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“Siamo violenti, è la natura umana… Queste asserzioni sono basate sul nulla.”

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Kalahari - Famiglia boscimane (Gruppo etnico più antico dell'Africa)

Kalahari – Famiglia boscimane (Gruppo etnico più antico dell’Africa)

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La violenza non sarebbe sempre esistita

Scienziati e fautori dell’empatia si sono uniti in un progetto semplice e ambizioso: dimostrare che la brutalità non è inerente all’animale umano, e che possiamo cambiare.

Di Marylène Patou-Mathis, storica della preistoria

No, la violenza non è sempre esistita.

Ci fu un tempo nel quale non c’era nessuna violenza. Non si tratta di un sogno, di una favola da speculazione filosofica ma lo scenario che sempre più spesso viene delineato dalla scienza, alla confluenza tra archeologia, antropologia, biologia evolutiva, discipline che studiano il cervello e la psiche. All’immagine di una natura umana impastata di violenza e competizione il pensiero contemporaneo ne sostituisce un’altra, fatta di empatia e cooperazione. Le attuali conoscenze circa la natura umana rendono quindi possibile immaginare un mondo senza massacri, senza guerre, senza brutalità: niente di tutto questo sarebbe infatti inevitabile, dato ciò che siamo…

Medico, psicoterapeuta e regista, il francese Michel Meignant esplora questo territorio in un documentario in preparazione, per il quale è in corso una campagna di raccolta fondi partecipativa (leggi qui sotto). Abbiamo intervistato due delle partecipanti.

Una preistoria pacifica

La morte violenta inflitta da un essere umano a un altro compare tardi rispetto alla comparsa dell’umanità stessa e resta a lungo un fenomeno molto limitato. Questo è quanto emerge dalle testimonianze archeologiche. Nel 2013 Marylène Patou-Mathis, storica della preistoria e direttrice del centro di ricerca presso il CNRS, ha dedicato un libro al tema, Préhistoire de la violence et de la guerre (edizioni Odile Jacob). “Sono partita dal senso di fastidio che mi derivava dal sentir ripetere sempre la stessa cosa: siamo violenti, è la natura umana, queste cose sono sempre esistite, quando queste dichiarazioni sono basate sul nulla. Come scienziata, ho pensato: interroghiamo i dati”

Risultato? Se la violenza è molto rara nel Paleolitico, esiste in circostanze particolari. “Le prime tracce sono relative al cannibalismo, che può essere un rito funebre, ma anche un rituale connesso con il sacrificio di un individuo, che viene poi mangiato per unire il gruppo: ognuno prende parte della colpa, per così dire, durante il pasto cannibalesco”. Il sacrificio, perché, esattamente? “Per cercare di rispondere a un problema, ad una grave crisi come un’epidemia o una carestia, si sacrifica qualcosa di molto prezioso: un membro del gruppo”.

Un fatto in contrasto con i preconcetti secondo i quali la violenza primitiva sarebbe attivata dalla competizione per le risorse o dallo scontro tra gli appetiti. “Secondo un immaginario ampiamente condiviso, la violenza sarebbe iniziata aggredendo l’altro per prendergli qualcosa. Sono molti i miti di questo tipo, non basati su alcuna considerazione archeologica o antropologica: quello del rapimento di donne, ad esempio, che è una proiezione della società del XIX secolo”.

Nessun ingenuo buonismo, tuttavia: non siamo nel giardino dell’Eden, teniamo i piedi per terra. “Non bisogna confondere violenza e aggressività. Quest’ultima è un riflesso, un istinto animale, che ci permette di sopravvivere”. Meccanismo di difesa, l’aggressività naturale è legata al nostro status di predatori. “I cacciatori-raccoglitori uccidono gli animali per cibarsene. Ma anche qui ci sono dei riti, sia prima che durante e dopo la caccia. Non si conosce un solo popolo di cacciatori che non abbia tali rituali. Ne hanno bisogno per essere in grado di uccidere questo prossimo, questo quasi-simile, questo quasi-fratello che per loro è l’animale.”

L’assenza di violenza non significa che non esiste alcun conflitto: “Le testimonianze etnografiche raccolte presso i popoli detti tradizionali, come per esempio i Boscimani o i San dell’Africa meridionale, pressi i quali ho avuto la possibilità di vivere per un periodo, ci mostrano come tra di loro ci sia poca violenza. Quando sorge un litigio, tutti si riuniscono. Se non si giunge ad una soluzione, si ha una scissione: una parte va con uno dei protagonisti nel conflitto”.

