una condanna a tanti anni di galera o all’ergastolo non si abbatte unicamente sulla persona punita, ma annienta tutta la famiglia.
Per anni siamo rimasti intrappolati in questa logica che “i tempi non sono maturi” per parlare di abolizione dell’ergastolo, e quindi non ci abbiamo creduto abbastanza, non abbiamo avuto abbastanza coraggio.
Ma poi un pensiero fisso ce l’abbiamo, ed è quello che ci spinge a fare comunque qualcosa: non vogliamo abbandonare quelle famiglie, non vogliamo far perdere loro la speranza.

Allora il 20 gennaio 2017 invitiamo a dialogare, con le persone condannate a lunghe pene e all’ergastolo e i loro figli, mogli, genitori, fratelli e sorelle:
parlamentari che si facciano promotori di un disegno di legge per l’abolizione dell’ergastolo e che si attivino per farlo calendarizzare, o che comunque abbiano voglia di confrontarsi su questi temi;
uomini e donne di chiese e di fedi religiose diverse, perché ascoltino le parole del Papa, che ha definito l’ergastolo per quello che è veramente: una pena di morte nascosta;
uomini e donne delle istituzioni, della magistratura, dell’università, dell’avvocatura, intellettuali, esponenti del mondo dello spettacolo, della scuola, cittadini e cittadine interessati.

Non vogliamo aver paura di parlare apertamente di abolizione dell’ergastolo, di quello ostativo ma anche di quello “normale”, perché il fine pena mai non può in nessun caso essere considerato “normale”. Ma non vogliamo neppure avere solo obiettivi alti, e poi dimenticarci di come vivono le persone condannate all’ergastolo o a pene lunghe che pesano quanto un ergastolo. È per questo che proponiamo di dar vita a un Osservatorio, su modello di quello sui suicidi:
per vigilare sui trasferimenti da un carcere all’altro nei circuiti di Alta Sicurezza;
per mettere sotto controllo le continue limitazioni ai percorsi rieducativi che avvengono nelle sezioni AS (poche attività, carceri in cui non viene concesso l’uso del computer, sintesi che non vengono fatte per anni);
per monitorare la concessione delle declassificazioni, che dovrebbe essere, appunto, non vincolata a relazioni sulla pericolosità sociale che risultano spesso stereotipate, con formule sempre uguali e nessuna possibilità, per la persona detenuta, di difendersi da accuse generiche e spesso prive di qualsiasi riscontro. Nessuno sottovaluta il problema della criminalità organizzata nel nostro Paese, e il ruolo delle Direzioni Antimafia, ma qui parliamo di persone in carcere da decenni, già declassificate dal 41 bis perché “non hanno più collegamenti con le associazioni criminali di appartenenza”, e parliamo di trasferirle da un circuito di Alta Sicurezza a uno di Media Sicurezza, non di rimetterle in libertà;
per accogliere le testimonianze e le segnalazioni dei famigliari delle persone detenute, che non trovano da nessuna parte ascolto;
per raccogliere sentenze e altri materiali, fondamentali per non farsi stritolare da anni di isolamento nei circuiti di Alta Sicurezza e per spingere la Politica a occuparsi di questi temi con interrogazioni e inchieste;
per cominciare a mettere in discussione, finalmente, il regime del 41 bis con tutta la sua carica di disumanità;
per rendere tutto il sistema dei circuiti di Alta Sicurezza e del regime del 41 bis davvero TRASPARENTE.

Di tutto questo vorremmo parlare il 20 gennaio a Padova, ma non vi chiediamo semplicemente di aderire a una nostra iniziativa.
Vi chiediamo di promuovere con noi questa Giornata, di lavorare per la sua riuscita, di prepararla con iniziative anche in altri luoghi e altre date, e soprattutto di fare in modo che non finisca tutto alle ore 17 del 20 gennaio, ma che si apra una stagione nuova in cui lavoriamo insieme perché finalmente “i tempi siano maturi” per abolire l’ergastolo e pensare a pene più umane.

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PER ISCRIVERTI CLICCA QUI

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Hanno aderito e parteciperanno:

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Ergastolani, detenuti con lunghe pene, e i loro figli, mogli, genitori, fratelli, sorelle

Pasquale Zagari, ex detenuto, condannato all’ergastolo, la pena gli è stata rideterminata a 30 anni in seguito a una sentenza della Corte europea

Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti

Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, sindacalista ucciso dai terroristi nel 1979

Gherardo Colombo, ex magistrato, è appena uscito “La tua giustizia non è la mia”, dialogo sulla Giustizia scritto a quattro mani con Piercamillo Davigo

Rita Bernardini, Partito Radicale

Il senatore Pietro Ichino, che ha avuto un interessante scambio sui temi del 41 bis e dei circuiti con i detenuti dell’Alta Sicurezza

Il deputato Alessandro Zan, che sta portando avanti con noi la battaglia a tutela degli affetti delle persone detenute

Il senatore Giorgio Santini, Partito Democratico

Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia

Roberto Piscitello, Direttore della Direzione generale Detenuti e Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria

Giovanni Maria Flick, giurista, presidente emerito della Corte costituzionale, ex ministro della Giustizia

Marcello Bortolato e Linda Arata, magistrati di Sorveglianza a Padova

Sergio Staino, fumettista e disegnatore “storico” della sinistra, oggi direttore dell’Unità

Francesca De Carolis, giornalista Rai e curatrice del libro “URLA A BASSA VOCE. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai”

Carmelo Sardo, giornalista del TG5, autore con Giuseppe Grassonelli, ergastolano, del libro “Malerba”

Maria Brucale, avvocato della Camera penale di Roma e componente del direttivo di Nessuno tocchi Caino

Davide Galliani, Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico, è autore, tra l’altro, del saggio “La concretezza della detenzione senza scampo”

Giuseppe Mosconi, Sociologo, Padova

Francesca Vianello, Università di Padova

Susanna Vezzadini, Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna

Fabio Federico, avvocato del Foro di Roma

Lia Sacerdote, Associazione Bambinisenzabarre

Annamaria Alborghetti, avvocato di Padova

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Hanno aderito le seguenti Associazioni:

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– Associazione “Liberarsi”

– Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia 

– Associazione “Yairaiha Onlus”

– Associazione “Forza dei Consumatori”

– Associazione “Memoria condivisa”

– Osservatorio carceri delle Camere Penali

Camera Penale di Padova

– Camera Penale di Milano

– Associazione “Fuori dall’Ombra”

– Associazione “Bambinisenzabarre”

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Fonte: Ristretti Orizzonti

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