L’archeologia permette di tracciare la preistoria dell’empatia? “Sì. La si vede nel ritrovamento di scheletri che presentano lesioni invalidanti o difetti di nascita. Ci sono molti casi, ad esempio un uomo di Neanderthal trovato a Shanidar, in Iraq, privo di un avambraccio e che aveva vissuto più di 40 anni: ciò significa che era stato preso in carico dal gruppo, che non era stato rifiutato e lasciato morire”. Cosa sappiamo degli atteggiamenti preistorici nei confronti dei bambini? “Non esiste alcun mezzo archeologico per sapere in che modo venissero educati i bambini paleolitici. Ma se si guarda alle popolazioni di cacciatori-raccoglitori contemporanee, vediamo che nella loro società non esiste nessuna violenza educativa. Lo schiaffo o la sculacciata sono sconosciuti”.

In che modo l’umanità pacifica degli inizi diventa brutale? “Non appena i gruppi diventano stanziali, c’è una crescita demografica. Ciò comporta un cambiamento economico, la domesticazione di piante e animali. Cominciano a comparire l’ammasso di scorte e il possesso di beni. È a questo punto che, nelle pitture rupestri, si vedono apparire alcuni personaggi più grandi degli altri: le élite. Non voglio tirare in ballo Rousseau, ma questi sono i fatti”. Ci sono popoli stanziali senza violenza? “Qualche società orticoltrice di piccole dimensioni. La questione dei numeri è fondamentale”.

La brutalità “soft” dell’educazione

Ci sono due categorie di violenza sui bambini: entrambe vengono trasmesse tra le generazioni e rappresentano il collegamento tra singole violazioni e i danni sociali. Cornelia Gauthier,ginevrina, medico, psicoterapeuta, autrice di vari libri sul tema, ( Sommes-nous tous des abusés? edizioni Georg, Victime? Non merci!  edizioni Jouvence), collaboratrice per una serie in vari volumi, ha studiato queste due forme di violenza, e in particolare la più banale: “L’abuso è tipico di chi in precedenza ha subito maltrattamenti. La violenza educativa ordinaria è commessa, praticamente da tutti e più o meno a propria insaputa, credendo di fare bene, con l’idea che il bambino ne abbia bisogno per diventare una persona perbene”.

Fatta di minacce, grida, lacrime ignorate e qualche schiaffo o sculacciata, sembra benigna, addirittura benefica, mentre sarebbe ‘il terreno di coltura della violenza’: minando la capacità di empatia del bambino, porterebbe, in ultima analisi, allo sviluppo delle nostre violenze da adulti. Conterrebbe quindi in sé il meccanismo della propria perpetuazione. “È un linguaggio che si acquisisce sin da piccoli: poiché il bambino impara per imitazione, il modello educativo che viene impostato determina cosa sarà percepito come normale e giusto ai suoi occhi”.

E tuttavia, rimuovendo qualsiasi forma di violenza soft dall’arsenale educativo non rischiamo di creare dei piccoli tiranni? “Dimenticate questo preconcetto! Permetteremo forse al bambino di fare qualsiasi cosa? Certo che no. Ha bisogno di avere dei limiti. In realtà, li cerca. È uno dei più grandi malintesi tra l’adulto e il bambino”. Esaminiamo le cose da vicino. “L’adulto mette un limite. È rassicurante per il bambino, che verificherà quindi se il limite esiste. Quando gli si dice: “Non devi fare questo”, è quindi ovvio, è previsto in anticipo, che il bambino lo farà”. E a quel punto, l’adulto s’innervosisce, si offende, perché interpreta come disobbedienza qualcosa che per il bambino è in realtà una verifica”. Che fare? “Ripetere: “No, non si fa”, senza minacce, con calma e con fermezza. Ciò avrà un effetto calmante sul bambino, anche se si sente frustrato, e gli permetterà di crescere bene senza i blocchi emozionali derivanti dalla violenza educativa”.

Un altro classico malinteso: “Si dice ad un bambino di 2 anni: “No, non devi toccare il telecomando”. Il bambino sente “telecomando”, assimila l’informazione con il suo piccolo lobo frontale, ma non è ancora maturo dal punto di vista neurologico per annullare allo stesso tempo questa immagine nella sua mente in modo da poter seguire l’interdizione. Allora toccherà l’oggetto, compiendo il gesto molto lentamente e allo stesso tempo guardandoci dritto negli occhi: non sta disobbedendo, sta effettuando una verifica”.

Come Olivier Maurel, Cornelia Gauthier crede che la violenza educativa appaia nella storia dell’umanità sulla scia della sedentarizzazione. “Il numero delle nascite essendo aumentato rispetto alle società di cacciatori-raccoglitori, i figli maggiori dovevano essere svezzati in modo che i nuovi nati potessero essere allattati. Questo deve aver creato aggressività nei fratelli maggiori, che hanno iniziato a picchiare i cadetti. La madre, che gli ormoni legati all’allattamento rendono iper-aggressiva se le si tocca il piccolo, deve aver a quel punto iniziato a picchiare il maggiore. È un’ipotesi plausibile per spiegare la comparsa del ciclo della violenza nel cerchio familiare”.

Traduzione dal francese di Giuseppina Vecchia per Pressenza

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Fonte: Pressenza

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna la Turchia per aver bloccato YouTube

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Turchia, condanna europea per il blocco del Tubo

di Claudio Tamburrino

Inibire gli accessi a YouTube per una manciata di video che, pur illegalmente, sbeffeggiano Ataturk viola i diritti fondamentali. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condanna la Turchia per aver impedito la libera manifestazione del pensiero.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato la Turchia per aver tagliato fuori dalla rete del paese YouTube in diverse occasioni tra il 2008 ed il 2010, un blocco decretato sulla base della presenza di diversi video illegali che avrebbero infangato l’immagine di Mustafa Kemal Ataturk, che la Turchia ritiene padre fondatore della Turchia moderna, e rimosso solo con la rimozione dei video.

Non si tratta dell’ultimo caso in cui la piattaforma viene bloccata in Turchia: all’inizio del 2014, per esempio, Ankata l’aveva resa inaccessibile in concomitanza con le elezioni amministrative. Sulla piattaforma di videosharing erano comparse delle registrazioni di certe intercettazioni sgradite al primo ministro Erdogan, che avrebbero rivelato troppo sulle strategie del potere turco in Siria. L’autorità che vigila sulle tecnologie delle comunicazioni, così come era avvenuto anche con Twitter, aveva ordinato ai fornitori di connettività di innescare i filtri: solo in un secondo momento era intervenuta l’autorità giudiziaria, riconducendo i blocchi all’illegalità di dieci video che che tiravano in ballo Ataturk, pericolosi per la sicurezza nazionale. Contro tale decisione non erano mancati i ricorsi, che in un primo momento avevano anche ottenuto la sospensione del blocco giudicato non proporzionale: tuttavia, davanti all’impossibilità da parte delle autorità locali di bloccare l’accesso ai singoli video, questo era stato rimosso ed il caso era arrivato fino alla Corte Costituzionale, che ne aveva infine decretato l’illegalità.

Il caso legato ai blocchi imposti dal Governo tra il 2008 ed il 2010, nel frattempo, non essendo riuscito ad ottenere giustizia nelle corti locali, faceva il suo iter: grazie al ricorso dei cittadini Serkan Cengiz, Yaman Akdeniz e Kerem Altıparmak, è giunto fino alla Corte di Strasburgo che si è così trovata per la seconda volta a condannare la Turchia per il blocco di un contenuto online considerato lesivo della memoria di Ataturk. Come in un analogo caso del 2012, scaturito dalla decisione da parte delle autorità locali di chiudere – insieme ad un sito accusato di ledere la memoria di Ataturk – anche l’intera piattaforma di blogging Google Sites, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha rilevato la violazione della libera manifestazione del pensiero.

Nella sentenza si legge inoltre che non vi è nessuna disposizione nella normativa nazionale che permetta alle autorità di bloccare una piattaforma intera in forza di un solo contenuto trovato in violazione della legge. Altresì si specifica che le restrizioni all’accesso di contenuti online sono considerate lecite solo nella misura in cui riguardino contenuti specifici e che non rispettino invece l’articolo 10 della Convenzione internazionale sui diritti dell’uomo quelle interdizioni generali che finiscono per colpire una piattaforma intera o comunque altri contenuti estranei a quelli accusati di violazione.

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Fonte: Punto Informatico

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Omicidio contadini in Brasile: condannata la Syngenta (produttrice OGM e pesticidi)

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Syngenta condannata per l’omicidio dei contadini in Brasile

Il produttore svizzero di OGM e pesticidi, SYngenta, è stato riconosciuto legalmente responsabile dell’assassinio del contadino Valmir de Oliveira (meglio conosciuto come Keno) e il tentativo di omicidio di Isabel de Nascimiento de Souza. I due erano membri della Via Campesina e sono state vittime nel 2007 degli attentati da parte di guardie armate private.

 

Tutto iniziò nel marzo 2006, nei campi sperimentali in Paranà, che furono occupati da 70 famiglie di agricoltori per protestare contro la riproduzione di semi transgenici nello stato del Paranà dove è illegale coltivare soia OGM. Dopo sei mesi di resistenza, gli occupanti hanno dovuto lasciare le terre per poi tornarci al fine di sollecitare l’esproprio da parte delle autorità dei terreni dove le aziende coltivano illegalmente semi transgenici, tra cui quello della Syngenta, e ridistribuirli ai contadini per la riproduzione dei semi locali.

In un primo momento, i contadini sono riusciti a fermare le quattro guardie che pattugliavano la proprietà dell’azienda e a consegnare le armi alla polizia. Tuttavia, dopo alcune ore, è sopraggiunto un furgone con circa 40 pistoleros che hanno attaccato l’accampamento con l’intento di recuperare le armi illegali ed uccidere i leaders del movimento. La polizia federale ha arrestato, con l’accusa di omicidio, un membro del servizio di sicurezza ingaggiato da Syngenta Seeds a difesa delle sue proprietà. La risoluzione, emessa dal giudice Pedro Ivo Moreira è stata pubblicata pochi giorni fa sulla gazzetta Ufficiale: la Sentenza ha stabilito che la società deve corrispondere una compensazione ai parenti delle vittime dell’aggressione per avere causato danni morali e materiali. Il giudice ha riconosciuto che l’incidente nel campo sperimentale di Syngenta è stata una vera e propria strage. Nella suo parere finale, ha precisato che “ sostenere che ciò che è accaduto sia stato solo un confronto è chiudere gli occhi alla realtà, dal momento che (..) non c’è dubbio che si trattava di una strage”. Con questo, la versione presentata dalla Syngenta è stata respinta dalla magistratura. La società ha sostenuto che l’attacco nel 2007 si tradurrebbe in un confronto tra guardie di sicurezza private e membri di Via Campesina.

In sua difesa, Syngenta ha riconosciuto l’illegittimità dell’azione delle guardie private e il timbro ideologico della lotta di Via Campesina e il Movimento Sem Terra. La società ha dichiarato che “più che difendere la proprietà, le guardie private avevano lo scopo di difendere una posizione ideologica che è contraria a quella dei movimenti, così da far capire che ad ogni azione corrisponde una reazione”. Con questa posizione la compagnia ha cercato di eludere la propria responsabilità, dicendo che l’attacco non è stato fatto dalla società,  a cui la Syngenta ha delegato la sicurezza, ma da una milizia comandata dai proprietari terrieri di quegli appezzamenti.

Tuttavia, nella sua decisione, la Corte ha riconosciuto che è stata “una pessima scelta la fornitura di servizi di sicurezza in outsourcing, nonché il finanziamento indiretto ad attività illecite sono tutte ragioni di responsabilità”. Inoltre, afferma che “per quanto sia stata riprovevole e illeggittima l’invasione di campo dei contadini, non si sarebbe dovuto agire per conto proprio ma cercare i mezzi legali per risolvere il conflitto, dopo tutto la legge criminalizza l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni”.

La sentenza non è ancora definitva. Syngenta, attraverso il suo avvocato, Renne Ariel Dotti, ha presentato ricorso al tribunale dello Stato di Paranà. Per l’avvocato della parte lesa, Fernando Prioste, “ ci sono prove schiaccianti contro la società. L’assoluzione di Syngenta significherebbe complicità del sistema giudiziario con le stragi e con l’accaduto specifico”.

Eccezione alla regola

L’attivista aggredita, Isabel dos Santos si è detta felice per la compensazione economica. La donna fu gravemente ferita durante l’attacco del 2007 ed ha sottolineato che è un importante riconoscimento da parte della giustizia della responsabilità dell’impresa.

“ È ora di alzare la testa, cercando di dimenticare le sofferenza che abbiamo subito! La lotta non è conclusa”, ha affermato la donna.

Il rappresentate del MST della regione, Eduardo Rodrigues, ha sottolineato l’importanza della decisione. Secondo Rodrigues,  è comune l’impunità delle grandi aziende che violano i diritti umani, mentre i membri del movimento contadino sono criminalizzati per la lotta all’opposizione al modello dell’agrobusiness. “l’attacco non è avvenuto al segreto della multinazionale”, si lamenta il contadino. “loro non hanno solo il sostegno istituzionale ma anche un sostegno finanziario e logistico”. “spero che questa decisione della Corte dia visibilità al nostro impegno”.

Il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite che si occupa di diritti umani si recherà in Brasile nel mese di dicembre per la creazione di un trattato, utilizzando il caso di condanna contro Syngenta in riferimento alla responsabilità di grandi imprese che commettono violazioni dei diritti umani attraverso società di outsourcing.

La Syngenta è in possesso del 19% del mercato degli agrochimici e la terza compagnia con il profitto più grande del mondo nella commercializzazione dei semi, dopo Monsanto e Dupont. Insieme impongono un modello agricolo basato sulla monocultura, nell’ipersfruttamento dei lavoratori, nel degrado ambientale, l’uso dei pesticidi e l’appropriazione indebita delle risorse naturali e genetiche.

Nella zona in cui è avvenuto l’incidente, opera attualmente il Centro di Ricerca in Agroecologia chiamato in onore del contadino morto, “Keno”.

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Fonte: AIAB

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